Una carbon tax per fermare il cambiamento climatico
- 24 Maggio 2020

Una carbon tax per fermare il cambiamento climatico

Scritto da Gabriele Olivo

7 minuti di lettura

Cosa si intende con carbon tax? È necessario tassare ulteriormente i carburanti? È possibile ridurre le emissioni? E quanto sono pericolose per la nostra salute e il nostro futuro? C’è chi sostiene che un’azione fiscale sia un indispensabile deterrente per mitigare le emissioni e chi, contrariamente, crede che un’ulteriore tassazione sulle fonti energetiche sia finalizzata principalmente a fare cassa, ponendo la salvaguardia ambientale solo in secondo piano. Come comportarsi, dunque? Andiamo con ordine.

Parigi, 12 dicembre 2015. Si conclude la XXI conferenza annuale delle parti (COP21) della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). Due settimane scandite a suon di trattazioni e compromessi. L’esito: un accordo siglato e sottoscritto dai quasi duecento paesi presenti, noto come Accordo di Parigi. Tema chiave del trattato è quello della riduzione dei gas serra, con l’obiettivo finale di contenere l’aumento di temperatura media globale sul lungo termine – dal 2020 al 2100 – entro il limite accettabile di 2°C, rispetto ai livelli preindustriali. Ma quali effetti comporta un aumento della temperatura media del nostro pianeta? E perché il limite è stato posto proprio a 2°C? Perché non a 4°C o a 5°C? Secondo gli studi condotti dall’IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change – un aumento della temperatura, rispetto ai livelli attuali, compreso fra 1,5°C e 2,5°C, comporterebbe un maggiore rischio di estinzione per circa il 20-30% delle specie vegetali ed animali. In alcuni paesi le proiezioni climatiche stimano una forte perdita di biodiversità già a partire dal 2020. L’intero pianeta sarebbe soggetto a squilibrio, i livelli idrici si incrementerebbero in alcune zone ma si ridurrebbero drasticamente in altre, il clima varierebbe al punto da rendere abitabili alcune località e inabitabili altre. Tragico parrebbe anche l’impatto sulla salute: le proiezioni mostrano infatti scenari drammatici, soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove entro il 2080 quasi due miliardi di persone avranno difficoltà a reperire acqua e in centinaia di milioni soffriranno la fame. Un aumento fino a 6°C incrementerebbe la gravità delle conseguenze sopraccitate e le complicanze sarebbero tali da rendere impraticabili eventuali misure di adattamento[1].

Sebbene premesse e promesse riguardanti l’impegno dei governi fossero incoraggianti, a quattro anni dalla conferenza di Parigi le attuali politiche e le misure di contenimento finora adottate[2] rimangono insufficienti – grazie anche alla renitenza dell’ultima presidenza statunitense e alla sostanziale inesistenza di un sistema sanzionatorio in caso di non-compliance. Da qui la necessità, secondo il Fondo Monetario Internazionale – coerentemente con quanto stabilito dagli Accordi di Parigi – di introdurre una tassa sulle emissioni: la carbon tax. La tassazione di prodotti inquinanti non è una novità. Dal 2000 – per esempio – l’Unione Europea, resasi conto che i combustibili fossili contribuivano in modo sostanzioso all’inquinamento atmosferico, decise di introdurre le famose accise sui carburanti. Già note al pubblico e oggetto di forte dibattito, le accise sono di fatto delle imposte applicate al consumo di specifici prodotti. Gli introiti di cui beneficiano le casse statali, sono giustificati dalle spese volte a ridurre i consumi e l’impatto ambientale. Le accise, tuttavia, si sono dimostrate inefficaci nello scongiurare il consumo dei prodotti a cui vengono applicate, in quanto il sovrapprezzo a cui va incontro il consumatore risulta comunque contenuto[3].

