Co-app e Big Data: per un paradigma alternativo nella gestione dei dati
- 25 Gennaio 2021

Co-app e Big Data: per un paradigma alternativo nella gestione dei dati

Scritto da Vanni Rinaldi

8 minuti di lettura

Questo contributo è tratto dal numero cartaceo 3/2020, dedicato al tema delle “Piattaforme”. Questo contenuto è liberamente accessibile, altri sono leggibili solo agli abbonati nella sezione Pandora+. Per ricevere il numero cartaceo è possibile abbonarsi a Pandora Rivista con la formula sostenitore che comprende tutte le uscite del 2020 e del 2021. L’indice del numero è consultabile a questa pagina.


La pandemia scatenata dal virus del Covid-19 ha mostrato al mondo intero, tra le altre cose, l’importanza dei dati e della loro condivisione. Infatti è nei luoghi dove i dati hanno potuto essere raccolti, scambiati e processati in misura maggiore e qualitativamente migliore, che si sono avuti i migliori risultati nella gestione della pandemia.

Questo è avvenuto nel caso di Paesi come Corea del Sud, Taiwan, Nuova Zelanda o la stessa Cina. La circolazione dei dati relativi agli effetti della pandemia, per quanto ha riguardato ad esempio il tracciamento dei casi o la gestione delle quarantene domiciliari o la disponibilità dei posti nelle strutture sanitarie o la distribuzione di assetti tecnici per le cure, ha fatto la differenza, come dimostrato dai differenti tassi di mortalità a parità di altre condizioni. Allo stesso modo la circolazione dei dati scientifici ha consentito di accelerare drasticamente i tempi della ricerca e della sperimentazione dei vaccini e delle cure per il Covid-19. Tutto ciò nonostante una forte resistenza alla condivisione degli stessi dati da parte di ampie parti della popolazione, in nome di una presunta difesa della privacy, peraltro quotidianamente contraddetta dall’uso delle piattaforme digitali e in particolare dei social network, e al netto del fatto che la raccolta e la gestione dei dati sia stata più o meno regolamentata e trasparente. Il mondo dopo il Covid-19 non potrà non affrontare la dicotomia tra circolazione (e quindi condivisione) dei dati e loro privatizzazione (o centralizzazione) da parte dei gestori delle tecnologie e delle piattaforme.

Che i dati digitali rappresentino un valore economico è ormai cosa acclarata. Basti pensare ai profitti annualmente realizzati dai colossi dell’economia digitale (i GAFA) o alla loro capitalizzazione in borsa ormai superiore al valore del prodotto nazionale di nazioni medio-grandi. Ma non dobbiamo dimenticare che i Big Data hanno consentito la creazione di una vera e propria ‘economia digitale’ che è l’ultimo tassello (e forse il più pericoloso, sicuramente il più efficiente) della marcia ormai solitaria del capitalismo nel mondo. Su questo terreno si combatte vera e propria lotta per il potere economico e politico, guidata dalle élite dei Paesi dominanti: primi gli USA dell’imperialismo riluttante e poi la Cina emergente del soft power. Negli Stati Uniti il modello di utilizzo ‘estrattivo’ dei dati tramite le piattaforme digitali ha infatti permesso l’accumulo di notevolissime quantità di informazioni digitali e, quindi, una fortissima valorizzazione del capitale in larga parte nelle mani di pochissimi soggetti, che hanno sfruttato questo vantaggio competitivo per creare dei veri e propri super-monopoli. Il settimanale inglese «The Economist» ha recentemente messo in guardia dal rischio che questo percorso metta in crisi lo stesso modello capitalistico, incrementando ulteriormente le disuguaglianze e rallentando la crescita stessa della produttività. In contrapposizione al modello finora dominante incentrato sulle società della Silicon Valley, nella Cina comunista è stato messo a punto un modello autarchico e centralista teso all’utilizzo delle tecnologie digitali e dei Big Data per lo sviluppo economico, ma anche per il controllo sociale, che è stato amplificato dal successo nel controllo della pandemia. Che invece, i dati digitali rappresentino anche un valore sociale è un aspetto meno sottolineato e soprattutto meno analizzato.

