Scritto da Gian Marco Sperelli
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Nel 1962, dopo la censura del governo Pompidou, Charles de Gaulle sciolse l’Assemblée nationale e trasformò una crisi parlamentare in un rafforzamento della logica maggioritaria e presidenziale della Quinta Repubblica. Nel 2024 Emmanuel Macron ha tentato, con lo stesso strumento, un’operazione di chiarimento politico. Il risultato è stato opposto: il ritorno alle urne non ha ricomposto una maggioranza, ma ha restituito alle istituzioni, quasi intatta, la frammentazione che avrebbe dovuto risolvere.
È in questa inversione che si misura la crisi attuale del modello francese. La Costituzione del 1958 era stata concepita per porre fine all’impotenza governativa e restaurare l’autorità dello Stato. Più di sessantacinque anni dopo, l’esecutivo resta tra i più potenti delle democrazie europee; si è invece indebolita la capacità di trasformare questa forza istituzionale in maggioranza durevole, mediazione e consenso.
La crisi della Quinta Repubblica non nasce dunque principalmente dall’obsolescenza delle istituzioni, ma dal venir meno dell’ecosistema politico che consentiva a istituzioni forti di produrre maggioranze. È qui che riappare la «sindrome francese»: non una generica inclinazione alla protesta, ma il paradosso di un sistema nel quale la crisi dei corpi intermedi concentra il potere fino a isolare il centro. Quanto più si indeboliscono partiti e sindacati, tanto più decisione, aspettative e conflitto risalgono verso lo Stato e il Presidente[1].
Ne deriva una particolare tendenza alla drammatizzazione dello scontro politico. L’ancien Président Giscard d’Estaing osservava durante il proprio mandato che «le problème essentiel que pose le fonctionnement de notre vie politique n’est pas, en réalité, institutionnel. Il tient au caractère inutilement dramatique du débat politique dans notre pays»[2]. La verticalità della Quinta Repubblica contribuisce a spiegare questo paradosso: quando si riducono gli spazi nei quali il conflitto può essere mediato, ogni controversia tende più facilmente a trasformarsi in un giudizio sul potere, ogni crisi di governo in una crisi del Presidente, ogni crisi del Presidente in una discussione sul regime.
Quanto più partiti e corpi intermedi perdono capacità di aggregazione, tanto più lo Stato supplisce alla loro debolezza, concentrando su di sé aspettative, responsabilità e opposizioni. È questa la «sindrome francese»: la forza dello Stato si accompagna alla sua crescente solitudine politica.
La crisi non è soltanto nazionale. La capacità della Francia di proiettare influenza in Europa presuppone uno Stato capace di produrre decisione politica all’interno; quando questa capacità s’inceppa, si riduce anche lo spazio per sostenere nel tempo un progetto europeo.
Dalla forza dello Stato alla crisi della mediazione
La Quinta Repubblica nasce nel 1958 come risposta alla debolezza dell’esecutivo e all’instabilità parlamentare. La soluzione gollista restituisce allo Stato capacità di direzione politica e, con l’elezione presidenziale a suffragio universale diretto dal 1962, fa del Presidente il principale depositario della legittimità democratica. Il regime sopravvive a de Gaulle e diventa patrimonio comune della destra e della sinistra: l’alternanza del 1981 e la prima coabitazione del 1986 mostrano che le istituzioni possono assorbire il conflitto senza perdere capacità di governo[3].
Dagli anni Novanta cambiano le condizioni del loro funzionamento. Maastricht inserisce stabilmente la sovranità francese in un sistema europeo multilivello: non causa la crisi delle mediazioni, ma rende più complessa l’attribuzione della responsabilità politica, mentre le trasformazioni economiche e sociali rendono più difficile conciliare modernizzazione e consenso. Il referendum del 1992, le mobilitazioni contro il piano Juppé del 1995 e il referendum europeo del 2005 rendono visibile la distanza crescente tra le trasformazioni promosse dal vertice dello Stato e la capacità di costruire consenso intorno ai loro costi.
Il quinquennato introdotto nel 2000 e l’inversione del calendario elettorale accentuano intanto la centralità dell’Eliseo: le legislative diventano la prosecuzione delle presidenziali e il Presidente il capo effettivo della maggioranza. Il sistema rafforza il vertice proprio mentre si indeboliscono le mediazioni che ne avevano reso sostenibile la centralità. Il problema non è più soltanto decidere, ma costruire il consenso necessario perché la decisione duri[4].
