“Cittadinanza. La promessa di un alchimista” di Dimitry Kochenov
- 08 Febbraio 2021

“Cittadinanza. La promessa di un alchimista” di Dimitry Kochenov

Recensione a: Dimitry Kochenov, Cittadinanza. La promessa di un alchimista, il Mulino, Bologna 2020, pp. 212, 14 euro (scheda libro)

Scritto da Luca Rebolino

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Nel suo ultimo libro, Cittadinanza. La promessa di un alchimista, Dimitry Kochenov indaga la natura del concetto di cittadinanza, per mostrare la funzione discriminatoria che questa assume nel contesto globale ancora oggi. Si tratta di un lavoro che nonostante il contenuto specialistico ha un carattere decisamente divulgativo; e per questo può contribuire ad accrescere la consapevolezza tra un pubblico più generalista su quei caratteri poco trasparenti della cittadinanza contemporanea.

Kochenov è professore di Diritto costituzionale europeo e di Cittadinanza all’Università di Groninga nei Paesi Bassi ed è stato Visiting Professor presso diverse università internazionali, tra cui l’Università di Torino e la LUISS di Roma. Ironia della sorte, è stato recentemente al centro di uno scandalo per non aver dichiarato un sospetto conflitto di interessi alla sua università per il ruolo di consulente che ha ricoperto presso il governo di Malta[1]. Nel 2014 infatti è stato coinvolto come esperto nella stesura della controversa legge che permette di acquisire la cittadinanza dello Stato maltese (e quindi europea) a stranieri che hanno investito almeno 1 milione di euro nell’isola. Una legge aspramente criticata negli anni, su cui lo stesso Parlamento Europeo si è espresso nel 2017, illustrando come questa possa essere sfruttata internazionalmente come uno strumento di riciclaggio di denaro[2]. Proprio uno di quei meccanismi alquanto opachi che sono collegati al funzionamento della cittadinanza, messi in luce dal giurista nel corso del suo lavoro accademico[3].

Ad ogni modo, in questo volume Kochenov cerca di ribaltare i luoghi comuni che sono associati alla cittadinanza, sia nella narrazione popolare che nello stesso dibattito accademico. Lo fa servendosi di una ricca e stimolante galleria di casi, presi dai più svariati contesti legali, in cui espone come la cittadinanza si sia molto spesso rivelata, nel tempo e nello spazio, come un fenomeno essenzialmente incoerente.

La tesi di fondo del libro è quindi che la cittadinanza moderna non possieda alcun valore razionale intrinseco. A tal proposito l’autore riconosce che l’esistenza della cittadinanza è stata storicamente giustificata facendo ricorso a nient’altro che a una serie di finzioni. Infatti, sostiene che non è, e non è mai stata, uno strumento di uguaglianza e autodeterminazione politica, come tradizionalmente si è portati a considerarla. Prima di tutto bisogna abbandonare quella celebrazione romantica che la presenta come un pregevole legame che si instaura tra lo Stato e il “buon cittadino” che ne è sottoposto all’autorità. Kochenov scava appunto in profondità nelle ambigue implicazioni della cittadinanza moderna per mostrare come essa rappresenti invece uno strumento di esclusione sistematica.

Secondo il professore, è da tenere a mente come la cittadinanza, essendo ascritta alla nascita e quindi non essendo determinata da scelte individuali, abbia una natura fondamentalmente premoderna, perché nega il principio stesso dell’individualità. Asserisce, a tal proposito, come molti dei suoi lettori occidentali non si siano probabilmente mai resi conto di quanto la cittadinanza abbia avuto un impatto determinante sulla loro vita. D’altro canto, lo hanno provato sulla loro pelle molti dei cittadini del resto del mondo. Per loro la cittadinanza, che hanno ricevuto in maniera assolutamente arbitraria nel momento in cui sono nati, non è altro che un pesantissimo fardello. Non solo non è affatto garanzia di diritti o di degne opportunità di vita, ma condanna i suoi detentori a rimanere nel proprio insoddisfacente territorio nazionale – o comunque a non aver accesso a quei luoghi dove le condizioni di vita sono decisamente migliori. Questa è certamente un’eredità del passato imperialista e razzista che la cittadinanza porta ancora sulle sue spalle.

