Alpine Refugees
- 07 Gennaio 2020

Alpine Refugees

Scritto da Gloria Manzonato

8 minuti di lettura

Pubblichiamo volentieri questo contributo di Gloria Manzonato di Euricse che – a partire dal volume Alpine Refugees. Immigration at the Core of Europe curato da Manfred Perlik (Università di Berna), Giulia Galera (Euricse – Trento), Ingrid Machold (BAB – Vienna) e Andrea Membretti (Eurac Research – Bolzano) ed edito da Cambridge Scholars Publishing in cui sono raccolti dati e risultati di una ricerca sul fenomeno migratorio all’interno del contesto alpino di Italia, Austria e Svizzera – propone interessanti spunti di riflessione e delinea innovativi percorsi di integrazione per fronteggiare la sfida migratoria.


Le Alpi. Non pensiamo mai alle montagne, alle terre alte, come a luoghi accoglienti dove si sviluppano scenari sociali innovativi, ma lo sono. Sono terreno di confine e da sempre teatro di persone in movimento. Intere comunità vivono e tengono vivi territori che altrimenti incontrerebbero solo uno sviluppo incontrastato della natura, l’avanzare del bosco.

Un’altra cosa che facciamo di rado è accostare questo tipo di contesti, quelli montani, al fenomeno dell’immigrazione. Vista l’evoluzione degli ultimi anni, risulta infatti difficile riuscire razionalmente a pensare che i flussi migratori siano un fenomeno che interessa l’intero Paese, non solo i porti del sud d’Italia e i centri urbani medio-grandi.

Proprio per questo motivo è nata l’idea di un libro, Alpine Refugees. Immigration at the Core of Europe, in grado di raccogliere le storie, i dati e le immagini di una immigrazione che non sta sempre sulle pagine dei giornali ma che anima però lo sviluppo delle nostre montagne.

Sono Giulia Galera (Euricse, Italia), Manfred Perlik (Università di Berna, Svizzera), Ingrid Machold (The Federal Institute of Agricultural Economics, Rural and Mountain Research – BAB, Austria) e Andrea Membretti (Eurac, Italia) i curatori del volume che raccoglie trentotto diversi contributi dove i casi studio su Italia, Austria e Svizzera si alternano.

Il libro, oltre a fornire un contributo alla letteratura scientifica, cerca di individuare quali sono i meccanismi che regolano le dinamiche di inclusione ed esclusione sociale all’interno di una comunità marginale. Allo stesso tempo tenta di costruire una visione d’insieme su quali possono essere le “buone pratiche” in grado di alimentare lo sviluppo di una nuova politica della gestione del fenomeno migratorio.

 

Immigrazione: qualche informazione

Prima di parlare del fenomeno migratorio cerchiamo di fare chiarezza fornendo qualche definizione. Sarà infatti utile parlare di alcuni aspetti che aiuteranno il lettore ad avere una maggiore comprensione dei dati e una più chiara idea della situazione attuale.

Esistono due tipi di migrazione. Quali? In letteratura si parla di migrazione volontaria oppure di migrazione forzata. Possiamo comprendere già dalla definizione che nel primo caso si descrive uno spostamento che un soggetto decide di intraprendere su base volontaria. Solitamente, sul numero totale di persone che migrano, quasi il 90% decide, infatti, di intraprendere il viaggio volontariamente. Le cause possono essere molteplici, spesso economiche (UNHCR). Al contrario, i migranti forzati, sono spinti al movimento da cause estreme (conflitti, persecuzioni, guerre, disastri ambientali, ecc.). Il confine tra questi due concetti è molto labile, spesso conflitti armati trascinati per molti anni escono dalla logica emergenziale ma generano una serie di problematiche che veicolano poi gli individui alla scelta di migrare.

Un altro punto chiave è comprendere la differenza tra immigrato regolare, irregolare e rifugiato.

Se parliamo di migranti regolari facciamo riferimento a tutte quelle persone che entrano nel territorio italiano con un regolare visto di ingresso. Caso esemplare è quello degli arrivi previsti dal Decreto Flussi. Ogni anno infatti, il Ministero dell’Interno italiano fissa la quota di lavoratori stranieri di cui ha bisogno, da ripartire poi su base regionale (per il 2019 la quota è di 30.850: 12.850 per lavoro subordinato non stagionale, autonomo e conversioni, 18.000 invece per lavori subordinati stagionali nei settori agricolo e turistico-alberghiero).

Si parla di migranti irregolari invece quando, dal punto di vista dei paesi di destinazione, si fa ingresso nel Paese senza la necessaria autorizzazione o documentazione richiesta dalla normativa sull’immigrazione.

