Il commercio internazionale: teoria e criticità

commercio internazionale

Il commercio internazionale è un tema economicamente molto interessante e discusso. Solitamente se ne sostiene unicamente l’utilità ed il relativo beneficio in termini di crescita economica e sviluppo. Come tutti i fenomeni complessi, tuttavia, i commerci internazionali presentano alcune contraddizioni. Il presente articolo si propone di occuparsi degli effetti del commercio internazionale sulle disuguaglianze a livello mondiale: è vero che i commerci stimolano la crescita dei paesi poveri così come di quelli ricchi? Nel corso dell’articolo si intende fornire alcuni accenni introduttivi al fenomeno del commercio internazionale, chiarendo il tema scelto può risultare di particolare interesse nel panorama del dibattito economico, per poi presentare i risultati delle indagini condotte dagli autori al riguardo.

Il pensiero economico mainstream non ha alcun dubbio riguardo la rilevanza in positivo dei commerci internazionali. Il liberismo nasce appunto affermando la necessità di lasciare liberi i mercati, di modo che la celebre mano invisibile teorizzata da Adam Smith possa massimizzare il benessere contemporaneamente della società e dei singoli individui. Se in Portogallo si produce buon vino ed in Inghilterra buon panno, liberalizzare i commerci farà in modo che Portogallo e Inghilterra si specializzino ciascuno nel settore in cui sono più efficienti. In tal modo il Portogallo colonizzerà il mercato inglese del vino e così l’Inghilterra quello Portoghese del panno, portando buon vino in Inghilterra e buon panno in Portogallo. Al contrario, proteggere con dazi e quote restrittive l’industria nazionale portoghese di produzione del panno può risultare essere una misura svantaggiosa: il protezionismo causa un’allocazione delle risorse distorta verso settori che risultano inefficienti danneggiando l’economia nazionale. Riallocare i lavoratori di panno portoghese nel settore del vino comporta necessariamente dismettere o diminuire la produzione di panno, il che nel breve periodo costituirebbe uno shock negativo ma in un’ottica più saggia potrebbe apportare indubitabili benefici nel medio e lungo termine[1].

Non tutti gli studiosi sono concordi con le teorie di cui sopra. I mercati sono uno strumento straordinario ma hanno bisogno di essere guidati e così lo stato deve intervenire per evitare concorrenza sleale, ad esempio in termini di tutela della proprietà intellettuale e di indebiti aiuti pubblici. Spesso il ruolo dello Stato in Cina è stato criticato per sostenere troppo generosamente alcuni settori e di sfruttare in modo indebito la proprietà intellettuale altrui copiando a basso costo prodotti il cui sviluppo è stato costoso. In tale modo il mercato può venire sviato e drogato dando luogo ad una competizione falsata. Anche il presidente statunitense Donald Trump, dimostratosi ostile e critico nei confronti della globalizzazione e dei commerci tra nazioni, ha ricevuto severe critiche per l’approccio protezionistico. Nonostante da un punto di vista storico si sia assistito ad una crescente liberalizzazione dei commerci internazionali, alcune istanze del protezionismo rimangono tuttora attuali.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Introduzione

Pagina 2: Commercio internazionale e disuguaglianza

Pagina 3: Dati usati per lo studio

Pagina 4: Coefficiente di Gini e statistiche descrittive

Pagina 5: Il modello: la regressione lineare

Pagina 6: Interpretazione dei risultati del modello

Pagina 7: Conclusioni


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Nato nel 1991, ha conseguito la maturità presso il liceo scientifico Augusto Righi di Bologna, quindi la laurea triennale in Economia e Finanza e la magistrale in Finanza Intermediari e Mercati presso l’Università di Bologna. Durante il periodo universitario ha fatto parte del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Ha collaborato con la rivista elettronica Il Chiasmo e ho svolto stage presso l’azienda bolognese Prometeia e in Banca di Bologna.

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