Recensione a: Fabio Bassan, L’era ibrida. Sovranità e democrazia tra poteri pubblici e imprese tech, Rubbettino, Soveria Mannelli 2026, pp. 192, 16 euro (scheda libro)
Scritto da Luca Picotti
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In una fase storica caratterizzata da profonde trasformazioni, sia tecnologico-industriali che politico-istituzionali, l’analisi sul rapporto tra poteri pubblici e privati esige un approccio in grado di cogliere i diversi intrecci tra le due dimensioni, al di là delle logiche binarie, tanto semplificatorie quanto inadatte a cogliere i meccanismi del reale.
E non a caso si intitola proprio L’era ibrida. Sovranità e democrazia tra poteri pubblici e imprese tech, l’ultimo libro di Fabio Bassan, avvocato e professore ordinario di Diritto internazionale presso l’Università Roma Tre, edito da Rubbettino. Il volume raccoglie e sintetizza i numerosi studi dell’autore sull’impatto della rivoluzione tecnologica – sulle nostre democrazie, sulle istituzioni, sui rapporti tra Stato e mercato e tra Stati nello scacchiere globale – e va a costituire l’ultimo capitolo di una vera e propria trilogia in materia, iniziata con Potere dell’algoritmo e resistenza dei mercati in Italia. La sovranità perduta sui servizi (Rubbettino 2019), proseguita con Digital Platform and Global Law (Edward Elgar 2021) e chiusa, per l’appunto, con L’era ibrida (Rubbettino 2026).
«Questo terzo capitolo mette in relazione tra loro i due profili, internazionale-transnazionale e nazionale-europeo; aggiorna l’indagine con le tecnologie (non solo piattaforme digitali, ma anche blockchain e intelligenza artificiale, nelle sue varie forme e applicazioni); segue gli effetti dell’evoluzione e quindi amplia il focus, dai mercati alle istituzioni democratiche; ricostruisce i fenomeni polarizzandoli sui due fuochi – dati e servizi – della prospettiva bidimensionale europea, diffusa ormai globalmente anche mediante il Bruselles Effect, inteso come la capacità dell’UE di rendere le proprie norme standard globali (Bradford), e ne evidenzia i limiti rispetto alla realtà, caratterizzata dai tre fuochi della prospettiva tridimensionale: dati, servizi, infrastrutture» (pp. 11-12).
Le date non sono peraltro casuali. Se i primi due capitoli sono stati pubblicati in una fase di crisi ancora embrionale (2019), o poco dopo la sua prima manifestazione strutturale dettata dalla pandemia (2021), quest’ultimo capitolo è in grado di riflettere l’intera drastica accelerazione del corso storico degli ultimi cinque anni: pandemia, guerre e crisi energetica; scarsità e carenza negli approvvigionamenti; deflagrare di misure protezionistiche; crisi degli organismi multilaterali; emersione di nuovi campioni tecnologici sempre più influenti; sviluppo repentino dei modelli di intelligenza artificiale; digitalizzazione dell’esistente. È in questo contesto che va calata l’analisi di Bassan, e la lente proposta atta a intercettare l’ibridazione dei fattori in questa fase storica.
Motore di questa ibridazione è proprio la tecnologia, con effetti multi-dimensione: nelle relazioni tra Stati, tra piani internazionali e nazionali, tra Stati, imprese e individui. La reciproca interdipendenza tra fattori impone, a parere di Bassan, un aggiornamento delle categorie, a partire forse proprio da quelle internazional-pubblicistiche, in relazione a soggetti, obblighi e diritti. Il punto è ben riassunto in questo passaggio.
«Se imprese e Stati competono sul piano delle relazioni internazionali, perché il potere pubblico interferisce con il mercato e le imprese partecipano alla redazione delle norme e poi se ne costituiscono di proprie, autonome; se gli Stati trasformano le imprese private in agenti dello Stato, o addirittura cedono alle imprese i simboli del potere pubblico e gli strumenti del potere economico (come è recentemente accaduto negli Stati Uniti con la moneta digitale); se, ancora, Stati e imprese cooperano per influenzare la narrazione contemporanea (via fake news e polarizzazione dei gruppi sui social) fino a interferire in modo decisivo con elezioni politiche (Romania), ne consegue che i parametri che abbiamo utilizzato sino a oggi per differenziare il piano internazionale da quello transnazionale vanno modificati» (p. 20).
