È sempre difficile il ricordo dei propri maestri. Certe persone hanno segnato la nostra vita ma nel parlare di loro, nel momento della loro scomparsa, c’è il rischio ricorrente di utilizzarli per parlare esclusivamente di sé.
In ogni caso, non posso tacere. Ciò che mi anima è questo: forse può essere utile a qualcuno sapere come è stato conoscere Enzo Bianchi, che all’inizio di settembre ha concluso la sua vita terrena, per uno studente universitario alle prime armi. Il mio desiderio è che l’esperienza di quell’incontro possa parlare alle persone più giovani, nella strada che prenderanno, per conto loro, per diventare ciò che sono.
Enzo Bianchi è comparso più di vent’anni fa nella Sala dei Fasti Romani del Palazzo Arese Borromeo di Cesano Maderno, nella facoltà di filosofia disegnata da Massimo Cacciari e in cui lo stesso Cacciari l’aveva “trascinato” per tenere il corso di “Teologia biblica e patristica”. La sua solida esperienza di biblista doveva affiancare la formazione degli studi di filosofia, esserne parte integrante.
Così il monaco ha fatto le scale insieme a Goffredo e con l’abito scuro, un profumo intenso e una valigetta, guardandosi attorno, ha cominciato la lezione. In quella prima lezione, commentò il Prologo del Vangelo di Giovanni, ponendo l’attenzione su Giovanni 1,18, un punto che amava molto, relativo al verbo exeghésato. Gesù Cristo, come “esegesi di Dio”, non era solo la spiegazione, la rivelazione di Dio, ma anche il racconto. La sua traduzione essenziale così suonava: “Dio nessuno l’ha mai visto; Gesù, il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del padre, ce l’ha raccontato”.
In quella lezione ragionò anche sulla storicità di Gesù e sul significato del logos. In quel periodo noi studenti di filosofia leggevamo in modo vorace, disordinato e appassionato (come spero si legga ancora). Tra l’altro, per prepararci alla lezione di Enzo Bianchi leggevamo Sergio Quinzio, il suo commento alla Bibbia e le sue riflessioni sulla distinzione del significato tra l’ebraico dabar e il greco logos. Su questo tema ho posto una domanda a Enzo, che ha in effetti rappresentato il mio incontro con lui. Dopo aver risposto sul punto, sono stato immediatamente identificato come sardo per via del mio accento. Così dopo la lezione, prima di andarsene, lui ha iniziato a parlarmi delle sue vacanze sul mare sardo, delle sue passeggiate sulla spiaggia di Costa Rei. Davvero quell’uomo così insigne e caratteristico sarebbe stato, tra qualche mese, in costume a passeggiare sulla sabbia? Certo che sì.
Nella prima impressione, lui era una voce e un volto. Quella voce molto profonda, quasi cavernosa ma piena, non chiamava nel deserto. Chiamava da uno spazio non identificato, il monachesimo, da un modo di essere cristiani, e dalla conoscenza della Bibbia. Era poi un volto con gli occhi celesti, quasi abbronzato anche nell’inverno della Brianza. Una presenza cinematografica, che con la sua figura tozza sembrava il perfetto caratterista di qualche film. La prima impressione è che quell’uomo avesse sempre avuto quell’età, quella figura, come se non fosse mai stato un ragazzino e, soprattutto, come se non dovesse più invecchiare ulteriormente, rispetto a quella forma compiuta che aveva già tutte le rughe al loro posto. E poi il monaco riempiva la stanza e la leggeva. In qualche modo, il suo carisma leggeva i volti degli altri, esplorava la diffidenza degli studenti, andava sempre a caccia delle persone più strane. Così avrebbe fatto all’interno di quella cerchia tanto variegata di allievi, perché lo colpiva nell’intimo la varietà dell’umanità.
