Scritto da Giacomo Bottos
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L’Italia è storicamente un Paese dove l’alfabetizzazione economico-finanziaria è carente, un aspetto che nell’attuale contesto internazionale – segnato da turbolenze internazionali che hanno profonde conseguenze economiche – diventa ancora più critico. Quali sono le strade per diffondere una maggiore cultura economica? Come si possono coniugare la ricerca scientifica più avanzata e la divulgazione? Come far dialogare le scienze economiche con le altre discipline?
Per provare a riflettere su questi interrogativi, abbiamo intervistato Tito Boeri, nella sua veste di Direttore di «Eco», rivista di informazione sui temi economici e di Direttore scientifico del Festival Internazionale dell’Economia di Torino – a cura di Editori Laterza, Collegio Carlo Alberto e Torino Local Committee (TOLC) – che quest’anno si svolgerà dal 22 al 25 ottobre.
Tito Boeri è Professore ordinario e Direttore del Dipartimento di Economia presso l’Università Bocconi di Milano e Senior Visiting Professor alla London School of Economics. È stato Senior Economist all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Commissione Europea, dell’Ufficio Internazionale del Lavoro e del Governo italiano. Ha inoltre ricoperto la carica di Presidente dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS).
Lei ha dedicato un significativo impegno alla divulgazione e all’aumento della consapevolezza pubblica sui temi economici, con iniziative come il Festival Internazionale dell’Economia o la rivista «Eco». Alla luce di questa esperienza, qual è oggi il livello di consapevolezza economica nel nostro Paese? E quali strade dovrebbe percorrere chi vuole fare divulgazione economica in modo serio e, allo stesso tempo, accessibile?
Tito Boeri: Se guardiamo alle indagini che vengono svolte a livello internazionale, volte a misurare il grado di consapevolezza economico-finanziaria, purtroppo l’Italia è fanalino di coda, perché nel nostro Paese la cultura economica è limitata. L’insegnamento dell’economia nelle scuole medie, ad esempio, è combinato con il diritto, e spesso i docenti hanno una formazione più giuridica che economica. Questo porta a dare maggior peso alla componente del diritto, che è sicuramente rilevante, ma a detrimento di quella economica. La conseguenza è che anche nozioni di base di grandissima utilità per il nostro vivere quotidiano non vengono fornite. Noi crediamo sia molto importante offrire un’offerta di informazione economica di qualità e quello che cerchiamo sempre di fare, dalle varie iniziative del Festival Internazionale dell’Economia al progetto della rivista Eco, è quello di trasferire non soltanto le notizie sulle ricerche svolte, ma anche di provare a trasmettere al lettore, o a chi viene ad ascoltare le lezioni del festival, un metodo di ragionamento per riuscire a capire e interpretare i dati. Siamo in un mondo pieno di informazioni e di dati ma spesso ci manca proprio la capacità di elaborarli, di sintetizzarli, di parlarne in modo semplice. Questo è l’obiettivo che sta al cuore delle nostre iniziative.
Il Festival Internazionale dell’Economia è arrivato nel 2026 alla sua quinta edizione. Possiamo ormai considerarlo un appuntamento consolidato? Che bilancio si può tracciare delle ultime edizioni del festival?
Tito Boeri: Il Festival Internazionale dell’Economia di Torino si basa sull’esperienza precedente delle sedici edizioni di Trento. Quindi, in realtà, abbiamo già più di vent’anni di esperienza nell’organizzare eventi di questa natura. Il vantaggio di essere a Torino è quello di trovarsi in una città con un’offerta formativa e una capacità di volume di ricerca enorme, che si svolge in varie sedi. Collaboriamo non solo con l’Università di Torino, ma anche con il Politecnico di Torino e con istituti come il Collegio Carlo Alberto, e questo ci permette maggiormente di utilizzare il patrimonio esistente e di valorizzarlo nell’organizzazione del Festival, con moderazioni, introduzioni agli incontri e interventi di docenti di grande prestigio. Un aspetto invece che presenta qualche difficoltà in più rispetto alla realtà di Trento è che, essendo quest’ultima una città più piccola, il festival era, diciamo, l’evento principale che tutta la città attendeva. A Torino ci sono tantissime altre iniziative di grande livello, a partire dal Salone del libro. Ma questa è anche una sfida importante per noi, perché ci spinge a valorizzare sempre di più il nostro festival. Ci sembra che anno dopo anno l’interesse e la presenza della città agli eventi del festival aumenti perché c’è interesse e questo porta coinvolgimento.