Il nesso con la tecnologia è approfondito attraverso diversi esempi. Si è menzionato la moneta: oggi grazie alle tecnologie le imprese private, pensiamo a Tether, possono coniare criptoattività (stablecoin) ancorate a monete ufficiali (dollaro), in una ibridazione apparentemente win-win – profitti per i privati e sostegno alla moneta senza produrre debito e inflazione per Washington (strada, questa, infatti avallata dagli stessi Stati Unti, mentre invece Unione Europea e Cina sono indirizzate verso i rispettivi euro e yuan digitali). Ancora, tra gli esempi figurano le diverse piattaforme-mondo – o meglio, specie di questi tempi, piattaforme-aree del mondo – come Meta, Instagram, Whatsapp, TikTok, X, We Chat, definite da Bassan come veri e propri ordinamenti giuridici privati, aventi al loro interno regole autonome rese applicabili da sistemi propri di enforcement. Non mancano poi le dirompenti applicazioni della blockchain in ambito finanziario, così come gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, oltre che il “dato” come elemento centrale di infrastrutture pubbliche sempre più sensibili (sistemi di SPID, digitalizzazione dell’ambito sanitario, ecc.). In questo senso, la rivoluzione tecnologica, scrive l’autore, non è solo un fattore abilitante del cambiamento, ma proprio un game changer che va ad imporre un ripensamento radicale dell’approccio e anche delle categorie giuridiche, politiche ed economiche che si era abituati a utilizzare.
Tra gli elementi su cui Bassan si sofferma maggiormente vi è quello dell’indipendenza delle imprese transnazionali, da intendersi come ordinamenti chiusi, in grado di svolgere molte delle funzioni tipiche della sovranità (dalla moneta alla sicurezza), con la conseguente necessità di rivedere il concetto di soggettività internazionale, sempre più legato all’infrastruttura, piuttosto che alla territorialità. Il punto è suggestivo e merita una attenta riflessione.
A parere di chi scrive, però, nemmeno la trasversalità delle infrastrutture gestite dalle imprese private è in grado di superare la suddivisione del mondo in geografie giuridiche sovrane. L’analisi di Bassan ha come fondamento sostanzialmente i grandi player americani (o in misura minore quelli cinesi, il cui legame con lo Stato di appartenenza è invero ancora più forte), che sono, però e per l’appunto, americani. Ossia si tratta di società incorporate nella geografia giuridica americana, ove si trovano ubicati la sede, gli uffici, i computer, i server. Ancora, i dirigenti sono cittadini americani, residenti negli Stati Uniti, e ivi dispongono dunque di beni e risorse. In altre parole, rimane una subordinazione latente al potere sovrano, alle sue regole, autorità di vigilanza, corpi amministrativi, corti e polizia. Questo non è affatto un elemento marginale, anzi: indica la permanenza di una sovranità di ultima istanza, che si traduce in controlli; autorizzazioni a operare o esportare; eventuale presenza nei board di soggetti di nomina governativa; condivisione delle informazioni; possibilità di nazionalizzazioni, amministrazioni temporanee, congelamenti, arresti.
Dalla prospettiva di chi scrive, dunque, le imprese transnazionali rappresentano ordinamenti autonomi e ibridati con il potere pubblico nella misura in cui le regole imposte dal potere sovrano di riferimento (in questo caso, Washington perlopiù) consentono tale autonomia. In questo senso, per commentare un caso recente, è ad esempio suggestivo ritenere che Elon Musk possa da solo scegliere se spegnere o accendere il pulsante di Starlink, ma si dubita che ciò corrisponda del tutto alla realtà, ben più complessa, non solo per la sussistenza di procedure aziendali e di governance, ma anche e soprattutto per il legame con la geografia giuridica di appartenenza, il suo potere sovrano, le sue regole e i suoi controlli, specie in ambito di servizi (anche) militari. Non esiste nessun privato in grado di operare al di là del proprio Stato di appartenenza, anche solo banalmente per la subordinazione latente delle persone fisiche, i cittadini residenti, rispetto ai relativi poteri sovrani.
Un elemento però è indiscutibile: il livello, forse mai così alto, di reciproca dipendenza tra Stato e poteri privati, dettato soprattutto dalla necessità da parte dello Stato di usufruire di beni, servizi e competenze sviluppate in ambito privato e che solo questi, al momento, garantisce. Il concetto di ibridazione rimane pertanto centrale.
Ed emerge così in ultima analisi il tema su come controllare la tecnologia e quale uso ne si vuole fare. Dalle blockchain all’intelligenza artificiale, passando per il quantum computing, è una questione anche e soprattutto di approccio.
«Gli Stati Uniti restano promotori della libertà di impresa, incanalata entro un perimetro di principi generali; l’Unione Europea definisce regole di dettaglio funzionali allo sviluppo di un welfare europeo continentale, caratterizzato dalla protezione dei diritti, dei dati personali e da vincoli sui servizi offerti ai cittadini; infine, la Cina utilizza la regolazione europea, la trasforma e la rende funzionale al controllo statale che si identifica con lo sviluppo, in una nozione avanzata e sofisticata di sicurezza nazionale» (p. 143).
Con una chiosa, in particolare per quanto riguarda l’Unione Europea: in questa fase storica il tradizionale approccio bidimensionale basato su dati e servizi non è più sufficiente, scrive Bassan, ma occorre anche una adeguata regolazione sul piano delle infrastrutture, vero chokepoint dell’innovazione, nella cornice di una prospettiva tridimensionale. Dalla gestione di questa rivoluzione tecnologica passa il futuro delle nostre democrazie.