“Coesione è Competizione 2021”: un bilancio sulle imprese coesive in Italia
- 31 Agosto 2021

“Coesione è Competizione 2021”: un bilancio sulle imprese coesive in Italia

Scritto da Carlotta Cerri

8 minuti di lettura

Le grandi sfide che caratterizzano oggi le nostre società in termini di sostenibilità e uguaglianza, rendono evidente come i modelli economici che per decenni hanno regolato i mercati, non sono più in grado di rispondere a temi così urgenti come il cambiamento climatico, il crescere delle disuguaglianze, l’affermarsi di nuove povertà e le conseguenze sociali ed economiche derivate dalla pandemia. Si pone così la necessità di un cambio di paradigma, che porti con sé la nascita di nuovi modelli fondati sulla costruzione di comunità unite da interessi e valori comuni, in grado di garantire una maggiore attenzione nell’utilizzo delle risorse e ai processi di creazione del valore.

È proprio sulla base di queste premesse che il rapporto Coesione è Competizione[1], partendo dallo studio delle imprese come attori centrali sia sul piano del tessuto economico, sia su quello della coesione e inclusione sociale, ha deciso di indagare l’importanza e la necessità di ripensare un nuovo modo di stare nel mercato che sia più equo, più giusto e in grado di creare valore condiviso.

Essere oggi un’impresa coesiva significa voler produrre intenzionalmente valore sociale investendo nella forza delle relazioni: dalla scelta di invertire la tendenza alla delocalizzazione e riportare la produzione nei territori di origine, alla realizzazione di percorsi di progettazione partecipata, fino alla definizione di nuovi contesti all’interno dei quali dar vita a iniziative rivolte all’intera comunità. Sono queste le modalità attraverso cui le imprese, rifiutando i modelli tradizionali di approccio estrattivo e integrando agli obiettivi economici finalità di carattere sociale, sono riuscire a rendere la relazione un fattore produttivo capace di generare nuovo valore non solo per sé stesse ma anche e per l’intera collettività.

È a partire da questi presupposti che dal 2014 Fondazione Symbola, in collaborazione con Unioncamere e AICCON – Associazione Italiana per la Promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit, ha deciso di realizzare un percorso di ricerca a cadenza biennale attraverso il quale viene analizzato il profilo e l’evoluzione di questa nuova generazione di imprese.

Il campione coinvolto ha contato la presenza di 3.000 PMI manifatturiere tra i 5 e i 499 addetti al quale è stato applicato un indicatore di coesività teso a misurare l’apertura rispetto a una pluralità di soggetti quali i lavoratori, le istituzioni, le altre imprese, le realtà di terzo settore e i consumatori. Da questa rilevazione è risultato come nel 2020 la quota di imprese coesive si attesta al 37% contro il 32% del 2018, corrispondente in valore assoluto a quasi 49.000 realtà imprenditoriali presenti attualmente sul nostro territorio.

Da questo studio sono state poi individuate alcune caratteristiche comuni alle realtà imprenditoriali che, decidendo di superare le tradizionali logiche di mercato, sperimentano modalità innovative di creazione di ricchezza attraverso un’osservazione del valore che ne riconosce tutte le dimensioni (economico, sociale, culturale, ambientale e antropologico) e la loro inscindibilità.

Un primo aspetto fondamentale riguarda la dimensione di luogo. In un contesto caratterizzato da una crescente complessità e incertezza dei mercati, sono sempre più le imprese che negli ultimi anni sono tornate a raccontare il proprio valore grazie alle relazioni generate con i contesti di produzione, non più visti semplicemente come sfondi interscambiabili, ma come veri e propri asset da preservare e far crescere. I territori iniziano a presentarsi come spazi dotati di significato, in cui la componente relazionale assume il ruolo fondamentale di costruzione di legami capaci di dar vita a importanti cambiamenti anche all’interno del sistema produttivo.