In poco tempo ci invitò ad andarlo a trovare a Bose, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Chiacchierare a tavola col priore di Bose, già divenuto nostro amico, era parte integrante delle sue lezioni sulla Bibbia e sui padri della Chiesa. Era veramente “un Rabbi che amava i banchetti”, come ha ricordato anche il Cardinale Ravasi in questi giorni. È questo, del resto, il titolo del volume per bambini di cui ha scritto i testi nel 1985, con le belle illustrazioni di Emanuele Luzzati.
Enzo conosceva tantissime persone, era già molto attivo nei suoi incontri pubblici, noi lo guardavamo in TV a L’infedele di Gad Lerner e commentavamo quei dialoghi televisivi in prima serata che sembravano anche dispute filosofiche. Però lui, l’uomo che aveva notorietà, che aveva scritto libri di successo, voleva sapere qualcosa da noi, gli studenti che voleva sfamare. Era bello essere suoi interlocutori senza filtri, ma anche spettatori del suo carattere, per esempio della sua irruenza e delle sue incazzature.
Non è possibile che chi ha conosciuto Enzo abbia solo una storia, o un ricordo, che riguarda il cibo, l’enogastronomia, le varie pietanze. C’è il raffreddore da curare con un misto di latte caldo (poco) e whisky (molto). Il pollo al curry con mela, cipolla bianca e yogurt, e il luogo in cui la ricetta gli è stata tramandata, perché ogni piatto è una storia. Poi ci sono i costanti riferimenti alla cucina francese e ai suoi dettagli. Ancora, si può ricordare la “mistura di Bose”, un insieme di aglio, olio e peperoncino conservato in vetro che dava sapore a tutto, ed era un perfetto complemento e condimento per la “pasta dello studente”, al posto di un tonno in scatola scadente: puoi usare la mistura di Bose e, in qualche modo, sopravvivere a lungo solo con qualche piatto di pasta. Non si può dimenticare la sua smorfia per un ospite importante che porta un vino chiaramente troppo alcolico, e che non funziona. Una volta, avviene un “duello” a tavola tra lui e il suo amico Carlo Petrini. Significa che viene presentata una pietanza di cui Enzo decanta la perfezione, dicendo che non solo è buono ma è “senza fine”, un suo classico intercalare. Petrini è soddisfatto, sorride, poi fa un’osservazione, una piccola critica. E poi si ricomincia. Fino a quando loro hanno mangiato e bevuto troppo, e anche gli spettatori, i quali non capiscono più nulla.
Da questa relazione speciale col cibo, che è presente nella sua cultura e in tanti suoi libri, io ho tratto due indicazioni, due lezioni, esse stesse parte integrante dell’incontro.
Ovviamente, una lezione è che la tavola imbandita, che comincia nella preparazione di un piatto, ed è preceduta dalla ricerca delle materie prime o dalla loro cura, è un messaggio verso gli altri. Come Enzo ha detto tante volte, è un modo per dire alle persone: vi voglio bene.
L’altra indicazione arriva più tardi, è più amara ma altrettanto importante. È che qualcosa manca dai banchetti, perché spesso manca qualcuno. La vita è anche questo. Ci sono i piatti che tu ricordi, che senti, ma non riuscirai mai a fare, a ripetere. Ti applichi, eppure quella sfoglia sottile dei ravioli non ti viene. Ti hanno dato la ricetta, l’hai memorizzata, l’hai riprodotta, hai comprato un’attrezzatura che chi faceva il piatto originariamente non aveva, ma quella cosa è andata perduta perché doveva esserci qualcun altro in cucina. Invece non c’è più. Un piatto in questo senso è un ricordo ma è anche l’assenza di qualcuno, il racconto del senso umano di imperfezione.
Chiaramente, l’incontro con Enzo non si limitava solo al cibo, anche se quella dimensione è imprescindibile.
