“Civiltà Appennino” di Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo
- 12 Febbraio 2021

“Civiltà Appennino” di Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo

Recensione a: Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo, Civiltà Appennino. L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni, a cura della Fondazione Appennino, Donzelli Editore, Roma 2020, pp. XVI-144, 18 euro (scheda libro)

Scritto da Riccardo Ottaviani

6 minuti di lettura

Un patrimonio di Storia e culture, oltre che naturalistico; il punto di incontro fra Mediterraneo ed Europa continentale, fra Oriente e Occidente. È questa la prospettiva dell’Appennino che Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo propongono nel loro volume Civiltà Appennino. L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni. Due autori profondamente legati al territorio appenninico il cui lavoro – realizzato in collaborazione con la Fondazione Appennino di Montemurro, Basilicata – offre una rappresentazione diversa dell’Appennino, valorizzando il suo patrimonio storico-culturale e il suo passato con lo scopo di ripensarne presente e futuro, in contrasto alla narrazione che per anni ha descritto queste montagne come un territorio depresso, irrimediabilmente improduttivo. Civiltà Appennino è un susseguirsi di racconti, storie, paesaggi che accompagnano il lettore nella “risalita” alla scoperta della spina dorsale del Paese, con un occhio attento ai dettagli e alle potenzialità che la caratterizzano.

Gli oltre 1.200 km di catena montuosa che si estendono lungo l’Italia intera comprendono un territorio variegato, segnato da traiettorie differenti, eppure più unito di quanto si creda. Lupo e Nigro rimarcano questa unità di fondo, l’essere Appennino più che Appennini, perché di là delle differenze regionali e orografiche esiste quella che può essere appunto definita una “civiltà”, con i propri rituali e le proprie sfide a cui far fronte. È questa la visione che alla base dell’idea di “Italia verticale” proposta nel libro e messa in evidenza già nelle prefazione di Piero e Gianni Lacorazza, basata non sulla tradizionale suddivisione in Nord, Centro e Sud, bensì su tre direttrici, quelle adriatica, tirrenica e appenninica, con quest’ultima in un ruolo mediano. La dorsale appenninica va perciò vista come un punto di incontro, carico di contaminazioni culturali da ambo le parti. La prima parte del volume, curata da Raffaele Nigro – giornalista e scrittore lucano, autore di numerosi romanzi e saggi sulla letteratura italiana – dà modo al lettore di comprendere come lo scambio culturale che per secoli ha caratterizzato l’Appennino abbia prodotto uno spazio vivo, ricco di tradizioni, linguaggi e letteratura. Quest’ultimo punto, molto caro ai due autori, raramente riceve l’attenzione che questo libro invece gli riserva. Infatti, chi vede nell’Appennino, e nella montagna in generale, un luogo dove il solo lavoro fisico trova spazio è fuori strada: le terre alte contribuiscono attivamente ad arricchire il patrimonio culturale del Paese. Nigro e Lupo catalizzano l’attenzione su questo punto, riconoscendo la vivacità intellettuale e il valore di questi territori. Ne è prova il fatto che numerosi autori di rilievo nazionale, da Mario Rigoni Stern a Ignazio Silone, passando per Paolo Volponi e Raffaele Crovi, abbiano trovato dimora nelle montagne dell’Appennino, da Nord a Sud.

La descrizione del paesaggio nelle pagine di Civiltà Appenino è minuziosa, carica di particolari che i frequentatori di questa parte d’Italia percepiranno di certo con familiarità. Il viaggio attraverso sentieri e borghi procede moderato con lo scorrere dei capitoli, emulando il passo dei camminatori che si aggirano lungo pendii appenninici. È un ritmo decelerato se confrontato al movimento convulso delle città – e forse anche di alcune vallate alpine abbracciate dal turismo di massa, verrebbe da dire –, che lascia ancora spazio alla riflessione. Così in Appennino i dettagli hanno la stessa importanza del panorama, la possibilità di sorpresa si nasconde in aspetti normalmente declassati a piccolezze. «Tutti i toni del verde» (p.35), per esempio, degli uliveti del Sud Italia e delle coltivazioni tipiche di legumi e cerali. Sorprende la varietà di vegetazione che si incontra, passando in poche ore da arbusti a faggete, abetaie e pascoli in quota. E poi il silenzio, una risorsa ormai rara, interrotto saltuariamente dal rumore di un animale o dal saluto di qualche escursionista. L’Appennino è stato per secoli un «nascondiglio dell’anima» (p.26) nell’Italia cristiana del Medioevo, come testimoniano i numerosi monasteri e conventi incastonati su di esso. Una spiritualità che è rimasta anche oggi – più secolarizzata, ma pur sempre forte. I cammini di pellegrinaggio del passato rivivono nuovi fasti, portando sempre più escursionisti su mulattiere e vecchie strade malandate, alla ricerca di quella pace che le montagne riescono a trasmettere. Attraversare l’Appennino porta poi a misurarsi con la Storia d’Italia. Si raggiungono fortificazioni medievali, come l’iconica Rocca Calascio, che svetta a oltre 1.500 metri di altitudine sulle vallate aquilane; si attraversa la Linea Gotica e i suoi terreni di battaglia, segnati da targhe e monumenti in ricordo delle migliaia di italiani caduti in battaglia o nelle stragi nazi-fasciste; si oltrepassano case ormai diroccate lungo i sentieri, rimaste lì a testimoniare vite difficili vissute aggrappati a versanti scoscesi e ostili. Ci si cala nel passato con gli occhi di oggi, insomma, muovendosi fra storia nazionale e micro-storie dei suoi abitanti che hanno animato le valli ormai largamente spopolate.