Il report mostra numerosi esempi di imprese le quali, scegliendo per esempio di inserire le piccole realtà locali all’interno della propria rete di fornitori, sono riuscite a dar vita a una più solida e più ampia catena produttiva fortemente legata al territorio e in grado di creare valore non solo per l’azienda ma anche per la comunità circostante. È proprio dai legami creati con i territori che l’impresa inizia così a configurarsi sempre più spesso come un sistema relazionale aperto verso l’esterno e intenzionato a dialogare e stringere alleanze anche con la pluralità di attori che la circondano. L’ascolto e il dialogo con soggetti esterni alla dimensione strettamente produttivo-aziendale, rappresentano la premessa per la creazione di progetti multistakeholder capaci di produrre nuovo valore. Molte aziende iniziano così a sperimentare differenti forme di collaborazione che vedono il coinvolgimento di altre imprese, ma anche di soggetti pubblici, enti di terzo settore, centri di ricerca, scuole e università.

Tra i molti esempi virtuosi di questo nuovo modo di fare impresa descritti da Fondazione Symbola, vi è il progetto nato dalla collaborazione tra PizzAut, associazione che opera per l’inclusione sociale e lavorativa di persone con autismo, e COOP Lombardia che ha portato alla realizzazione del primo supermercato “autism friendly” in Europa. Attraverso il dialogo tra le realtà di terzo settore operanti sul territorio e la cooperativa, è emerso che gesti semplici e quotidiani come fare la spesa, possano in realtà essere esperienze destabilizzanti per persone con autismo. Si è deciso così di dare avvio a un processo partecipativo dove ogni attore ha contribuito con le proprie competenze al raggiungimento di un obiettivo comune: rendere il momento della spesa meno traumatico per questa fascia di consumatori. Grazie all’intervento delle associazioni è stato così possibile organizzare programmi formativi destinati ai dipendenti e finalizzati a riconoscere e favorire l’interazione con persone affette da autismo; dall’altra parte COOP Lombardia, ha deciso di investire parte del proprio budget realizzando una segnaletica grafica semplificata e apportando cambiamenti al punto vendita finalizzati a ridurre al minimo la presenza di barriere sensoriali causate da luci e rumori. I risultati di questa contaminazione reciproca non sono tardati ad arrivare. L’affluenza registrata ha mostrato infatti come oltre ai risultati economici, il rafforzamento di una comunità di persone unita da valori condivisi e la volontà di creare un luogo di consumo “a misura d’uomo”, si sia rivelata una scelta vincente.

Altro elemento caratteristico di molte imprese coesive descritto dal report, riguarda la capacità di ripensare sotto una nuova ottica i processi produttivi, dando vita a modelli di consumo e produzione sostenibili. In linea con gli obiettivi stabiliti dall’Agenda 2030, sono in crescita le imprese che decidono di promuovere nuovi modelli organizzativi finalizzati a garantire un minor impatto sull’ambiente attraverso l’impiego di energia proveniente da fonti rinnovabili o grazie all’utilizzo di materiali recuperati dai processi di riciclo. Sotto questo punto di vista, la quota di imprese coesive che nel 2020 ha deciso di investire in sostenibilità ambientale è maggiore di ben venti punti percentuali rispetto a quelle non coesive (39% contro 19%), e tale tendenza si conferma anche sulle previsioni per i prossimi anni. Per il triennio 2021-2023, la percentuale di imprese coesive che investiranno in processi e prodotti a maggior risparmio energetico, idrico e/o minor impatto ambientale, si attesta al 26% a fronte del 12% delle non coesive.

A questa si affianca un’altra transizione, quella digitale, che le imprese coesive anche in questo caso sono riuscite a cogliere. Tra le imprese italiane infatti, la quota di coloro che hanno o stanno pianificando di adottare misure legare alla Transizione 4.0 corrisponde al 28% per le imprese coesive e solo l’11% per le non coesive.