Diversa invece è la definizione di rifugiato: un rifugiato è colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

In Italia, proprio per gestire l’aumento del numero di richieste, sono attivi due tipi di sistemi di accoglienza: il primo è il sistema SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), il quale, in collaborazione con ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), gestisce le domande ordinarie. Il secondo è il sistema CAS (Centri di Accoglienza Straordinari), il quale, attraverso le prefetture, gestisce le richieste straordinarie. In questo secondo caso la gestione dei servizi di accoglienza viene per lo più affidata a privati e organizzazioni del terzo settore, le quali si aggiudicano il servizio tramite bando di gara.

 

Alpine Refugees: la ricerca

Rifugiati alpini, è una immagine curiosa ma è proprio di questo che parliamo. Cogliere e misurare quali siano state e quali siano tutt’ora le reali conseguenze, nei territori alpini, della asylum crisis, ovvero della dinamica emergenziale nata dall’aumento del numero di richieste di asilo nel nostro Paese, è ancora difficile. Possiamo però fare una riflessione partendo dai dati disponibili.

Nel caso dell’Italia, è il 2015 ad essere considerato l’anno di svolta, ed è in questo periodo che le nostre montagne, dall’essere territori di emigrazione passano ad essere territori di immigrazione.

Da dati del 2017 (da un elaborazione ISTAT) e all’interno del perimetro tracciato dalla Alpine Convention, vediamo che nelle sette regioni del Nord Italia che comprendono l’arco alpino, la percentuale di persone straniere residenti varia tra il 6% e il 9%. Questi dati non tengono in considerazione i richiedenti asilo ma tengono solamente conto delle persone con regolare permesso di soggiorno. Curioso è vedere che, se consideriamo l’intera area montana, risulta evidente una maggiore polarizzazione nelle regioni del Nord-Est, ad eccezione della Liguria (7.769 persone straniere su 84.534 abitanti delle aree alpine, 9%).

Alpine Refugees

Figura 1 – Rielaborazione degli autori dei dati ISTAT (2017)

Se invece prendiamo in considerazione anche altri aspetti, oltre a quelli quantitativi, vediamo che ci sono ulteriori considerazioni da fare.

È infatti emerso che nelle città che garantiscono servizi più efficienti si conta anche una maggiore concentrazione di residenti stranieri (è il caso di Trento, Bolzano, Padova, Treviso, Genova e Torino). Per quanto riguarda il Centro-Nord invece, in particolare nelle aree vicine alla Pianura Padana, la situazione è leggermente diversa: una maggior concentrazione di immigrati non si ha più solo nei grossi centri urbani (Milano o Verona) ma è sparsa capillarmente nel territorio. Questo potrebbe essere dettato anche dalla natura dell’area che è definita, da Arturo Lanzani, città diffusa.

Quello che a noi interessa è però comprendere la dimensione reale del numero di richiedenti asilo che vive sulle nostre Alpi. Per farlo possiamo sfruttare i dati forniti dal sistema nazionale SPRAR e dai Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), che abbiamo descritto sopra. Secondo Alberto Di Gioia che li ha analizzati nel 2017 sono circa 12.895 i rifugiati (o persone in attesa di valutazione della domanda di asilo) che abitano in una area alpina.

Studiare i numeri però non è sufficiente. L’analisi della dimensione più privata, e se vogliamo dirlo, anche personale è parte essenziale per comprendere come le piccole comunità, che si sono sentite improvvisamente vulnerabili, abbiano gestito la sensazione di smarrimento dovuta all’arrivo di persone con cultura, costumi e religione diversi. Cambiando punto di vista, da quello delle comunità a quello dei richiedenti asilo, quella che viene analizzata è l’esperienza diretta vissuta da chi si è visto “catapultato” in una realtà così diversa da quella di origine. In questo senso è necessario far emergere due concetti antitetici che però sono sostanza comune nelle storie. Nelle testimonianze e nei racconti, le nostre Alpi sono state viste e vissute come rifugio da chi ha trovato riparo in uno dei territori tra i più inclini a interagire e includere i nuovi arrivati. Sono state “trappola” invece per chi si è trovato a vivere in un tessuto sociale ostile, alimentato da comunità locali impreparate e da enti di accoglienza che hanno mal gestito il fenomeno migratorio.

 

L’impatto

Quale è stato però il reale impatto sulle nostre comunità e quali sono gli effetti che possiamo concretamente osservare?

Sono due gli scenari che si ripresentano nei vari casi studio. Come già scritto, uno è quello che descrive il fallimento dei processi di accoglienza. La segregazione, sia sociale che spaziale, all’interno delle comunità non porta mai effetti positivi quantificabili ma anzi crea situazioni di difficile convivenza a lungo-termine. Questo solitamente si deve ad una gestione “vuota” dei rifugiati, spesso mirata al profitto, senza quindi una logica di fondo che porti a pianificare e studiare il processo di inclusione.

In altri casi però, dove questa progettazione è stata fatta, con il coinvolgimento diretto degli attori interessati (a titolo di esempio: pubblica amministrazione, parrocchie, gruppi di volontariato), si sono raggiunti risultati molto positivi.

