“Qualcosa è andato storto” di Riccardo Luna
- 05 Novembre 2026

“Qualcosa è andato storto” di Riccardo Luna

Recensione a: Riccardo Luna, Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro, Solferino, Milano 2025, pp. 208, 17 euro (scheda libro)

Scritto da Pietro Basaglia

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Tutti conoscono la sensazione snervante di una pagina web che non si carica. Che sia colpa di un calo di tensione, della mancanza di segnale, di un temporale improvviso o di un link ormai inesistente, il risultato è sempre lo stesso: sullo schermo compare la scritta «Qualcosa è andato storto», portando con sé una sottile e immediata irritazione. È una frase che non spiega nulla: un soggetto indefinito, un verbo intransitivo, nessuna causa dichiarata. Ma chi sopporta più di perdere tempo? Chi sopporta più, in generale, di perdere qualcosa? Siamo abituati ad avere tutto subito, tutto adesso, e guardare indietro è diventato, a maggior ragione, un esercizio da fessi. Chi lo fa più?

Riccardo Luna lo ha fatto, e ha preso in prestito proprio quella frase per il titolo del suo ultimo libro. Fesso, se si vuole, nel senso che Giuseppe Prezzolini attribuiva alla parola nel Codice della vita italiana (1921), quando divideva gli italiani in furbi e fessi: il fesso è colui che paga il biglietto intero e tiene fede alla parola data, anche quando questo gli costa. Luna, il biglietto intero, lo paga tornando agli anni in cui la rete prometteva tutto, senza nascondere il proprio entusiasmo di allora, e lo fa con un’onestà e una prospettiva che pochi avrebbero avuto i titoli per rivendicare: è stato il primo direttore dell’edizione italiana di Wired, che nel 2010 candidò Internet al Nobel per la Pace, e poi il digital champion italiano.

Nato come serie di editoriali per il Corriere della Sera, intitolata Cosa è andato storto?, il volume riempie quel «qualcosa» del messaggio d’errore con una cronologia fatta di date, decisioni, nomi e documenti. Dove lo schermo tace, Luna fa ciò che fa un tecnico quando non si accontenta dell’avviso: apre il registro degli eventi e cerca il punto in cui il sistema ha cominciato a comportarsi diversamente da come era stato promesso. Lo spunto gli viene da un messaggio di Paolo Giordano, che lo invitava a raccontare come anche loro, a un certo punto, si fossero ubriacati di quella promessa. La singolarità del libro sta tutta in questa posizione. Il ruolo dell’autore somiglia quindi a quello di un investigatore che, arrivato sulla scena del crimine, vi ritrova le proprie impronte e sceglie di non cancellarle. «Questo però non è il libro di un pentito» (p. 17), avverte. E ha ragione: chi ha conservato la memoria dell’entusiasmo è anche il più attrezzato per misurare la distanza tra la promessa e il risultato.

La ricostruzione procede per date storiche che hanno segnato dei punti di svolta. Per Facebook, Luna ne individua tre: l’assunzione di Sheryl Sandberg come direttrice operativa nel marzo 2008, il debutto del tasto “mi piace” nella piattaforma nel febbraio 2009 e, soprattutto, l’introduzione di EdgeRank, l’algoritmo presentato nell’aprile 2010 che sostituì l’ordine cronologico dei post nei feed con un flusso basato sulle affinità degli utenti, l’impatto delle interazioni e la freschezza dei contenuti, determinando per dieci anni tutto ciò che compariva sui nostri schermi. Da questa svolta in poi, l’analisi segue l’evoluzione della logica dell’engagement fino all’avvento di TikTok. Rinunciando completamente alla centralità della rete di amicizie, questa nuova piattaforma sancisce la transizione definitiva verso social network che «hanno smesso di essere social, per essere solo network» (p. 54).

Il saggio esamina come già nel 2018 gli ingegneri di Menlo Park si domandassero se Facebook non finisse per premiare l’indignazione in diversi documenti interni come Does Facebook reward outrage?, procedendo poi con la disamina delle violenze scoppiate in Myanmar e in Sri Lanka, dove Harindra Dissanayake, consigliere presidenziale srilankese, ha sintetizzato la situazione con un’efficace metafora al New York Times: «I germi sono nostri, ma Facebook è il vento» (p. 69). I capitoli centrali, dedicati agli adolescenti, alla scuola e al mito degli influencer, attingono largamente dalle carte emerse dalle cause statunitensi contro alcune aziende Big Tech; gli ultimi allargano lo sguardo al potere, dalla trasformazione di Twitter in X alla presenza dei giganti delle aziende tecnologiche della Silicon Valley al giuramento di Donald Trump, fino ai contratti tra queste stesse aziende e il Pentagono e alla tragedia di Gaza raccontata attraverso i social.