Macron, punto d’arrivo della Quinta Repubblica
La vittoria di Emmanuel Macron nel 2017 appare come una spettacolare rottura: in pochi mesi vengono marginalizzate le due forze che avevano strutturato le alternanze della Quinta Repubblica, il Partito socialista e la destra neogollista. Ma il macronismo può essere letto anche in senso opposto: non come negazione della logica della Quinta Repubblica, bensì come suo punto d’arrivo. Macron concentra alcuni caratteri profondi della tradizione politico-amministrativa francese: formazione nell’alta amministrazione, fiducia nella capacità dello Stato di trasformare la società, volontarismo europeo e concezione verticale della funzione presidenziale. Il progetto del 2017 utilizza pienamente la forza dell’istituzione presidenziale mentre si indeboliscono le organizzazioni che avevano mediato tra Stato e società[5].
Il 2017 rappresenta insieme il trionfo della logica presidenziale e l’inizio dei suoi limiti. L’elezione ricompone rapidamente un campo frammentato attorno a un nuovo centro, ma lo fa dall’alto, dopo la decomposizione delle organizzazioni che distribuivano legittimità, responsabilità e conflitto. La nuova maggioranza conferma la plasticità della Quinta Repubblica, concentrando però sull’Eliseo aspettative e opposizioni prima distribuite tra partiti e corpi intermedi.
Macron non crea quindi la solitudine del potere presidenziale: porta alla massima intensità una trasformazione già in corso. Il Presidente rimane forte mentre ciò che lo circonda s’indebolisce. Quello che nel 2017 appare come l’ennesima prova della plasticità della Quinta Repubblica potrebbe rivelarsi l’ultima ricomposizione maggioritaria prodotta automaticamente dall’elezione presidenziale.
La crisi delle mediazioni non implica, tuttavia, la scomparsa delle organizzazioni intermedie, né una generale evaporazione della fiducia sociale. Il dato più significativo è piuttosto la divaricazione tra il livello nazionale e quello di prossimità. Nel Baromètre de la confiance politique del CEVIPOF del 2026, soltanto il 15% dei francesi dichiara fiducia nei partiti politici e il 20% nell’Assemblée nationale, contro il 60% nei sindaci; i sindacati raccolgono il 37%. L’indebolimento riguarda quindi soprattutto la capacità delle organizzazioni nazionali di concentrare fiducia e rappresentanza, mentre sopravvivono forme di legittimità più vicine e settoriali[6].
Decidere senza mediare
La crisi dei gilet gialli, esplosa alla fine del 2018, rende evidente la contraddizione. Una misura di transizione ecologica diventa il detonatore di un conflitto nel quale convergono potere d’acquisto, diseguaglianze territoriali, fiscalità e distanza dalle élite. Nato in larga misura fuori dalle strutture tradizionali di rappresentanza, il movimento si rivolge direttamente contro il vertice dello Stato. Il Grand débat national mostra il paradosso: di fronte all’insufficienza delle mediazioni, è lo Stato stesso a tentare di ricostruire dall’alto un rapporto con cittadini, territori e interessi organizzati[7].
La riforma delle pensioni porta la contraddizione più lontano. Il punto non è soltanto la necessità economica di una riforma, ma la legittimità politica necessaria a distribuirne i costi. Il ricorso agli strumenti del parlamentarismo razionalizzato, in particolare all’articolo 49.3, consente all’esecutivo di superare gli ostacoli parlamentari, ma non risolve il problema del consenso sociale. Forza giuridica e debolezza politica divergono: gli strumenti costituzionali permettono ancora di decidere, non garantiscono che la decisione sia riconosciuta come legittima da una parte sufficientemente ampia del Paese.
Quando il Presidente non produce più la maggioranza
Le presidenziali del 2022 segnano una cesura. Macron viene rieletto, confermando la capacità dell’elezione presidenziale di produrre una forte legittimazione personale. Poche settimane dopo, tuttavia, le legislative gli sottraggono la maggioranza assoluta all’Assemblée nationale.
Per decenni la Quinta Repubblica aveva funzionato grazie alla combinazione di un esecutivo costituzionalmente forte e di un sistema partitico capace, salvo le coabitazioni, di produrre maggioranze coerenti. Dal 2022 questa combinazione viene meno. La Costituzione continua a mettere a disposizione del Presidente e del governo strumenti potenti; scompare invece l’ecosistema politico che ne aveva garantito l’efficacia[8].