Nel corso del testo, Kochenov rimarca più volte come prima di tutto la cittadinanza rappresenti uno status giuridico di appartenenza. Ciò che bisogna ricordare a tal proposito è che questo status è assegnato in maniera totalmente casuale, essendo indipendente da ogni scelta o responsabilità individuale. E, nonostante ciò, determina in maniera decisiva le possibilità di vita degli individui; inoltre, in molti casi è nei fatti impossibile sciogliersi dal legame con essa, ad esempio cambiandola[4]. È proprio per il suo carattere di sottomissione, allo stesso tempo “impersonale” e “assoluta”, a un’autorità pubblica che l’autore non si risparmia nel definirla essenzialmente totalitaria (p. 96).

La sua critica intellettuale è rivolta principalmente a quegli approcci che associano la cittadinanza alla classica triade dei diritti – civili, politici e sociali – garantiti dallo Stato moderno, formulata per la prima volta dal sociologo T. H. Marshall[5]. Il problema essenziale di questa concezione è che sostanzialmente presuppone che i singoli Stati esistano in un “vuoto”[6]. La prima questione da affrontare quando si parla del concetto di cittadinanza è invece la sua dimensione strettamente territoriale. Infatti, nel sistema internazionale contemporaneo, la sovranità è ancora, in ultima istanza, frammentata nei differenti territori nazionali. E in questo contesto, la cittadinanza lega gli individui in maniera esclusiva al territorio dello Stato che gliel’ha concessa. È proprio per questo che lo status di cittadinanza è il fattore determinante nel definire le condizioni di accesso ai diversi territori nazionali in cui il globo terrestre risulta essere diviso.

Ovviamente l’operazione concettuale richiesta al lettore di questo libro è quella di non prendere gli Stati nazionali e soprattutto i loro rispettivi confini come garantiti o naturali. Non bisogna dimenticarsi che questi ultimi sono meramente contingenti e non sono nient’altro che il risultato di processi storici di lunga durata. Bisogna notare riguardo a ciò, tra l’altro, che la netta divisione del globo terrestre in comunità statali è inequivocabilmente figlia dell’epoca dell’imperialismo occidentale. Per di più oggi la stessa globalizzazione contemporanea incide in maniera sistemica sulle (enormi) differenze che sussistono tra gli Stati stessi.

L’assegnazione della cittadinanza è una lotteria: le condizioni effettive dell’organismo statale a cui ci si ritrova così indissolubilmente legati incidono significativamente sulle nostre stesse aspettative di vita. La cittadinanza appare come uno strumento volto a mantenere uno status quo iniquo proprio perché oggi nel mondo le diseguaglianze sono prima di tutto spaziali (p. 43). È appunto in tal senso che Kochenov afferma che la cittadinanza è essenzialmente discriminatoria: assegna a tutti i cittadini il loro posto nel mondo in maniera prettamente casuale, spesso in maniera definitiva, riproducendo così nel tempo le attuali forme di diseguaglianza di scala globale (p. 44).

Ad esempio, è comunemente noto il significativo potere che il possesso di una “supercittadinanza” europea o nordamericana conferisce al suo detentore in termini di accesso ai territori degli altri paesi. Un privilegio dai tratti feudali, secondo l’autore. Invece un abitante di un qualsivoglia paese del, nettamente più popoloso, Sud globale troverà ostacoli pressoché insormontabili per ottenere un visto per spostarsi in uno dei paesi occidentali[7]. Kochenov sottolinea più e più volte che i diritti conferiti dalla cittadinanza consistano innanzitutto nella possibilità di accesso e permanenza al territorio dei differenti Stati. Ed è solamente in un momento successivo – quando si è effettivamente messo piede all’interno di certi confini nazionali – che si può godere degli altri diritti che vengono tradizionalmente associati ad essa.

Inoltre, anche all’interno degli Stati stessi la cittadinanza ha un forte valenza escludente. Oggi assistiamo a uno scollamento di fatto tra la realtà giuridica e quella sociale in numerosi contesti nazionali. Il corpo di coloro che sono riconosciuti legalmente cittadini si discosta infatti dall’insieme di tutti quegli altri che comunque che conducono la propria vita nei confini del territorio statale. Questo perché, nonostante gli ostacoli, la mobilità degli individui attraverso i confini ha comunque luogo nel mondo di oggi. Le società pertanto non sono composte solamente dagli individui detentori della cittadinanza ma anche da innumerevoli residenti che non sono però cittadini[8].

