I sistemi operativi che hanno fatto funzionare il mondo
- 14 Agosto 2026

I sistemi operativi che hanno fatto funzionare il mondo

Scritto da Francesco Maria De Collibus

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Questo articolo è il secondo di una serie di contributi dedicati alle “strettoie” tecnologiche che hanno sostenuto il consolidamento dell’egemonia digitale americana sul software e le infrastrutture tecnologiche. Un percorso articolato, in cui si intrecciano le vicende di singoli innovatori e il peso del capitalismo politico, che oggi può aiutarci a riflettere anche sul tema della sovranità digitale e delle dipendenze critiche in ambiti strategici.

A questo link sono disponibili i contributi di Francesco Maria De Collibus dedicati alle “strettoie” tecnologiche.


Cloud, Crypto e AI – Prologo. Tra Bell Labs, Albuquerque ed Helsinki: la più discreta delle egemonie

Quando accendiamo un computer, uno smartphone o un server raramente abbiamo la curiosità di chiederci che cosa stiamo davvero accendendo. Premiamo un pulsante, attendiamo qualche secondo, e lo schermo si illumina, le icone si dispongono in perfetto ordine, il browser apre la sua pagina iniziale. Tutto resta in attesa di un nostro comando, e questo ci sembra ormai scontato, come l’aria che respiriamo o l’acqua che scorre dal rubinetto. Ma persino l’acqua del nostro lavandino è un autentico miracolo di idraulica, un miracolo che solo l’abitudine ci fa ormai percepire come una cosa scontata, figuriamoci questa perfetta coreografia di circuiti, elettricità e codice in attesa dei nostri ordini. Proprio quando una tecnologia ci inizia a sembrare ovvia dovremmo riscoprire il senso originale della sua innovazione, e imparare a osservarla di nuovo con meraviglia e curiosità.

 “Ho acceso il computer”, diciamo, ma il computer è un sistema incredibilmente complesso, i cui fili sono tenuti insieme proprio dal sistema operativo. Il sistema operativo è quella cruciale entità software che intermedia fra l’hardware e tutti gli altri software: un ponte che gestisce la memoria, schedula i processi, decide quale programma debba usare la CPU e per quanto tempo, parla con i dischi, con la rete, con la stampante. Il sistema operativo espone i comandi di base con cui ogni altro programma (il browser, l’editor di testo, il videogioco, Whatsapp) può chiedere risorse senza dover sapere nulla dell’hardware, delle periferiche, del silicio e dei transistor sottostanti.

Siamo abituati a dare per scontato il sistema operativo: in fondo c’è su tutti i computer e i dispositivi “intelligenti” che utilizziamo, siano essi smartphone, smartwatch o persino televisioni e automobili. Ci siamo ormai abituati ad aggiornarlo, anche se sospiriamo sempre quando il sistema ci chiede di farlo. Verso i sistemi operativi proviamo sentimenti complessi, perfino irrazionali, e a volte restiamo fedeli per decenni a un particolare sistema operativo (Apple o Android? Linux o Windows?). Ma sappiamo davvero cos’è? I sistemi operativi sono la prima e più sottile delle strettoie geopolitiche digitali. Una volta installato e diffuso, un sistema operativo si trincera nelle nostre abitudini ed è straordinariamente difficile da rimpiazzare. Si porta dietro un linguaggio di chiamate di sistema, un insieme di formati di file, una tradizione di amministrazione, un parco applicativo dipendente. Per i venditori di sistemi operativi è la più comoda delle posizioni di rendita: una volta entrati nei data center o nel salotto del cliente, esserne sfrattati è molto difficile. Ogni nuovo programma installato sul nostro sistema operativo è un nuovo filo che ci tiene legati. Capire come oggi quasi tutto il mondo abbia adottato pochi sistemi operativi americani – Windows sui PC, macOS sui laptop Apple, iOS e Android negli smartphone, Linux sui server – significa cominciare a capire il primo strato dell’attuale piramide digitale americana che ha reso il software uno strumento geopolitico di dominio.