Il merito principale del libro sta nella scelta dell’oggetto. L’autore non insegue l’attualità ma le sue origini, e per questo il suo lavoro difficilmente invecchierà al ritmo delle notizie che racconta. Anche il sottotitolo va letto così: l’intelligenza artificiale di cui il libro parla non è tanto quella generativa che oggi domina il dibattito, quanto quella che da un decennio sceglie che cosa vediamo tramite gli algoritmi. Prima di chiedersi che cosa faranno le “macchine che parlano”, conviene capire che cosa hanno già fatto “le macchine che scelgono”. Luna ha poi la cautela di non ridurre tutto a una sola causa: i social hanno dato al populismo una forza che altrimenti non avrebbe avuto, ma spiegarlo soltanto con gli algoritmi sarebbe, per lui, un errore.

Rispetto a una letteratura internazionale diventata ormai ampia, da Nicholas Carr a Jaron Lanier, da Evgenij Morozov a Jonathan Haidt, tutti presenti nelle sue pagine, il contributo di Luna si concentra maggiormente sulla prospettiva italiana, evidenziando la proposta di Stefano Rodotà di aggiungere all’articolo 21 della Costituzione – relativo al principio della libertà di manifestazione del pensiero – il diritto di accedere alla rete; ma anche concentrandosi sulla comunicazione della cosiddetta “Bestia” di Matteo Salvini, il celebre sistema di comunicazione politica e propaganda digitale modellata sulle logiche dell’algoritmo di Facebook; e ancora sull’Apple Academy di Napoli, finanziata dalla Regione Campania con oltre cento milioni di euro. Ne esce un libro utile tanto a chi ha attraversato quegli anni senza vederne il disegno quanto a chi, più giovane, non li ha vissuti e ne abita le conseguenze. La scrittura è limpida e le scene sono scelte con cura, mentre la struttura a puntate porta con sé qualche ripetizione e lascia a volte implicito il passaggio dalla cronaca all’interpretazione.

È proprio su questo passaggio che vale la pena di soffermarsi. Resta aperta una domanda che il libro solleva a più riprese: perché siamo rimasti sulla rete? Evidenziando come non vi sia mai stata una vera ribellione, nel finale Luna offre una risposta disarmante: «Perché era comodo, perché è comodo» (p. 182). Per mettere a fuoco la natura di questa comodità, può venire in aiuto il concetto di entropia della teoria dell’informazione, formalizzato da Claude Shannon nel 1948. L’entropia misura il grado di incertezza di un messaggio: ciò che è del tutto prevedibile non genera nuova informazione, mentre ciò che è inatteso ne trasporta moltissima. Il web delle origini descritto da Luna era un ambiente ad alta entropia, un flusso cronologico in cui coesisteva tutto: la foto di un cappuccino accanto a una notizia importante, il link che portava altrove, lo sfogo dell’amico annoiato. L’evoluzione successiva può essere letta come una progressiva e sistematica riduzione di quell’entropia. Ogni nuovo algoritmo ha reso il contenuto successivo sempre più prevedibile, e quindi più sicuro di funzionare, fino ad arrivare al sistema di TikTok a cui, secondo i documenti interni, bastano appena mezz’ora e qualche centinaio di video per decifrare i nostri gusti e sapere esattamente cosa mostrarci.

Il paradosso affiora nel progetto, riferito da Luna, di trasformare Facebook e Instagram in discovery engine, motori capaci di proporre a ciascuno contenuti «che non hanno scelto […] ma che sicuramente gli piaceranno» (p. 108). Una scoperta di cui si conosce in anticipo l’esito è, nei termini di Shannon, un fenomeno che non porta informazione. Il feed rivela qui la sua natura di macchina che produce novità solo in superficie. Ogni video è diverso dal precedente, ma la reazione che suscita è calcolata in anticipo, come nelle slot machine, metafora a cui Luna ricorre più volte: le combinazioni cambiano a ogni giro, la compulsione resta identica. Anche la predilezione degli algoritmi per emozioni emozioni forti ad alta carica negativa si chiarisce in questa luce: non premiano il falso in quanto falso, ma ciò che garantisce una risposta, e la complessità che contraddistingue la ricerca della verità quella garanzia non la offre. Lo stesso vale per la polarizzazione che il libro documenta: una bolla è un sistema a bassa entropia dove ogni messaggio conferma il precedente, e il successivo non sorprende più.

