“Connessione. Storia femminile di Internet” di Claire L. Evans
- 02 Novembre 2020

“Connessione. Storia femminile di Internet” di Claire L. Evans

Recensione a: Claire L. Evans, Connessione. Storia femminile di Internet, prefazione di Giulia Blasi, LUISS University Press, Roma 2020, pp. 240, 19.50 euro (scheda libro)

Scritto da Letizia Marra

7 minuti di lettura

Con quest’opera, Claire L. Evans dà vita a un tentativo maestoso: in Connessione. Storia femminile di Internet ella restituisce infatti voce alle protagoniste della storia allo stesso tempo più tangibile e aleatoria che esista, quella di Internet. La scrittrice e musicista americana è la cofondatrice di Terraform, rubrica dedicata alla science-fiction apparsa su Motherboard per Vice. Connessione, edito da LUISS University Press nella traduzione di Gabriella Tonoli, tenta di rispondere a domande insolute: il patriarcato è un fardello che porteremo con noi anche nelle nuove realtà create in Internet? Oppure le comunità online potranno essere un tentativo di convivenza nuovo, basato sull’assoluta parità fra uomo e donna? Perché sappiamo chi sono Tim Berners-Lee e Robert Cailliau, ma non abbiamo idea di chi sia Wendy Hall? Perché sfruttiamo quotidianamente il World Wide Web e non Microcosm? Cancellando una donna, eliminiamo una donna sola o tutte le donne per cui lei parla? Perché il nome di chi ha contribuito a solcare la strada che porta alla creazione di Internet, se femminile, verrà radiato dalle pagine della storia?

Possiamo guardare alla storia dell’umanità come a una grande narrazione, in cui sono presenti protagonisti, antagonisti, personaggi secondari, comparse. Eroi e antieroi non sono assoluti, i loro ruoli vengono continuamente ribaltati dallo sguardo del singolo lettore: l’ottica manichea è da tempo bandita. Dall’Odissea in poi, ogni racconto (o quasi), rivela uno squarcio, un’assenza avvertita come normale seppur intrinsecamente insensata. La figura femminile non è mai protagonista o narratrice, fa da sfondo, è un orpello narrativo. Le donne sono raccontate come madri, mogli, figlie, sorelle, muse, Euridice o Elena, Medea e Circe. Ma le donne non sono mai Achille.

Anche Giulia Blasi, autrice del caso editoriale Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici edito da Rizzoli nel 2018, che firma la prefazione di Evans, riflette sull’eliminazione forzata della donna dalla storia degli uomini:

«(…) La cancellazione delle donne dalla raffigurazione della realtà porta alla loro esclusione non solo a titolo personale, ma anche come soggetti portatori di competenze individuali, esperienze specifiche, corpi che la scienza non studia e non considera e le IA finiscono per discriminare, essendo costruite da e per e seguendo la Weltanschauung degli uomini bianchi» (p.10).

Claire Evans scava nella storia e nelle storie dell’informatica, rendendo un argomento potenzialmente ostico e dal vocabolario oscuro, accessibile ai profani. Il suo è un lavoro di approfondimento e ricerca: intervistare personalmente le protagoniste sopite di questo mondo, coloro che hanno dovuto combattere il sessismo perché altri potessero vedere ciò che loro vedevano. Riscrive daccapo una storia da sempre di uomini, per uomini. Sottolinea il paradosso: in un annuncio pubblicato nel 1892 dall’United States Naval Observatory di Washington, compare per la prima volta il termine computer. Si richiedeva non una macchina, ma qualcuno che aiutasse nel calcolo manuale della posizione di sole, luna, stelle e pianeti. Quello del calcolatore era un mestiere manuale, automatico: il perfetto lavoro femminile. «Queste donne praticamente mapparono il cosmo, ma il loro stipendio era lo stesso di operai non specializzati» (p.34).

Un tema su cui Evans ritorna periodicamente è che la storia dell’informatica e di Internet è più una catena che un racconto smembrato: ogni idea ne contiene un’altra in nuce. La prima mano di donna a toccare l’informatica non sarà delle computer, ma della figlia di Lord Byron, Ada King, contessa di Lovelace. Ada King collaborò con Charles Babbage, lo scienziato che comprese che le macchine differenziali potessero immagazzinare variabili, simboli astratti in grado di dare voce a linguaggi, scivolando dall’aritmetica meccanica alla computazione. La sua sarebbe stata la prima macchina analitica. Non venne mai completata, ma a partire da quella prodigiosa intuizione venne elaborato il computer. Eppure, le Notes di Ada King passarono sotto silenzio. Nelle Notes, King tradusse Notions sur la machine analytique, articolo pubblicato nel 1840 da Luigi Federico Menabrea sul lavoro di Babbage e aggiunse le sue intuizioni. Vennero ripubblicate dopo anni di oblio, nel 1953, e destarono stupore per la modernità e la lucidità del lavoro di Ada.

