Filosofia, estetica cooperativa e intelligenza artificiale. Intervista a Mattia Rossi
- 23 Febbraio 2026

Filosofia, estetica cooperativa e intelligenza artificiale. Intervista a Mattia Rossi

Scritto da Antonio Francesco Di Lauro, Daniele Molteni

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L’evento “Filosofia, Estetica cooperativa e Intelligenza Artificiale” del 26 e 27 febbraio è una tappa del percorso “Verso la Biennale”, in preparazione della Biennale dell’Economia Cooperativa 2026, promossa da Legacoop e Legacoop Liguria con la collaborazione di Coopfond, Coop Liguria, Fondazione Barberini. Una due giorni che ha aperto, attraverso il dialogo tra filosofia, economia, tecnologia e mondo cooperativo, una riflessione interdisciplinare sul rapporto tra innovazione tecnologica, conoscenza e valori cooperativi. Al centro del confronto, l’idea che l’intelligenza artificiale non sia neutra, ma debba essere orientata da principi di responsabilità, trasparenza e governance democratica. Pandora Rivista è media partner dell’evento.

In questa intervista a Mattia Rossi – Presidente di Legacoop Liguria e componente del Comitato scientifico della Biennale – approfondiamo i nodi centrali del dibattito: la non neutralità della tecnologia, la sussidiarietà digitale, il ruolo della cooperazione nella governance dei dati e la necessità di orientare l’intelligenza artificiale entro un quadro di diritti, partecipazione e democrazia, coinvolgendo le nuove generazioni. Il programma completo dell’evento è disponibile sul sito di Legacoop Liguria a questo link.


L’appuntamento “Verso la Biennale” di Genova è una tappa promossa da Legacoop in preparazione della Biennale dell’Economia Cooperativa, che presenta una forte identità culturale e progettuale. Qual è la visione che avete voluto imprimere a questa edizione e che tipo di riflessione intendete aprire sul rapporto tra cooperazione, innovazione tecnologica e trasformazioni sociali?

Mattia Rossi: Siamo pienamente consapevoli di vivere nell’era digitale, nell’era dei dati, e questa è la realtà con cui dobbiamo confrontarci. Tuttavia, non è sufficiente limitarsi a restare al passo con l’innovazione tecnologica e non basta inseguire la tecnologia per rispondere alle sfide attuali. Facendolo, finiremmo per affrontare il dibattito esclusivamente in termini economicistici, concentrandoci sulla competitività. Ma per noi la competitività non è un obiettivo sufficiente, perché consideriamo il mercato un ambiente intrinsecamente ingiusto, capace di generare disuguaglianze. E la disuguaglianza che nasce nel mercato, che è innanzitutto economica, inevitabilmente si traduce anche in disuguaglianza sociale. Per questo il nostro interesse è quello di comprendere come introdurre correttivi alle distorsioni prodotte dal mercato. Il tema è strettamente connesso a quello dei diritti e, di conseguenza, alla tenuta della democrazia liberale così come la conosciamo nelle società occidentali.

L’impatto dell’era digitale, in particolare, non riguarda soltanto l’organizzazione del lavoro o la struttura delle imprese, ma interessa l’equilibrio tra potere economico, diritti e partecipazione democratica. Proprio perché non vogliamo limitarci alla dimensione della competitività, abbiamo scelto di affrontare la questione a partire dai principi. Crediamo che le trasformazioni generate dall’era digitale vadano interpretate e governate recuperando il punto di vista originario della cooperazione moderna, quella nata a metà dell’Ottocento. Questo è il senso che abbiamo voluto dare a questa edizione della Biennale: riportare nel presente le ragioni fondative della cooperazione, per metterle alla prova delle sfide contemporanee e usarle come chiave di lettura delle trasformazioni in atto. Ci rendiamo conto che all’appello manca un approfondimento sugli aspetti del lavoro, di come cambia con l’impatto dell’intelligenza artificiale, così come dovremo approfondire gli aspetti legati all’ambiente, consapevoli che la direzione che rischia di prendere la transizione digitale può addirittura confliggere con quella che dovrebbe prendere la transizione ambientale. Ma sono tutte facce di una stessa medaglia: il modello di sviluppo capitalistico, che ora cominciamo ad approfondire sotto il profilo valoriale e dei principi proponendo un modello che può essere diverso.