Ai suoi allievi più giovani, cercava di trasmettere altre sue passioni, come la musica greca, e raccontava con dovizia di particolari (alcuni sicuramente inventati, come nell’arte di ogni narratore) i viaggi più strani e scomodi che aveva fatto, nel Mediterraneo e in luoghi più remoti d’Oriente. Oltre agli incontri e agli scambi che l’avevano colpito, e su cui sentiva il bisogno di tornare spesso, sempre in qualche modo legati alla cultura, all’arte, alla letteratura. Per esempio, ricordo nitidamente Enzo che parla di Pasolini e del suo progetto, a lui particolarmente caro, di realizzare dopo Il Vangelo secondo Matteo, un film su San Paolo basato sulle lettere paoline. Tu stai bevendo un sorso di Grignolino e a un certo punto c’è Pasolini che parla di San Paolo.
Questi tanti “incontri attraverso l’incontro” con lui si realizzavano e approfondivano attraverso le letture. Qui torniamo alla voracità delle letture di noi studenti, in cui c’erano anche i testi monastici e patristici che lui aveva contribuito a introdurre nel dibattito italiano, compresi quelli che leggevamo anche se non capivamo granché. Oltre naturalmente ai suoi libri. Per me, soprattutto due libri pubblicati da Gribaudi, Il radicalismo cristiano (1980) e Amici del Signore (1990), sia per la ricchezza dei riferimenti biblici che per il linguaggio (nel caso di Il radicalismo cristiano, pure la copertina), ma anche i suoi commenti ai testi evangelici di Bose, quelli stampati col carattere sfigato, da macchina da scrivere.
Forse nessun libro restituisce l’incontro con Enzo Bianchi, il suo pensiero e la sua vita come la Lettera a Diogneto, il testo cristiano scritto in greco antico verso il secondo secolo dopo Cristo da un autore anonimo, pervenutoci con una storia avventurosa. Rivolgendosi al pagano Diogneto, l’autore anonimo cerca di spiegare chi sono i cristiani e ciò in cui credono, raccontando i loro paradossi, il loro rapporto col mondo e con la società, con una bellissima prosa. “Ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera”. Enzo ha tenuto anche una rubrica dal titolo A Diogneto, oltre a citare la Lettera in tantissimi incontri.
Proprio nell’estate dopo le sue prime lezioni, ho cercato a lungo un’edizione di A Diognète nella collana di edizioni critiche francesi con testo a fronte Sources Chrétiennes, che Enzo amava particolarmente. E l’accaparramento di libri a Parigi ha sempre fatto parte dei suoi itinerari, in mezzo a un sorso di pastis e a una battuta sui poeti maledetti, in attesa di una cena con le cozze.
Dopo parecchie ricerche, ho trovato proprio la prima edizione del 1951 curata da Henri-Irénée Marrou, quasi trecento pagine, quasi tutte di commento, visto che la lettera è un testo piuttosto breve.
Ora, a più di vent’anni di distanza, le pagine sono più ingiallite, come è giusto che sia, ma mi accoglie sempre la bella grafia di Enzo, che nella dedica ricorda di aver letto il libro a quindici anni per la prima volta ma soprattutto di rileggerlo e meditarlo ogni anno, per essere semplicemente uno di quelli, i cristiani, che l’autore descrive e racconta.

Per questo, il mio ricordo di Enzo Bianchi, in questa grafia dove rivedo il suo volto e il nostro incontro, è un invito a un’arte dimenticata: l’arte della rilettura.
Il Vangelo di Giovanni, che nella sua prima lezione alla Sala dei Fasti Romani potevamo rileggere nel Prologo attraverso Gesù che racconta Dio, si conclude con la parola “libri”. I libri, per quanto li amiamo, per quanto li divoriamo, non basteranno mai, alla fine saranno insufficienti per dire l’essenziale. Abbiamo però alcuni libri da rileggere, e che anno dopo anno ci rileggono. Con loro rileggiamo anche le persone che ce li hanno raccontati, e sentiamo la loro presenza.
Spero allora che, attraverso questa storia, possa giungere a tutti voi la gioia e la fortuna del mio incontro con Enzo Bianchi, tanti anni fa, e che possiate ritrovare la sua testarda passione per l’umanità in una pagina da rileggere. In un sapore ritrovato, o perduto.