Evans non dimentica neppure Grace Hopper, che nel 1944 ad Harvard divenne programmatrice di Mark I, primo computer elettromeccanico al mondo, il dispositivo aritmetico meccanico programmato da Howard Aiken in grado di risolvere qualsiasi problema matematico. Grace lavorò assieme al collega Richard Bloch per produrre un sistema che codificasse i batch, insiemi di comandi per l’esecuzione. Aiken riuscì a definire Grace solo un “brav’uomo”: cosa esisteva di più umiliante per un uomo, di una donna che lavorasse in laboratorio con lui, ponendosi al suo pari? Una donna capace.

All’EINAC, Electronic Numerical Integrator and Computer, primo computer elettronico, lavoravano Kathleen Mc Nulty, Betty Jean Jennings, Elizabeth Synder, Marlyn Wescoff, Frances Bilas e Ruth Lichterman, un gruppo di programmatrici incaricate di calcolare le traiettorie dei proiettili, impiegate per le tavole d’artiglieria. Riuscirono a elaborare un programma che lo facesse in dieci secondi. Trasformarono l’EINAC in un calcolatore balistico, pur concludendo il loro lavoro solo nel 1946, fuori tempo massimo per le esigenze belliche. L’EINAC, progetto mantenuto segreto fino alla fine, venne comunque rivelato al pubblico: nelle foto scattate durante la manifestazione d’inaugurazione non compare mai il volto di nessuna delle sei donne. Furono fotografati solo gli uomini che si appropriarono del lavoro delle programmatrici. Una volta capitò loro di comparire in foto e vennero definite modelle. Dovettero svelare di essere state loro a elaborare un programma dimostrativo della potenza dell’EINAC: anche di quello era stata loro sottratta la maternità. Persero il lavoro, divennero casalinghe.

Eckert e Maulchy, gli ingegneri dell’EINAC, nel 1947 crearono la Eckert-Maulchy Computer Corporation, il cui obiettivo era adeguare il software base dell’EINAC ai bisogni delle aziende richiedenti. Riassunsero in veste di programmatrici le donne che avevano tentato di eliminare: Grace, Elizabeth, Betty Jean e Kathleen. Furono loro a creare l’Universal Automatic Computer, uno dei primi computer utilizzabili anche da chi non avesse una formazione informatica.

I programmatori erano felici di collaborare con le donne. Non perché fossero brillanti, ma perché erano “carine”. Le calcolatrici e programmatrici non erano più informatiche, erano ribattezzate come perforatrici di schede, scagliate dalla cima della piramide al gradino più basso. Gli uomini preferivano presentarsi come ingegneri informatici che come programmatori: rifiutavano quel mestiere così femminile. Nathan Ensmenger, storico, scrive che se la programmazione nacque «come un lavoro eminentemente femminile, doveva essere reso maschile»[1]. La storica Janet Abbate nota che non si tratta soltanto di un’esclusione simbolica a porre un recinto immaginario fra mestieri per uomini e per donne: l’esclusione è materiale. Consta di discriminazione salariale, nessuna assistenza alla maternità o supporto all’istruzione[2].

Cosa venne chiesto a Elizabeth Jocelyn Feinler (scienziata dell’informazione che collaborò al Network Information Systems Center dello Stanford Researche Institute)? Se potesse portare il caffè. Venne chiesto a colei che lavorò alla realizzazione di ARPANET, la rete di computer voluta nel 1969 dal DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti che perfezionava le tecnologie a uso militare. Era la madre di Internet per come lo conosciamo oggi. E quando Jake si apprestò a lavorare in uno dei terminali NSL in laboratorio, venne redarguita perché le segretarie non potevano toccare le macchine.

Stacy Horn collaborò con il WELL, ideato da Stewart Brand e Larry Brilliant. Il WELL, la prima comunità virtuale, avviò la tradizione dei forum in Internet, su cui chattare e trovare risposte alle proprie domande. Stacy si rese conto di come l’acronimo WELL (Whole Earth ‘Letronic Link) fosse ingannevole: non era un progetto rappresentativo di tutta la terra, ma della fortunata fetta di uomini bianchi e trentenni. Per dare voce alle donne creò ECHO, il forum online (pubblico) in cui era possibile confrontarsi con chiunque su qualunque argomento. WIT, Women in Telecommunications, era il gruppo di discussione femminile in cui parlare di mestruazioni, sesso, gravidanze e depilazione senza remore o vergogna. Quasi la metà dei moderatori ECHO erano donne, affinché nessuna si sentisse prevaricata o molestata da un uomo.