 

Qual era la concezione originaria della cooperazione e come si è evoluta fino all’idea che ne abbiamo oggi?

Mattia Rossi: La concezione ottocentesca della cooperazione nasce nel solco del pensiero socialista e liberale e muove dalla volontà molto chiara di migliorare concretamente le condizioni di vita delle persone in una società attraversata da profonde ingiustizie. Parliamo di un’epoca segnata da forti privazioni, da una compressione dei diritti fondamentali tale da minare alla base il diritto di cittadinanza. In quel contesto, il lavoro veniva inteso come la forma attraverso cui l’individuo poteva conquistare dignità e riconoscimento come cittadino. Al tempo stesso, però, emergeva con forza la contraddizione tra chi produceva e chi accumulava la ricchezza. Credo di non sbagliarmi se affermo che è in quel clima si avviano le discussioni centrali del pensiero economico sul rapporto tra capitale e lavoro. La cooperazione si inserisce esattamente in questa frattura strutturale del capitalismo per introdurre un elemento di riequilibrio e ottenere benefici comuni attraverso lo scambio e il mutuo aiuto. L’esperienza della Rochdale Pioneers, una delle prime cooperative di consumatori, fondata nel 1844, è emblematica. L’idea iniziale, semplice ma radicale, era quella di unirsi per acquistare beni alimentari di qualità al miglior prezzo possibile, così da garantire il sostentamento alle proprie famiglie. Ma il progetto non si fermò lì. La cooperazione divenne anche strumento per accedere alle cure, all’istruzione, a migliori condizioni di vita. In altre parole, per rafforzare la cittadinanza. Già allora queste esperienze incontrarono forti resistenze e forme di manipolazione del mercato, spesso evidenti e brutali. Oggi queste ultime dinamiche non sono scomparse ma si sono fatte più sofisticate, più sottili. La sfida è determinare oggi il nuovo profilo del rapporto tra il capitale e il lavoro, tra quali forme di capitale e quali forme di lavoro. Permane la tendenza a trasformare le persone in meri consumatori, all’interno di un meccanismo in cui l’accumulazione di ricchezza si alimenta quanto più cresce il numero dei consumatori e la loro capacità di spesa.

Il nodo resta quello di guardare a chi possiede le risorse. Se nell’Ottocento il tema era il possesso dei mezzi di produzione e delle risorse primarie, oggi il tema è quali siano le risorse strategiche, tra cui i preziosissimi dati, e quali siano i mezzi di produzione che le sfruttano. Possiamo azzardare un parallelismo, dunque, tra i consumatori di beni essenziali al tempo dei pionieri di Rochdale, che scambiavano farina d’avena e candele, e i beni essenziali dell’economia del 2026 che sono i dati? Se vogliamo che un mondo di oltre otto miliardi di persone non venga ridotto a una massa di produttori-consumatori di cui una maggioranza perde progressivamente diritti, compresi quelli di cittadinanza e l’altra parte non ne acquisisce di essenziali come vita, cibo, acqua, ambiente accettabilmente salubre dobbiamo chiederci dove collocarci nella catena di produzione del valore generato da questi beni essenziali. La cooperazione deve inserirsi in questo passaggio cruciale, interrompendo una dinamica che svuota la cittadinanza e concentra ricchezza. Da qui nasce l’idea, oggi oggetto di sperimentazione, delle cooperative in cui soci consapevoli gestiscono collettivamente i propri dati con una finalità mutualistica. L’obiettivo non è l’accumulazione capitalistica, ma la valorizzazione condivisa e la redistribuzione del valore generato. È in questo spazio che si collocano la mutualità, l’economia sociale, la redistribuzione non solo della ricchezza ma del valore. Se il margine prodotto viene reinvestito con una finalità collettiva, coerente con lo scambio mutualistico, si resta all’interno di una logica cooperativa; se invece diventa profitto finalizzato all’accumulazione, si ricade in una dinamica opposta. Questo è, in sintesi, il parallelismo tra la metà dell’Ottocento e il 2026: cambiano le risorse strategiche, ma la questione di fondo – chi detiene il valore e a quale fine – resta la stessa.

