Connettere intelligenza artificiale, dati e robotica. Intervista a Emanuela Girardi
- 14 Aprile 2026

Connettere intelligenza artificiale, dati e robotica. Intervista a Emanuela Girardi

Scritto da Alessandro Vecchio

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In un contesto europeo ancora fortemente dipendente da tecnologie sviluppate altrove, il tema della sovranità digitale e tecnologica diventa centrale per il futuro dell’innovazione nel continente. Quali sono gli ostacoli che rallentano lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in Europa? Come si può colmare il divario con i Paesi più avanzati?  Come è possibile trasformare in modo più efficace le innovazioni in applicazioni concrete? E qual è il rapporto tra IA, dati e robotica?

Ne abbiamo parlato con Emanuela Girardi in occasione dell’International Forum on Digital and Democracy promosso dall’Associazione Copernicani, all’interno del World AI Cannes Festival (WAICF), svoltosi il 12 e 13 febbraio 2026. Emanuela Girardi è Presidente di ADRA (The AI, Data and Robotics Association), una partnership pubblico-privata promossa dalla Commissione Europea, che riunisce imprese e centri di ricerca con l’obiettivo di accelerare l’innovazione europea verso la sovranità digitale e tecnologica. È anche fondatrice e Presidente di PopAI, no-profit che lavora per aumentare e democratizzare la conoscenza intorno all’intelligenza artificiale. Affianca inoltre aziende e organizzazioni come advisor strategica su AI governance e adozione responsabile dell’intelligenza artificiale.


ADRA unisce l’intelligenza artificiale, i dati e la robotica in un unico orizzonte di sviluppo tecnologico. Come opera e in che modo queste realtà si conciliano?

Emanuela Girardi: ADRA nasce nel 2021 come partner privato all’interno di un partenariato con la Commissione Europea, che è il partner pubblico. Questo partenariato pubblico-privato ha l’obiettivo di accelerare il progetto di sovranità tecnologica europea. In precedenza l’ecosistema si componeva di partner differenti per i vari ambiti che riguardano l’intelligenza artificiale, i dati e la robotica, e fonderli all’interno di un’unica associazione è stato visionario, perché ha permesso un trasferimento tecnologico in grado di far avanzare notevolmente la robotica industriale europea. Il primo passo è stato quello di lavorare per collegare ricerca e industria, connettendo gli ecosistemi nazionali e locali d’eccellenza. L’obiettivo dell’associazione è stato anche quello di superare l’eccessiva frammentazione. Infatti, se guardiamo anche solo all’Italia, vediamo numerose realtà legate all’innovazione: la Data Valley di Modena, il centro di robotica di Genova, ma anche altri istituti a Trento, Pisa, Bologna, Torino e Bari, solo per citarne alcuni. Sono tante realtà diverse e che spesso non comunicano tra loro. L’inizio è stato complesso, ma oggi contiamo 250 membri che abbiamo conosciuto personalmente, andando a incontrarli in giro per tutta Europa per cercare innanzitutto di creare un dialogo.

 

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, l’Unione Europea è in una fase di arretratezza rispetto ad altri Paesi, come Cina e Stati Uniti. Qual è la situazione e quali sono le principali difficoltà che si incontrano nel voler fare innovazione in Europa?

Emanuela Girardi: I Paesi europei, nel complesso, sono all’80% dipendenti da tecnologie sviluppate altrove, e la missione di ADRA è sviluppare una maggiore sovranità tecnologica, tale da ridurre questa dipendenza europea. È un obiettivo ambizioso, perché in l’Unione Europea ha agito muovendosi con ritardo, ma stiamo lavorando nella giusta direzione. Abbiamo parlato con le aziende e gli istituti di ricerca per provare a capire cosa non funzionasse ed è emerso che uno dei gap principali è che la ricerca e l’industria non sono ben collegate: molti progetti di ricerca non vengono applicati all’interno dell’industria, e allo stesso tempo le aziende tecnologiche non trovano progetti adatti alle proprie esigenze. Si forma quella che viene definita la “valle della morte” dei brevetti: si sviluppa un’innovazione che viene brevettata, ma questa soluzione non riesce a diventare commercializzabile; oppure, se lo diventa, non si trovano i capitali per raggiungere un mercato nazionale o europeo. Si stima che quasi il 95% dei brevetti europei sia inattivo o inutilizzato. Non mancano le idee né la ricerca, manca invece il sistema capace di portarle al mercato, così come i meccanismi che assicurano che a fronte di un prodotto solido e innovativo ci sia anche un mercato disposto a comprarlo. Si alimenta così un circolo vizioso: senza un mercato disposto a comprare i prodotti, le aziende investono meno nei progetti di ricerca.

 

Date queste difficoltà, quali sono le possibili strategie per risolvere il problema? Qual è la soluzione per velocizzare l’innovazione europea?