La storia dei sistemi operativi moderni nasce in uno dei templi dell’innovazione a stelle e strisce: i Bell Labs di Murray Hill, New Jersey, il braccio di ricerca della compagnia telefonica AT&T. Tra il 1964 e il 1969, MIT, Bell Labs e General Electric stavano lavorando insieme a un sistema estremamente ambizioso chiamato Multics, pensato per offrire elaborazione in time-sharing a molti utenti contemporaneamente, una idea rivoluzionaria per l’epoca. Era appunto un progetto colossale, e che forse rimase vittima della sua stessa ambizione. Quando AT&T uscì dal progetto, frustrata dai costi e dai ritardi, alcuni ricercatori dai nomi leggendari come Ken Thompson, Dennis Ritchie, Douglas McIlroy, Joe Ossanna, decisero di scrivere qualcosa di più piccolo, più elegante e più maneggevole sul vecchio PDP-7 a disposizione. Lo chiamarono dapprima Unics, poi Unix: un gioco di parole con Multics, che ne sottolineava l’obiettivo di semplicità rispetto al predecessore. Thompson, narra la leggenda, ne scrisse il nucleo (file system, gestione dei processi, shell) in tre settimane, una per ciascuna componente principale.

Nel 1973 Thompson e Ritchie riscrissero buona parte di Unix in C, un linguaggio anch’esso nato nei Bell Labs, in parte per mano degli stessi autori di Unix. Quella riscrittura, di per sé un dettaglio implementativo, risultò però gravida di conseguenze: Unix divenne portabile. Con un semplice compilatore C gran parte del sistema poteva ormai essere ricompilata su una nuova architettura, limitando a una frazione relativamente piccola il codice da adattare all’hardware. Per la prima volta un sistema operativo non era più legato a un solo modello di hardware e la piattaforma cominciava a viaggiare tra hardware diversi.

C’è però una ragione molto particolare per cui Unix uscì allora dai laboratori e cominciò a circolare ovunque: AT&T era sottoposta a un decreto antitrust del 1956 che le impediva di entrare direttamente nel mercato dell’informatica. Non potendo vendere Unix come prodotto, AT&T lo distribuì alle università per somme simboliche. L’Università di Berkeley se ne innamorò e cominciò a redistribuirlo a fine anni Settanta in una propria variante chiamata appunto BSD, Berkeley Software Distribution.

Da Unix si svilupparono numerosi rami, alcuni riconducibili soprattutto alla linea AT&T/System V, altri fortemente influenzati da BSD. Da quest’ultima tradizione discenderà, molti anni dopo, anche una parte fondamentale di macOS e iOS.

Mentre Bell Labs e Berkeley distribuivano Unix come bene quasi pubblico, in un appartamento di Albuquerque, New Mexico, un ventenne stava scrivendo la pagina di una storia completamente diversa. Bill Gates, fondatore con Paul Allen di una giovanissima Microsoft, aveva prodotto un interprete del linguaggio BASIC per l’Altair 8800, il primo personal computer commerciale. La macchina costava poco, l’interprete 150 dollari, una bella somma per l’epoca. Gates si accorse presto che il software che aveva scritto circolava largamente, ma sotto forma di copie non pagate: secondo le sue stime, meno di un decimo di chi lo usava lo aveva acquistato regolarmente.

