Scritto da Raffaele Borriello, Leonardo De Deo, Greta Pancheri, Costanza Reggiani, Lucia Ricci, Simone Turci
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Il cervello umano non è un organo chiuso e immutabile, ma un sistema dinamico che si adatta costantemente all’ambiente, incorporando tecnologie, linguaggi ed esperienze. E ogni strumento inventato dall’uomo – dal primo sasso scheggiato allo smartphone – non è stato solo un oggetto esterno, ma una vera e propria protesi del nostro pensiero.
In questa intervista a Martina Ardizzi – autrice di L’algoritmo bipede. L’avvincente storia di come mente, corpo e tecnologia evolvono insieme (Egea 2025) – proveremo a indagare i meccanismi più profondi della nostra mente e il loro rapporto con le sfide poste da un presente sempre più digitalizzato.
Martina Ardizzi è ricercatrice al Dipartimento di Medicina e Chirurgia – Unità di Neuroscienze dell’Università di Parma, membro del Centro di Bioetica dell’Università di Parma e siede nel comitato scientifico della Biennale della Tecnologia di Torino. L’intervista è stata realizzata nell’ambito del corso 2025 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.
Con il libro L’algoritmo bipede ha vinto il premio “Trieste Next Science Book of the Year”. Come è nata l’intuizione che ci sia una coevoluzione tra il cervello umano e l’ambiente circostante?
Martina Ardizzi: Non è un’intuizione personale, ma il precipitato di una serie di ricerche e di avanzamenti che si sono fatti nell’ambito delle neuroscienze negli ultimi anni. È emersa in modo molto pratico, nei laboratori, interfacciandosi con le varie tecnologie che ci permettono di esplorare determinati aspetti del nostro cervello e di formulare ipotesi.
Insegnando e confrontandomi con i colleghi, ci siamo domandati che tipo di relazione ci fosse tra le tecnologie che possiamo utilizzare e le domande che gli scienziati si possono fare. Studiando la storia della medicina, ho compreso come le domande che ci facciamo dipendono soprattutto da quello che riusciamo a esprimere e a percepire, anche tramite le nuove tecnologie che cambiano sempre di più ciò che ci circonda.
Nel corso del suo libro, è emerso il fatto che il cervello umano presenti tre cosiddette nicchie: una ecologica (ossia, la costruzione di strumenti motori che estendono l’azione del corpo, la portata delle nostre mani o ampliano la loro efficacia); una cognitiva (ossia, l’espansione della cognizione spaziale e l’aumento del coordinazione motoria, così come la comprensione delle relazioni causa-effetto) e una neurale (lo sviluppo di aree specifiche del cervello, come il lobo parietale e le aree motorie), ciascuna frutto di un’evoluzione legata ad un bisogno specifico. Nel processo di coevoluzione, come si spiega la creazione e il potenziamento di una nicchia rispetto ad un’altra? E ad oggi, quale delle tre nicchie viene maggiormente in rilievo quando si parla di tecnologia?
Martina Ardizzi: Per rispondere alla domanda, partirei da un punto fondamentale: la qualità della nostra evoluzione dipende dalla capacità di creare e utilizzare la tecnologia. L’essere umano è, tra tutte le specie, quella che lo fa in modo più massiccio. Da qui nasce l’idea che le tre nicchie – ecologica, neurale e cognitiva – non siano realtà separate, ma dimensioni strettamente intrecciate, in cui la tecnologia agisce come elemento di integrazione.
Nella nostra nicchia ecologica, la tecnologia è ormai una presenza costante e sempre più impattante. Quando parlo di “ambiente”, non mi riferisco a quello in senso strettamente biologico o zootecnico, ma al “mondo artefatto” che abbiamo costruito: un contesto che esercita su di noi pressioni evolutive, proprio come accadeva nelle dinamiche descritte da Darwin. Tuttavia, invece di rispondere con adattamenti strettamente biologici, l’uomo ha sviluppato soprattutto risposte cognitive e tecnologiche. In altre parole, tra noi e l’ambiente si è inserito un “cuscinetto tecnologico” che ci aiuta a fronteggiare le richieste del mondo esterno – richieste che, a loro volta, cambiano proprio a causa della tecnologia stessa. Oggi, quindi, la nostra nicchia ecologica comprende le tecnologie che utilizziamo, e queste modificano non solo le condizioni ambientali, ma anche i nostri adattamenti neurali e cognitivi. Un esempio evidente è la scrittura: una tecnologia che ha trasformato il modo in cui interagiamo con l’ambiente, trasmettendo conoscenza e ampliando la nostra memoria collettiva. Allo stesso tempo, ha favorito lo sviluppo di abilità specifiche – come la capacità di leggere e scrivere – che oggi sono diventate essenziali per la sopravvivenza e il successo individuale.