La buona accoglienza ha sicuramente giovato, tra tutti, al settore economico. Le piccole economie locali hanno visto degli effetti positivi: la fornitura di servizi, anche abitativi, si è vista nuovamente necessaria per la riuscita di processi di asilo efficienti, generando allo stesso tempo posti di lavoro per la popolazione locale. Dall’altro lato, i giovani arrivati hanno dato nuova linfa ai piccoli esercizi anche solo con modeste richieste: un pacchetto di sigarette, un giornale, un panino.

In particolar modo nelle comunità alpine, visto l’attuale assetto demografico e sociale, sono essenziali queste gestioni inclusive, proprio perché permettono alle comunità stesse di rigenerarsi. Il tramandarsi delle pratiche agricole, artigianali o manifatturiere, che un tempo erano la principale forza di molti territori montani, vedranno nuova energia grazie ai ragazzi rifugiati che ne hanno imparato i segreti o hanno riscoperto mestieri a rischio di estinzione.

È il caso delle comunità di Malles e Ortisei (Sud Tirolo) dove è stato dimostrato che il coinvolgimento attivo dei migranti nelle attività locali, e soprattutto la loro entrata nel mercato del lavoro, ha contribuito a rafforzare i rapporti fiduciari. Altro esempio interessante è quello della cooperativa K- Pax che ha accompagnato i processi di accoglienza in Val Camonica (BS), contribuendo ad innescare importanti processi di sviluppo economico e sociale a livello territoriale.

 

Conclusioni

Concludendo, sintetizziamo nuovamente alcuni aspetti particolarmente interessanti spiegati, in maniera molto più approfondita, nel libro. Le comunità alpine sono contesti particolari, sia per la loro conformazione geografica sia per il loro tessuto sociale e culturale. Le difficoltà dovute ad una posizione marginale si accentuano quando, dal 2015, si sono ritrovate ad essere un territorio in fermento per via dell’arrivo dei richiedenti asilo. Due strade si sono intraprese: quella della buona e quella della cattiva gestione dell’accoglienza. Fondamentale è il ruolo di chi gestisce questi processi: le organizzazioni, se spinte da logiche di guadagno, non riusciranno mai a creare una rete di sostegno che riesca a garantire protezione sia alle comunità ospitanti che a quelle ospitate. Diversa è la dinamica che si innesca quando invece si prova a gestire in modo virtuoso l’arrivo dei rifugiati: nuovi posti di lavoro per i locali, nuove braccia per portare avanti le tradizioni agricole nei territori, nuove famiglie che vivono nelle comunità e mandano i bambini a scuola e nuovi processi di innovazione sociale grazie all’incontro tra nuovi arrivati e residenti

Forse è “romantico” dire che il segreto per una convivenza armoniosa sia quello di coinvolgere e includere in maniera responsabile i richiedenti asilo nelle attività delle comunità. Non è in realtà così semplice e comprendiamo le difficoltà che si possono incontrare. Possiamo però prendere esempio dai processi di inclusione che sono riusciti, comprendendone le dinamiche e provando a replicarne gli aspetti che hanno funzionato. Essenziale è che lo facciano anche le pubbliche amministrazioni e le istituzioni, ripartendo proprio da esempi concreti in grado di dare corpo a politiche per lo sviluppo di un sistema di accoglienza di valore.


Bibliografia

Alpine Convention (2015), Cambiamenti demografici nelle Alpi: quinta relazione sullo stato delle Alpi

Corrado, F., De Matteis G., Di Gioia A., (2014) Nuovi Montanari. Abitare le Alpi nel XXI secolo, Franco Angeli, Milano.

Di Gioia A., (2017), I migranti per forza nelle montagne italiane. Analisi della georeferenzazione dei dati nei comuni italiani, In Per forza o per scelta, l’immigrazione straniera nelle Alpi e negli Appennini, edito da A. Membretti, I. Kofler, P.P. Viazzo, Canterano: Aracne Editore.

Galera, G., (2016), Verso l’inclusione sociale, dall’accoglienza all’autonomia, in Welfare Oggi 3: 31-35.

Galera, G., Giannetto L., Membretti A., (2018), Integration of Migrants, refugees and Asylum seekers in remote areas with declining populations, in OECD Local Economy and Employment Development (LEED) Working Papers. 2018/03, Paris: OECD Publishing.

Lanzani, A., (2015), Città territorio urbanistica tra crisi e contrazione. Muovere da quel che c’è, ipotizzando radicali modificazioni, Franco Angeli, Milano.


Per la gentile concessione dell’immagine che accompagna questo articolo si ringrazia Euricse.

Scritto da
Gloria Manzonato

Laureata in Gestione dell'Ambiente e del Territorio all'Università di Trento. Da sempre interessata alla cooperazione locale ed internazionale, in particolare ai progetti di sviluppo agricolo ed alimentare. Comunicatrice in evoluzione ad Euricse.

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