“L’ideologia atlantica” di Michele Cento
- 31 Luglio 2026

“L’ideologia atlantica” di Michele Cento

Recensione a: Michele Cento, L’ideologia atlantica. La delegittimazione politica dalla guerra fredda culturale al neoconservatorismo (1936-1967), Le Monnier, Firenze 2023, p. X-214, 20 euro (scheda libro)

Scritto da Luca Rebolino

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In L’ideologia atlantica, Michele Cento, professore in Storia contemporanea all’Università di Urbino “Carlo Bo”, ricostruisce con grande attenzione archivistica e discute con spiccato spirito critico la vicenda della lotta teorico-politica che è stata mossa al pensiero ideologico nel cuore del Novecento. La parabola che egli tratteggia va dalla Grande Depressione al neoconservatorismo maturo degli anni Sessanta, attraversando quindi la stessa stagione della guerra fredda culturale, che ha occupato la scena pubblica nel Secondo dopoguerra. Cento si concentra infatti sull’opera di costruzione di reti istituzionali e sulla tessitura di scambi intellettuali transnazionali, all’interno dell’alveo del pensiero liberale, che ebbe luogo tra le due sponde dell’Atlantico nei decenni centrali dello scorso secolo.

Una indagine storiografica che offre, peraltro, importanti risorse per aiutarci a comprendere la stessa congiuntura di oggi, segnata dalla crisi, forse ormai irreversibile, dell’ordine di carattere liberaldemocratico, sotto la pressione di forze autoritarie e instabilità internazionale: alcuni dei semi politici determinanti di questa fase così turbolenta si possono rintracciare appunto in tale mobilitazione che ha preso piede almeno ottant’anni fa.

Il cardine di questo variegato progetto storico viene individuato nel rifiuto perentorio di ogni velleità di intervento sulla realtà sociale che fosse consapevolmente orientato a un suo perfezionamento secondo un disegno razionale. Tale ambizione sarebbe, infatti, inscritta in quell’indebita tensione ideologica che caratterizzerebbe la politica moderna e al cui richiamo non sarebbe stato immune neanche il liberalismo novecentesco. Lo sforzo da compiere, ad avviso di questo variegato gruppo di intellettuali, consisteva quindi nell’epurazione della tradizione liberale dal culto della ragione, pena il rischio di scivolare in un dispotismo senza aver più alcun argine valoriale da anteporre. Gli orrori del totalitarismo continentale, di matrice nazionalsocialista, prima, e comunista, poi, rappresentavano un monito tremendamente chiaro della deriva a cui tale postura rischiava di condurre in una maniera pressoché automatica e probabilmente irrecuperabile.

Prima di tutto, l’intento era quello chiudere con forza proprio quell’apertura verso il futuro che, secondo la lettura ormai classica, affermata dal grande pioniere della storia concettuale, Reinhart Koselleck, ha contraddistinto geneticamente le forme della politica in epoca moderna[1]. Il recupero del senso del limite, congiuntamente alla rivalutazione della lezione normativa del passato che viene custodita nella tradizione, avrebbe permesso di scongiurare quelle pretese di ordinare le contingenze della storia. Obbiettivo che ha senza dubbio contraddistinto qualsiasi progetto di matrice socialista, ma che persino gli esperimenti del liberalismo progressista a stelle e strisce, come il New Deal degli anni Trenta e successivamente la Great Society johnsoniana, avrebbero di fatto cercato di realizzare.

Non si può inoltre trascurare che questo intento razionalizzante fosse fattualmente coadiuvato dalle scienze sociali, che, specialmente sotto l’impulso della loro variante di ambito statunitense, presentavano un doppio volto: cioè una forma di conoscenza empirica e, parallelamente, un tipo di sapere a vocazione pragmatica. Il grande obbiettivo era appunto controllare fenomeni, processi e, soprattutto, problemi sociali grazie a strumenti oggettivi e soprattutto agevolando decisioni che fossero finalmente esclusivamente tecniche. La grande promessa della ricerca sociale, nella sua piena maturità modernista di metà secolo, era appunto quella di garantire un’amministrazione scientifica della società, permettendone addirittura una tanto agognata pacificazione interna.

