“Non accettare caramelle dagli sconosciuti”. Chi di noi non ha sentito questa frase da bambino? Il senso era sostanzialmente questo: non prendere cose che ti piacciono senza pagarle, offerte da persone di cui non ti fidi e che non conosci. Semplice e di buon senso. Facile da rispettare, magari con un minimo di sacrificio. Da adulti, però, siamo diventati disobbedienti e non riusciamo più a seguire questo precetto. Costantemente utilizziamo servizi che ci piacciono, forniti da sconosciuti. Gratis, a prima vista. In realtà li paghiamo con i nostri dati e la nostra attenzione. E qui c’è una prima riflessione: le cose gratuite hanno un valore? Nella vita di tutti i giorni in generale, abbiamo la percezione che ciò che è gratis non valga nulla. E quindi i nostri dati non valgono nulla per noi e per quelli che li utilizzano. O meglio, c’è il rischio che vengano trattati come se non valessero nulla, ma solo per chi li ha forniti. E così possono essere utilizzati in qualunque modo. E, in parte, sembra che ciò sia proprio quello che avviene costantemente: persone che non conosciamo possono utilizzare a piacimento i nostri dati a fronte di servizi che non paghiamo.
Attenzione, i nostri genitori non dicevano “non andare in un negozio per comprare caramelle”, una scelta precisa e puntuale. Il problema non era la caramella, ma come e da chi era stata ottenuta. Non solo, il negoziante (il gestore del bar, della tabaccheria, del supermercato ecc.) poteva essere uno sconosciuto, ma era chiaro il suo ruolo. In qualche modo si poteva avere fiducia anche senza per forza conoscerlo. Quindi, da adulti, come possiamo rendere il mondo virtuale un posto sicuro, dove comprare anche con i nostri dati i servizi o le informazioni che ci piacciono?
Il primo punto riguarda la consapevolezza del valore dei dati. E, soprattutto, la loro quantità. La stragrande maggioranza di noi non sa quanto valgono le proprie tracce digitali e soprattutto quante ne vengono prodotte, ma senza queste informazioni non è possibile valutare il patrimonio digitale di ognuno di noi. Un’informazione essenziale, perché chi pensa di comprare un servizio anche con valuta digitale (usando il proprio patrimonio) paga e pretende. Cambia la natura della relazione, in quanto non sarà più lui o lei a dire grazie per il bene/servizio fornito in maniera gratuita, ma colui o colei che riceve i dati a dire grazie.
Il secondo riguarda la fiducia verso la persona o il suo ruolo. In questo contesto bisogna distinguere tra chi vende e chi regala le “caramelle”. Come rendo riconoscibile chi compie la stessa azione, ma con finalità differenti? Nella vita di tutti i giorni ci fidiamo delle convenzioni: chi ha un negozio dà l’impressione che non sparirà subito dopo aver venduto il bene o il servizio. E quindi bisogna trovare un modo per riconoscere o, meglio, qualificare i soggetti a cui cediamo i dati. Ma risolvere questo problema è tutt’altro che banale e non è questo il contesto giusto, però possiamo porre le basi di un ragionamento che tenti di dare una soluzione parziale, partendo da qualche punto fermo.
Per prima cosa iniziamo dalla fiducia. Fortunatamente, a livello europeo e non solo, le relazioni, le norme e le abitudini creano le condizioni per dare credibilità e attendibilità a tante istituzioni umane. È un po’ come andare in bicicletta: se pensassimo a tutte le cose da fare per stare in equilibrio, non ci siederemmo mai sul sellino. Ma se iniziamo a pedalare senza pensare troppo a Newton, incredibilmente iniziamo a muoverci. Il fatto è che quando pedaliamo in bicicletta ci dimentichiamo di meravigliarci. Ecco, la stessa cosa vale per la fiducia. Ci muoviamo nella società dando credito in maniera istintiva a tante persone, aggregazioni e istituzioni. Però, se ci chiedono se abbiamo fiducia, iniziamo a dubitare. Ripartiamo dunque da tre, come direbbe Troisi.