Questa è, in sintesi, l’idea di circolarità evolutiva: viviamo in un ambiente tecnologico che esercita pressioni selettive, alle quali il nostro cervello risponde modificando la propria struttura e il proprio funzionamento. Dal punto di vista neuroscientifico, infatti, l’evoluzione umana risulta particolarmente accelerata rispetto a quella di altre specie, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo neurale. Una delle ipotesi più interessanti è che questa accelerazione sia dovuta proprio alla presenza della tecnologia, che amplifica l’interazione dinamica tra le tre nicchie – ecologica, neurale e cognitiva.
L’essere umano vive oggi in un “mondo artefatto” pervaso da una tecnologia in vertiginosa accelerazione. Questa accelerazione tecnologica si pone in una dimensione parallela agli adattamenti biologici dell’uomo o le due velocità non coincidono, portando ad una situazione in cui l’essere umano si identifica in Achille che invano cerca di raggiungere la tartaruga?
Martina Ardizzi: L’adattamento biologico e la tecnologia non vanno per definizione allo stesso ritmo: il primo è molto più lento. Tuttavia, è importante sottolineare che, sul lungo periodo, il cervello non risponde puntualmente all’artefatto, ma si adatta alla funzione che una serie di artefatti abilitano.
Come emerge da una ricerca pubblicata su Current Biology, l’utilizzo dello schermo touchscreen aumenta la rappresentazione cerebrale della zona adibita alla percezione tattile dell’indice e del pollice. Questo avviene perché, per riuscire a digitare correttamente o ad una certa velocità su tale tecnologia, è necessaria un’estrema finezza della percezione tattile, altrimenti lo strumento non è utilizzabile. Questo non significa che nelle prossime generazioni le persone nasceranno con i polpastrelli rappresentati in corteccia più grandi, perché sul lungo periodo il nostro cervello si adatta alla funzione a cui abilita la tecnologia del touchscreen. Questa funzione è la possibilità di possedere molti contenuti sempre nella nostra tasca e, quindi, di poter accedere a informazioni in modo sostanzialmente continuo nell’esperienza della vita quotidiana. È lontano il mondo in cui per poter accedere a delle informazioni era necessario recarsi nel luogo fisico della biblioteca o quello dello scambio epistolare. Allo spazio fisico si è affiancato uno spazio digitale senza distanze. Questo inevitabilmente abilita nuove funzioni.
Come la scrittura ha influito, attraverso una lunga evoluzione, sulla funzione di interazione verbale con persone non fisicamente presenti, allo stesso modo le nuove tecnologie stimolano il cervello a produrre degli adattamenti cognitivi. Ad esempio, la capacità di immedesimarsi nell’altro è stata sollecitata dal linguaggio orale prima, dalla scrittura poi – anche attraverso la forma letteraria del romanzo – e in ultimo dalla presenza di tecnologie che la richiedono. Non c’è alcun dubbio sul fatto che la tecnologia vada ad un ritmo più elevato: deve essere così perché la tecnologia è funzionale alla sopravvivenza. Deve essere in grado di apportare vantaggi rispetto a quelli che già traiamo dalle nostre capacità. Ci sono moltissimi strumenti tecnologici che sono andati in disuso, perché di fatto non ci garantivano questo vantaggio pratico. In definitiva, non dobbiamo pensare che adattamento biologico ed evoluzione della tecnologia vadano allo stesso ritmo.
Rispetto alla mentalizzazione, intesa come capacità di immedesimarsi nell’altro, le tecnologie di messaggistica e di realtà virtuale favoriscono la percezione empatica oppure creano più fraintendimenti?
Martina Ardizzi: Le tecnologie abilitano altre e nuove forme di comunicazione e condivisione di stati interni, che sostituiscono o affiancano quelle precedenti. Alcune di queste forme ancora non sono visibili. Ci sono degli studi molto interessanti, ad esempio, che mostrano come le persone di sesso femminile siano più inclini a parlare o a esprimere la loro opinione in un gruppo, se questa riunione è digitale; questi studi mettono in luce come i contributi riescano a essere più equilibrati tra i sessi se l’interazione si svolge con una mediazione digitale piuttosto che fisica. Questo risultato non era prevedibile e cambia il nostro modo di concepire le interazioni. Altre ricerche mostrano come, soprattutto nelle generazioni più giovani, la possibilità di dialogare con coetanei attraverso la messaggistica istantanea porti a delle conversazioni più lunghe e intime rispetto al passato. Tuttavia, questo non è necessariamente negativo: è un modo diverso di interagire. Da un lato, rimane sempre la necessità di interrogarsi in modo critico su questi adattamenti. Dall’altro, però, se pensiamo all’evoluzione in senso circolare, queste tecnologie sono progettate da noi, per fare qualcosa per noi e noi ci adatteremo alla loro presenza. È sempre stato così.