 

La ricostruzione storica ci consente di proiettare nel presente le ragioni originarie della cooperazione, che, come sottolineato, non sono venute meno ma si sono trasformate. Le sfide attuali, per intensità e portata, sembrano persino più complesse di quelle ottocentesche e impongono, oltre all’azione economica e sociale, anche un forte investimento culturale e divulgativo. In questo quadro si colloca la tappa della Biennale promossa da Legacoop Liguria, in collaborazione con Legacoop Lombardia e Legacoop Piemonte. Nei materiali prodotti in occasione di questo evento compare il concetto centrale di “episteme”, inteso come un sapere situato, non neutro, deliberativo e generativo, capace di orientare il confronto tra filosofia, estetica e intelligenza artificiale. Perché avete sentito il bisogno di introdurre questa cornice concettuale per rispondere a queste sfide?

Mattia Rossi: Ricordo quando alcuni esperti dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) vennero in Legacoop a tenerci una lezione sulle reti neurali. In quell’occasione emerse un parallelismo sorprendente tra il funzionamento delle reti neurali e il mondo della cooperazione. La cooperazione può essere infatti letta come una grande rete: al suo interno circolano informazioni, input, stimoli, reazioni, azioni. E questa rete, a sua volta, è immersa in un sistema più ampio con cui scambia continuamente informazioni e conoscenza. Il punto decisivo è questo: su cosa si fondano questi scambi? Sulla conoscenza, sulle informazioni, sull’evidenza dei fatti e dei pensieri che generano altri pensieri e azioni. Da qui deriva la convinzione che una delle principali condizioni di tenuta della cooperazione è la consapevolezza di ciò che si fa, cioè la conoscenza. Non è un caso che il quinto principio cooperativo preveda il diritto dei soci di essere formati e informati. Alla base della cooperazione c’è dunque il presupposto epistemico che riguarda la possibilità di accedere a informazioni corrette, di comprendere ciò che accade, di partecipare consapevolmente.

Oggi il contesto è segnato da un forte rischio di manipolazioni. Se non fosse così, non ci interrogheremmo con tanta urgenza sui rischi legati all’intelligenza artificiale. La questione centrale è capire se ciò che viene prodotto e veicolato attraverso sistemi di IA poggi su basi di conoscenza solide e verificabili, oppure su basi alterate. Il tema, quindi, è tanto tecnologico quanto epistemologico: quali sono le fonti? Quali dati alimentano le reti neurali? Quali criteri di verità orientano gli output? Se non conosciamo l’origine e la qualità delle informazioni, diventa estremamente difficile distinguere tra ciò che è reale e ciò che è manipolato. Per questo vogliamo approfondire dove intercettare il processo, da quale punto partire per innescare un meccanismo virtuoso che generi conoscenza autentica e, di conseguenza, consapevolezza. La nostra riflessione ha l’obiettivo di comprendere le condizioni di produzione della conoscenza nell’era dell’intelligenza artificiale e riportarla all’interno di una cornice cooperativa, fondata sulla trasparenza, la responsabilità e la partecipazione.

 

Cosa significa, concretamente, affermare che la tecnologia non è neutra, in particolare quando parliamo di intelligenza artificiale, dati e piattaforme digitali? E quali effetti produce tutto questo sull’economia, sulla qualità della democrazia, sull’autonomia individuale e sulla fiducia nei sistemi tecnologici?

Mattia Rossi: Dire che la tecnologia non è neutra significa riconoscere che ogni strumento è sempre orientato a un fine. L’intelligenza artificiale, in quanto strumento, non può essere neutra perché è progettata e utilizzata per raggiungere determinati obiettivi. Non esiste uno strumento neutro nel momento in cui interviene a modificare uno stato di cose. Se utilizzo un telefono per fare una chiamata, sto già alterando la mia situazione e quella dell’interlocutore, perché lo strumento produce un effetto. La questione, allora, riguarda quale finalità orienta una tecnologia non neutra. Se uno strumento viene impiegato per perseguire un obiettivo consapevole e condiviso, la sua azione è almeno coerente con una volontà dichiarata. Non è neutrale, ma è orientato. Se invece viene utilizzato per fini che non abbiamo scelto, che non conosciamo o che non abbiamo condiviso, l’effetto prodotto può risultare distante dai nostri interessi, se non addirittura contrario. E qui emergono dei rischi evidenti. La mancanza di consapevolezza sull’uso e sulle finalità della tecnologia può avere conseguenze profonde, soprattutto sulla qualità delle nostre democrazie. Il primo rischio è la progressiva perdita di coscienza dei propri diritti. È un processo lento, spesso sottovalutato, relativo alla manipolazione dell’informazione, fino a coinvolgere la sfera del voto, che può portarci a non riconoscere più alcuni diritti come tali, o a considerarli secondari. In questo modo si indebolisce la cittadinanza e avviene quel passaggio da cittadini a semplici produttori-consumatori, che espone maggiormente alla manipolazione. E la manipolazione, per definizione, induce comportamenti eterodiretti, che seguono delle logiche che non si sono scelte consapevolmente.

