Urbanistica e società: perché oggi la pianificazione urbana non può prescindere dalla sociologia

urbanistica

Poche cose ci raccontano l’evoluzione di una società come le città. Da esse traspare tanto la stratificazione sociale quanto l’immagine che abitanti e governanti hanno da sempre voluto dare di loro stessi. Gli spazi di vita, soprattutto quelli a carattere urbano, raccontano persino di come si siano evoluti il pensiero e la psicologia di una data società, con le sue sfaccettature e le sue divisioni che tornano perennemente a fondersi in quella grande sintesi che è appunto la città.

Questo perché la forma urbis si fonda sul pensiero filosofico e sociale di un dato momento storico. Architetti, artisti e governanti, ben prima della cultura positivista e della nascita dell’urbanistica moderna, hanno trovato nella dimensione urbana, tanto nella vasta scala quanto nella piccola, uno spazio di espressione sociale; ecco quindi il sorgere dei grandi complessi imperiali come Versailles all’epoca dell’assolutismo francese, ecco piazze, palazzi comunali, i grandi poli aggregativi nei borghi italiani dell’epoca comunale come Siena e Firenze, fino ad arrivare ad opere di forte ordine e rigore in epoche di particolare enfasi scientifica o proto-scientifica, si pensi a New York o a Pienza.

Guardando invece alla nostra epoca, si nota come essa non si differenzi dalle altre a livello di modus operandi (banalmente, anche l’urbanistica contemporanea è una forma di espressione sociale) ma si distingue per la maggiore possibilità di analisi. Per utilizzare un’espressione cara a Hegel, l’urbanistica odierna ha la potenzialità di essere autocosciente; il che significa che gli urbanisti possono con maggiore efficacia indirizzare la vita e la società grazie all’enorme mole di dati e alla disponibilità tecnica su cui possono contare, cercando quanto più di astrarsi in un mondo in cui il globalismo (e l’international style) non solo si pongono come espressione di un mondo globalizzato ma si identificano (spesso a torto) come limite ultimo dell’architettura.

Con ciò si vuole sottolineare il fatto che grazie alla vasta sperimentazione avviata soprattutto con l’approccio scientifico della seconda metà dell’Ottocento, oggi si hanno gli strumenti per capire che la progettazione urbana non è solo una modalità di espressione sociale, ma possiede anche determinate responsabilità che la legano a doppio filo con una grande varietà di altre questioni e interessi, detto altrimenti: urbanistica e società non stanno tra loro in un mero rapporto di causa ed effetto ma si influenzano vicendevolmente con costanza e profondità. Nonostante questa osservazione possa sembrare alquanto banale, se si guarda per un momento allo scenario contemporaneo appare subito chiaro come l’urbanistica abbia dimenticato questo suo legame così sfaccettato con il resto della società, riducendosi a puro esercizio tecnico o nel peggiore dei casi a semplice strumento amministrativo.

Questa consapevolezza non riesce comunque, con certezza, a portare ad una data soluzione; come ricordava il filosofo viennese Karl Popper, qualsiasi proiezione del passato sul futuro è fallace e grossolana. Un esempio è sicuramente la Barcellona progettata da Cèrda: in essa non esiste un centro, non esistono aree privilegiate e i quartieri si costituiscono come piccole comunità a sé stanti, tutte con un indice volumetrico ben preciso e notevolmente basso se rapportato ai canoni del tempo. La volontà dell’illustre urbanista, che pur provenendo dalla classe borghese aveva conosciuto influenze provenienti dal mondo della sinistra, era infatti quella di annientare le differenze cittadine: eliminando un centro, togliendo il valore diversificato degli immobili, diminuendo le disparità sociali.

Questo progetto di per sé economicamente sostenibile non è però durato alla prova dei fatti: innalzamento degli indici volumetrici e impatti urbanistici notevoli (comunque di indubbia qualità) in varie parti della città non hanno fatto altro che rompere l’uguaglianza e conseguentemente l’equità sulla quale si fondava il tutto. Ciò è certamente indice della mutevolezza della maglia del costruito nei confronti dei cambiamenti cittadini maturati in decenni di diversificazione di classe.

Un’altra variazione dei fatti e della storia che rende mutevole l’urbanistica, e la trasforma in un crogiolo di fatti inanellati in un flusso che percorre i secoli e le società, si coglie nell’osservare come soluzioni applicate in un dato momento con un’idea non cambino fine, come nel caso precedente, ma vengano reinventate una volta che la funzione preminente è oramai esaurita.

Uno dei casi più esemplari è lo sventramento della vecchia Parigi operato da Napoleone III nella seconda metà dell’Ottocento. La Parigi del tempo soffriva sia di mancanza di salubrità pubblica, che insieme al sovraffollamento era la principale causa di epidemie, che di un susseguirsi di rivolte cicliche imperversanti nella città dai tempi della rivoluzione francese e passate poi per i moti del’48. La soluzione di Napoleone III fu la costruzione di enormi viali monumentali che, seppur abbelliti, avevano la funzione principale di controllare le folle tramite l’esercito, impedendo la costruzione di eventuali barricate. Centocinquanta anni dopo quegli stessi viali, per ragioni economiche e politiche, sono diventati uno dei simboli stessi di Parigi. Fiorenti di negozi per l’enorme attrattiva turistica che vede, oltre a una questione estetica, anche la grande funzionalità e caratterizzazione di quegli assi.

Continua a leggere – Pagina seguente


Indice dell’articolo

Pagina corrente: Urbanistica come evoluzione della dimensione umana

Pagina 2: I rapporti urbani nella modernità

Pagina 3: L’urbanistica come parte risolutiva dei moderni conflitti sociali


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Nato il 18 Giugno 1995 ho sempre vissuto a Ciserano, un paese di 5.000 abitanti della bassa bergamasca. Ho intrapreso poi nel 2009 gli studi presso il Liceo Scientifico Galileo Galilei di Caravaggio (BG) dove mi sono diplomato nel 2014. Sempre nel 2014 ho iniziato la mia esperienza politica diventando Assessore a cultura e manifestazioni dopo le elezioni amministrative del 25 maggio. Poco dopo sono diventato militante del Partito Democratico e dei Giovani Democratici, organizzazione nella quale mi occupo di Enti Locali nella segreteria provinciale dalla primavera del 2016. Ho intrapreso dopo il diploma gli studi di Architettura al Politecnico di Milano dove tutt'ora studio, collaborando da marzo 2017 come stagista in uno studio di architettura e design. Sono inoltre impegnato in varie associazioni che si occupano di politica e di giovani.

Comments are closed.