Nel 2020, per ognuno di noi, una delle azioni più ripetute e spontanee è navigare su Internet, nel World Wide Web ideato da Berners-Lee e Cailliau, che ha stravolto il nostro rapporto con le tecnologie. E se ci fosse stato un altro modo di trattare i link in maniera altrettanto intuitiva? Qualcosa che avrebbe potuto definitivamente soppiantare il WWW? Esiste. Si chiama Microcosm ed è il progetto di Wendy Hall, la donna dei metadata. Già nel 1994, durante la prima conferenza mondiale dedicata al World Wide Web, Wendy si rese conto che tutti erano convinti che il Web fosse il primo sistema ipertestuale mai progettato. Aveva inventato Microcosm dieci anni prima, lavorando con l’Università di Southampton.

Claire Evans racconta inoltre di Nancy Rhine ed Ellen Pack, che si conobbero grazie alle chat di ECHO e divennero creatrici del Women’s Information Resource Exchange o WIRE, primo network online per le donne. Nel tempo WIRE perse di vista il supporto sociale, non condivise più informazioni sull’aborto e risorse utili nel caso di abusi domestici. Si trasformò in una vetrina di pubblicità mainstream venduta alle grandi aziende, che acquistarono delle sezioni del sito. WIRE, per affermarsi, dovette adeguarsi a un’aura di superficialità che ostacolava il femminismo. Fu WIRE, che cambiò nome in women.com, però, a rendere donna la maggioranza degli utenti online nel 2000. Una volta trasformate le donne da minoranza a presenza attiva sul web, il portale progettato come compendiario del femminile venne avvertito come riduttivo e semplicistico. Le donne online potevano muoversi liberamente, senza vincoli o recinti.

Brenda Laurel comprese che per spianare la strada della programmazione alle ragazze bisognava assicurarsi che avessero familiarità con l’informatica a partire dall’infanzia, che la conoscessero anche grazie a videogiochi ideati per loro. Sarebbero diventate adulte competenti con gli strumenti informatici. Così Brenda nel 1996 creò Purple Moon. Il neo di Purple Moon, evidenziato dalla critica femminista Rebecca Eisenberg, era riassumere l’universo femminile in un insieme di stereotipi sulla ricerca della bellezza e della popolarità, tema dei loro giochi, mortificando lo spettro di interessi delle ragazze, che si sentivano rinchiuse in recinti.

Smantellare le radici patriarcali affondate nel mondo online era l’obiettivo delle cyber-femministe, movimento nato negli anni Novanta da Sadie Plant e dalle VNS Matrix, collettivo di artiste che lavorava online. Temevano che Internet riproponesse gli stessi schemi patriarcali tipici della realtà offline. Le cyber-femministe erano convinte che l’anonimato in Internet avrebbe permesso di superare le distinzioni di genere, eppure è più facile che diventi lo scudo dietro cui si nascondono sessisti e violenti.

Claire Evans ricuce i buchi nella storia, riscopre le parole di scienziate, informatiche, programmatrici che avevano compreso che il loro lavoro sarebbe stato a metà se non avesse incluso le donne. Lo fa con chiarezza e competenza, evocando i momenti e i dettagli che svelano le paure e la rabbia delle grandi dell’informatica. Ricorda che Internet è compenetrato nelle nostre vite, fino quasi a mischiarvisi: lì abbiamo la possibilità di riscattarci dalle barriere sociali, temporali e spaziali, scegliendo di riproporre o meno sessismo e patriarcato. Dovremmo farlo ricordando grazie a chi possiamo sfruttare Internet per inveire o imparare. Le donne.


[1] Nathan Ensmenger, Making Programming Masculine, in T. Misa (a cura di) Gender Codes: Why Women are Leaving Computing, Wiley, Hoboken 2010, p. 239.

[2] Janet Abbate, Recording Gender: Women’s Changing Participation in Computing, MIT Press, Cambridge 2012, p. 103.

Scritto da
Letizia Marra

Laureata presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna in Culture Letterarie Europee, conseguendo un doppio diploma italo-francese. Attualmente, frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze storiche ed orientalistiche presso lo stesso ateneo. È interessata agli studi di genere e alla storia delle donne.

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