Tra i tanti soggetti a cui diamo credito, penso che l’economia sociale ricopra un ruolo di rilievo. Come sostiene l’Unione Europea, infatti, l’economia sociale incarna un’economia equa, inclusiva e verde, ed è quindi un partner chiave per raggiungere le necessarie transizioni sociali e di sostenibilità nella società europea. Come definito nel Piano d’Azione per l’Economia Sociale, diversi tipi di organizzazioni fanno parte dell’economia sociale, come cooperative, società di mutuo soccorso, associazioni (comprese le organizzazioni benefiche) e fondazioni.
Le organizzazioni che fanno parte dell’economia sociale hanno tre caratteristiche principali: la priorità delle persone e degli scopi sociali e/o ambientali rispetto al profitto; il reinvestimento della maggior parte dei profitti e degli avanzi per svolgere attività nell’interesse dei membri/utenti (“interesse collettivo”) o della società in generale (“interesse generale”); la governance democratica e/o partecipativa dell’organizzazione.
Nel settore digitale abbiamo proprio bisogno almeno di questi tre valori condivisi. Le singole entità però, da sole, sono troppo piccole. Non riuscirebbero ad avere la massa critica minima per competere con soggetti nati e strutturati per il mondo digitale. Tuttavia, nel suo complesso, l’economia sociale, attraverso la costruzione di collaborazioni robuste ed efficienti, l’aumento della conoscenza e dell’innovazione, il miglioramento della consapevolezza e dell’empowerment civico, potrebbe aprire nuovi mercati e sviluppare nuovi modelli di business basati sulla fiducia.
Come? Con modelli di condivisione dei dati per fornire servizi per la società a scopo mutualistico. Niente di particolarmente sconvolgente. Dal punto di vista normativo, esistono da diversi anni esperienze di messa in comune dei dati. Piccole, purtroppo, e poco pubblicizzate. Alcune di queste sono nate grazie al Regolamento Generale Protezione dei Dati (RGPD o GDPR – acronimo della definizione in inglese) entrato in vigore il 25 maggio 2018. Uno degli obiettivi principali del GDPR è assicurare un livello coerente di protezione dei dati in tutta l’Unione Europea e prevenire disparità che possono ostacolare la libera circolazione dei dati personali nel mercato interno. Nello specifico, nei considerando 6 e 7, si evince chiaramente la portata innovativa del regolamento che bilancia il diritto alla protezione dei dati considerato alla luce della sua funzione sociale e degli altri diritti fondamentali.
In Europa, da questo punto di vista, il GDPR, con il diritto alla portabilità dei dati, ha aperto la strada a nuovi modelli di gestione della privacy e delle informazioni digitali. Sempre il regolamento introduce anche il principio di responsabilizzazione, che impone al titolare del trattamento la responsabilità di conformarsi al regolamento e di dimostrare la conformità. Ma, soprattutto, gli articoli 40 e 41 riguardano i codici di condotta che rappresentano un metodo pratico, potenzialmente economico e significativo per ottenere maggiori livelli di coerenza nella tutela dei diritti in materia di protezione dei dati.
E qui arriviamo al secondo punto. Se l’economia sociale è uno dei soggetti a cui possiamo dare fiducia, come possiamo renderlo riconoscibile per distinguerlo da chi ci offre le caramelle con scopi reconditi? I codici possono fungere da meccanismo attraverso il quale dimostrare la conformità al regolamento. In particolare, essi possono contribuire a colmare gli eventuali divari di armonizzazione esistenti tra gli Stati membri nell’applicazione della normativa in materia di protezione dei dati. Offrono inoltre l’opportunità a determinati settori di riflettere su attività comuni di trattamento dei dati e di concordare regole pratiche e su misura per la protezione dei dati, che soddisfino le esigenze del settore e i requisiti del regolamento, a livello sia nazionale che europeo.
Un codice di condotta ai sensi del GDPR potrebbe portare vantaggi incredibili per l’economia sociale, in generale, e per le cooperative in particolare. Ad esempio, potrebbe aiutare a semplificare e standardizzare alcune procedure in base alle caratteristiche del movimento cooperativo. E, dall’altra parte, potrebbe introdurre misure di informazione e formazione dei soci in merito al nuovo regolamento sulla privacy. Non solo: i margini di intervento sono aumentati anche grazie ad iniziative politiche a livello dell’Unione Europea, come il Data Act (2024) e il Data Governance Act (2023), dove la condivisione dei dati è uno dei modi chiave per la crescita sostenibile.