La vena ideologica della politica moderna viene tacciata invece di costituire niente meno che una nuova forma di «religione secolare», che contiene in sé delle tendenze implicitamente autoritarie decisamente pericolose. In opposizione a questi tentativi di eliminare la pluralità e l’imprevedibilità della Storia, che ne sarebbero la sua più naturale espressione, si costituisce questo insieme di autori, che rivendicò con orgoglio di aver saputo accettare invece il carattere intimamente tragico delle vicende umane in terra.

Personaggi come Sidney Hook ma soprattutto il teologo protestante Ronald Niebuhr fanno propria la critica all’ideologia del sociologo tedesco, Karl Mannheim, una volta che essa viene filtrata alla metà anni Trenta nel contesto intellettuale statunitense. Essi saranno i padri intellettuali di una generazione di scienziati sociali, storici e pensatori politici – prevalentemente newyorkesi e di discendenza ebraica – come Seymour Martin Lipset, Richard Hoftsader e Arthur M. Schlesinger Jr, oltre a due figure che andarono ad affermarsi nel dibattito pubblico come Daniel Bell e Irving Kristol. Quest’ultimi costituiranno la spina dorsale della critica neoconservatrice, quando il modello liberal imploderà definitivamente sotto l’urto di una rinnovata conflittualità sociale che ne aveva spinto fino al punto di rottura le promesse di integrazione.

Stagliandosi sullo sfondo di un’acquisita consapevolezza dell’ineludibile imperfezione umana di matrice religiosa, ma figlia anche di una generica disillusione verso ogni effettivo progetto socialista, prende forma la definizione sprezzante dell’ideologia nei termini del «monopolio della verità» e, simultaneamente, «tecnologia della storia». Questa caratterizzazione diventa un’arma di delegittimazione politica chiave nell’agone pubblico degli Stati Uniti dell’immediato dopoguerra. L’operazione messa in atto, infatti, non fu altro che una nuova perimetrazione del campo di accettabilità del discorso politico del tempo.

Non a caso, la vicenda si intreccia con quegli impegni istituzionali volti al contrasto della minaccia costituita dalla visione del mondo comunista promulgata dal nemico sovietico, tanto all’interno dell’Occidente quanto nel “Terzo Mondo”, che proprio allora stava cercando di scrollarsi le scorie del dominio coloniale. Impegni che sfociarono nel Congress for Cultural Freedom (CFF), che, supportato dalla stessa CIA, doveva fare da contraltare teorico e propagandistico al Comintern. Ma va sottolineato che Cento è molto attento a non imprimere nella sua lettura un’eccessiva impronta esplicativa nei termini dello scontro frontale della Guerra Fredda, come troppo spesso è avvenuto nella storiografia[2]. Non a caso, al CFF partecipano molti autori e personaggi pubblici di rilievo di origine continentale, in primis una figura difficilmente incasellabile come il filosofo e studioso della politica francese Raymond Aron, sconfessando di fatto la troppo facile proiezione delle esigenze di politica estera dettate dal paradigma del National Security State americano sugli obbiettivi dell’organizzazione.

Infatti, nel corso del libro si evince chiaramente che, alla base di questa corrosiva critica, stava piuttosto l’obbiettivo di rifondare il, tanto agognato, “Centro vitale”, affinché i termini del “consenso liberale” si spogliassero nuovamente di ogni volontà interventistica. La denuncia era senza appello: se il progressismo era stata una risposta strategica alla crisi del modello del laissez-faire, dopo il capitombolo del ‘29, ora la questione era però quella di aver finito di reintrodurre fini escatologici sotto mentite spoglie. La sfida era allora, recuperare lo spirito autentico del liberalismo, secondo i principi della sua stagione classica, come quello della responsabilità morale di ciascun individuo, ma senza cadere, allo stesso tempo, in un rigido conservatorismo, che difficilmente avrebbe più riscontrato largo assenso.