Sul valore sociale dei dati digitali ha dato un contributo importante Alex Pentland, del MIT di Boston, che ha lanciato a Davos nel 2007 un vero e proprio ‘New Deal dei Dati’, incentrato sulla teoria che «i dati vanno riconosciuti come beni dell’individuo». La grande sfida del futuro è di far sì che la condivisione dei dati degli utenti – in modo trasparente e certificato – possa contribuire al benessere della collettività. In altre parole, sostiene Pentland, ogni utente dovrebbe affidare i propri dati ad una piattaforma o ad una app tramite un contratto, assumendo come punto di vista la cosiddetta ‘sovranità del consumatore’ che deve caratterizzare una società a mercato concorrenziale: da utente passivo e sfruttato dalle grandi compagnie digitali l’utente si trasformerebbe così, attraverso la cessione consapevole dei propri dati personali, in attore attivo e consapevole del processo di cui è parte integrante e fondamentale.

Nell’ottica della generazione di valore economico o sociale, resta fondamentale la condivisione dei dati: solo attraverso di essa sistema può funzionare al meglio e tendere al bene comune. I dati presi singolarmente e isolatamente non hanno infatti alcun valore. Devono confrontarsi e interagire con altri dati. Ma come può avvenire questa interazione? L’unico modello deve essere per forza la ‘mano digitale invisibile’ del capitalismo? La forza della grettezza digitale del profitto generato attraverso l’asimmetria e il potere delle macchine e degli algoritmi per chi li possiede? Come sempre esiste un antidoto possibile: ed è quello di organizzare e difendere attraverso l’autorganizzazione le parti più deboli di un processo sociale o economico. Il punto centrale, quindi, non è solo come fare per evitare di essere defraudati, o come essere pagati per i dati. Ancora più importante è comprendere come usare i dati digitali per il bene comune e di conseguenza per il benessere di ciascuno.

Ma come fare a garantire che questa sorta di nuove ‘capabilities digitali’ – parafrasando Amartya Sen – rappresentate dai Big Data non escludano nessuno dalla nuova economia che da questi si genera e contemporaneamente evitino che gli utenti, una volta entrati a farne parte, diventino i nuovi ‘sfruttati digitali’? Come fare a creare per ognuno un valore realmente condiviso a partire dai dati senza passare dalle piattaforme digitali basate sullo sfruttamento monopolistico degli stessi dati? Per cercare delle risposte a queste domande nel 2012 Legacoop avviò una ricerca intersettoriale con l’Università LUISS, mettendo in piedi un gruppo di lavoro interdisciplinare guidato dal filosofo Sebastiano Maffettone. L’idea che a un certo punto si fece strada fu quella che bisognasse trovare una via di mezzo per far coesistere la vita analogica con quella digitale. Alla base del progetto di ricerca, che prese il nome di Cooperative Commons c’era l’ideale di una partecipazione diffusa alla creazione e condivisione dei profitti nel mondo digitale, che richiedeva nuove regole. Per questo bisognava trasferire i principi della cooperazione anche a quella parte di identità digitale che sempre più connotava ogni individuo e che soprattutto andava a determinarne il valore anche materiale in rete. Si doveva dunque far cooperare oltre alle persone anche i loro dati digitali.

Il cambiamento di percezione che è maturato nelle opinioni pubbliche, anche a seguito degli scandali come quello di Cambridge Analytica, ha portato l’Unione Europea a porsi il problema da un lato del ritardo accumulato da un punto di vista tecnologico e dall’altro del grave rischio che correvano i suoi cittadini affidandosi esclusivamente alle piattaforme digitali americane o cinesi. Per questo l’Unione Europea insieme al Parlamento ha via via elaborato una sua strategia che si è composta di vari strumenti, dalla direttiva sulla privacy (GDPR) alle altre direttive sui servizi digitali. Tutto ciò è stato ribadito dalla Data Strategy presentata quest’anno da Ursula von der Leyen per lanciare un mercato unico digitale europeo basato dalla circolazione e condivisione dei dati in cui è anche previsto uno specifico spazio per le cooperative di dati.