Le conseguenze sono sia economiche che culturali e politiche. Si può assistere a una regressione di principi che stanno alla base delle democrazie liberali, come la solidarietà, la partecipazione, la responsabilità collettiva. Se cresce la sfiducia nei sistemi tecnologici – o, al contrario, se si manifesta una fiducia acritica – aumenta l’inconsapevolezza. E nell’inconsapevolezza si finisce per accettare fini che non sono stati mai realmente deliberati. Per questo la questione della non neutralità della tecnologia è centrale e riguarda l’autonomia delle persone, la qualità della democrazia e la capacità di mantenere un rapporto critico e responsabile con gli strumenti che utilizziamo.

 

Un concetto interessante di cui si parla poco è quello di “sussidiarietà digitale”. Di cosa si tratta e in che modo si lega ai temi che abbiamo trattato finora?

Mattia Rossi: L’idea di sussidiarietà digitale è una riflessione che abbiamo iniziato a elaborare osservando la crisi delle democrazie liberali e la sua connessione con la crescita dell’economia digitale. È un concetto che nasce dall’esigenza di trovare un nome a un problema nuovo. Storicamente il capitalismo tende alla massima accumulazione della ricchezza e questo obiettivo è strutturalmente in tensione con i principi democratici di giustizia ed eguaglianza. Nelle democrazie liberali occidentali questa tensione è stata regolata dalle costituzioni, che hanno introdotto limiti e correttivi: la Costituzione della Repubblica Italiana, ad esempio, disciplina i rapporti economici e sociali stabilendo che l’iniziativa economica è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. L’accumulazione è legittima, ma entro un quadro di garanzie collettive. Questo equilibrio corre parallelo al principio di sussidiarietà che garantisce l’iniziativa privata per le attività di interesse generale, che si esprime in due modi: la sussidiarietà verticale, che implica che lo Stato sostenga i livelli istituzionali più vicini ai cittadini nelle funzioni amministrative; e la sussidiarietà orizzontale, che riconosce ai cittadini la possibilità di organizzarsi per concorrere all’interesse generale. Su questa architettura si è costruito il welfare. Il problema emerge quando l’economia digitale – che entra nella sfera della determinazione dei servizi di carattere generale – si colloca al di sopra degli Stati e opera in larga misura svincolata dai limiti costituzionali. La concentrazione di ricchezza nelle grandi piattaforme digitali private permette una straordinaria capacità di fornire servizi, compresi quelli essenziali negli ambiti della sanità, della formazione e dell’istruzione in competizione con i sistemi pubblici. Questo fenomeno, prima di tutti nei sistemi in cui il welfare pubblico è centrale nell’organizzazione dei servizi essenziali, ma poi per qualsiasi sistema, crea nel medio-lungo periodo rischi di discriminazioni. Il progressivo ricorso all’affidamento privato in ragione del risparmio, se non normato, è destinato a trasformare l’efficienza in disimpegno verso i servizi essenziali non remunerativi. In alcuni casi non si delega soltanto l’erogazione dei servizi, ma anche la definizione stessa dei bisogni. Se il perimetro dei diritti fondamentali, come l’assistenza sanitaria e l’istruzione, viene di fatto determinato da soggetti privati orientati al profitto, lo Stato viene espropriato di una funzione essenziale. Si tratta di una questione di efficienza e di sovranità costituzionale non solo di efficienza economica. E qui si inserisce la sussidiarietà digitale: quando servizi, diritti e bisogni sono mediati da piattaforme e algoritmi, occorre chiedersi chi stabilisce le regole e con quali finalità. Se l’obiettivo è l’accumulazione, il margine generato difficilmente verrà redistribuito. Se invece il soggetto opera con finalità mutualistiche, come avviene nella cooperazione, il valore prodotto viene reinvestito a beneficio della collettività; è garantito l’interesse generale nell’ambito dell’iniziativa privata come prevede il principio di sussidarietà.