L’enfasi sul rinnovamento del liberalismo, contro ogni deriva pianificatrice, è, peraltro, proprio il punto di incontro tra questa galassia intellettuale e quella neoliberale, che in quegli anni si stava anch’essa definendo attorno a iniziative di discussione internazionale e transdisciplinare, come la famigerata associazione della Mont Pèlerin Society. Molto significativamente, personaggi del calibro dell’eclettico Michael Polanyi e persino di Friedrich von Hayek, economista, filosofo della scienza e teorico politico, sviluppano in questa fase un articolata riflessione intorno a quello stesso nodo di problemi riguardanti le minacce che si annidano nell’ideologia. L’afflato razionalista a cui essa da luogo condurrebbe a quel sogno di ricostruire da zero la società ideale, oltre che il relativo “uomo nuovo”, conducendo inevitabilmente a un indebito controllo, e senza potenzialmente alcun limite, dell’autorità statale sul comportamento degli individui.

Avendo le medesime preoccupazioni di fondo, Hayek in persona partecipa ad alcune iniziative comuni, tra cui la conferenza milanese del CFF del 1955 in cui si decretò, molto eloquentemente, la «fine delle ideologie». Dichiarazione che si farà strada nel titolo di uno dei testi che più di tutti ha segnato quella stagione, l’opus magnum di Bell[3], con cui egli suggella il successo – sia del punto di vista del benessere materiale sia da quello della stabilità culturale-simbolica – dell’assetto fordista, che proprio allora aveva probabilmente raggiunto il suo apice. Queste attività orbitavano sicuramente intorno alla promozione di una narrazione alternativa a quella comunista, ma, allo stesso tempo, intendevano cancellare il sostrato progressista che da qualche decennio caratterizzava la tradizione del liberalismo, quantomeno nella sua accezione liberal.

La funzione di questa mobilitazione appare allora in tutta la sua evidenza strategica: si trattava di definire e proporre un discorso di segno polemico rispetto al campo intellettuale e politico che andava dal socialismo reale fino ai progetti socialdemocratici che stavano avendo luogo nelle stesse liberaldemocrazie occidentali. Esperimenti da terminare, perché le classi dirigenti contemporanee stavano in ultima istanza maneggiando – piuttosto inconsapevolmente – delle rischiose leve istituzionali, alla stregua apprendisti stregoni.

A tal proposito, un altro merito da riconoscere a questa ricerca storiografica è quello di aver evitato di scadere in una lettura nostalgica dei “Trenta Gloriosi”, troppo spesso dipinta come quell’irenica era del compromesso al centro tra le varianti più illuminate delle tradizioni liberali e socialiste. Anzi, in quella stagione stava maturando una ridefinizione del liberalismo orientato al fine di tappare quel vaso di pandora che era si era aperto – per dirla ancora una volta con Koselleck – con la schiusura moderna dell’«orizzonte di aspettativa» e ancorare, d’altro canto, la politica allo «spazio di esperienza» passata. Un processo che avrebbe trovato il suo compimento proprio nella rivalutazione normativa – non scevra da inflessioni religiose – della tradizione per mano del neoconservatorismo. Ma anche il neoliberale Hayek ne era già stato grande alfiere con la sua crociata contro la tendenza totalitaria insita in ogni interferenza coi meccanismi spontanei del mercato che danno invece linfa al corpo sociale, permettendo la sedimentazione cumulativa di quelle pratiche di miglior successo.

Il carattere fondamentalmente reattivo della visione neoconservatrice promossa da pensatori di rilievo pubblico come Kristol, Bell e Daniel P. Moynihan, si staglia con grande chiarezza nel momento del confronto con la stagione della contestazione radicale. Nella loro ottica, quella dei movimenti sociali non era altro che una esasperazione delle possibilità democratiche che l’assetto del Welfare State non poteva certo garantire: non solo fiscalmente, ma, forse ancor prima, moralmente. Per loro, in fondo era una questione di aspettative crescenti, che erano andate ormai controllo: una volta che quei capisaldi che hanno permesso alla civiltà occidentale di fiorire – come la responsabilità individuale per quanto concerne la propria posizione economica – iniziano a venire meno, la tenuta complessiva dell’ordine sociale non può che essere destinata a crollare.