Ciò che è eccessivamente dannoso rispetto a tali adattamenti, quantomeno in passato, non ha trovato spazio, nonostante alcune derive possano esserci. È altrettanto vero che, visto che per definizione la tecnologia fa qualcosa in più rispetto a noi, se questo qualcosa in più risulta dannoso, perché inizia a essere generativo, possiamo porci delle nuove domande e possiamo avere delle nuove prospettive. Bisogna sempre ricordare questa circolarità della nostra evoluzione. Evidentemente era molto utile, e credo che lo sia, avere una tecnologia che generi dei contenuti, perché stiamo vivendo in un’epoca che si nutre di contenuti.
Riprendendo la questione di genere che ha citato, in suo intervento al Festival della Letteratura di Mantova ha ribadito il fatto che il cervello non è dimorfico sessualmente, ma è sensibile ai cambiamenti culturali, educativi e ambientali. Rispetto a questi temi, è possibile compensare questo condizionamento tramite le tecnologie e combattere gli stereotipi di genere che si riflettono a livello sociale?
Martina Ardizzi: Il tema è estremamente articolato. Per un lungo periodo, e ancora oggi, si è concepita la differenza tra i sessi ricercando un dimorfismo, cioè due forme – gruppo uomo e gruppo donna – tra loro differenti, e internamente coerenti e omogenee. Ci sono dei tentativi di applicare questa discrezione dimorfica al cervello, ma ciò è molto difficile da sostenere perché esso non ha due forme. Non c’è una forma tipica, omogenea e unitaria della donna, così come non c’è per l’uomo. Esistono però delle differenze medie che hanno nature molteplici: biologiche, sociali e culturali. Non è possibile sapere dove dividere biologia, cultura, società e psicologia. Le tecnologie stanno all’interno di questa dinamica e, purtroppo, non c’è stata nella storia una democrazia delle tecnologie tra i sessi. Quasi costantemente, fino all’epoca più recente, le tecnologie sono state usate prevalentemente da persone di sesso maschile. Le donne non sono state le prime a essere alfabetizzate e non hanno avuto accesso a determinati strumenti, come la possibilità di guidare. Oggi siamo in un contesto in cui c’è più possibilità di democrazia e in cui le possibilità di approcci paritari sono maggiori.
È interessante un lavoro in cui hanno chiesto a dei programmatori donne e uomini di compilare un codice. I due gruppi hanno scritto indipendentemente i propri codici facendoli poi analizzare, in modo anonimo, ad altre persone. Gli uomini tendenzialmente capivano meglio quanto scritto dagli uomini, mentre le donne avevano performance uguali in entrambi i casi. Questo deriva dal fatto che, nella maggioranza dei casi, le donne hanno a che fare con logiche maschili. Sono certa che progressivamente ci sarà più equilibrio anche all’interno di questi ambiti, però è vero che abbiamo un precipitato e un residuato di differenze tra i generi. Quello che vedo è che ultimamente – per dei cambiamenti sociali ed endemici della produzione tecnologica – stiamo avendo un accesso più paritario. Quindi io credo che possano essere degli strumenti di parità di genere all’interno delle nostre pratiche sociali, educative e culturali in generale.
Collegando il concetto di democrazia alla complessità e agli squilibri che sono presenti a livello sociale, politico e culturale, quali sono gli strumenti e le pratiche che si possono adottare per ridurre queste disparità? Sulla base di questa ricerca e delle prove che la affiancano, si sta andando verso un colmare le disuguaglianze, verso una visione ottimista, oppure c’è il rischio che queste ultime aumentino?
Martina Ardizzi: Il rischio credo ci sia sempre. In diversi contesti si sta capendo qual è la strategia, o una delle possibili strategie, per sviluppare i possibili anticorpi all’incremento delle disuguaglianze. Ciò incarna l’idea di mettere insieme persone e saperi che provengono da discipline diverse per ragionare su questi temi. Credo fortemente che se vogliamo dirigere e capire meglio l’odierno progresso tecnologico non servano solo computer scientist, fisici, ingegneri o neuroscienziati; ma non sono sufficienti neanche solo filosofi, antropologi o storici. L’obiettivo è cercare un collante comune, ed è un fenomeno che oggi vedo manifestarsi in diversi contesti: sia nell’ibridazione delle richieste, dove saperi molto distanti tra loro si avvicinano per avere quadri più completi; sia nella creazione di vere e proprie commissioni multidisciplinari che lavorano sugli stessi temi.