L’intelligenza artificiale, inoltre, amplifica questo scenario in quanto gli algoritmi orientano i comportamenti, personalizzano i servizi in base alla capacità di spesa e generano valore economico a partire dai dati. Se l’accesso ai servizi dipende dalla possibilità di pagarli, l’algoritmo sarà addestrato a privilegiare chi può permettersi di farlo. Parti della popolazione rischiano così di essere escluse. La questione diventa allora costituzionale prima ancora che tecnologica, facendo emergere l’esigenza di riportare l’economia digitale entro un quadro di garanzie coerente con i diritti fondamentali. Per sussidiarietà digitale si intende, quindi, la garanzia che anche nello spazio digitale l’iniziativa privata rivolta alla soddisfazione dei bisogni resti orientata all’interesse generale e non all’accumulazione del profitto. In gioco c’è la qualità della cittadinanza e la libertà di ognuno di noi.

 

Abbiamo citato il ruolo dello Stato in questo contesto, ma anche quello del mondo della cooperazione rispetto al principio di sussidiarietà. In che modo i principi cooperativi – come la governance democratica, la partecipazione, il mutualismo e l’inclusione – possono diventare criteri concreti di progettazione tecnologica e non soltanto riferimenti etici astratti? È soprattutto una sfida culturale, organizzativa o formativa per le cooperative e per Legacoop come soggetto di rappresentanza?

Mattia Rossi: Il ruolo della cooperazione è già riconosciuto sul piano costituzionale. L’articolo 45 della Costituzione della Repubblica Italiana afferma che la Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata, e ne promuove lo sviluppo. Questo significa che la cooperazione non è semplicemente una forma giuridica tra le altre, ma un modello che incorpora principi coerenti con l’impianto costituzionale. Alla base della cooperazione esiste un insieme di regole che precedono e orientano l’attività economica. I sette principi cooperativi stabiliscono le linee guida fondamentali che trasformano i valori cooperativi in azioni concrete, basandosi su adesione libera, controllo democratico (una testa, un voto), partecipazione economica, autonomia, educazione, cooperazione tra cooperative e interesse per la comunità. Il fatto che i soci si uniscano per raggiungere un obiettivo comune attraverso lo scambio mutualistico implica il vincolo preciso di soddisfare un bisogno condiviso. Questo orientamento può diventare un criterio reale anche nella progettazione tecnologica. Significa, ad esempio, chiedersi chi governa l’algoritmo, chi partecipa alle decisioni, come viene redistribuito il valore generato, quali dati vengono utilizzati e con quale finalità. Naturalmente non è realistico immaginare una trasformazione totale dell’economia capitalistica in economia cooperativa. Tuttavia, come hanno fatto i padri costituenti, è possibile introdurre all’interno dell’impianto normativo generale dei principi capaci di mitigare le degenerazioni dell’ipercapitalismo. Le costituzioni delle democrazie liberali e le loro istituzioni sovranazionali e sovrastatali hanno svolto questa funzione: che piaccia o non piaccia hanno regolamentato il mercato per evitare che l’accumulazione compromettesse i diritti e la coesione sociale. Purtroppo, non riuscendoci sempre.

Oggi, come nel 1947, occorre far riconoscere il modello cooperativo come uno strumento in grado di contenere le distorsioni dell’economia digitale. Parlare di cooperazione significa parlare di equità, di giustizia sociale, di partecipazione democratica, cioè dei presupposti della convivenza liberale. La sfida è insieme culturale, organizzativa e formativa. È culturale perché richiede una visione alternativa del rapporto tra tecnologia e società. È organizzativa perché implica modelli di governance coerenti con la partecipazione reale dei soci. È formativa perché senza competenze adeguate, soprattutto nel campo digitale, quei principi restano dichiarazioni di intenti. In questo senso, il compito di Legacoop come soggetto di rappresentanza è duplice: da un lato rafforzare internamente la capacità delle cooperative di applicare questi principi anche nei processi tecnologici; dall’altro contribuire al dibattito pubblico e normativo affinché le regole dell’economia digitale non siano dettate esclusivamente dalla logica dell’accumulazione, ma restino ancorate ai valori costituzionali.