Nel 2025 il tema prescelto per il festival è stato “le nuove generazioni del mondo”. Quali sono le considerazioni principali che avete fatto per mettere al centro questa questione?
Tito Boeri: Siamo partiti da due considerazioni principali. La prima riguarda l’analisi del grado di benessere delle giovani generazioni. Molte indagini misurano il grado di benessere con una serie di domande sullo stato di salute delle persone, sul loro disagio psicologico, sulle questioni di genere, e sulla percezione che hanno della loro condizione e del loro grado di felicità. Abbiamo notato come negli ultimi anni ci sia stato un cambiamento profondo: prima, normalmente, il profilo per età di queste misure era tale per cui il disagio psicologico era inizialmente basso per i giovani e per gli adolescenti, e tendeva a crescere con l’età fino a raggiungere un picco attorno ai 50 anni, con la cosiddetta crisi di mezza età, e poi successivamente calava. Negli ultimi 15 anni, invece, la situazione è cambiata radicalmente: sono i giovani a essere quelli maggiormente in condizioni di disagio, e questo disagio tende a diminuire col passare degli anni. Chiaramente dietro a questo disagio ci sono molti fattori, di cui abbiamo discusso all’interno del festival. Secondo molti esperti, ciò potrebbe essere dovuto all’utilizzo degli smartphone, al fenomeno dell’iperconnessione e al fatto di essere costantemente sotto l’attenzione di tutti. È come se i nostri giovani vivessero costantemente impegnati su uno schermo televisivo e questo è qualcosa di particolarmente stressante. Poi ci sono anche ragioni più strettamente economiche, come le difficoltà che hanno i giovani nell’inserirsi nel mercato del lavoro, nel costruire una famiglia, nel pensare positivamente al proprio futuro. Su ciascuno di questi aspetti, siamo andati a fondo per guardare a quali sono le questioni principali.
L’altro grande fenomeno in atto che riguarda la condizione giovanile è quello che sta avvenendo sul fronte demografico. Vediamo le popolazioni di diversi Paesi in forte diminuzione a causa di un calo dei tassi di fecondità, e l’Italia è capofila anche in questo senso. Spesso di questa evoluzione della demografia c’è poca consapevolezza, eppure i dati sono veramente molto rilevanti e parlano di una riduzione della popolazione italiana, per esempio, nell’arco di tre generazioni, al 20% di quella attuale. Questo è un aspetto importante che ha delle implicazioni molto forti anche sulla crescita economica. Inoltre, i fenomeni descritti sono anche cumulativi, perché, quando diminuiscono le donne in età fertile, anche se dovesse arrestarsi il calo del tasso di fecondità la popolazione continuerà a diminuire. Sicuramente bisogna capire cosa sta dietro a questo fenomeno, ma anche quali sono le implicazioni. Questa crisi demografica potrebbe rendere l’ingresso nel mercato del lavoro più facile, e non è un caso che adesso abbiamo imprese alla disperata ricerca di personale e che il tasso di disoccupazione giovanile è diminuito, però c’è spesso anche un disallineamento tra la qualità dell’offerta di lavoro e la qualità della domanda di lavoro. I sistemi formativi devono fare molto per migliorare questo aspetto.
Come si è imposto il contesto internazionale – le politiche dell’amministrazione Trump, i dazi e le tensioni internazionali – sulla vostra riflessione? Rispetto a questa situazione, quali sono alcuni degli spunti e delle chiavi di lettura che i relatori del festival hanno portato?