Un ulteriore elemento distintivo delle imprese coesive riguarda il diverso modo di intendere la relazione tra impresa e lavoratori. Dai dati riportati nella ricerca è emerso come nella distribuzione delle relazioni con i diversi stakeholder, l’attenzione verso i propri lavoratori è la relazione caratterizzata da maggiore frequenza e coinvolge la quasi totalità delle imprese oggetto di analisi. Tale tendenza, ulteriormente rafforzata anche nel 2020, ha registrato un aumento di interventi nei confronti di iniziative riguardanti la tutela della salute e del benessere dei dipendenti e delle loro famiglie finalizzati a fronteggiare la crisi pandemica.

Superando il tradizionale modello di organizzazione gerarchico basato sulla rigida divisione e specializzazione fra chi dirige e chi esegue, sempre più spesso si sceglie di dar vita a una governance allargata in cui i lavoratori vengono coinvolti in tutte le fasi del processo produttivo: dalla definizione dei progetti, all’individuazione dei bisogni, fino alla fase di produzione di beni e servizi. È proprio grazie a questi meccanismi in grado di promuovere il confronto e il dialogo continuo tra impresa e propri collaboratori che in molti casi è stato possibile rispondere in maniera tempestiva alle criticità portate dalla pandemia.

Tra le diverse realtà imprenditoriali analizzate dal report, emergono anche alcuni esempi in cui il rapporto tra impresa e lavoratori si evolve fino al punto di rendere il lavoratore co-decisore rispetto alle scelte aziendali. È il caso di Honda Italia, dove la realizzazione di iniziative aziendali finalizzate a migliorare il dialogo, il confronto e lo scambio di idee fra lavoratori con competenze diverse ha portato alla realizzazione di nuovi brevetti. Ulteriore esempio virtuoso ci è offerto da E.R.WEB, software house con sede a Vercelli che ha deciso di superare i classici strumenti di welfare aziendale al fine di creare un vero e proprio collegamento tra l’impresa e i suoi collaboratori con lo scopo di unire gli obiettivi di entrambi in un percorso di crescita comune.

Segnali di cambiamento riguardano inoltre le relazioni che le imprese instaurano con i propri consumatori. I clienti, ormai divenuti prosumer, non si limitano più a scegliere tra beni e servizi offerti dal mercato ma, in linea con i propri bisogni e le proprie aspettative, concorrono a orientare la produzione. Proprio per questi motivi sono sempre più le aziende che, coinvolgendo direttamente i consumatori riguardo alle politiche e alle strategie messe in atto, scelgono di instaurare un dialogo continuo con i propri acquirenti i quali entrano a pieno titolo all’interno della rete di soggetti con cui l’impresa ogni giorno coopera al fine di generare nuovo valore. È il caso di LAGO, azienda leader nella progettazione e realizzazione di arredamenti, che ha fatto dell’interazione con i propri clienti il suo punto di forza. Ogni oggetto prodotto da LAGO è infatti dotato di un codice che, una volta scansionato, permette al cliente di interagire direttamente oltre che con l’azienda, con chiunque abbia acquistato quell’arredo. Superando il concetto di customer care, LAGO è riuscita così a dar vita a una comunità fatta di persone che interagendo tra loro, stimolano l’impresa a un continuo processo di miglioramento finalizzato alla realizzazione di prodotti sempre più capaci di rispondere alle esigenze dei propri clienti.

Dalla ricerca condotta da Fondazione Symbola emerge come questa nuova modalità di stare sul mercato stia portando a risultati incoraggianti sotto diversi punti di vista. Un primo aspetto riguarda il fatturato e mostra come gli investimenti delle imprese coesive abbiano portato a importanti risultati anche sul piano prettamente economico. I dati riportati indicano come la quota delle imprese con fatturato in riduzione rispetto al 2020 risulta minore di 10 punti percentuali per le imprese coesive (16% contro 26% per le non coesive), mentre sale sempre a favore di queste ultime sia la quota di fatturato stazionario sia il fatturato in aumento (73% contro il 64% delle imprese non coesive e 12% contro il 9%).