Questo significa che all’interno del territorio stesso dello Stato si formi una frontiera, spesso difficile da oltrepassare, che spacca in due il corpo sociale che lo abita. Viene creata così un’estraneità, la cittadinanza opera un processo di chiusura che crea un altro confine, questa volta interno alla società stessa. Il paradosso si realizza proprio quando degli individui che partecipano alla vita sociale dello Stato in cui si sono trasferiti – studiando oppure lavorando (e perciò partecipando pure al sistema fiscale) – non sono considerati di pari livello dei cittadini con cui condividono lo stesso territorio. Ad aggravare il quadro, molti paesi per di più garantiscono il diritto di voto ai cittadini residenti invece all’estero, secondo un meccanismo del tutto speculare. Lo status di cittadinanza, e la democrazia stessa, risultano essere ancora oggi definiti in un senso altamente tribalizzante (p.181).

La narrazione classica che vede la cittadinanza come garanzia dell’autogoverno di tutti coloro che sottostanno all’autorità della legge appare quindi in tutta la sua contraddittorietà. Gli ideali di uguaglianza e partecipazione politica sono chiaramente smentiti. A tal proposito, si pensi anche alla questione dei Dreamers, persone arrivate negli Stati Uniti da bambini coi genitori immigrati, che non possono più usufruire della protezione offerta dal programma DACA, per la decisione del presidente Trump nel 2017. Non si può allora non notare che i residenti non cittadini di oggi appaiono essere in una condizione che rimanda proprio a quella dei meteci nell’Atene antica[9]. In definitiva, Kochenov denuncia come i legami sostanziali che gli individui intrattengono con la società in cui effettivamente vivono non sono presi in considerazione, è esattamente la natura totalmente astratta e arbitraria della cittadinanza che finisce per relegarli ai margini.

L’autore individua, comunque, alcuni sviluppi che stanno avvenendo nel contesto globale contemporaneo che starebbero spingendo verso una ridefinizione della cittadinanza in un senso maggiormente inclusivo. Questi cambiamenti sono certo graduali e ancora troppo timidi, ma Kochenov non nasconde la sua fiducia nell’avvenire. Un esempio lampante è l’affermazione sempre più robusta dei diritti civili a livello “post-nazionale” – sulla scia della tradizione dei diritti umani inaugurata dall’internazionalismo del secondo dopoguerra. È infatti accettato ormai comunemente che il principio del rispetto di tali diritti si ponga al di sopra le singole giurisdizioni nazionali. L’affermazione dei diritti umani posseduti dagli individui in quanto persone – e non come cittadini di un dato Stato – scollega cittadinanza e diritti. Questo è un passaggio concettualmente cruciale: permette di superare l’arbitrarietà insita nel conferimento della cittadinanza riconoscendo incondizionatamente certi diritti fondamentali[10]. Il professore ricorda anche che gli attuali processi di integrazione regionali, tra i quali quello europeo è sicuramente in testa, che implicano un’espansione della cittadinanza. Nel caso europeo, quest’espansione non comporta solo un suo allargamento spaziale ma anche una sua ridefinizione multilivello. Territorialmente, avviene appunto che gli Stati membri garantiscono la libera circolazione degli individui all’interno dei reciproci confini. E allo stesso tempo si affermano nuove possibilità di partecipazione politica, che assume così anche una dimensione propriamente comunitaria.

Ma, concludendo, Kochenov riconosce con spiccata lucidità che questi stessi miglioramenti rappresentano in realtà una negazione radicale dell’essenza stessa della cittadinanza, classicamente intesa. Infatti, nel corso del testo ci viene mostrato come il concetto stesso di cittadinanza sia nazionale per definizione – e che sia appunto proprio questo carattere a renderla così discriminatoria nella sua realizzazione globale. La strada verso una realtà sociale e politica che sia più equa richiede perciò l’abbandono in toto di quello che si rivela essere un’intenzionale, e quindi incorreggibile, strumento di esclusione sistematica.