Il 3 febbraio 1976 Gates rispose con una lettera aperta agli “hobbisti”, pubblicata nella newsletter dell’Homebrew Computer Club, accusando sostanzialmente l’intera comunità di pirateria, e sostenendo che senza pagamento nessun professionista avrebbe più sviluppato software per quei computer. Era una dichiarazione di guerra culturale: il software, fino ad allora vissuto come accessorio quasi gratuito dell’hardware e all’hardware indissolubilmente legato doveva invece diventare merce. La risposta della comunità fu decisamente ostile, ma Gates aveva fissato un principio. Il software era proprietà privata, e chi lo distribuiva avrebbe vissuto di rendita, dei diritti di copia. Era una delle dichiarazioni più nette della nuova cultura del software per personal computer: il programma non come semplice accessorio della macchina, ma come prodotto autonomo da pagare. Microsoft non inventò in assoluto questa filosofia, ma fu l’azienda capace di imporla con maggiore successo.

Il vero colpo grosso arrivò però pochi anni dopo. IBM, gigante dei mainframe, decise nel 1980 di entrare nel nuovo mercato dei personal computer. Per muoversi più rapidamente, scelse di non svilupparsi in casa il sistema operativo come faceva di solito e si rivolse invece a una giovane azienda come Microsoft. Nel novembre del 1980 Gates e Allen non vollero farsi scappare l’occasione e decisero di concludere l’accordo con IBM pur non possedendo ancora un sistema operativo adatto al nuovo PC. Il mese successivo acquistarono dalla Seattle Computer Products una licenza per 86-DOS, il sistema scritto da Tim Paterson e inizialmente chiamato QDOS, “Quick and Dirty Operating System”. Microsoft pagò inizialmente 25.000 dollari per la licenza e, nell’estate del 1981, altri 50.000 per acquisirne integralmente i diritti. Ne adattarono quindi il codice al PC dell’IBM, che lo commercializzò nei suoi sistemi con il nome di PC DOS. L’aspetto chiave del contratto, dal punto di vista storico, non fu però l’accordo con IBM, quanto una clausola che Gates volle inserire a tutti i costi: Microsoft conservava il diritto di vendere MS-DOS anche a terzi. Era la chiave di volta: quando IBM rese praticamente pubbliche le specifiche[1] del PC, decine di produttori, Compaq, Dell, Olivetti, AST, Tandy, cominciarono a fabbricare cloni del PC IBM. Tutti montavano lo stesso sistema: MS-DOS. In meno di un decennio, Microsoft passò da fornitore di IBM a padrone di fatto del mercato. Negli anni Novanta l’arrivo di Windows non fece che consolidare quello che era già accaduto. Le specifiche tecniche richieste non erano più IBM PC, ma IBM PC Compatibile / MS DOS. Fu un’autentica rivoluzione: è il sistema operativo a fare la differenza, non l’hardware.

Il dominio di Microsoft sui sistemi operativi desktop non venne da una superiorità tecnica indiscutibile. DOS, e per molti anni Windows, restarono per lungo tempo sistemi modesti se confrontati con i concorrenti più raffinati. L’egemonia proveniva da un misto di intuizioni contrattuali, di effetti di rete, di compatibilità retroattiva e di lock-in. La piattaforma vincente è raramente la migliore, ma è quella che riesce a farsi installare prima, e a impedire agli altri di rimuoverla dopo, dominando così il mercato.

Mentre Microsoft accumulava potere, un’altra storia procedeva in silenzio molto più a Est, a Helsinki, in Finlandia. Uno studente di informatica di nome Linus Torvalds era frustrato da Minix, un sistema operativo scritto per finalità didattiche dal famoso professor Andrew S. Tanenbaum ispirato sì a Unix ma con una licenza troppo restrittiva e poco adatto al nuovo processore Intel 386. Il 25 agosto 1991 pubblicò sul gruppo Usenet comp.os.minix un annuncio che è oggi una tappa fondamentale della storia dell’informatica: «I’m doing a (free) operating system (just a hobby, won’t be big and professional like gnu)».  Un sistema operativo libero, per hobby, niente di importante. Il 17 settembre rilasciò la prima versione, la 0.01.