Al 2015, le emissioni di CO2 derivanti dall’utilizzo di combustibile fossile ammontavano a circa 30 miliardi di tonnellate l’anno e le proiezioni mostrano valori triplicati entro il 2100[4] a fronte di un sempre più crescente fabbisogno energetico[5]. Senza l’adozione delle giuste misure, per la fine del secolo il termometro terrestre potrebbe far segnare un aumento della temperatura media globale pari a 4°C rispetto ai livelli preindustriali – circa tre gradi in più rispetto a quelli attuali. Un’istantanea messa al bando dei combustibili fossili, sebbene abbatterebbe drasticamente le emissioni, rimane uno scenario utopico, completamente distaccato dalla realtà. Il mix energetico mondiale è fortemente caratterizzato dalla presenza di idrocarburi, carbone e gas naturale, che insieme contano circa l’80% del total primary energy supply (TPES) – la quantità totale di primary energy a disposizione, in questo caso, nel mondo. Energia nucleare, rinnovabili e biocombustibili – le fonti energetiche attualmente impiegate il cui consumo comporta emissioni ridotte (si noti bene che non esistono fonti energetiche che non comportino emissioni, soprattutto nella fase di produzione; per questo è necessario distinguere tra produzione e consumo) – rappresentano la rimanente quota di circa 20 punti percentuale sul totale del mix energetico[6].

A fronte di tutto ciò è evidente la necessità di introdurre uno strumento con doppia funzionalità: capace quindi, da un lato, di scongiurare l’utilizzo di combustibili fossili in favore di tecnologie più pulite, e dall’altro, di sostenere economicamente l’intero processo di decarbonizzazione. La carbon tax, ovvero una tassa sui prodotti il cui consumo genera emissioni di CO2, proporzionale alla quantità di emissioni stesse, potrebbe soddisfare entrambe le richieste. Il punto di partenza del lavoro svolto dal FMI, contenuto all’interno del Fiscal Monitor di ottobre 2019, è che un ruolo cruciale nella lotta ai cambiamenti climatici deve essere giocato dalla cosiddetta fiscal policy. Attualmente diversi sistemi economici applicano una tassazione sulle emissioni, ma l’ammontare di tale imposta è insufficiente. A Washington hanno calcolato la media delle tassazioni sull’anidride carbonica relativa a 188 paesi e il risultato è irrisorio se si intende perseguire il target dei 2°C: solo due dollari per tonnellata di CO2 emessa. Ciò non sorprende se si considera che di questi paesi, soltanto 50 impongono una tariffa. La proposta del Fondo, dunque, non è quella di introdurre una semplice tassa: la carbon tax deve necessariamente essere frutto di un’intensa cooperazione internazionale e, coerentemente con gli Accordi di Parigi, al fine di perseguirne gli obiettivi, dovrà essere di 75 dollari per tonnellata di CO2 entro il 2030. Oltre all’imposta da 75 dollari – valore ottimale – vengono considerate anche quote da 50 e 25 dollari: tasse meno gravose, per alcuni paesi, si manterrebbero comunque in linea con gli obiettivi posti dalla COP purché la tassazione più bassa sia sostenuta da ulteriori politiche fiscali correttive. Quali sarebbero dunque i costi delle principali fonti di energia qualora la proposta del Fondo venisse accolta? Con riferimento alla tassa da 75 dollari, si noti che elettricità e benzina sarebbero soggette ad un incremento medio globale rispettivamente del 43% e del 14% rispetto al prezzo attuale, mentre il prezzo del gas naturale aumenterebbe del 68%, anche se c’è molta variabilità fra paese e paese. Discorso a parte è invece quello relativo al carbone – fortemente sotto-tassato – il cui aumento di prezzo indicato risulterebbe addirittura superiore al 250%. Il motivo di questa forte sotto-tassazione pare essere il frutto di errate politiche da parte della Cina, che ad oggi è il principale produttore e consumatore di carbone davanti ad India e Stati Uniti. E in Italia? Gas naturale a parte – il cui andamento presenta forti fluttuazioni a livello globale – il prezzo del carbone aumenterebbe del 134%, quello dell’elettricità del 18% e quello dei carburanti poco meno del 10%: l’incremento di questi ultimi due risulta contenuto e coerente con valori già registrati negli anni passati.

Casi analoghi a quello cinese – in merito alla cattiva gestione delle politiche fiscali – sono riscontrabili in molti dei grandi paesi produttori di idrocarburi che invece di applicare tasse, concedono sussidi: Iran, Ucraina, India, Russia, Canada, Arabia Saudita, Nigeria e Indonesia incentivano l’uso dei carburanti anziché disincentivarlo. Stime aggiornate indicano che a livello mondiale i tax subsidy sarebbero arrivati a 8.000 miliardi di dollari nel 2019. Neanche lontanamente immaginabile è la posizione dell’Italia, che si conferma invece uno dei pochi paesi in cui la tassazione applicata non si discosta troppo dal valore ottimale.