Una democrazia, però, vive della possibilità di dialogo e di esposizione all’inaspettato. Perché, allora, un mondo così addomesticato ci attrae? Forse perché fuori dal feed l’entropia, che si esprime nella costante esposizione all’inaspettato, è diventata insostenibile. La stessa grandezza che rendeva ricco il web delle origini può trasformarsi in rumore: una radio sintonizzata tra due stazioni trasmette, nel senso di Shannon, moltissima informazione, eppure chi ascolta non ne ricava nulla. La differenza non sta nel segnale, ma nella capacità di chi lo riceve di dargli un senso. Quando questa capacità viene meno, la tentazione è ritirarsi nelle immagini. Thomas Pynchon aveva descritto questo meccanismo già nel 1966 in un reportage dal titolo A Journey into the Mind of Watts pubblicato per il New York Times Magazine a meno di un anno dalla rivolta del quartiere nero Watts di Los Angeles. Pynchon analizza la profonda contraddizione tra la Los Angeles descritta dai media e la realtà marginale di Watts. Mentre l’opinione pubblica cittadina – specie la sua componente bianca – resta ampiamente indifferente, i quartieri afroamericani continuano a subire l’impatto devastante di malattie, marginalità economica, violenza e mortalità. Il reportage nasce dalla segregazione e dalla rivolta, e non va ridotto a metafora, ma vi si legge già il gesto che il feed ha reso quotidiano: preferire l’immagine alla realtà quando la realtà fa paura.

Davanti a crisi che si sommano e a un futuro che appare minaccioso, il flusso algoritmico offre un mondo a bassa entropia, ordinato, coerente, cucito su misura. Tuttavia, tale rifugio comporta un prezzo che supera la mera attenzione: per tracciare il profilo di chi lo abita, l’algoritmo necessita di renderne standardizzati e prevedibili i comportamenti. Nel linguaggio di Norbert Wiener, che proprio nel 1948 fondava la cibernetica, il feed è un circuito di retroazione dove a ogni giro non si corregge soltanto la macchina ma anche chi la utilizza. Più la nostra l’imprevedibilità diminuisce, più il nostro comportamento vale per gli inserzionisti. Di un utente, un sistema di raccomandazione impara ciò che si ripete; mentre l’imprevedibile, forse proprio ciò che rendere un utente una persona, è rumore da filtrare. Per una macchina che ottimizza la previsione, la libertà è un errore di misura.

Il capitolo forse più riuscito, in cui questa dinamica tocca qualcosa di più profondo, è quello dedicato alla scomparsa del tempo all’interno di TikTok: l’unico luogo della rete, nota Luna, privo di riferimenti temporali, dove le ore si perdono come accade «quando stiamo facendo una cosa bellissima e il tempo vola» (p. 88). Il paragone è più rivelatore di quanto sembri. Per Schopenhauer l’esistenza, governata da una volontà cieca e insaziabile, oscilla «come un pendolo» tra il dolore del desiderio insoddisfatto e la noia del desiderio appagato (Il mondo come volontà e rappresentazione, § 57). Le vie per sottrarsi all’oscillazione sono l’arte, la compassione e l’ascesi; nella contemplazione estetica il soggetto diventa, per un momento, «puro soggetto della conoscenza, senza volontà, senza dolore, senza tempo» (§ 34). Lo scorrimento infinito imita questa condizione in cui il tempo si dissolve e l’io si dimentica, ma rovesciandola: non sospende la volontà, ma la stimola a una frequenza così alta che ogni desiderio è soddisfatto prima di farsi dolore e rinnovato prima che arrivi la noia. Il pendolo non si ferma ma oscilla talmente in fretta da sembrare immobile, come le pale di un ventilatore acceso. È, tradotta nei termini di Shannon, la bassa entropia allo stato puro: stimolo massimo, sorpresa nulla. Non chiede la fatica dell’arte o dell’ascesi, perché è sempre a portata di mano e uscirne, come sa chiunque sia stato interrotto nel mezzo di uno scroll, è stranamente doloroso. In questo senso, come sottolinea Luna, ci ritroviamo: «Felici e fregati» (p. 55).