Emanuela Girardi: Io credo che l’Europa debba percorrere la strada della physical AI, ovvero l’integrazione dell’intelligenza artificiale nella robotica. Sia a livello di manifattura che di ricerca, in UE siamo piuttosto competitivi, e anche l’Italia non è da meno. Le aziende stesse con cui parliamo ci dicono che vorrebbero implementare soluzioni europee, ma questa mancanza di connessione tra le vari fasi dell’innovazione fa sì che i progetti di ricerca non siano personalizzati e adatti alle loro esigenze. Questo succede perché, ancora una volta, l’industria e la ricerca non lavorano insieme dalla fase iniziale, ma si procede seguendo un meccanismo tale per cui si finanziano progetti di ricerca già avviati che vengono poi adattati alle esigenze dell’azienda. Per superare questo ostacolo abbiamo proposto un nuovo modello di innovazione, che si chiama robotics catalyst. Si tratta di un catalizzatore che unisce fin da subito le aziende e i centri di ricerca, identificando le esigenze delle prime per poi metterle in contatto con chi sta lavorando su soluzioni simili. Si tratta di una sorta di match-making che coinvolge anche gli investitori che finanziano economicamente i progetti a cui sono interessati.

 

Lei da anni osserva da vicino lo sviluppo della robotica. A che punto siamo? Quanto è vicino un futuro in cui i robot entreranno nelle nostre vite quotidiane?

Emanuela Girardi: Sono convinta che la physical AI sia la nuova frontiera dell’innovazione, ed è quello che pensa ad esempio anche Yann LeCun, che ha lasciato il posto di direttore scientifico di Meta per fondare una startup, AMI Labs, che investe proprio in questo settore dell’innovazione. Sviluppare un world model, ovvero un modello di IA “dotato di mondo”, che impara quindi direttamente dall’ambiente in cui è inserito, è costosissimo e per farlo è necessario superare la tecnologia Transformer, che è alla base dell’IA generativa che usiamo oggi, che non è la tecnologia giusta. In questo momento abbiamo bisogno di un salto tecnologico, così come è avvenuto con i Transformer pochi anni fa. LeCun sta lavorando proprio su questa nuova tecnologia, che si chiama JEPA (Joint-Embedding Predictive Architecture). La robotica offre opportunità enormi, ma non è ancora il momento: oggi i robot totalmente autonomi, dove esistono, non sono sicuri e robusti tecnologicamente, perché basati su IA generativa, che non è completamente affidabile. A livello industriale, invece, negli Stati Uniti e soprattutto in Cina i robot autonomi sono già parzialmente usati come supporto.

 

L’evoluzione della robotica comporta sicuramente nuove sfide, anche dal punto di vista della regolamentazione. Quali differenze presenta rispetto all’IA generativa? 

Emanuela Girardi: Lo sviluppo della branca di intelligenza artificiale chiamata physical AI è arrivato dopo l’AI Act, quindi non esiste ancora una regolamentazione apposita. Un problema analogo lo si è visto anche con l’IA generativa, emersa quando il processo per giungere all’AI Act era quasi concluso, per cui è stato necessario inserire in extremis il quinto livello di rischio sistemico per i sistemi di AI general-purpose. Esiste un regolamento europeo sulle macchine, il Machinery Regulation, che può interfacciarsi con l’AI Act, ma penso che per quanto riguarda la physical AI, nello specifico si lavorerà più sugli standard approvati e da approvare, in attesa dell’elaborazione delle leggi. Dei gruppi di lavoro a cui partecipano persone dell’industria e della ricerca sono già all’opera per stabilire gli standard e i codici di condotta. Per evitare di regolare l’IA di oggi con le regole di ieri, un dialogo con le aziende è necessario, ma in questi gruppi ci sono anche esponenti del mondo della ricerca molto attenti ai rischi, come Yoshua Bengio, che propone addirittura una pausa all’innovazione. La creazione di standard armonizzati, a cui stiamo lavorando, è molto utile perché, nonostante siano volontari, le aziende li seguono per essere coordinate tra loro anche a livello internazionale. Una volta che questi harmonised standards approvati dalla Commissione Europea vengono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea (GUUE), attribuiscono alle aziende che li seguono una presunzione di conformità alla legge.

 

All’interno della robotica si stanno sviluppando anche i robot sociali e i robot di cura, con l’obiettivo di assistere persone che ne hanno bisogno. A livello sociale e umano, quali sono i rischi di questa integrazione?

Emanuela Girardi: Le sfide le vediamo chiaramente già oggi, ad esempio quando alcune persone si affezionano a un chatbot con cui dialogano. Nel caso della robotica, ci sono alcuni rischi accentuati da una comunicazione fisica. La comunicazione è anche e soprattutto linguaggio del corpo, condivisione dello spazio fisico, contatto visivo. È un rapporto molto più profondo della sola comunicazione testuale o verbale e quindi più rischioso, perché il robot effettua una persuasione più profonda rispetto a un chatbot. Tramite i sensori, infatti, riconosce gli stimoli corporali della persona e reagisce in modo da indurre una certa reazione, anche attraverso il tono di voce, il contatto fisico, lo sguardo. Alcuni di questi robot sono specificamente progettati per creare empatia e vengono impiegati proprio con le persone più fragili, come anziani affetti da Alzheimer e bambini con disturbo dello spettro autistico. Ed è proprio qui che il rischio si accentua. È importante che questi robot siano sicuri by design, cioè che rispettino le regolamentazioni e che siano trasparenti rispetto all’azione e allo scopo. La macchina deve ricordare all’individuo di essere un supporto robotico, in modo da non far mai dimenticare il motivo dell’interazione e limitare così i pericoli legati alla persuasione. Questa trasparenza mitiga gli effetti dei comportamenti emergenti, ovvero quei comportamenti che non sono previsti nella fase di programmazione, perché il sistema impara dall’esperienza e da una realtà fisica che è ben più complessa di quella che possiamo simulare in un laboratorio. La sensazione che si prova di fronte a un robot è di sorpresa e curiosità, per questo c’è bisogno di consapevolezza e di sapere come usare questi sistemi.