Al vecchio bipolarismo si sostituiscono tre grandi spazi elettorali: il centro presidenziale, il Rassemblement National e una sinistra aggregata intorno a La France insoumise e ai suoi alleati. La tripolarizzazione del voto non produce però una geometria di coalizione stabile.
È qui che la frammentazione francese assume un significato particolare nel panorama europeo. Il problema non è il multipartitismo, ma gli strumenti con cui viene assorbito. Nei sistemi in cui la formazione del governo richiede negoziazione parlamentare, i partiti sviluppano pratiche di coalizione e compromesso. La Quinta Repubblica ha seguito una strada diversa: il meccanismo presidenziale-maggioritario organizzava il sistema attorno al vincitore delle presidenziali. Finché produceva una maggioranza parlamentare, la debolezza della cultura di coalizione non era decisiva; quando smette di produrla, il sistema dispone di meno risorse per trasformare la frammentazione in compromesso. Lo scioglimento deciso da Macron nel giugno 2024 tenta di riattivare quel meccanismo ricorrendo al corpo elettorale; le elezioni, invece, cristallizzano la frammentazione.
Si potrebbe leggere questa trasformazione non come crisi della Quinta Repubblica, ma come sua tardiva parlamentarizzazione. Il ritorno della censura, la necessità di negoziare testi e maggioranze e la maggiore autonomia dell’Assemblée possono apparire come il riequilibrio di un regime eccessivamente presidenziale. Ma questa lettura presuppone che al rafforzamento del Parlamento corrisponda la capacità dei partiti di organizzare coalizioni durevoli. È precisamente ciò che manca: la frammentazione parlamentare non si è finora tradotta in un nuovo equilibrio coalizionale.
Il confronto con il 1962 chiarisce il salto qualitativo. Allora il ritorno alle urne dopo la censura del governo Pompidou aveva rafforzato la logica maggioritaria e presidenziale. Nel 2024 le elezioni producono l’effetto inverso: la centralità presidenziale resta intatta sul piano formale, ma non struttura più autonomamente il campo politico. La nomina di Michel Barnier a Matignon tenta una soluzione compatibile con un’Assemblée senza maggioranza, senza modificarne i rapporti di forza. La caduta del governo nel dicembre 2024 assume così un valore simbolico eccezionale: per la prima volta dal 1962 un governo viene rovesciato da una mozione di censura.
Nel 1962 censura e ritorno alle urne avevano rafforzato la logica presidenziale. Nel 2024 scioglimento e censura ne mostrano i limiti: il Presidente dispone ancora degli strumenti del regime, ma non della maggioranza politica che permetteva di trasformarli in stabilità.
Dalla crisi francese al problema europeo
La Francia continua a concepire la propria capacità d’iniziativa in Europa come prolungamento della forza politica dello Stato. Dalla sovranità europea alla politica industriale e alla difesa, l’ambizione resta quella di orientare il progetto europeo, non semplicemente di adattarvisi.
Per Parigi l’Europa è anche uno spazio nel quale proiettare la capacità di trasformazione politica attribuita allo Stato. Una strategia europea ambiziosa presuppone però la capacità di costruire e mantenere consenso all’interno.
La difficoltà di produrre maggioranze durevoli restringe quindi lo spazio per sostenere una strategia europea coerente: le grandi scelte industriali, fiscali, strategiche o militari richiedono continuità politica e capacità di trasformare impegni europei in decisioni nazionali.
La politica di bilancio mostra concretamente il vincolo. Nel luglio 2024 il Consiglio dell’Unione europea ha constatato un disavanzo eccessivo in Francia; nel gennaio 2025 ha adottato una raccomandazione per correggerlo, a fronte di un rapporto deficit/Pil attestatosi negli ultimi anni sopra il 5%. Rispettare una traiettoria fiscale pluriennale significa approvare bilanci e distribuire costi in un’Assemblée priva di maggioranza stabile. Un vincolo europeo non sostituisce la mediazione politica nazionale: ne rende più evidente la necessità[9].
La crisi della Quinta Repubblica assume così una dimensione continentale. Sullo Stato francese convergono elevate domande di protezione sociale, redistribuzione, servizi pubblici e modernizzazione, mentre le trasformazioni necessarie a sostenerle producono costi da distribuire politicamente. Se si indeboliscono le organizzazioni capaci di trasformare questi conflitti in compromessi, il conflitto risale verso il vertice: la centralizzazione, grande forza del regime, diventa una delle sue vulnerabilità e ripropone, su scala europea, la «sindrome francese».