La perdita del tempo è però anche la perdita del futuro di cui parla il sottotitolo: in un flusso senza date resta un presente senza memoria e senza domani. Non è un caso, allora, che nel libro le date siano centrali. La cronologia minuziosa di Luna, che a prima vista può sembrare il limite del cronista, è funzionale a rimettere gli eventi in fila per restituire a ciascuno il suo giorno – il contrario esatto del meccanismo dello scroll. Il libro si apre del resto con un’epigrafe di Georgi Gospodinov: «La prima cosa a scomparire, quando si perde la memoria, è la capacità di immaginare il futuro». Ricostruire come le cose siano andate storte è il modo in cui Luna prova a restituirci la memoria, e con essa la possibilità di pensare a delle alternative a quanto accaduto.

Il finale, Per un nuovo inizio, è dichiaratamente un finale di domande. Luna invita a praticare la gentilezza come forma di resistenza, a consumare in modo responsabile, a usare la Internet per studiare e costruire reti di persone. E vede nella mobilitazione per Gaza, cresciuta su Instagram nonostante le rimozioni e le limitazioni decise da Meta, la prova che i social possono ancora essere usati contro il potere: «Sarà Gaza, la sua tragedia, il momento Radio Londra del web?» (p. 179).

In queste pagine si avverte però uno scarto tra il livello dell’analisi relativa alla diagnosi e quello relativo ai rimedi. Se da un lato la diagnosi del libro è strutturale – incentrata sui modelli di business, la concentrazione del potere e su una sfida in cui, come nota il Surgeon General americano Vivek Murthy, un ragazzino è lasciato solo contro i migliori progettisti del mondo –, dall’altro i rimedi proposti restano legati alla morale e all’individuo. Eventi come le cause legali negli Stati Uniti, le normative europee sui mercati digitali o il divieto australiano per i minori di sedici anni emergono solo come timidi segnali di reazione, che il finale non riesce a tradurre in una proposta concreta. Tuttavia, gli sviluppi della cronaca successivi all’uscita del volume dimostrano come la via giudiziaria sia tutt’altro che esaurita. Se nel libro lo scandalo Cambridge Analytica trova il suo epilogo nella multa federale da cinque miliardi di dollari – giudicata insufficiente a intaccare i modelli di business –, la cronaca recente ha riaperto i giochi. Il 21 ottobre 2026, un giudice del New Mexico ha condannato Meta a una sanzione di venticinque miliardi di dollari, dopo che una giuria statale aveva quantificato in oltre 43 milioni le violazioni dolose della normativa contro le pratiche commerciali ingannevoli. Il contenzioso resta formalmente aperto a causa del ricorso preannunciato da Meta, ma la portata della sentenza dimostra che la risposta dei tribunali, indicata nel libro come un timido segnale di reazione, sia una partita tutt’altro che esaurita.

La lettura del fenomeno con la lente dell’entropia, anche in questo caso, può suggerire forse un’aggiunta. Sentenze e leggi possono cambiare le regole del gioco, ma se il feed ci trattiene perché ci protegge dall’incertezza, nessuna regola basterà del tutto finché quella protezione resterà desiderabile. Il contrario dell’algoritmo non è la disconnessione, ma la capacità di sopportare la sorpresa: una conversazione di cui non conosciamo l’esito, una notizia che smentisce ciò che pensavamo, un libro che chiede tempo e non promette di piacere. Sono esperienze ad alta entropia, faticose come l’arte e l’ascesi di Schopenhauer, ed è da esse che dipende la possibilità di riavere un futuro non calcolato in anticipo. I messaggi d’errore, del resto, si chiudono spesso con un invito: «Riprova». Qualcosa è andato storto è, nel suo insieme, quell’invito, a patto di ricordare che riprovare significa accettare di non sapere quale pagina si caricherà.

Scritto da
Pietro Basaglia

Studente magistrale in Italianistica all’Università di Bologna, laureato in Psicologia all’Università di Modena e Reggio Emilia. Il suo lavoro si muove al confine tra discipline umanistiche e scientifiche: scrive di letteratura, filosofia della tecnica e trasformazione tecnologica. Ha partecipato al corso 2026 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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