Il Garante della privacy europeo ha recentemente scritto che «uno degli obiettivi più importanti della strategia per i dati dovrebbe essere quello di dimostrare la fattibilità e la sostenibilità di un modello alternativo di economia dei dati – aperto, equo e democratico. Pertanto, il previsto spazio comune dei dati europei dovrebbe servire da esempio di trasparenza, responsabilità effettiva e giusto equilibrio tra gli interessi degli interessati e l’interesse condiviso della società nel suo insieme». Il nuovo scenario creato in Europa pone dunque alle imprese cooperative, cioè ad aziende di proprietà dei soci, e in particolare a quelle di proprietà di utenti/consumatori e a larga base sociale, una significativa questione: di chi sono i dati generati nell’interazione tra il socio e la cooperativa? In questo senso, nel libro Dalle Coop alle Co-App ho proposto dunque di affermare e stabilire un vero e proprio nuovo principio cooperativo: quello della condivisione dei dati digitali da parte dei soci nelle cooperative e delle cooperative tra di loro. Un nuovo principio che si può configurare come un aggiornamento/estensione dell’identità cooperativa e dei principi e delle linee guida elaborate dall’International Co-Operative Alliance. Il movimento cooperativo ha bisogno di innovare i principi fondanti della cooperazione, estendendoli oltre che alle persone fisiche anche alla loro identità digitale: cioè ai dati da loro prodotti nell’interazione con il web e le piattaforme digitali. Se, infatti, il principio di funzionamento base della cooperazione è quello della condivisione un obiettivo da raggiungere in comune, è evidente che, nel momento in cui i dati digitali del socio divengono, grazie alla tecnologia, un valore utile per raggiungere lo scopo stesso, questi dovrebbero rientrare nel perimetro cooperativo. Dovrebbe avvenire un conferimento da parte dei soci alla cooperativa stessa, analogamente a quanto avviene da parte dei soci alle cooperative di trasformazione con il latte per la produzione dei formaggi o dell’uva per il vino. Dobbiamo considerare i dati come un nuovo tipo di capitale: il capitale digitale. E non un capitale modesto se pensiamo ad esempio ai milioni di soci consumatori che ogni giorno generano miliardi di dati sui loro stessi consumi e, di conseguenza, anche sulle loro abitudini alimentari e quindi indirettamente sulla loro salute, sulle loro preferenze culturali, sociali e sulla loro stessa capacità economica. Pensiamo anche ai dati sulla mobilità delle persone e delle merci, prodotti dai milioni di chilometri percorsi dai camionisti o dai tassisti cooperativi, per non parlare dei milioni di scatole nere delle auto dei clienti delle assicurazioni che ogni giorno monitorano le strade e i conducenti di auto private e che raccolgono dati sulle strade più percorse e sui luoghi e i momenti in cui si formano gli ingorghi. Molto importanti sono anche i miliardi di dati sanitari acquisiti dalle cooperative di medici, o dalle mutue sanitarie o dalle cooperative sociali. Per non parlare dagli stessi smartphone di proprietà dei milioni di soci consumatori. Potremmo creare sinergie tra cooperative per rendere possibile una reale economia circolare basata prima di tutto sullo scambio delle informazioni, sui materiali da riutilizzare, nonché lo sviluppo di una mobilità integrata delle merci tra Grande Distribuzione Organizzata e filiera cooperativa della logistica, in modo da ridurre le emissioni di CO₂ e da rendere più competitivi i servizi cooperativi. Si potrebbe anche migliorare l’efficienza nei sistemi e nei servizi cooperativi di welfare, favorire sistemi intelligenti per la produzione e distribuzione di energie rinnovabili decentrate, favorire la mobilità sostenibile e trasformare i servizi per gli abitanti delle città a misura di un umanesimo digitale. Infine in questo modo anche i sistemi di intelligenza artificiale potrebbero essere alimentati con le giuste informazioni, quelle, cioè, fornite volontariamente da ciascuno in modo da consentire lo sviluppo di sistemi intelligenti il cui scopo, inserito come legge nel codice che li governa, sia il benessere collettivo e non il profitto dell’imprenditore che li possiede.