 

Il lavoro svolto in questa direzione si concretizza, come abbiamo detto, anche da un punto di vista divulgativo. E proprio in questo segmento si collocano i panel che si svolgeranno durante la tappa della Biennale a Genova. In che modo la storia della città, le sue fragilità e le sue potenzialità la rendono oggi un luogo particolarmente significativo per interrogarsi su intelligenza artificiale, dati e nuovi modelli di sviluppo economico ispirati ai valori cooperativi? La città di Genova può essere letta anche come un laboratorio di dinamiche che riguardano altri territori?

Mattia Rossi: Sì, possiamo parlare di Genova come di un laboratorio, perché storicamente lo è stata in più fasi. Se guardiamo alla nascita della cooperazione in Europa, a metà dell’Ottocento, vediamo che si sviluppa nelle aree attraversate in modo più intenso dalla rivoluzione industriale. In Italia questo processo riguarda il Nord, e in particolare l’asse che comprende Genova, Torino e Milano. Le prime esperienze cooperative italiane nascono proprio in questi territori: le prime cooperative tra consumatori nascono a Genova e in Liguria, la prima fabbrica cooperativa industriale del settore vetrario nasce ad Altare, in provincia di Savona, ed è a Genova Sampierdarena nel congresso del 1893 che la Federazione nazionale delle cooperative assume il nome attuale di Lega delle Cooperative. Questo significa che la Liguria è stata uno dei luoghi originari della cooperazione nel nostro Paese, un dato che parla di una cultura economica e sociale capace di organizzarsi collettivamente in momenti di trasformazione profonda. Genova è una città che ha conosciuto fasi di grande sviluppo e fasi di forte fragilità, e proprio questa combinazione la rende interessante. Le fragilità – oggi anche industriali, infrastrutturali e demografiche – convivono con le potenzialità legate alla presenza di competenze tecnologiche, centri di ricerca, grandi imprese innovative e una tradizione organizzativa radicata. In questo senso Genova potrebbe diventare un laboratorio per sperimentare modelli avanzati, ad esempio un registro pubblico cooperativo di gestione dei dati. Un’infrastruttura di questo tipo consentirebbe di utilizzare i dati per migliorare concretamente i servizi ai cittadini, attraverso modelli predittivi applicabili all’ambiente, alla mobilità, alla salute, alla pianificazione urbana. La tecnologia esiste già, i dati vengono generati a milioni in continuazione, la questione è come governarla, con quale finalità, a chi lasciare la proprietà dei dati e la ricchezza che producono.

Sul territorio sono presenti imprese leader nell’innovazione tecnologica, centri di competenza di livello internazionale e una tradizione cooperativa consolidata. Se queste risorse dialogano, è possibile immaginare un modello in cui il valore generato dall’innovazione venga almeno in parte reinvestito nel sistema pubblico, rafforzando servizi e diritti. Genova, dunque, non è soltanto il luogo che ospita una tappa della Biennale, ma può rappresentare un segnale: l’idea che in una fase di trasformazione radicale dell’economia digitale si possa tornare a elaborare, come già avvenuto nell’Ottocento, un modello capace di coniugare innovazione, diritti e organizzazione collettiva.

 

Un altro tema centrale riguarda il rapporto umano-macchina, dai robot sociali ai contesti di cura e assistenza. Dove si colloca il confine tra un’innovazione tecnologica che supporta le relazioni umane e una che rischia di impoverirle o sostituirle? Chi dovrebbe essere responsabile, a livello progettuale e politico, di tracciare questo confine?