In definitiva il testo è sicuramente una lettura stimolante. È affascinante la maniera con cui Kochenov guida il lettore attraverso una miriade di casi giuridici per svelare a mano a mano il carattere contradditorio, se non proprio apertamente discriminatorio, di uno status che comunemente si è portati a considerare pregevole. Bisogna ad ogni modo ammettere che la lettura non sempre è di facile comprensione, perlomeno ad un primo impatto. È richiesto infatti un certo sforzo concettuale per collegare tra loro alcuni punti chiave della tesi dell’autore e per ricostruire quindi cosa effettivamente sostiene. Ma questo è forse proprio perché la critica che sviluppa senza indugio nel corso del libro è in fin dei conti particolarmente dirompente.


[1] Groningen law professor failed to declare advisory role on Maltese passports, «Dutch News», 9 giugno 2020.

[2] European Parliament, Resolution of 15 November 2017 on the rule of law in Malta (2017/2935 (RSP)).

[3] Quello dell’acquisto di fatto da parte di milionari stranieri di cittadinanze vantaggiose è un tema ampiamente affrontato a livello accademico oggi. Si veda ad esempio: Shachar A. (2018), The Marketization of Citizenship in an Age of Restrictionism, «Ethics & International Affairs» 32.

[4] Per di più è da notare che le stesse regole con cui avvengono le naturalizzazioni variano enormemente tra i diversi paesi (soprattutto in riferimento all’ottenimento delle ambitissime cittadinanze dei paesi del “Primo Mondo”). Kochenov riporta numerosi esempi per mostrare come i requisiti differiscono talmente tanto tra i contesti giuridici che la cittadinanza non può che reggersi su dei principi fondamentalmente incoerenti.

[5] Marshall T. H. (1950), Citizenship and social class.

[6] Kochenov dice che la cittadinanza non può che funzionare nel contesto di un solo paese. E la sua astrattezza è compromettente: induce a considerare gli Stati come esistenti isolatamente gli uni dagli altri, cioè come se esternamente a loro esistesse semplicemente una “terra incognita” (p. 49).

[7] A tal proposito, su piattaforme online, come https://www.passportindex.org/about.php, è possibile confrontare in maniera interattiva il potere relativo che i differenti passaporti conferiscono ai cittadini in termini di mobilità internazionale.

[8] La globalizzazione contemporanea ha comportato infatti un aumento dei flussi migratori su scala globale. Una dinamica sistemica dei nostri tempi che acuisce ancor di più la contraddizione tra cittadinanza ed effettiva residenza nel territorio statale. Il caso italiano è paradigmatico in questo senso. Negli ultimi decenni il saldo migratorio del nostro paese è notoriamente diventato positivo: il numero di persone immigrate supera quello di coloro che emigrano. Viene appunto riportato che «al 31 dicembre 2019 sono 5.306.548 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe, l’8,8% del totale della popolazione residente» (https://www.istat.it/it/archivio/245466). Bisogna infine notare inoltre che il dato ufficiale non traccia le dimensioni del drammatico fenomeno dei cosiddetti immigrati irregolari.

[9] Si veda ad esempio: Pazé V. (2019), La diseguaglianza degli antichi e dei moderni. Da Aristotele ai nuovi meteci, «Teoria politica. Nuova serie Annali», 9.

[10] Ad ogni modo secondo Kochenov il riconoscimento dei diritti umani non può ancora risolvere il nodo dell’accesso agli altri territori nazionali (p. 131). Infatti, oggi il diritto di entrarci e risiederci incondizionatamente non è riconosciuto come un diritto umano vero e proprio. Ecco perché secondo lui “l’ideologia dei diritti umani” avvalla la divisione nel mondo in territori distinti. Una grave problematicità visto che appunto le condizioni di vita sono così differenti tra di essi.

Scritto da
Luca Rebolino

Dottorando in Storia all’Università di Bologna, dove è anche membro del Collegio Superiore e Tutor didattico. Si è formato tra le università di Torino, Maastricht, Amsterdam e Bologna. La sua ricerca si concentra sul nesso tra tecnologia e politica, analizzando nello specifico il rapporto tra cibernetica e neoliberalismo negli Stati Uniti del secondo dopoguerra. A tal fine ha svolto come Fellow un periodo di ricerca negli archivi di Friedrich von Hayek alla Duke University (NC, USA).

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