Sicuramente oggi un’assenza grave di democrazia nell’accesso alle tecnologie sarebbe di estremo danno per tutti. L’esclusione significherebbe una deriva autoritaria, perché oggi non si tratta più di avere un’élite che controlla parte del sapere, quanto piuttosto di accedere alla dinamica civile del mondo e alla vita pubblica nel suo complesso. Questo fatto è chiaro e credo che debbano essere fatti dei passi concreti, che in parte si stanno facendo. Come è stato per l’alfabetizzazione, ci si è resi conto che non si potevano lasciare indietro sezioni massicce di popolazione senza che questo fosse pericoloso per la società nella sua interezza. Detto questo, bisogna riconoscere che le prime forme di alfabetizzazione generale, nella Francia del secondo Ottocento, non sono state particolarmente efficaci. Nelle scuole, coloro che provenivano dalle classi meno abbienti della società erano in difficoltà nel raggiungere gli stessi obiettivi delle persone che provenivano da quelle più abbienti. Inizialmente si pensava che le differenze fossero intellettive e cognitive, e queste erano misurate tramite scale di valutazione dell’intelligenza – dove le stesse scale si basavano su presupposti biologicamente razzisti e l’intelligenza corrispondeva al rendimento scolastico. Questo per dire che i primissimi avanzamenti non hanno portato ad un risultato immediato, e immagino che il progresso contemporaneo possa essere simile. Sicuramente oggi abbiamo più competenze, conoscenze e, soprattutto grazie alla globalizzazione dei contenuti, abbiamo la possibilità di accedere alle esperienze di molteplici gruppi di ricerca, a enti pubblici e sociali a livello globale. Dunque, io sono molto ottimista. Sicuramente è una sfida e va direzionata, ma abbiamo a disposizione gli elementi etici, morali, politici, sociali e anche economici per poter dirigere efficacemente questo processo.
Guardando all’Italia in questi ultimi anni, c’è un processo già in atto o è ancora da avviare?
Martina Ardizzi: Io credo che sia un processo che si sta attuando, è sicuramente iniziato e ci si interroga sempre di più sulla questione. Nell’ambito della formazione universitaria e dei ranghi della scuola dell’obbligo credo che si stia uscendo dalla diffidenza iniziale; che si sia capito che avere paura non è una soluzione. Per esempio, si può riflettere sui compiti a casa e sull’uso dell’intelligenza artificiale: qui il punto non è tanto vietare l’intelligenza artificiale, dal momento che esiste e che gli studenti vi fanno già ricorso. La soluzione diventa fare esercizio con il supporto del docente e apprendere l’uso dello strumento.
Credo che si sia capito che arginare la marea non è possibile e che vada piuttosto cavalcata con senno, con la volontà di usare la tecnologia per raggiungere qualcosa di nuovo; come la capacità di porre buone domande. Alle nuove generazioni sarà chiesto di formulare domande perché i risultati che si ottengono con queste nuove tecnologie sono tanto migliori quanto meglio si pongono le domande. Questo apre a processi meravigliosi, perché le professioni che fanno le domande sono quelle generative e che portano innovazione. Per esempio, la tecnologia permette di lavorare con le reti neurali, che danno la possibilità di raccogliere un insieme di dati infinito e di trovare dei pattern, che poi aiutano a trarre conclusioni. Quindi, noi dobbiamo capire che non solo siamo nani sulle spalle di giganti, ma siamo nani sulle spalle di giganti dotati di binocoli. Abbiamo costruito questi binocoli per vedere più lontano e dunque usiamoli per qualcosa di saggio.
Concludendo con una “pillola di saggezza”: visto che è importante farsi domande, e imparare a costruire la domanda di ricerca ancor prima di affrontare un problema, crediamo sia fondamentale ridare spazio anche alle domande di senso. Abbiamo visto che il nostro cervello è un “mosaico” condizionato dall’ambiente e, dunque, anche da quella tecnologia che diventa un’opportunità di nuove relazioni con gli altri e con il mondo. In questa cornice storica e culturale riemerge allora una domanda: chi siamo?
