Cooperazione e piattaforme. Esperienze e sfide dell’economia collaborativa in Italia
- 25 Gennaio 2021

Cooperazione e piattaforme. Esperienze e sfide dell’economia collaborativa in Italia

Scritto da Daniele Vico

9 minuti di lettura

Questo contributo è tratto dal numero cartaceo 3/2020, dedicato al tema delle “Piattaforme”. Questo contenuto è liberamente accessibile, altri sono leggibili solo agli abbonati nella sezione Pandora+. Per ricevere il numero cartaceo è possibile abbonarsi a Pandora Rivista con la formula sostenitore che comprende tutte le uscite del 2020 e del 2021. L’indice del numero è consultabile a questa pagina.


L’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), in occasione del centenario della sua istituzione, ha convocato una Commissione mondiale di esperti per redigere un report sul futuro del lavoro[1]. Il report identifica le tre maggiori forze trasformative che stanno plasmando il mondo del lavoro del futuro: cambiamenti demografici, climatici e tecnologici. Secondo il report infatti, le trasformazioni tecnologiche (Intelligenza Artificiale, automazione e robotica) creeranno nuove professioni e servizi, ma ne elimineranno o modificheranno altri, con il rischio di escludere dal mercato del lavoro milioni di persone.

Riguardo al tema della cosiddetta platform economy, la Commissione sottolinea il rischio che le piattaforme di crowd-working e il lavoro incentrato esclusivamente su software (come ad esempio le app), possano ricreare in chiave moderna pratiche lavorative tipiche del XIX secolo, quali i ‘lavori digitali a giornata’[2] o forme di lavoro autonomo retribuito a cottimo (si pensi ai cosiddetti ‘rider’). Viene così a configurarsi un evidente problema su due livelli: il primo relativo alla dimensione della governance dei processi economici, il secondo riguardante la proprietà dei mezzi di produzione del valore. Per dirla con le parole dello storico Yuval Noah Harari, «chi possiede i dati, possiede il futuro»[3].

 

L’economia collaborativa e il ruolo delle piattaforme

Essendo questa fase di trasformazioni tecnologiche e digitalizzazione incarnato da processi relativamente recenti, ci troviamo ancora in un ‘far-west analitico’ in cui occorre districarsi tra molteplici categorie che mutano e si moltiplicano con la stessa velocità dei fenomeni in oggetto. Tra le più note, ci sono ad esempio quelle di gig economy, digital economy, platform economy, economia collaborativa. Per semplicità e funzionalità, questo articolo fa riferimento in particolare al concetto di ‘economia collaborativa’ così come definito da Elena Como e Francesca Battistoni su «Rivista Impresa Sociale», ovvero «un insieme di pratiche ampie e molto variegate, accomunate dall’uso della tecnologia digitale (‘modello piattaforma’) e da un certo grado, molto variabile, di dinamiche peer-to-peer nate per abilitare una collaborazione tra pari, che aggira gran parte delle strutture che tradizionalmente intermediano gli scambi e le relazioni economiche e sociali»[4]. Come fa notare Paolo Venturi[5], la disintermediazione è permessa dal fatto che il costo della mediazione viene trasferito da soggetti e strutture tradizionali (ad esempio i negozi, le aziende, ecc), a soggetti terzi che agiscono attraverso la tecnologia, fattore capace di espandere, arricchire e accelerare, ma anche deterritorializzare, le pratiche sociali che sono alla base degli scambi. Grazie a questo, l’economia collaborativa ha permesso di soddisfare richieste socio-economiche che prima non potevano trovare risposta e non ancora comprese a pieno, permettendo di rispondere a «una domanda diffusa – e dis-aggregata – con un’offerta diffusa, pulviscolare e rigorosamente individuale»[6]. In questo modo, l’economia collaborativa ha generato segmenti economici fortemente impattanti su molti settori produttivi, e lo ha fatto spesso introducendo pratiche di tipo oligopolistico ed estrattivo. Infatti, come raccontano Como e Battistoni nel loro articolo, il problema principale, conseguenza naturale dell’attuale sistema economico, è che l’economia collaborativa è ad oggi pervasa dal cosiddetto platform capitalism, ovvero lo sfruttamento delle potenzialità tecnologiche e del peer-to-peer per perseguire logiche estrattive e di accumulazione di capitale[7] che si limitano a replicare logiche già presenti nei precedenti modelli capitalistici di creazione del valore (si pensi ad Airbnb, Uber, Blablacar, Deliveroo, Amazon ecc.).