 

Proprio riguardo alla consapevolezza, lei ha anche fondato PopAI, un’associazione no-profit con l’obiettivo di aumentare la conoscenza delle tecnologie digitali. Come è necessario intervenire in questo senso?

Emanuela Girardi: È necessario insegnare il pensiero critico già nelle scuole. Un esempio virtuoso è quello della Ministra dell’istruzione estone, Kristina Kallas, che ha sviluppato un progetto per far conoscere le tecnologie in modo sicuro e responsabile nelle scuole, attraverso un accordo con OpenAI. Si deve partire dalle basi: che cosa è l’IA, come funziona, come impara dai dati, e così comprendere che non è un oracolo. Questo permette di capire il funzionamento e i rischi, per evitare che si utilizzino questi strumenti come AI companion, cosa che accade a molti giovani che non ne conoscono i limiti. Serve poi a tutti i cittadini, perché nella società del futuro, sempre più digitale, i nuovi poveri saranno gli emarginati digitali. E in particolare nel mondo del lavoro, l’AI literacy è obbligatoria secondo l’articolo 4 dell’AI Act. Abbiamo bisogno di una formazione seria e sicura, anche perché le possibilità sono enormi e vanno sfruttate per non restare indietro competitivamente.

 

Dal punto di vista della conoscenza e dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, l’Italia come si colloca a livello internazionale?

Emanuela Girardi: Una recente statistica dell’Economist mostra che siamo molto indietro nell’utilizzo dell’IA generativa da parte delle aziende: la utilizza circa il 20% a fronte di una media europea di circa il 40%. Quando visito le aziende, molte mi chiedono per prima cosa come realizzare un progetto di intelligenza artificiale, senza comprendere che l’IA è un mezzo e non un fine. Bisogna capire cosa si vuole fare, e solo dopo vedere se l’IA può aiutare a realizzare quel progetto. Serve una cultura dell’IA anche perché nella maggior parte delle aziende in Italia avviene quello che si chiama shadow AI: i dipendenti usano sistemi di IA generativa esterni, come ChatGPT, Claude o Gemini, senza autorizzazione o formazione. Non si dovrebbe, perché è pericoloso mettere i documenti aziendali su un supporto esterno, ma l’aumento della produttività è tale che lo si fa lo stesso, di nascosto. Il primo passo quindi è portare cultura, partendo dai dirigenti e poi a catena con i dipendenti, anche attraverso progetti pilota per capire come funziona, per poi in seguito realizzare progetti più avanzati. Si tratta di una nuova infrastruttura cognitiva che tutti dovrebbero apprendere; una tecnologia trasversale, come lo è il computer. E come il computer verrà utilizzata in ogni ambiente di lavoro. Dal punto di vista politico, negli ultimi anni abbiamo assistito a una generale miopia strategica da parte dei governi. Qualcosa è stato fatto, ma non si può prescindere da una seria e ampia strategia, perché lo sviluppo tecnologico è molto veloce.

 

Rispetto al tema della sovranità digitale, è possibile essere ottimisti? Riuscirà l’Unione Europea a raggiungerla nei prossimi anni?

Emanuela Girardi: I progetti europei ci sono, ma sono pochi e al momento poco competitivi. Abbiamo Silo AI, startup finlandese comprata da AMD nel 2025, e Mistral AI, una startup francese, che è la migliore a livello continentale, ma fa ancora fatica a competere a livello mondiale. Abbiamo poi un progetto europeo che si chiama Open Euro LLM, che sta sviluppando un LLM open source europeo. La sovranità digitale è necessaria e ci arriveremo per gradi, perché serve ancora tempo. Passare da una dipendenza dell’80% a una del 50% sarebbe già un buon risultato, come inizio. La catena del valore dell’IA è molto complessa e non è detto che sia conveniente raggiungerla al 100%, ma la direzione è quella. Non è chiaro però quanto tempo ci vorrà, ma noi con ADRA stiamo dando e daremo il nostro contributo. È un tema fondamentale che non riguarda però solo l’innovazione, perché la sovranità digitale è fondamentale anche per la difesa: un piano di difesa europeo non può prescindere da una solida infrastruttura tecnologica europea.

Scritto da
Alessandro Vecchio

Studente di Filosofia e Intelligenza Artificiale all’Università “Sapienza” di Roma. Appassionato di divulgazione scientifica e del rapporto tra tecnologia e spazio pubblico. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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