Ecco quindi che, l’interpretazione di Cento confluisce felicemente nel solco tracciato da una recente storiografia critica sull’avvento della New Right[4]: una costellazione che ha saputo saldare la difesa di valori tradizionali, come il rispetto dell’autorità costituita, alla promozione del libero mercato. Una contronarrazione, nata originariamente negli Stati Uniti, ma che, in accezione o neoconservatrice o neoliberale, ha comunque accompagnato i processi di trasformazione globale in senso post-industriale di fine secolo. Ovvero una volta che lo stesso assetto produttivo fordista si era fattualmente inceppato, in concomitanza, peraltro, del “lungo ’68”, il quale – facendo luce su, irrisolvibili tensioni di classe, genere e razza – aveva minato i presupposti della stabilità sociale.

Con la sua panoramica della stagione a cavallo della Seconda guerra mondiale, Cento ci invita ad allargare il nostro sguardo, permettendoci di comprendere in profondità quali erano gli impellenti problemi storico-politici a cui queste iniziative intellettuali cercavano di trovare un nuovo tipo risposta. Trovando la soluzione nell’abbandono in toto dell’ideologia, perché foriera di una insostenibile hybris. Non sorprende quindi che l’altro lato della medaglia fosse in fin dei conti una levata di scudi a difesa, più o meno implicita, dello status quo.

Allo stesso tempo, da un punto di vista specificatamente metodologico, la proposta dell’autore si rivela piuttosto proficua, abbandonando ogni lettura incentrata esclusivamente sulla parabola biografica di singoli autori. Egli riesce invece a stare a cavallo tra un’analisi delle attività di costruzione di reti istituzionali in un preciso momento storico e comunque una comprensione critica delle elaborazioni concettuali sviluppate da alcune figure cardine di quella stagione, tenendo assieme con grande equilibrio le due dimensioni.

Il libro di Cento si rivela quindi essere risorsa, tanto originale quanto convincente, per comprendere come nei decenni centrali del Novecento si è messa in moto una potente strategia concertata contro l’idea stessa di perfettibilità umana e la correlata convinzione che le istituzioni pubbliche o l’azione collettiva potessero innescare forme di cambiamento sociale, magari addirittura radicale. Un progetto su più livelli i cui effetti, materiali e discorsivi, ancora ben riecheggiano oggi, avendo segnato a lungo i termini della legittimazione politica, quantomeno nel campo occidentale. Lo stallo contemporaneo, e le sue conseguenti derive autoritarie, affondano quindi in buona parte le proprie radici nelle discussioni di questo folto, altamente motivato e soprattutto eterogeneo gruppo di intellettuali pubblici preoccupati dalla minaccia posta dall’ideologia, ovvero l’ambizione spiccatamente moderna che uomini e donne possano controllare il corso della Storia.


[1] Reinhart Koselleck, Futuro passato. Per una semantica politica dei tempi storici (1979), Marietti, Casale Monferrato 2000.

[2] Giles Scott-Smith, The Politics of Apolitical Culture. The Congress for Cultural Freedom, the CIA and Post-War American Hegemony, Routledge, Londra – New York 2002.

[3] Daniel Bell, La fine dell’ideologia (1960), SugarCo, Milano 1991.

[4] Angus Burgin, The Great Persuasion. Reinventing Free Markets Since the Depression, Harvard University Press, Cambridge 2012; Melinda Cooper, Family Values. Between Neoliberalism and the New Social Conservatism, MIT Press, Cambridge 2007; Quinn Slobodian, Globalists. The End of Empire and the Birth of Neoliberalism, Harvard University Press, Cambridge 2018.

Scritto da
Luca Rebolino

Dottorando in Storia all’Università di Bologna, dove è anche membro del Collegio Superiore e Tutor didattico. Si è formato tra le università di Torino, Maastricht, Amsterdam e Bologna. La sua ricerca si concentra sul nesso tra tecnologia e politica, analizzando nello specifico il rapporto tra cibernetica e neoliberalismo negli Stati Uniti del secondo dopoguerra. A tal fine ha svolto come Fellow un periodo di ricerca negli archivi di Friedrich von Hayek alla Duke University (NC, USA).

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