Recensione a: Le monarchie arabe del Golfo. Nuovo centro di gravità in Medio Oriente, il Mulino, Bologna, 2023, pp. 248, 16 euro (scheda libro)
Scritto da Alessandro Crisci
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Perché il Golfo conta. Non si tratta di una domanda posta al lettore, bensì dell’affermazione da cui parte, e sui cui pone le sue basi, il volume Le monarchie arabe del Golfo. Nuovo centro di gravità in Medio Oriente, di Cinzia Bianco e Matteo Legrenzi. Da tale assunto, per l’appunto, gli autori prendono le mosse per l’analisi di una parte di mondo tanto sconosciuta, quanto strategicamente rilevante. Nell’immaginario comune, infatti, fuori dalla narrazione prettamente accademica, quando si fa riferimento a scenari mediorientali è facile soffermarsi su questioni come il conflitto israelo-palestinese (negli ultimi anni, per ovvie ragioni, ancora di più); sulla Siria e sul Nord Africa, a causa della guerra civile e delle sollevazioni popolari del 2011; sulle rotte migratorie che dalla Libia e dalla Tunisia, prevalentemente, puntano verso le coste più prossime del vecchio continente; sul ruolo geopolitico dell’Iran; o ancora sul terrorismo di matrice jihadista. A tutto ciò, inoltre, si aggiunge il ricordo di due guerre logoranti come quelle irachena e afgana, che per anni hanno monopolizzato l’attenzione e la narrazione europea e statunitense relativa al Medio Oriente e all’Asia centrale.
Il libro di Cinzia Bianco e Matteo Legrenzi, come accennato, pone l’accento sul ruolo politico regionale dei Paesi del Golfo Persico – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (EAU), Qatar, Oman, Kuwait, Bahrein – e sulla proiezione geopolitica che questa regione sta mostrando negli ultimi anni. Nell’attuale mondo globalizzato, la Penisola arabica funge infatti da collante tra il Mediterraneo e l’area dell’Indo-Pacifico, vedendo transitare nelle acque del Mar Rosso, ogni anno, il 10% del commercio mondiale. Accanto al determinante aspetto economico, inoltre, non è affatto da sottovalutare l’importanza infrastrutturale dell’area in questione, perché sul fondale del Mar Rosso serpeggia l’infrastruttura che permette la connessione digitale tra Occidente e Oriente. L’unione di questi due mondi non avviene dunque solo attraverso il commercio e l’economia, ma concretamente anche tramite i cavi sottomarini che congiungono Europa e Asia. Un’ulteriore chiave di assoluta rilevanza risiede poi nell’enorme bacino energetico che rende la regione – tra il petrolio saudita e il gas naturale qatarino – un determinante esportatore a livello globale. Questi tre elementi insieme – energia, commercio e infrastrutture – descrivono la rilevanza strategica dell’area, ma forse non sono ancora sufficienti per giustificare la crescente importanza di queste monarchie nella sfera geopolitica del Vicino Oriente e, di riflesso, dell’Occidente.
Il “risveglio” del Golfo è stato brusco, causato dalle cosiddette “Primavere arabe” che, partite dalla Tunisia, si sono propagate nel Maghreb e poi nel Mashrek e nel cosiddetto Mashrek “non-Maghreb”. Mentre il primo termine, Maghreb, è entrato a far parte anche dell’uso comune italiano, il secondo si riferisce all’area comprendente Libano, Palestina, Siria, Kuwait, Iraq, alcune province turche, alcuni governatorati giordani e due province saudite. Con il terzo, invece, ai luoghi citati si devono aggiungere Arabia Saudita, Bahrein, Giordania, Emirati Arabi, Qatar, Oman, Yemen, Egitto, Sudan. Questi tumulti hanno stimolato un forte senso di interventismo politico nell’instabile vicinato, dato soprattutto dal fatto che le rivoluzioni che hanno ribaltato regimi dittatoriali pluridecennali come in Egitto, Libia e Tunisia, non hanno avuto un effetto così prorompente sulle monarchie del Golfo, le quali però sono state toccate ognuna in modi differenti. In questo ambito, si è assistito a una netta divisione in merito al tipo e all’intensità del grado di intervento: Paesi come Kuwait e Oman – meno intraprendenti nelle proprie relazioni di politica estera – hanno svolto un ruolo di primo piano nel processo di mediazione e di contenimento per la pacificazione e la de-escalation regionale; mentre Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, rispettivamente in contrapposizione a Qatar e Turchia, su un versante, e all’Iran, sull’altro lato della scacchiera geopolitica, hanno compiuto uno sforzo politico di primo piano per tutto il corso dell’ultimo decennio. Sauditi ed emiratini, in particolare, hanno rivestito un ruolo determinante in ausilio all’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi e al suo regime repressivo contro la Fratellanza Musulmana, vincitrice delle elezioni popolari sorte dai movimenti di protesta del 2011, i quali, dopo la cacciata di Hosni Mubarak, avevano portato alla vittoria consultiva di Mohamed Morsi, stretto alleato di Doha e Ankara per prossimità ideologica. Una simile dinamica si è vista anche in Tunisia, Algeria e, in maniera più risoluta, nel corso della guerra civile libica. Per quanto concerne, invece, il contrasto all’influenza dell’Iran, interessato alla supremazia nell’area siriana, libanese, irachena e yemenita, questo ha visto un importante protagonismo degli Emirati Arabi Uniti soprattutto nell’area strategica del Golfo di Aden.