Tito Boeri: Al festival noi scegliamo un tema dominante su cui andiamo poi a selezionare i relatori. Poi certamente diamo spazio anche a temi che sono più legati all’attualità, e quindi abbiamo parlato molto della nuova amministrazione statunitense, di quanto sta avvenendo nella società e nelle università americane e dei conflitti in corso in tante aree del mondo. Su tutti questi temi abbiamo avuto testimonianze di alto livello, come quella di Paul Krugman, o di Martin Wolf e Tony Venables sui dazi e il futuro del commercio internazionale. Indubbiamente c’è molta preoccupazione perché l’azione dell’amministrazione statunitense, più che dettata da una strategia, appare essere legata alle scelte individuali di una persona, che tra l’altro sembra non ascoltare i consigli di chi gli è attorno e che ha maggiori conoscenze. Questo può davvero portare a degli esiti imprevedibili e per molti aspetti anche pericolosi, perché l’impatto di queste azioni sulle nostre economie può essere tanto più forte quanta più incertezza si diffonde tra le persone, proprio perché non si sa in quale direzione questa guerra commerciale evolverà. Quando c’è molta incertezza, la scelta più razionale che gli investitori e le famiglie possono fare è quella di aspettare, guardare cosa succede e rimandare i piani di investimento e i piani di spesa. Questo è quello che tipicamente porta un Paese alla recessione. D’altro canto, la guerra combattuta sul terreno del confronto militare – un altro tema a cui abbiamo dedicato attenzione – è una guerra che per quanto riguarda il fronte ucraino rischia di continuare per molto tempo, anche perché le tecnologie militari si sono evolute in una direzione che favorisce particolarmente chi si difende rispetto chi attacca. Per questa ragione, di fronte anche a una sproporzione di forze militari così forte come quella tra Russia e Ucraina, l’Ucraina riesce a resistere con una capacità che agli inizi del conflitto probabilmente non era stata prevista.
Ritornando al tema dei giovani e delle nuove generazioni, quali sono le analisi, le proposte e le idee più interessanti emerse dai momenti di discussione del festival?
Tito Boeri: Sono tantissime. Ad esempio, si è parlato molto di come incentivare una maggiore scelta da parte soprattutto delle donne di percorsi di studio legate alle materie STEM, perché sono quelle verso cui oggi si indirizza gran parte della domanda di lavoro. Spesso è stata documentata quella forma di autoselezione per cui le donne ritengono che non siano materie per loro e, nonostante i rendimenti scolastici dicano esattamente il contrario, tendono a orientarsi verso materie che sono meno richieste e meno retribuite dal mercato. Quindi il punto è come promuovere adeguate campagne culturali e di informazione per mostrare che le donne hanno assolutamente un potenziale, a volte superiore a quello degli uomini, quando investono tempo ed energie intellettuali in queste materie.
Si è parlato molto anche della cosiddetta child penalty, cioè la penalizzazione che le donne subiscono sul mercato del lavoro quando hanno dei figli. E si è visto come questa penalty sia un po’ il fattore che spiega la persistenza dei divari salariali tra uomini e donne sul mercato del lavoro, perché le donne con figli, ancora oggi, sono spesso costrette a rinunciare alle proprie carriere o a prospettive di remunerazione maggiori. Nel caso delle donne che non hanno figli, in genere il divario con gli uomini è ridotto, se non addirittura annullato. Partendo proprio da queste constatazioni, abbiamo discusso di cosa si può fare per alleggerire il ruolo delle madri, favorire una maggiore condivisione degli oneri della cura dei bambini da parte di entrambi i membri della coppia, e una maggiore socializzazione dei costi legati al fare figli. Si è inoltre parlato molto, ovviamente, del sistema educativo, di come migliorare il lavoro degli insegnanti e di come valorizzarlo maggiormente. Ma si è parlato anche delle università e quindi, ovviamente, del caso degli Stati Uniti, anche perché avevamo diversi relatori che insegnano ad Harvard, e si è discusso con loro del pericolo che le strette governative colpiscano i centri d’eccellenza anche nella ricerca economica. Al tempo stesso, però, questo fenomeno grave e pericoloso può essere anche una grandissima opportunità per Paesi come l’Italia per richiamare persone che hanno grande potenziale di ricerca, così da favorire un loro rientro in Italia o gli investimenti nel sistema universitario italiano.