Le parole di Giuseppe Lupo – scrittore e professore di letteratura italiana e contemporanea all’Università Cattolica di Milano e Brescia – ci ricordano come l’Appennino sia una «terra inquieta», segnata dai terremoti. Per Lupo «le sue incertezze geologiche, i suoi sussulti tellurici sono il segno di una capricciosa volubilità, di un carattere ilare e ballerino che probabilmente deriva dal non avere un’identità riconosciuta, dal possedere un volto ancora magmatico, indefinito, non del tutto assodato dal trascorrere dei secoli» (p.94). Ad acuire il senso di incertezza si sono aggiunte ricostruzioni lente o fallimentari, occasioni di rilancio perse che nulla hanno fatto per dare un futuro alle genti dell’Appennino. Eventi sismici e una povertà estrema – si pensi alle pagine di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, o a Fontamara di Silone – hanno fatto dell’Appennino, in special modo nella sua parte meridionale, una terra di emigranti. Nonostante questo perenne stato di avversità non manca quello che Ignazio Silone definiva il «mal d’Appennino», la volontà di tornare sui propri passi per ritrovare la propria casa. È un legame che molti portano dentro anche oggi, combattuti fra il benessere che altre parti di mondo possono offrire e il desiderio di tornare a riabitare quei luoghi così difficili. Il ritorno alle proprie radici rimane però un’utopia se non si programmano interventi di contrasto a quelle cause di emigrazione ormai ben note. Capita così che a riportare nuova vita a paesi dell’Appennino, non solo a Sud, siano invece i migranti, la cui presenza in regioni come Umbria, Veneto ed Emilia-Romagna ha ormai superato il 10% della quota di popolazione residente in montagna[1]. Un processo che ne aumenta ulteriormente il peculiare bagaglio linguistico. L’Appennino vanta difatti una moltitudine di lingue assai differenti, come i franco-provenzali di Celle di San Vito e Faeto o le comunità arbëreshë instauratesi nel Sud Italia dall’Impero Ottomano del Quattrocento (p.77). A riprova di un patrimonio culturale ricco, fatto di lingue e dialetti diversi, con le loro tradizioni sopravvissute nei secoli.

Civiltà Appennino, nonostante il numero contenuto di pagine, fornisce una visione completa e in parte originale di quello che la spina dorsale d’Italia rappresenta, con le sue fragilità e i suoi punti di forza. Lupo e Nigro, anche in virtù della loro formazione, credono molto nel ruolo della scrittura per la valorizzazione dell’Appennino, tant’è che il lettore troverà un numero notevole di riferimenti letterari collegati alla storia di questo territorio. Le pagine conclusive del volume che delineano il «Manifesto di una scrittura appenninica», alla base della concezione degli autori e di Fondazione Appennino, rimarcano questa idea. Un lavoro intellettuale di contrasto alla logica deterministica che vede nell’Appennino un pezzo irrecuperabile di Italia, destinato allo spopolamento, è senza dubbio importante nel tentativo di invertire la rotta. Qualcosa si sta muovendo in tal senso, grazie al lavoro di Fondazione Appennino – attiva anche con una rivista omonima al volume trattato – e di altre associazioni impegnate nella valorizzazione delle aree interne. Sul piano politico va riscontrata un’attenzione maggiore rispetto a pochi anni fa, con gli interventi legati alla Politica di Coesione e alla Strategia Nazionale per le Aree Interne che cominciano a sortire i primi effetti[2]. Un aiuto sta venendo dai giovani, che attraverso iniziative come Va’ Sentiero[3] contribuiscono a promuovere parti di Paese rimaste da tempo fuori dai riflettori del turismo e della politica. Il coinvolgimento delle nuove generazioni è centrale per dare una prospettiva alle aree interne. Ciò implica un ammodernamento necessario, soprattutto per quanto riguarda la connessione Internet, ormai servizio essenziale in ambito lavorativo – basti pensare alla crescita dello smart working durante la pandemia e alle prospettive che potrebbe offrire alle aree interne[4]. Vi sono insomma diversi punti per sviluppare il potenziale dell’Appennino, da una valorizzazione migliore di ben dodici parchi nazionali all’adeguamento tecnologico che gli attuali tempi di svolta radicale richiedono. Civiltà Appennino dimostra che anche il potenziale culturale non manca. Non resta che rimboccarsi le maniche.


[1] Daniela Luisi e Michele Nori, Gli immigrati nella Strategia aree interne, «Dislivelli», 1 febbraio 2016.

[2] Alcuni esempi di progetti europei per lo sviluppo montano sono disponibili in: https://opencoesione.gov.it/it/pillole/data-card-montagna/

[3] Va’ Sentiero è il progetto portato avanti da un gruppo di giovani che hanno attraversato per oltre 7.000 km le venti regioni italiane, ridando vita al Sentiero Italia. Per approfondire: https://www.vasentiero.org/

[4] Luisa Corazza, Aree interne e lavoro: la grande sfida dello smart working al tempo della pandemia, «Civiltà Appennino», 20 dicembre 2020.

Scritto da
Riccardo Ottaviani

Nato a Cesena nel 1994. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna, dove attualmente studia Sviluppo Locale e Globale. Si interessa politica europea e Nord Europa.

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