Martina Ardizzi: Chi lo sa. Nel libro, tradendo una vena un po’ filosofica, concludo sostenendo che le tecnologie prodotte dalla nostra specie siano suddivisibili in tre macrocategorie: gli strumenti motori, che coadiuvano il nostro corpo (ad esempio i coltelli), poi gli strumenti sensoriali, come tutte le strumentazioni per vedere e per sentire. Ad esempio, gli strumenti musicali fanno parte di questa categoria: noi non possiamo produrre quei bellissimi suoni con il nostro corpo, abbiamo bisogno di una tecnologia che diviene uno strumento musicale. Successivamente siamo approdati alle tecnologie cosiddette cerebrali: la scrittura, la pittura e quelle che in generale sostengono il nostro processo di pensiero.
Credo che adesso siamo approdati a tecnologie che definirei “ontologiche”, poiché ci spingono a interrogarci sull’umano e sulla sua natura. Fino ad ora, le tecnologie impalcavano le nostre capacità, portandoci sempre più avanti, ma in un certo senso distinguendosi nettamente da ciò che siamo noi. Oggi, con strumenti quali i chatbot, replichiamo qualcosa che di fatto compie solo l’uomo, cioè parlare. Per lungo tempo, nella biologia evoluzionistica, ci siamo domandati quale sarebbe stata la prossima specie animale a parlare: ecco, evidentemente non era una specie animale, ma una “specie” tecnologica. Tutto ciò ha suscitato alcune domande profonde, ad esempio sulla natura del suo linguaggio rispetto al nostro. Io credo che questo processo ci condurrà a riformulare le nostre domande di senso, perché avremo uno strumento tecnologico che ci sostiene proprio nella nostra capacità di porci domande in un dato ambito. Ad esempio, noi sappiamo che il linguaggio umano si è evoluto a partire da esperienze motorie e sensoriali, per cui la nostra abilità di parlare è emersa dalla nostra interazione corporea con il mondo. I large language model (LLM) attuali, invece, imparano a parlare e a generare nuovi linguaggi pur non avendo alcuna esperienza corporea: è un’evoluzione del linguaggio che è completamente diversa da quella che ci riguarda, l’unica di cui abbiamo esperienza. Diversi gruppi di ricerca in tutto il mondo stanno cercando di comprendere come ciò può accadere. Noi abbiamo sempre compreso l’umano per differenza, ossia vedendo cosa non sa fare rispetto ad un’altra specie. Tutto ciò ci sta guidando in un nuovo processo di conoscenza dell’uomo, attraverso la formulazione di nuove questioni ontologiche. Personalmente, sono molto curiosa di vedere quali risposte daremo a queste e altre domande.
Insomma, a partire dalla rivoluzione copernicana abbiamo capito che non siamo al centro dell’Universo, e adesso ci troviamo a rimettere in discussione anche la nostra unicità all’interno del mondo che conosciamo…
Martina Ardizzi: Esatto, e non credo che questo sia un passo indietro. Anzi, credo che sia una traiettoria particolarmente illuminata, e d’altronde le tecnologie hanno sempre facilitato il nostro pensiero, supportandolo in una specifica direzione. È vero che, se utilizziamo le tecnologie per uno scopo che non è il loro, possono produrre anche l’effetto opposto. Tuttavia, la tecnologia emerge da noi e proprio noi abbiamo un dovere nei confronti di ciò che creiamo, ossia che sperabilmente non distrugga il pianeta e che ci conduca verso un futuro migliore; ricordiamo la costruzione della bomba atomica, per fare un esempio.
Penso che l’alfabetizzazione digitale sia più che mai necessaria per saper discriminare una fonte da un’altra, e usarle come punto di partenza per un approfondimento ulteriore, o come strumenti per porsi delle domande. In questo senso, stanno emergendo moltissimi strumenti per la ricerca e i ricercatori scientifici. Esistono chatbot pensati per aiutare a formulare le ipotesi di ricerca: noi li stiamo provando, e personalmente li trovo molto interessanti. Il loro scopo è proprio quello di fare da “contraltare” al ragionamento umano, partendo dal fatto che hanno la capacità di mettere insieme delle informazioni molto più di quanto riesca a fare una persona, anche se specialista nel settore. Oltretutto, i chatbot non hanno paura a far notare gli errori all’utente, e quest’ultimo non ha paura di esporsi di fronte a un computer, piuttosto che ad una conferenza o in un contesto le proprie conoscenze sono messe alla prova. È chiaro che non bisogna scrivere un articolo insieme a ChatGPT senza controllare le fonti, ma questo sarebbe come usare la forchetta per rastrellare il giardino di casa: non starei usando quella tecnologia con lo scopo per cui è stata pensata.