Per quanto riguarda il festival, ci sono contenuti o esperienze che possono essere diffusi e valorizzati ulteriormente, anche in fasi successive?
Tito Boeri: Sì, abbiamo in mente di valorizzare il patrimonio di public lectures del festival in diversi modi, perché lasciano delle tracce profonde, vanno al di là dell’attualità e quindi possono essere ascoltate anche ad anni di distanza mantenendo tutta la loro forza e il loro significato. Vogliamo diffonderle sia sul sito del festival, dove sono già presenti, che su YouTube, in modo tale che siano più facilmente consultabili e vengano fruite anche in seguito. Poi continueremo la nostra azione nelle scuole, dove tutti gli anni teniamo un concorso sulle secondarie superiori e inferiori, e vogliamo aumentare ulteriormente il numero di scuole coinvolte.
Negli ultimi anni avete affrontato temi molto diversi, legati alle grandi trasformazioni economiche e sociali in corso. Per l’edizione 2026 del festival avete scelto di concentrarvi sullo stato sociale. Perché vi è sembrato un tema prioritario oggi?
Tito Boeri: Abbiamo scelto di dedicare la prossima edizione del festival alla necessità di salvare lo stato sociale, perché si tratta di uno dei tratti fondanti dell’identità europea, ma anche di un’istituzione che oggi si trova sotto una pressione molto forte. Negli ultimi anni il welfare ha svolto un ruolo decisivo nell’affrontare crisi molto diverse tra loro, dalla grande recessione alla pandemia, permettendo di contenere costi sociali che altrimenti sarebbero stati molto più elevati. Proprio per questo, però, diventa sempre più evidente che non possiamo limitarci a difenderne gli assetti attuali, ma dobbiamo interrogarci su come riformarlo per renderlo sostenibile nel lungo periodo. Una prima sfida riguarda la transizione demografica, che sta procedendo più rapidamente di quanto si prevedesse e che riduce la popolazione in età lavorativa, mettendo sotto pressione i sistemi pensionistici e sanitari. Questo obbliga a intervenire su più fronti: sui meccanismi di pensionamento, ma anche sulle politiche per la famiglia, sull’occupazione femminile e sulla conciliazione tra lavoro e cura, perché una parte importante delle disuguaglianze nasce proprio dal modo in cui sono distribuiti i costi legati ai figli. In questo quadro diventa inevitabile affrontare anche il tema dell’immigrazione in modo realistico, perché senza nuovi ingressi regolari nel mercato del lavoro diventa difficile sostenere nel tempo i sistemi di protezione sociale. Un secondo elemento di pressione viene dal mutamento dello scenario geopolitico. In Europa sta crescendo la spesa per la difesa e questo può entrare in tensione con la spesa sociale, soprattutto in una fase in cui i bilanci pubblici sono già sotto stress. Allo stesso tempo, però, la tenuta dello stato sociale è anche un fattore di stabilità e di coesione interna, e quindi ha un valore che non è soltanto economico ma anche politico, perché società più coese sono anche più capaci di affrontare shock esterni e di sostenere processi di cooperazione.
C’è poi il tema del ruolo del settore privato. In un contesto in cui le risorse pubbliche sono limitate, diventa sempre più importante che anche le imprese partecipino alla costruzione di forme di protezione sociale, non solo attraverso il finanziamento del sistema, ma assumendosi responsabilità più ampie nei confronti dei lavoratori e delle loro famiglie. Negli ultimi anni si era aperta una discussione in questa direzione, ma abbiamo visto anche segnali di arretramento, e per questo è necessario tornare a interrogarsi su quale debba essere l’equilibrio tra intervento pubblico e responsabilità privata. Il Festival Internazionale dell’Economia di Torino vuole offrire uno spazio di confronto proprio su questi nodi, mettendo insieme economisti, sociologi, demografi e studiosi di diverse discipline, ma anche decisori pubblici, imprese e cittadini. L’obiettivo è contribuire a costruire una visione più condivisa dello stato sociale, che sia al tempo stesso equa e sostenibile, perché questioni di questa portata non possono essere affrontate senza un dibattito pubblico più consapevole.