Partendo da questa suggestione potenziale, la Commissione Europea ha chiesto alle parti interessate di individuare pratiche comuni per raccogliere, elaborare, convalidare e archiviare attivamente i dati, nonché per esplorare le opportunità di condivisione dei dati in un contesto B2B, B2G o attraverso la creazione di spazi specifici, finalizzati al bene comune. E per questo ha pubblicato il Codice di Condotta dell’UE per la Condivisione e la Gestione dei Dati nell’Economia Sociale (CoC-SE), che stabilisce un insieme di principi su come i dati dovrebbero essere gestiti e utilizzati nell’economia sociale. Tale codice di condotta ha al suo interno aspetti tipici anche di un codice etico: oltre ai valori generali, fornisce indicazioni più pratiche sull’implementazione di questi valori e un elenco di buone pratiche. Secondo il CoC-SE, gli aspetti fondamentali per la condivisione dei dati nell’economia sociale sono: democrazia, centralità della vita, fiducia, autodeterminazione, inclusività, equità, co-opetition (la collaborazione tra aziende concorrenti per raggiungere obiettivi reciprocamente vantaggiosi), e sufficienza o sobrietà dei dati.
Allineandosi al codice, le organizzazioni dell’economia sociale dimostrano un forte impegno nello sviluppo di pratiche di condivisione dei dati in linea con i loro valori, rafforzando la reputazione e l’integrità dell’organizzazione all’interno della comunità. Aderire ai valori del codice segnala agli stakeholder, alle parti interessate e ai beneficiari che un’organizzazione è un partner affidabile. Alla fine, questo aumenta la probabilità che le organizzazioni diventino partner nella condivisione dei dati e quindi stimolino ulteriormente lo sviluppo dell’economia sociale.
E qui arriviamo al terzo punto. Perché condividere i dati nell’economia sociale? La raccolta e l’uso dei dati possono aiutare a creare collaborazioni efficienti tra persone e organizzazioni, sviluppare innovazioni, espandere e approfondire la conoscenza, aumentare la consapevolezza e l’empowerment degli individui e dei gruppi sociali e migliorare le opportunità di business. La condivisione può servire contemporaneamente sia l’interesse generale, sia gli interessi economici degli attori dell’economia sociale stessi o dei membri e utenti delle organizzazioni dell’economia sociale (“interesse collettivo”), rendendo queste ultime competitive e durature.
Eliminare l’esistenza di silos di dati involontari, dove le informazioni sono isolate e sottoutilizzate, aumenta l’innovazione, la trasparenza e la collaborazione intersettoriale. Inoltre, i dati non dovrebbero essere considerati semplicemente come un bene economico, ma piuttosto un bene per sostenere la missione sociale o ecologica dell’economia sociale, nonché uno strumento per consentire la loro governance inclusiva e democratica. Tutti risultati in linea con le tre caratteristiche dell’economia sociale sopramenzionate.
E qui arriviamo al come. Il Data Governance Act, ad esempio, identifica diversi tipi di intermediari. Tra questi ci sono le cooperative di dati e le organizzazioni per l’altruismo dei dati. Le data coop, in particolare, possono supportare i soci nell’esercizio dei loro diritti sui dati, mentre l’altruismo dei dati offre un modello in cui la condivisione è basata su considerazioni di interesse pubblico non commerciali, piuttosto che per motivi puramente economici. In questo contesto è bene precisare che le cooperative di dati, ma anche altri modelli organizzativi, possono partecipare all’altruismo dei dati.
E quindi, per consentire a tutti di avere le caramelle, è necessario che l’economia sociale prenda consapevolezza del proprio ruolo: si metta a disposizione della società per aiutare i cittadini nel mondo digitale; si allei, in modo da creare massa critica utilizzando dei codici condivisi (il codice di condotta ai sensi del GDPR e quello ai sensi del CoC-SE) per aumentare la fiducia nei cittadini; si doti di ulteriori strumenti di condivisione, ad esempio le data coop, al fine di sviluppare nuovi servizi per sé e per gli altri. Semplice come rubare una caramella ad un bambino! O meglio, come rubarla a chi la offre gratis ad un bambino!