Essere soci proprietari della cooperativa è il modo migliore per saldare, per ricongiungere, la proprietà del capitale digitale prodotto in cooperativa dal socio e la cooperativa stessa. Il ‘principio della condivisione cooperativa dei dati’ è quindi una premessa necessaria per l’utilizzo trasparente e democratico dei dati, garantito dai valori e dai principi cooperativi. Soprattutto questo potrebbe riguardare un miliardo di soci cooperatori esistenti oggi nel mondo. Quali possono essere dunque gli ulteriori adattamenti necessari alla governance cooperativa per renderla adeguata alla transizione digitale? Primo fra tutti quello relativo alla mutualità che deve poter riconoscere e includere al suo interno la ‘mutualità digitale’. Ma cosa si intende per mutualità digitale? La mutualità digitale si basa sul presupposto che ogni attività mutualistica che si svolge nella dimensione reale possa avere una sua corrispondenza nella rete. Quindi è necessario il riconoscimento giuridico che tutte le attività che vengono svolte in rete tra un socio e la cooperativa determinino, analogamente a quelle svolte nel mondo fisico, un’interazione mutualistica.

Quindi, considerato che il principio della porta aperta nel mondo digitale consente di immaginare cooperative di miliardi di soci e che la mutualità digitale permette di identificare il rapporto mutualistico anche nell’agire in rete di questi miliardi di soci, come evolverà la governance democratica basata sul principio ‘una testa un voto’? È necessario per il movimento cooperativo comprendere il cambiamento in atto e favorire una vera mutazione genetica che vada nella direzione di un modello partecipativo a ‘geometria variabile’. Un primo passo potrebbe essere rappresentato da una nuova figura: il ‘socio speciale digitale’. Si tratterebbe di una facilitazione che consentirebbe ai giovani di partecipare all’agire cooperativo senza bisogno di entrare nella complessità della governance cooperativa e dall’altro alle cooperative di funzionare anche con larghissime basi sociali, ma con diritti variabili. In pratica si tratterebbe di una distribuzione progressiva e diversificata dei diritti attivi di governance. Una sorta di duale digitale.

In altre parole con la creazione del socio speciale digitale avremmo gradi diversi di attivazione dei diritti e delle responsabilità connesse all’essere socio di una cooperativa digitale. Peraltro già oggi nel diritto italiano è prevista la formula del socio speciale che per un tempo determinato partecipa alla governance della cooperativa esercitando in forma attenuata alcuni diritti, tra cui quelli amministrativi e di voto. Il socio speciale digitale sarà quindi un socio a tutti gli effetti, che però eserciterà in forma attenuata e diversificata i suoi diritti, in quanto interessato alla sola mutualità. Bisogna avere la forza di lanciare un grande progetto politico che abbia l’ambizione di parlare a tutta la società, proponendo un modello alternativo che sviluppi la tecnologia in funzione dei reali bisogni dell’essere umano. E per fare questo bisogna affermare un modello basato sulla proprietà collettiva e democratica della tecnologia. C’è bisogno che gli algoritmi incorporino nel codice i principi etici che sono alla base della cooperazione e che consentirebbero di avere una intelligenza artificiale cooperativa. Proviamo a insegnare, ha scritto Yochai Benkler, alle tecnologie la generosità e l’altruismo: perché non siamo nati egoisti. E nessuno ci può obbligare a diventarlo.

Scritto da
Vanni Rinaldi

Presidente di CoopTech e Responsabile innovazione di Legacoop. Cooperatore e innovatore, è stato anche giornalista ed editore. Ha contribuito a fondare e dirigere diverse imprese nel mondo della telefonia mobile, di Internet e dei Big Data. Ha contribuito a scrivere e lanciare il Manifesto di “Cooperative Commons” per un uso etico e democratico delle tecnologie digitali. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “Dalle Coop alle Co-app. Per una condivisione etica dei Big Data” (Rubbettino 2019).

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]