“Il mondo secondo Francesco d’Assisi” di Antonio Musarra
- 02 Novembre 2026

“Il mondo secondo Francesco d’Assisi” di Antonio Musarra

Recensione a: Antonio Musarra, Il mondo secondo Francesco d’Assisi, il Mulino, Bologna 2026, pp. 416, 24 euro (scheda libro)

Scritto da Gerardo Auria

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La sera del 22 marzo 2026, durante la «scalata al milione» di Chi vuol essere milionario?, a Leyla Livraghi viene sottoposta una domanda da un milione di euro su Francesco d’Assisi: quale avvenimento gli sarebbe capitato prima di diventare poeta e santo? Dopo un lungo ragionare, la concorrente decide di non rischiare e si accontenta del montepremi già conquistato. La risposta data per corretta dal programma è la D: «Finì in carcere a Perugia per un anno». Ma fu così davvero?

Il meccanismo del quiz esige, per sua natura, la nettezza binaria del dato, la riduzione della memoria storica a formula esatta, immediatamente verificabile – e immediatamente consumabile. È proprio in questo scarto fra cultura pop e lavoro storiografico che il libro di Antonio Musarra, Il mondo secondo Francesco d’Assisi, edito dal Mulino, dispiega uno dei suoi meriti maggiori. Alla certezza istantanea richiesta dal format televisivo, Musarra restituisce la profondità delle fonti e la fatica, ma anche l’onestà, della cautela metodologica. Il problema è comprendere quanto lavoro occorra prima di poter considerare vera la risposta del quiz, e con quali precisazioni.

La prigionia perugina viene, infatti, sottoposta dall’autore a un vaglio serrato, che chiama in causa Tommaso da Celano, la Legenda trium sociorum, la cronologia del conflitto e i limiti della verificabilità documentaria. Ne risulta una pagina esemplare per rigore e intelligenza storica: Antonio Musarra mostra come la plausibilità di un episodio debba essere misurata insieme alle forme della sua trasmissione. L’episodio viene, così, sottratto alla falsa evidenza. Dopo aver ricostruito il quadro delle testimonianze e delle ipotesi, Musarra arriva a una conclusione che vale ben oltre il singolo caso: «nulla di tutto questo può dirsi con certezza»; e invita, più prudentemente, a leggere la prigionia come «un’esperienza plausibile» (p. 69). In queste due formulazioni si raccoglie un’intera postura storiografica. E Il mondo secondo Francesco d’Assisi si fa tanto più persuasivo quanto meno incline alla semplificazione, senza sacrificare la dimensione divulgativa, sostenuta anche dall’utilizzo delle fonti in traduzione italiana.

Il volume si regge, del resto, su una gerarchia delle fonti limpida. La scelta è quella di privilegiare gli scritti di Francesco rispetto alle legendae bio-agiografiche. Il Testamento, le Regole, le lettere, le ammonizioni e i testi di preghiera restituiscono le questioni alle quali il “Poverello” volle dare voce, le urgenze di una fraternità in crescita, il linguaggio attraverso cui comprese la propria esperienza. Musarra ne fa il punto di orientamento del racconto: la rilevanza di un tema dipende anzitutto dal posto che occupa nelle parole di Francesco, più che dalla fortuna che ha avuto nelle vite del santo.

Questa prossimità non comporta la pretesa di un accesso immediato all’individuo: anche gli scritti sono testi situati, giunti attraverso una trasmissione selettiva e talvolta segnati dalla dettatura o dalla rielaborazione. Il Testamento stesso, ad esempio, rilegge retrospettivamente l’esperienza, fissandone i punti irrinunciabili. Letti in questo modo, i testi consentono di cogliere la concretezza di una voce senza trasformarla in una confessione trasparente.

Neppure ne discende una svalutazione meccanica della tradizione successiva. Le legendae restano indispensabili, ma vengono interrogate tenendo conto della loro prossimità agli eventi e delle condizioni in cui furono composte, inclusi i materiali utilizzati. Già la Vita beati Francisci di Celano, vicina all’esperienza vissuta, organizza le testimonianze attraverso modelli biblici e agiografici; le riscritture accompagnano poi le trasformazioni dell’Ordine e le diverse letture del carisma del fondatore; la Legenda maior di Bonaventura e il mandato del 1266 di distruggere le vite precedenti mostrano quanto la costruzione di una memoria condivisa potesse incidere sulla stessa sopravvivenza documentaria. Musarra invita a leggere queste differenze. La sua gerarchia delle fonti produce così una conseguenza narrativa esigente: accettare che alcuni vuoti rimangano aperti, senza riempirli automaticamente con ciò che rende più compiuta o edificante una biografia.