Nel 1992 Torvalds compì la mossa decisiva: ripubblicò il kernel sotto la licenza GPL, la GNU General Public License promossa da Richard Stallman, e lo aprì al contributo di chiunque. Il risultato, sul lungo periodo, fu l’emersione di un contropotere decisamente inatteso: Linux, sistema operativo libero, scritto in cooperazione da migliaia di sviluppatori sparsi nel mondo, è oggi il sistema operativo più diffuso del pianeta. Gira sulla stragrande maggioranza dei server, sui cinquecento supercomputer più potenti del mondo, su miliardi di smartphone Android, su buona parte dei dispositivi della cosiddetta Internet of Things, e su un numero sempre maggiore di automobili ed elettrodomestici. Chi ospita un sito web sta quasi certamente facendo girare Linux. Chi prende un volo gestito da grandi sistemi di prenotazione, chi opera sui mercati finanziari, chi consulta una cartella clinica elettronica, si appoggia con grande probabilità a Linux. La rivincita del software libero sull’industria proprietaria è uno degli eventi tecnologici chiave dell’epoca contemporanea.

La storia diventa ancora più curiosa se guardiamo i sistemi operativi che ci troviamo in tasca o sulla scrivania. MacOS, il sistema operativo dei PC Apple, e iOS, il sistema operativo di Ipad e Iphone, condividono il kernel XNU e una parte fondamentale del loro sottosistema Unix deriva da Darwin, il progetto open source di Apple che incorpora componenti Mach e BSD, ovvero proprio da quella variante di Unix nata a Berkeley e poi distribuita liberamente.

Android, il sistema operativo che muove più di tre quarti degli smartphone globali, è costruito sopra il kernel Linux di Torvalds. I due ecosistemi mobili più imponenti del pianeta poggiano dunque su fondamenta aperte, ereditate dalla generosità del mondo accademico americano degli anni Settanta o dall’utopismo del mondo open source degli anni Novanta.

Ma non è tutto oro quello che luccica, anzi. Questa presa sul mercato è avvenuta purtroppo tutta a vantaggio dei nuovi padroni. Apple e Google hanno aggiunto al cuore aperto strati superiori chiusi, proprietari, con interfacce, store di app e regole d’uso che dipendono completamente da loro. È come se si fossero costruite delle cattedrali private sopra un bazaar aperto, tanto per citare il lessico di un fondamentale saggio scritto a riguardo da Eric S. Raymond[2]. La parte sconcertante, dal punto di vista politico, è proprio questa: l’open source non è stato sostituito, è stato cavalcato. La massa critica di software libero che nessuno avrebbe avuto risorse o tempo di reinventare è stata abilmente riutilizzata da pochi soggetti privati che ne hanno poi rivenduto l’utilizzo come servizio chiuso, controllato e proprietario.

A questo punto possiamo guardare con occhi nuovi la mappa dei sistemi operativi del 2026. Sui personal computer dominano Windows (Microsoft) e macOS (Apple), entrambi americani. Sui telefoni, iOS (Apple) e Android (Google): di nuovo, due sistemi operativi americani. Sui server e nel cloud comanda Linux, ufficialmente di nessuno, sostanzialmente curato da una fondazione e da un consorzio di aziende a maggioranza statunitense. Il controllo americano degli strati commerciali costruiti intorno a Linux è soffocante: cloud hyperscaler, servizi gestiti, piattaforme, marketplace, tooling e sistemi di gestione dell’identità. È l’ecosistema, bellezza!

Nei datacenter di Amazon, Microsoft, Google, Linux gira ovunque; e su molte distribuzioni curate da aziende americane (Red Hat di IBM, Amazon Linux, Ubuntu della britannica Canonical, fortemente integrata in quell’ecosistema). Anche dove il sistema è nominalmente libero, l’ecosistema che lo manutiene è prevalentemente sotto il controllo di aziende americane.