L’economia collaborativa è dunque estremamente efficace per l’identificazione e la risposta a domande socio-economiche finora marginalizzate. In questo ricorda molto, in termini di efficacia, il ruolo ormai dimostrato dell’economia sociale e solidale nel riuscire a fornire servizi laddove né lo Stato né il mercato riescono ad arrivare, per questioni di struttura (il primo) o di profittabilità (il secondo). A differenza dell’economia sociale e solidale, però, come ha fatto notare recentemente Venturi su «Il Corriere Buone Notizie»[8], le economie basate sulle piattaforme spesso fanno un uso estrattivo del capitale sociale, ad esempio sfruttando per profitto la fiducia alla base del peer-to-peer, e così facendo inaridiscono le comunità e i territori sia socialmente che economicamente. Eppure, proprio le organizzazioni dell’ESS possono dimostrarsi attori efficaci per valorizzare al meglio le potenzialità dell’economia collaborativa, contrastandone al contempo i rischi maggiori. Lo dimostra, ad esempio, il fenomeno del platform cooperativism.

 

Il connubio tra economia collaborativa e cooperazione in Italia

È interessante notare che il concetto di platform cooperativism nasce innanzitutto in contrapposizione al platform capitalism e indica la diffusione di piattaforme di economia collaborativa caratterizzate da strutture di ownership, di governance e di produzione e distribuzione del valore proprie del mondo cooperativo. Nonostante in Italia le imprese di capitale siano ancora la forma prevalente tra le piattaforme collaborative[9], negli ultimi anni il panorama si sta popolando di interessanti esperienze di tipo cooperativo.

Un esempio ben radicato e strutturato è quello della Cooperativa Tassisti Bolognesi (CO.TA.BO.), cooperativa attiva nella città emiliana sin dal 1967, nata per migliorare con spirito mutualistico e non speculativo le condizioni professionali e sociali dei suoi associati. CO.TA.BO. conta oggi oltre 500 soci ed è la principale cooperativa di tassisti dell’Emilia-Romagna[10]. La cooperativa, come ha affermato recentemente il suo presidente Riccardo Carboni durante un’intervista[11], è una struttura anomala per il settore taxi. Essa è strutturata come una multi-servizi e cerca di offrire ai tassisti tutto quello che serve loro per svolgere l’attività, senza dover ricorrere a servizi esterni. Per esempio, CO.TA.BO. mette a disposizione «un’officina per la manutenzione e le riparazioni delle vetture, la linea collaudi per le revisioni auto, una centrale radio taxi dotata di un sistema di trasmissione dati per la distribuzione dei servizi taxi, un apparato amministrativo in grado di sbrigare le pratiche burocratiche, amministrative e fiscali inerenti le varie attività»[12]. CO.TA.BO. si presenta sostanzialmente come piattaforma di intermediazione tra il produttore (il tassista) e il consumatore, innovativa ed efficiente nei sistemi di governance senza perdere di vista l’importanza dell’ownership collettiva.

Il ‘modello CO.TA.BO.’ ha attirato l’attenzione di molti esperti e studiosi del platform cooperativism, tra cui il professor Trebor Scholz, fondatore del Platform Cooperativism Consortium[13], che lo scorso settembre 2019 ha invitato Carboni al convegno internazionale di New York Who owns the world – The state of platform cooperativism organizzato dal consorzio. Proprio alla vigilia della conferenza, Carboni ha sottolineato il fatto che, in un contesto in cui le piattaforme di intermediazione si stanno sviluppando in maniera molto rapida, è necessario che anche in questi settori si rifletta sulla dimensione di scala, per portare modelli come CO.TA. BO. a livello nazionale e internazionale, ma senza perdere di vista la dimensione territoriale. La caratteristica peculiare di CO.TA.BO., infatti, è proprio il legame forte con il territorio di appartenenza, che fa sì che l’obiettivo dell’azienda sia proprio generare e redistribuire valore in quello specifico contesto urbano.