La proiezione delle monarchie si è spinta oltre quella che potrebbe essere definita la propria regione di influenza. È stata adottata, infatti, nel corso degli ultimi anni, una politica di notevole attenzione nei confronti dei Paesi del Sahel (soprattutto Mali e Niger) e del Corno d’Africa (Somalia, Eritrea, Sudan e Sud Sudan), nel tentativo di attrarre e affinare i rapporti politico-commerciali tra le parti. L’Africa da tempo sembra essere tornata uno strategico teatro di relazioni economiche e finanziarie: dopo la Russia e la Cina, a discapito delle piccole e medie potenze – ed ex grandi potenze – europee, ora anche le monarchie del Golfo reclamano il loro ruolo.
La rilevanza politica, in parte emersa e in parte in fase di sviluppo, di questi Stati, oltre alla già citata proiezione regionale, è aumentata anche riguardo i rapporti con l’Occidente. La volontà delle monarchie, infatti, è quella di superare in modo sempre più netto, e nel minor tempo possibile, il senso di inferiorità nei confronti dei Paesi occidentali. Per fare ciò, hanno iniziato a muoversi, innanzitutto, per diversificare la propria economia, andando oltre l’aspetto di produzione ed esportazione energetica. Un ambito sicuramente molto ricco, ma che per questioni legate alle politiche di contrasto alla crisi climatica (come la transizione verso forme di energia più pulite e meno impattanti) dell’Europa, il raggiungimento dell’indipendenza energetica da parte degli Stati Uniti, e per ragioni più prettamente geopolitiche (come il taglio dei rapporti economico-commerciali con la Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina), è stato ritenuto, saggiamente, necessario rivedere. Per tali ragioni, infatti, nel corso degli ultimi anni l’attenzione di questi Paesi si è concentrata su tematiche quali la finanza, l’high tech, l’intelligenza artificiale e gli enormi progetti infrastrutturali, come strumenti volti a colmare il gap con le maggiori economie del pianeta e sopravvivere al futuro esaurimento delle ricchezze provenienti dalle fonti di energia non rinnovabili.
Il libro, nel tentativo di approfondire ogni aspetto che si è cercato di sintetizzare in queste righe, si apre con un’analisi storica, volta a far comprendere al lettore i passi che hanno portato all’ascesa delle monarchie del Golfo, facendo riferimento, ovviamente, ai moti rivoluzionari delle Primavere arabe nel corso degli anni Dieci del XXI secolo, e a come tali forme di protesta e sollevazione popolare abbiano influenzato questo lato di mondo. In particolar modo, si fa riferimento a quanto ogni singolo Paese sia stato – più o meno – interessato da questi movimenti, dal ruolo che hanno avuto e che stanno ricoprendo le potenze occidentali nella regione, per chiudere con una riflessione sull’esito delle Primavere e sulla loro eredità per il presente del Nord Africa e del Vicino Oriente.
Il secondo capitolo, invece, è incentrato sul Qatar, sulle difficoltà emerse in seno al Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) tra il 2014 e il 2017, e sulla Dichiarazione di Al-Ula del 2021 che ha posto fine alla crisi diplomatica e al blocco economico imposto a giugno 2017 contro il Qatar da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto. Il terzo racchiude la storia recente (dal 2011) dell’alleanza politico-strategica tra Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti in chiave difensiva contro le minacce iraniane, da un lato, e quelle della Fratellanza Musulmana, dall’altro. Il quarto capitolo descrive le due monarchie “silenziose”, Oman e Kuwait, per il tenue interventismo politico nella regione, come precedentemente raccontato. In queste pagine, tuttavia, viene tracciata un’analisi delle cause e degli effetti della guerra in Yemen e sul suo ruolo assunto da questo Paese in chiave politico-diplomatica su tematiche come il dossier sul nucleare iraniano. Il quinto capitolo affronta il case study libico in tutta la sua complessità: dalla divisione delle alleanze delle monarchie in due fazioni contrastanti (Emirati Arabi Uniti alleati dell’Egitto contro la relazione tra Qatar e Turchia); dalla divisione dello stesso territorio libico in due veri e propri governi e “Stati”, con tutto ciò che questo comporta da un punto di vista politico locale e internazionale; fino ad arrivare ai tentativi di accordo più recenti per una pacificazione dell’area.
Il sesto capitolo introduce un attore, seppur narrato sino a quel momento in maniera secondaria, determinante: l’Iran. Ciò viene fatto, ovviamente, partendo dal punto di vista delle monarchie, quindi, descrivendo i rapporti dei singoli Paesi con questa potenza regionale, ma allo stesso tempo analizzando la vicenda dell’accordo sul nucleare, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), e quindi del ruolo assunto dall’Occidente, Stati Uniti in testa, in tale vicenda, e tutto ciò che ha comportato per il Golfo Persico.
Il libro si conclude, infine, con una sezione dedicata al prossimo futuro, chiamata, appunto “Golfo 2030”. Gli autori, nel tentativo di tirare le fila dell’analisi proposta, pongono l’attenzione sul ruolo di snodi nevralgici delle monarchie nel breve-medio periodo, immaginando che il loro campo d’azione possa ampliarsi ulteriormente, entrando nelle dinamiche di potenza del mondo multipolare attuale in modo sempre più insistente.