Mattia Rossi: La prima cosa da chiarire è che il confine non può essere posto contro l’innovazione. Il rischio più grande sarebbe immaginare un impianto normativo o culturale che limiti la capacità di innovare. L’innovazione non va frenata, va governata e orientata. E ciò riguarda le finalità, ovvero quanto la macchina è funzionale a migliorare le condizioni di vita, a rafforzare l’autonomia delle persone, a garantire diritti fondamentali come la salute, l’assistenza, la sicurezza. E quanto, invece, diventa uno strumento che limita o sostituisce in modo improprio la responsabilità umana. La tecnologia in sé è la stessa; cambia l’uso. Un drone può essere impiegato per mappare il dissesto idrogeologico e prevenire tragedie ambientali, oppure per colpire un obiettivo militare. Un sistema di intelligenza artificiale può supportare la diagnosi medica o assistere un malato di Alzheimer, ma può anche essere impiegato per esercitare forme invasive di controllo sociale. La linea di demarcazione è politica ed etica. Il rapporto tra uomo e macchina è sempre stato, nella storia, inizialmente conflittuale. Ogni rivoluzione tecnologica ha generato timori di sostituzione e impoverimento. Poi si è trovato un equilibrio. Oggi però la velocità e la pervasività dello sviluppo dell’intelligenza artificiale rendono più difficile individuare quel punto di equilibrio. Il rischio di impoverimento si verifica quando la macchina non integra ma sostituisce il lavoro e la capacità decisionale umana, soprattutto nei contesti in cui sono in gioco diritti e responsabilità. Se delego integralmente a un algoritmo la definizione di un bisogno sociale o l’accesso a un servizio essenziale, riduco lo spazio della valutazione umana e della responsabilità democratica.

Al contrario, la tecnologia amplia le potenzialità quando rafforza l’autonomia delle persone, migliora la qualità dei servizi e del lavoro, riduce le disuguaglianze e aumenta la capacità di prevenzione e cura. In quel caso non sostituisce l’umano, ma lo potenzia. Chi deve stabilire il confine? Questa responsabilità non può essere lasciata al solo mercato, ma è un compito che spetta agli impianti costituzionali, alla politica, alle istituzioni democratiche, ai corpi intermedi e alla società organizzata. È una responsabilità collettiva. Le regole devono essere definite in modo trasparente e coerente con i diritti fondamentali. In questo momento la difficoltà sta proprio qui: facciamo fatica a capire dove collocare quel limite e come esercitare un governo consapevole dell’innovazione. È questa incertezza a generare paura, ma la risposta non è rinunciare alla tecnologia; è costruire un quadro di regole che ne orienti lo sviluppo a servizio della persona e non viceversa.

 

Una riflessione di questo calibro, che prova anche a superare la polarizzazione nel dibattito sull’intelligenza artificiale, richiede inevitabilmente un approccio articolato e multilivello. Il programma dei relatori della due giorni di Genova riflette questa scelta. Come avete costruito questa impostazione interdisciplinare e che tipo di confronto vi aspettate?

Mattia Rossi: Prima ho utilizzato la metafora della rete neurale per descrivere la cooperazione. E una rete neurale funziona perché è composta da nodi interconnessi; più la rete è ricca e articolata, più è capace di elaborare informazioni complesse. Abbiamo applicato lo stesso principio alla costruzione del programma con l’obiettivo di creare un sistema di relazioni tra competenze diverse. Per questo abbiamo scelto di allargare il più possibile il perimetro del confronto, mettendo in dialogo nodi differenti della rete: imprenditori cooperativi, imprenditori privati, filosofi, ingegneri, economisti, studiosi delle scienze sociali. Il primo passo è stato confrontarci con l’ambito filosofico, per cui il contributo del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Genova è stato fondamentale nella definizione dell’impianto. Siamo partiti dai principi e dai valori, perché riteniamo che la questione dell’intelligenza artificiale e dei dati non sia soltanto tecnologica o economica, ma prima ancora epistemologica ed etica. Da lì si è sviluppato un percorso quasi maieutico, che ci ha permesso di costruire un impianto multidisciplinare.

La scelta è stata coerente con l’idea che problemi complessi non possano essere affrontati con una sola lente interpretativa. Se parliamo di tecnologia senza filosofia, rischiamo di perdere la dimensione del senso. Se parliamo di etica senza ingegneria, rischiamo di restare nell’astratto. Se discutiamo di economia senza governance, rischiamo di ignorare gli effetti concreti sui modelli organizzativi. Il confronto che può nascere da questa pluralità di prospettive è capace di generare sintesi nuove mettendo in relazione le competenze. In questo modo si evita sia l’entusiasmo acritico sia il rifiuto pregiudiziale della tecnologia. Si prova invece a costruire uno spazio comune di elaborazione, in cui generazioni, discipline e ruoli diversi possano contribuire a una visione condivisa. In fondo, è un’applicazione coerente dei principi cooperativi al dibattito culturale: partecipazione, pluralità, responsabilità condivisa. Anche questa è una forma di mutualità, declinata sul piano della conoscenza.