Esistono alternative? Esistono. La Cina ha sviluppato distribuzioni Linux nazionali (Kylin, openEuler) per pubblica amministrazione e settori sensibili, e sta investendo pesantemente in HarmonyOS di Huawei. La Russia sostiene da anni la sostituzione del software straniero con distribuzioni nazionali come Astra Linux, ROSA e altre piattaforme domestiche, processo vistosamente accelerato dopo l’invasione dell’Ucraina. L’Europa ha una storia di distribuzioni proprie, come SUSE, Mandriva o Mageia, ma non ha mai avuto la massa critica industriale o forse la volontà per produrre un ecosistema intorno al sistema operativo capace di scalare. Olivetti, prima del crollo, ci arrivò vicina, ma il futuro le passò accanto. Il risultato è che, anche oggi, l’Europa ospita, amministra e sviluppa la propria pubblica amministrazione su sistemi nati prevalentemente oltreoceano. I tentativi di passare all’open source, sull’esempio dell’amministrazione francese e tedesca, esistono, ma devono ancora avere successo su vasta scala.

Il sistema operativo è la prima strettoia, perché abilita tutte le altre. Senza un controllo, anche solo parziale, della piattaforma sottostante, ogni discorso di sovranità digitale è destinato a rivelarsi fragile. Quando un governo europeo discute di “sovranità del cloud”, spesso intende che i dati restino fisicamente in Europa: ma se il sistema operativo, il sistema di virtualizzazione, lo scheduler dei container, gli strumenti di monitoraggio e le librerie applicative sono tutti americani, di che sovranità stiamo parlando? Avere una macchina nel proprio Paese non significa controllarla. Significa, al massimo, ospitarla.

La collocazione fisica di un server non coincide necessariamente con il suo controllo. La sovranità dipende anche da chi gestisce il codice sorgente, gli aggiornamenti, le chiavi, il piano di gestione, le dipendenze software, l’hardware e le competenze necessarie a mantenerlo. L’interruttore resta sempre nelle mani di qualcun altro. A volte basta il controllo di un pezzo dello stack per far venire giù tutto il nostro castello di presunta “sovranità digitale”.

C’è però una buona notizia: il software libero ha già una volta capovolto il tavolo. Linux, nato come hobby di uno studente finlandese, è diventato l’infrastruttura su cui gira buona parte del pianeta. Questo, come minimo, dimostra che è tecnicamente possibile farlo, perché è già stato fatto. Ma serve una scelta politica esplicita, di lungo periodo, e una pazienza industriale che alle nostre latitudini si sta perdendo.

Nei prossimi articoli seguiremo, una per una, le strettoie successive: i motori di ricerca, gli app store, i social network, il cloud, le criptovalute, l’intelligenza artificiale. Sono tutte ulteriori cattedrali costruite su queste prime, e più discrete, fondamenta. Capire la pianta della cattedrale, però, non basta. Bisogna scendere dentro la cripta e studiare la disposizione esatta dei pilastri.


[1] In realtà il BIOS non era pubblico, ma era a codice sorgente chiuso. Compaq dovette ricrearlo da zero.

[2] Eric S. Raymond, The Cathedral & the Bazaar. Musings on Linux and Open Source by an Accidental Revolutionary, O’Reilly & Associates, Sebastopol (CA) 1999.

Scritto da
Francesco Maria De Collibus

Si occupa da vent’anni di software e attualmente lavora come Enterprise Architect in una multinazionale, dove segue temi di Digital Experience e Generative AI. Dopo aver studiato filosofia e informatica a Milano, ha recentemente conseguito un dottorato in Economia all’Università di Zurigo. Tra le sue pubblicazioni: “La macchina che si autoprogramma. In quali mani finirà l’innovazione?” (Egea 2025), “Hacking finance. La rivoluzione del bitcoin e della blockchain” (con Raffaele Mauro, Agenzia X 2016) e “Blitzkrieg Tweet. Come farsi esplodere in rete” (Agenzia X 2012).

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