È anche per questo che il libro acquista rilievo sul piano civile, oltre che su quello specialistico. Perché Musarra si colloca in controtendenza rispetto alle forme più correnti di semplificazione della figura francescana: quella devozionale, che ne addolcisce il profilo; quella ideologica, che lo arruola; quella mediatica, che lo riduce a formula. Tutti vogliono un Francesco immediatamente riconoscibile: il santo della pace, della povertà, della fraternità, dell’ecologia, della ribellione; ma proprio questa disponibilità indiscriminata rischia di produrre una figura ridotta a superficie simbolica. Uno dei meriti del libro è allora quello di restituire a Francesco il suo spessore storico senza sottrarlo alla leggibilità. Musarra non oppone alla banalizzazione un gergo iniziatico o un’oscurità speculare. Sceglie una via più difficile: ricostruisce la complessità in forma accessibile e rende visibile il laboratorio della ricerca senza abbassarne il livello. La divulgazione diventa, in questo senso, una forma della responsabilità critica.

In questo ottavo centenario dalla morte del santo, nel quale il mercato editoriale ha rimesso in circolo un numero considerevole di volumi dedicati a Francesco – spesso animati da buone intenzioni, benché non di rado segnati da un respiro tendenzialmente compilativo o dalla riproposizione di immagini già stabilizzate –, il libro di Antonio Musarra si distingue per la decisione di assumere il rischio di una proposta interpretativa propria, costruita in dialogo con la bibliografia scientifica e sostenuta da un controllo continuo delle fonti. L’autore chiarisce fin dall’introduzione che una nuova vita non può promettere un Francesco finalmente liberato da tutte le mediazioni che ne hanno costruito la memoria; può, però, spostare l’angolo visuale. Il titolo accenna alla rivelazione: il mondo di Francesco acquista un’autonomia che impedisce di trattarlo soltanto come scenario dell’eccezionalità del santo. Il percorso individuale si lascia, così, comprendere entro processi storici più ampi, già in corso prima di lui e destinati a proseguire.

Le pagine dedicate ad Assisi danno esemplarmente sostanza a questo proposito. La città appare come un organismo attraversato dalla circolazione della ricchezza e dai conflitti per l’accesso al potere. I commerci si intrecciano con le rendite fondiarie; l’affermazione di nuovi gruppi cittadini modifica equilibri consolidati. Dentro questo quadro, la cavalleria costituisce un orizzonte di prestigio capace di attrarre anche chi dispone di denaro ma non di un titolo nobiliare. Musarra ne ricostruisce i codici di comportamento e l’immaginario, mostrando quanto l’onore dipenda dal riconoscimento pubblico. Il sogno delle armi attribuito al giovane Francesco acquista così una concretezza sociale che il semplice racconto dell’ambizione giovanile non sarebbe in grado di restituire. Interviene, però, una distinzione importante. Che il figlio di un mercante agiato potesse essere affascinato dalla cavalleria è verosimile; che la sua aspirazione assumesse esattamente le forme descritte dagli agiografi non è altrettanto verificabile. Il contesto chiarisce, così, il significato possibile dell’esperienza, senza diventare una prova sostitutiva. È un equilibrio felice: la ricostruzione del mondo, pur senza risolvere ogni incertezza della biografia, permette di comprendere meglio anche ciò che rimane soltanto plausibile. E la rinuncia alla certezza mette il lettore nelle condizioni di leggere la storia con maggiore consapevolezza.

L’ortodossia di Francesco è un’acquisizione consolidata degli studi; il discorso pubblico continua, però, a riproporne la caricatura del ribelle assoluto, del contestatore ante litteram. Musarra non ha bisogno di demolire teatralmente questo stereotipo: gli basta mostrare quanto esso sia storicamente inadeguato. Anche l’inserimento della parabola esistenziale del santo all’interno di un paradigma penitenziale collettivamente diffuso, e differentemente declinato, è un’acquisizione già nota. Colpisce, tuttavia, l’ampiezza con cui questo orizzonte viene assunto nella ricostruzione, sino a modificare il modo stesso di leggere la conversione e la nascita della fraternità.

L’elemento più fecondo della proposta di Musarra sta nel modo in cui l’esperienza di Francesco viene riletta entro una linea di continuità con il grande cantiere ecclesiale del IV Concilio Lateranense, convocato da Innocenzo III e apertosi a Roma nel 1215: uno dei momenti di massima concentrazione normativa, pastorale e riformatrice della Chiesa medievale. L’autore parla di «piena consonanza con l’impianto ecclesiologico del Concilio» (p. 321).

La centralità dell’Eucaristia dà a questa lettura un fondamento particolarmente persuasivo. Musarra ne rileva il peso negli scritti di Francesco, a fronte dello spazio più contenuto che le riservano gli agiografi. Qui la gerarchia delle fonti mostra i suoi effetti più fecondi: assumere come asse le parole di Francesco cambia il rilievo dei temi e obbliga a rivedere l’immagine ricevuta. L’insistenza eucaristica permette inoltre di cogliere la relazione fra la spiritualità di Francesco e la sua scelta di minorità. Nella lettura di Musarra, l’abbassamento (attraverso l’incarnazione) di Dio offre un riferimento per comprendere una forma di vita segnata dalla rinuncia al possesso e al dominio. La dimensione religiosa sostiene la concretezza dei comportamenti e impedisce di ridurre la povertà a una posizione sociale o a un programma estratto dal suo contesto. È uno dei punti in cui l’allargamento del quadro storico restituisce forza all’esperienza individuale: ne mostra le ragioni interne, invece di misurarla soltanto sulla capacità di anticipare sensibilità successive.