 

Per chiudere, il secondo giorno di questa tappa della Biennale è dedicato a workshop rivolti prevalentemente agli under 35, orientati alla costruzione di progetti concreti. Che ruolo attribuite alle nuove generazioni in questo percorso di sperimentazione? E quale eredità vi augurate possa lasciare la tappa genovese?

Mattia Rossi: Se si parla di futuro, è giusto che siano soprattutto i giovani a discuterne e a progettarlo. La mia generazione, in questa fase, dovrebbe fare uno sforzo di ascolto. Spesso si parla di giovani senza coinvolgerli davvero; noi abbiamo scelto di fare l’opposto. Le iscrizioni, tra l’altro, ci stanno confortando perché la partecipazione è prevalentemente di ventenni e trentenni. Se vogliamo proiettare la cooperazione nel futuro, non possiamo farlo con chi quel futuro lo ha già in larga parte attraversato. Parlare di futuro senza lasciare spazio a chi lo vivrà è un atto di arroganza. Ai giovani non dobbiamo dire cosa fare, ma dobbiamo offrire strumenti, spazi e alcune risorse, poi lasciare che siano loro a costruire. Quando ci confrontiamo con loro, emerge con chiarezza un’esigenza di giustizia, di libertà, di possibilità. Le mobilitazioni che vediamo in molte parti del mondo sono guidate da giovani che non accettano un futuro segnato da disuguaglianze, precarietà e restrizioni dei diritti. Se li si ascolta, non immaginano un mondo fondato sull’esclusione, ma un mondo di pace in cui sia possibile vivere dignitosamente, muoversi, studiare, lavorare senza paura. Il nostro compito è creare le condizioni perché siano loro a decidere. Anche l’esperienza dell’Officina delle idee, nata in ambito Legacoop Liguria, va in questa direzione: un’organizzazione autonoma, con risorse sicuramente limitate ma reali, che permette ai giovani di discutere e progettare senza interferenze.

Quanto all’eredità, ci auguriamo innanzitutto che da Genova parta una discussione strutturata su questi temi. Il fatto che il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Genova abbia deciso di avviare un corso dedicato a questi temi è un segnale importante perché significa che si può creare un nucleo stabile di approfondimento, oltre l’evento isolato. Anche il contesto della Fondazione di Palazzo Ducale può diventare un luogo di continuità per questo confronto. I workshop, inoltre, hanno l’obiettivo operativo di elaborare progetti concretamente realizzabili, piani di fattibilità per nuove cooperative e piattaforme digitali in ambiti strategici come la formazione, la cooperazione dei dati, l’innovazione dei servizi. Proposte capaci di trasformarsi in startup cooperative o in nuove esperienze mutualistiche. La speranza è che, mettendo i giovani a confronto con i contenuti cooperativi e mutualistici, non semplicemente con la forma “cooperativa” in sé, maturino l’idea che il proprio futuro possa essere organizzato anche attraverso questo modello. La cooperazione non è soltanto un’opportunità occupazionale; è uno strumento per organizzare servizi, risorse e relazioni in modo coerente con i principi democratici della partecipazione. Se da Genova nasceranno nuovi percorsi, nuove cooperative digitali, nuove reti tra competenze diverse, allora potremo dire che questo è stato l’inizio di un cammino che Legacoop Nazionale, sotto la presidenza di Simone Gamberini, sta imboccando.

Scritto da
Antonio Francesco Di Lauro

Redattore di «Pandora Rivista», laureato in Scienze Politiche – ramo Relazioni internazionali all’Università di Bologna. Ha partecipato al corso 2024 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Daniele Molteni

Editor di «Pandora Rivista», si è laureato in Relazioni internazionali all’Università Statale di Milano e ha collaborato con diverse realtà giornalistiche, tra cui «Africa Rivista», «Lavialibera» e «Modern Insurgent». Si occupa di politica internazionale, questioni sociali e tecnologia. È membro del collettivo giornalistico “Fuorifuoco”.

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