Tra le principali resistenze alla carbon tax vi è la preoccupazione che questa possa svantaggiare in particolar modo imprese e cittadini che percepiscono bassi redditi. I benefici della riduzione dell’inquinamento, contrariamente, sarebbero incalcolabili e ne gioverebbe chiunque a livello globale: i risultati illustrati nel Fiscal Monitor suggeriscono che una tassa efficiente sull’energia ridurrebbe, globalmente, le emissioni di CO2 del 23% e le morti causate dall’aria inquinata di ben 63 punti percentuale. Il fulcro risiede nello sfruttamento efficiente ed efficace delle risorse derivanti dalla tassa: per poterla rendere economicamente sostenibile l’allocazione del gettito è cruciale. Se per i paesi del G20 nel 2030 il gettito ammonterebbe a 1,5 punti percentuale sul PIL, per il nostro Paese una tassa da 75 dollari genererebbe ricavi fra lo 0,8% e l’1% del PIL che in altri termini, considerando il PIL italiano per l’anno 2019 pari a circa duemila miliardi di dollari statunitensi, ammonterebbero a quasi 20 miliardi di dollari. Una cifra che, seppur non troppo elevata in termini di conti pubblici, sarebbe sufficiente a contrastare un aumento della pressione fiscale nei confronti dei soggetti più esposti. Ma oltre ad abbassare le tasse, le risorse andrebbero investite nella cosiddetta green economy, in linea col pensiero che prevede la diretta proporzionalità fra decarbonizzazione e sviluppo di politiche sostenibili[7] [8].

Stando ad alcuni sondaggi condotti nel 2015, anno degli accordi di Parigi, circa il 70% degli italiani (in linea con la media europea) si è espresso favorevole alla tassazione di prodotti inquinanti a tutela dell’ambiente. Nonostante le statistiche, tuttavia, aleggia la paura che la carbon tax sia solo un pesante fardello per imprese e famiglie. Per averne prova basta far le valigie e lasciare la Svezia – considerata il modello da cui trarre esempio, dove dal 1991 chi inquina, paga – percorrere qualche migliaio di chilometri, e spostarsi in Francia. Da qualche anno il governo francese ha tentato invano di introdurre, fra le tante misure di austerità, una tassa sull’anidride carbonica il cui esito è stato a dir poco fallimentare: settimane di proteste da parte dei noti gilet gialli, sfociate infine nel caos che ha pervaso le strade parigine e messo in ginocchio l’intera metropoli.

Senza il giusto grado di sensibilizzazione, sostegno economico e presenza delle istituzioni è impensabile promuovere decisioni opportune e riforme necessarie, anche quando queste sono a tutela del futuro dell’umanità. Il segreto per vincere la sfida contro l’inquinamento sta nel renderla graduale: un alto livello di informazione sul tema del cambiamento climatico deve fare da sostrato, quindi bisognerà dare tempo ad imprese e cittadini di adattarsi alla prospettiva di un nuovo scenario, sempre più ricco di energie sostenibili come valida alternativa. Sembra contraddittorio, dato il correre frenetico dei tempi, ma solamente grazie ad un processo graduale saremo in grado effettuare una inversione di rotta verso un futuro più pulito.

“Battendo giorno e notte sulla stessa incudine” – Ammiano Marcellino


[1] IPCC SPECIAL REPORT, Global Warming of 1.5 ºC

[2] UN Environment Programme, Emissions Gap Report 2019

[3] MEF, Nota metodologica

[4] IMF, Finance & Development, The Right Price

[5] IEA, Energy demand in 2016 and 2040, EWS vs. NPS

[6] IEA, World energy balances and statistics

[7] IMF, Fiscal Monitor, How to Mitigate Climate Change

[8] OCPI, Carbon tax: il prezzo da pagare per salvare il pianeta

Scritto da
Gabriele Olivo

Classe 1997, laureando in ingegneria aerospaziale presso il Politecnico di Torino.

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