La consonanza con la Chiesa non conduce, tuttavia, a una storia pacificata. Nelle pagine sull’obbedienza, il rapporto con l’autorità conserva un margine di attrito che la comune appartenenza religiosa non assorbe. La crescita della fraternità richiede norme e forme di governo; la povertà pone problemi giuridici che la sola intenzione evangelica non scioglie. Le Regole del 1221 e del 1223 rendono visibile il lavoro necessario a dare stabilità all’esperienza e il carattere negoziato di alcune soluzioni. Anche i rapporti con la Curia si comprendono entro questa difficoltà.

Leggere Francesco in continuità con il Lateranense IV permette, dunque, di sottrarlo a due opposte deformazioni: quella di chi ne fa un puro prodotto dell’istituzione e quella di chi lo immagina come una forza semplicemente centrifuga, irriducibile a ogni forma ecclesiale. La mossa di Musarra è sottile. Francesco non è presentato né come il docile esecutore d’un programma conciliare, né come il suo antagonista carismatico, ma come una figura che rende visibile, in forma radicale e vissuta, una serie di istanze che il concilio aveva contribuito a mettere a fuoco: il rinnovamento della vita cristiana, la centralità dei sacramenti, il rapporto fra mobilitazione religiosa e disciplina ecclesiastica. È una continuità dinamica, spirituale e storica insieme, nella quale la prossimità non implica una dipendenza meccanica. L’autore tiene così insieme l’iniziativa singolare del santo e la struttura ecclesiale che ne rende possibile, e insieme problematica, l’emersione.

Antonio Musarra mostra così come una figura apparentemente già satura di interpretazioni possa ancora essere riaperta, purché la si rimetta in dialogo con le grandi coordinate del suo tempo. Ne emerge una figura-soglia storicamente più intelligibile: profondamente evangelica e profondamente ecclesiale, nella cui tensione il compromesso fra carisma e istituzione viene storicamente abitato e reso produttivo.

Naturalmente, non mancano alcune insistenze formali che il lettore finisce per percepire con una certa nettezza. In alcuni passaggi ricorrono, con forse eccessiva frequenza, dispositivi retorici facilmente riconoscibili: triadi, accumulazioni talvolta prossime alla sinonimia, parallelismi sintattici e costrutti antitetico-correttivi, soprattutto il modulo del «non […] ma […]». La loro ripetizione imprime al periodo una cadenza martellata e una dinamica troppo scopertamente assertiva. Ne deriva, a tratti, un effetto di manierizzazione: come se la chiarezza del dettato, invece di scaturire dal movimento del ragionamento, venisse sorretta da un’intelaiatura retorica troppo esibita.

Qualche esempio permette di precisare il rilievo. La formula secondo cui «la biografia non è abolita, ma decentrata» (p. 20) fissa efficacemente una scelta di metodo; quando lo schema ritorna nella bio-agiografia che «non viene abolita, ma sorvegliata» (p. 29), si avverte però la riconoscibilità di un procedimento. A pagina 64, la sequenza «Ogni equilibrio era provvisorio. Ogni potere poteva essere messo in discussione. A patto d’avere la forza per farlo» conferisce alla ricostruzione una cadenza sentenziosa. Nessuna di queste soluzioni è di per sé un difetto; è la frequenza a renderle talvolta prevedibili.

E tuttavia sarebbe un errore isolare questo aspetto dal dato complessivo, che resta di notevole efficacia. Perché proprio un libro così attentamente costruito, e così visibilmente sorvegliato nella propria architettura, riesce poi a ottenere un risultato non ovvio: una leggibilità piena, continua, quasi sorprendente rispetto alla densità della materia. Quella del volume è, si potrebbe dire, una vera impalcatura geometrica: quattordici capitoli, ciascuno articolato in cinque sezioni, con un’estensione generalmente compresa fra venti e ventiquattro pagine. Nei primi tredici, inoltre, la sezione conclusiva mette esplicitamente Francesco in rapporto con il tema affrontato. La regolarità traduce una scelta storiografica in una forma di lettura: il contesto acquista consistenza prima che la vicenda individuale vi venga ricollocata.

Vi è nel volume una misura interna che colpisce, quindi, sul piano materiale della composizione. I capitoli hanno un respiro relativamente omogeneo e i paragrafi mantengono un equilibrio che dà al lettore il senso di un edificio pensato con rigore, senza dispersioni né collassi. Nulla appare lasciato all’improvvisazione; ma, proprio per questo, nulla risulta pesante. E il lettore, anche quando viene chiamato a seguire snodi complessi della tradizione agiografica o della discussione storiografica, non ha mai l’impressione di muoversi in una materia opaca o disorganica. Anche laddove la scrittura mostra le proprie cuciture, l’insieme conserva una tenuta notevole. E ciò che emerge, alla fine, è non solo un libro innovativo e metodologicamente avvertito, ma un libro pensato anche come forma: un organismo coerente, nel quale la disciplina dell’argomentazione e la chiarezza dell’esposizione riescono a sostenersi a vicenda.

Scritto da
Gerardo Auria

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