2027: il vero stress test del regime
È in questa prospettiva che bisogna guardare al 2027. La posta in gioco non sarà soltanto il successore di Emmanuel Macron o l’eventualità di un’alternanza senza precedenti. Il vero stress test riguarderà il principio ordinatore della Quinta Repubblica: l’elezione presidenziale è ancora capace di trasformare una vittoria personale in una maggioranza parlamentare e quella maggioranza in capacità durevole di governo[10]?
Il 2027 mostrerà se l’elezione del Presidente può ancora strutturare il sistema politico o se potrà produrre un vertice fortemente legittimato sopra un campo frammentato. Anche l’eventuale elezione di un Presidente del RN porrebbe una questione istituzionale specifica: una forza a lungo ai margini potrebbe operare attraverso gli strumenti di un regime costruito intorno alla forza dell’esecutivo, senza che ciò implichi di per sé la fine della Quinta Repubblica.
La discriminante resterebbe la maggioranza all’Assemblée nationale. Con una maggioranza, un nuovo Presidente potrebbe incidere profondamente sull’orientamento dello Stato senza modificare nell’immediato l’architettura costituzionale. Senza, qualunque vincitore porterebbe al limite la contraddizione emersa sotto Macron: forte legittimazione presidenziale e prerogative considerevoli incapaci di tradursi in capacità stabile di governo.
Tra il 2017 e il 2024 il sistema percorre la distanza tra la massima concentrazione della logica presidenziale e i suoi limiti: nel 2017 Macron ricompone il campo attorno a un nuovo centro; nel 2022 la vittoria presidenziale non produce più automaticamente una maggioranza parlamentare; nel 2024 anche lo scioglimento fallisce nel tentativo di ricostruirla.
Il problema non sembra dunque risiedere principalmente nell’obsolescenza della Costituzione. Le istituzioni continuano a essere forti; ciò che appare incerto è la loro funzione storica.
Nel 1958 de Gaulle aveva restituito allo Stato la capacità di governare superando l’annosa debolezza del sistema dei partiti. Quasi settant’anni dopo, la questione si presenta in termini inversi: può uno Stato istituzionalmente forte governare quando non dispone più di un sistema politico capace di trasformare quella forza in maggioranza, mediazione e consenso collettivo?
Il 2027 mostrerà se il meccanismo politico della Quinta Repubblica è ancora capace di produrre governabilità. In caso contrario, la «sindrome francese» raggiungerebbe il suo paradosso estremo: istituzioni forti, ma sempre meno capaci di trasformare l’autorità dello Stato in maggioranza, mediazione e capacità politica di governo.
[1] V. Martigny (dir.), L’Ère de l’exécutif. La présidentialisation de la Ve République, Presses de Sciences Po, Paris 2026.
[2] V. Giscard d’Estaing, Démocratie française, Fayard, Paris 1976, p. 153.
[3] M. Duverger, Bréviaire de la cohabitation, PUF, Paris 1986.
[4] Sul quinquennato e sui suoi effetti di presidenzializzazione, cfr. O. Duhamel, Le quinquennat. Réflexions sur nos institutions, Presses de Sciences Po, Paris 2008; B. Branchet, La fonction présidentielle sous la Ve République, LGDJ, Paris 2008.
[5] Cfr. L. Rouban, Le Paradoxe du macronisme, Presses de Sciences Po, Paris 2018;
[6] CEVIPOF, Baromètre de la confiance politique, vague 17, février 2026. L’enquête relève notamment 15 % de confiance dans les partis politiques, 20 % dans l’Assemblée nationale, 60 % dans les maires et 37 % dans les syndicats.
[7] Cfr. J. Confavreux (dir.), Le fond de l’air est jaune. Comprendre une révolte inédite, Seuil, Paris 2019; S. Hayat, « L’économie morale et le pouvoir », in J. Confavreux (dir.), Le fond de l’air est jaune, cit., pp. 17-28.
[8] A. Knapp, «France’s party system in 2022», Modern & Contemporary France, 31, 2023, pp. 1–20.
[9] Conseil de l’Union européenne, 21 janvier 2025.
[10] N. Roussellier, La force de gouverner. Le pouvoir exécutif en France, XIXᵉ-XXIᵉ siècles, Gallimard, Paris 2015, pp. 520-521.