Altro elemento riguarda l’apertura verso mercati internazionali. La quota di imprese coesive relazionate con i mercati esteri è infatti di gran lunga maggiore rispetto alle imprese non coesive (58% contro 39%). Tale dato dimostra una maggior propensione per le imprese coesive a essere più competitive anche a livello internazionale.

Sempre a livello di performance, un ulteriore elemento a favore delle imprese coesive riguarda il rapporto con il mondo della cultura. Tra le imprese, la quota di coloro che dichiarano di intrattenere rapporti con istituzioni culturali corrisponde al 26% per le imprese coesive e l’11% per le non coesive.

Dallo studio emerge inoltre come gli elementi che concorrono alla valutazione del valore di ogni impresa stiano cambiando, iniziando a farsi sempre più spazio criteri per l’analisi degli investimenti che equiparano la sostenibilità economica a quella ambientale e sociale. È infatti in crescita sia in Italia che all’estero il numero di istituti bancari che, scegliendo di finanziare progetti in una logica di massimizzazione dell’impatto sociale o ambientale piuttosto che economico, decidono di concedere credito anche a categorie di clienti che normalmente sarebbero ritenute non bancarie. Elementi caratteristici delle imprese coesive come l’appartenenza a una filiera produttiva, la qualità di relazioni che l’impresa intrattiene con i suoi stakeholder e la capacità di entrare in sintonia con le diverse comunità iniziano così a divenire elementi premianti anche per garantire l’accesso ai finanziamenti[2].

In conclusione, in un contesto caratterizzato da una crescente complessità e incertezza dei mercati, sono sempre più le imprese che scelgono consapevolmente di allargare i propri confini e legare competitività e coesione sociale, con la consapevolezza che proprio la seconda costituisce oggi un fattore decisivo nel ridisegnare le catene produttive e i rapporti con tutti gli stakeholder. I dati presentati dal report mostrano inoltre come la coesione sia diventata un vero e proprio fattore strategico, dimostrando come le imprese coesive siano al tempo stesso più competitive e più performanti anche a livello di fatturato.

La speranza è che, in linea con le tendenze registrate dal report, il numero delle imprese coesive che operano sul nostro territorio possa nei prossimi anni continuare a crescere, riuscendo così ad accelerare il passaggio da un assetto istituzionale estrattivo a uno capace di facilitare l’inclusione nel processo produttivo di tutti gli stakeholder e della collettività, assicurando il rispetto dei diritti umani e la riduzione delle disuguaglianze economico-sociali[3].


[1] www.symbola.net/ricerca/coesione-e-competizione-2021/

[2] Esempio concreto di questa nuova visione è quello offerto da Venchi e Intesa San Paolo che all’interno del “Programma Sviluppo Filiere” hanno deciso di sviluppare un accordo a sostegno delle piccole e medie imprese colpite duramente dalla pandemia. Grazie al valore del capo filiera Venchi è stato possibile assicurare a tutti i rivenditori Venchi la possibilità di usufruire un canale privilegiato di comunicazione con la banca, in grado di garantire un migliore accesso al credito attraverso finanziamenti in tempi rapidi.

[3] Stefano Zamagni, Impresa responsabile e mercato civile, Bologna, il Mulino 2013.

Scritto da
Carlotta Cerri

Laureata magistrale in management dell'economia sociale presso l'Università di Bologna. Appassionata di economia civile e di imprenditorialità sociale, attualmente sta approfondendo competenze di progettazione di welfare plurale attraverso un master in Governance e Innovazione di Welfare Locale e come operatrice di servizio civile presso l'Area Welfare e Benessere di Comunità del Comune di Bologna. Collabora inoltre al corso di alta formazione in Welfare Community Manager presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università di Bologna.

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