Un altro esperimento promettente, più giovane ma sicuramente al centro del dibattito per il portato politico che esprime, è la neonata piattaforma di delivery Consegne Etiche, sviluppatasi nel 2020 a Bologna a partire da un’esigenza socio-culturale che affonda le sue radici nel vivo dibattito cittadino animato tra gli altri dal sindacato Riders Union, primo sindacato dei rider in Italia. Come racconta Giulio Sensi su «Il Corriere Buone Notizie»[14], Consegne Etiche nasce dal basso come alternativa di delivery equa nei confronti dei lavoratori e inclusiva nei confronti della comunità, in contrapposizione a un sistema predominante di sfruttamento portato avanti dalle grandi piattaforme, la cui narrazione vorrebbe i fattorini come ‘imprenditori di se stessi’ per tagliare i costi del lavoro e non assumersi gli oneri che deriverebbero dal riconoscimento della loro sostanziale posizione di datori di lavoro. Sviluppata a partire da assemblee pubbliche e laboratori di co-design, la piattaforma «unisce le idee di lavoro degno e non competitivo, rispetto per l’ambiente, per i territori e per i commercianti». Il servizio offerto è di delivery cittadino con bici-cargo a cui i commercianti possono aderire gratuitamente e in cui non ci sono costi aggiuntivi trattenuti dalla piattaforma e in cui il giusto prezzo è sostenuto dal cliente. Come sottolineano gli ideatori, «se vuoi la consegna la devi pagare, perché se non paghi significa che qualcuno è sfruttato». In controtendenza con il dogma della consegna gratuita, Consegne Etiche garantisce salari compresi tra i 17 euro lordi l’ora per i subordinati assunti regolarmente e i 12,5 euro lordi l’ora per i co-coco, garantendo a ciascuno assicurazione per malattia, infortuni e maltempo[15]. L’obiettivo è quello di una creazione di valore che rimane nel territorio, basandosi su logiche cooperative e andando oltre la logica estrattiva e l’accumulo di capitale.

Un altro esempio recente del buon connubio possibile tra mondo cooperativo ed economia collaborativa è il Consorzio Cooperativo Digicoop, nato nel 2017 come consorzio di editori indipendenti per favorire lo sviluppo cooperativo (e non competitivo) delle attività degli editori in un contesto di innovazione tecnologica. Per farlo, Digicoop ha sviluppato la piattaforma Gutenberg 5.0, che mette a disposizione una serie di funzioni editoriali, gestionali e logistiche per soci e clienti che vogliono migliorare le loro attività in ambito digitale. La sua peculiarità è l’essere una piattaforma in house (cioè di proprietà totale della cooperativa), strutturata in modo che ogni miglioria sviluppata al suo interno diventi patrimonio comune[16]. Una scelta open source, dunque, che sottende il principio secondo cui l’innovazione non sempre rappresenta il risultato di una competizione, ma può anche basarsi sulla condivisione di processi e risultati.

Infine, merita attenzione l’esempio della piattaforma cooperativa Welfare ComeTe, lanciata dal Consorzio FIBER nel campo del welfare aziendale. FIBER è composto da 17 realtà imprenditoriali che aggregano oltre 100 cooperative operanti, attraverso più di 50.000 lavoratori, su tutto il territorio nazionale. La piattaforma si propone di offrire alle imprese, anche le più piccole, servizi di welfare aziendale canalizzando l’esperienza delle cooperative socie nel welfare territoriale, la loro diffusione capillare in tutte le regioni e il loro legame con gli altri attori del welfare, compresi gli enti pubblici. La piattaforma riceve e elabora le richieste, fornendo un’offerta che intende andare oltre lo schema dei ‘benefit’ costruendo progetti di responsabilità sociale ad ampio spettro[17].

Il mondo cooperativo in Italia sembra dunque reagire agli stimoli delle trasformazioni tecnologiche attuali attraverso una serie di iniziative promettenti, ben strutturate e che si innestano all’interno di un più ampio dibattito internazionale, come dimostra l’invito di CO.TA.BO. alla conferenza di New York sul platform cooperativism. Peraltro, il legame con il movimento internazionale non si ferma alle conferenze. Legacoop, attraverso Legacoop Liguria che ha assunto il ruolo di capofila, si è fatta promotrice ed è diventata partner del corso internazionale Platform Co-ops sviluppato dalla New School di New York su iniziativa di Scholz, avviato nel giugno 2020[18]. Il corso, rivolto a persone di tutto il mondo che lavorano per in piattaforme digitali e/o provenienti dal mondo cooperativo e della ricerca, mira a supportare processi di trasformazione d’impresa in ottica di piattaforma, contaminando al contempo il mondo delle piattaforme con i valori e i sistemi di governance propri dell’approccio cooperativo.

 

Una nuova generazione di piattaforme

Scholz, intervenendo il 20 maggio al seminario organizzato da Legacoop Liguria di presentazione del già menzionato corso, ha sottolineato che il rischio che molte piccole imprese non sopravvivano alla pandemia è molto alto, minacciate come sono dalla crisi socio-sanitaria e dalla strategia aggressiva delle grandi aziende. Per questo motivo è necessario sviluppare nuove forme di governance in cui gli ideali dell’economia sociale e solidale e i modelli dell’economia collaborativa, si contaminino e rafforzino a vicenda, per essere competitivi e al contempo alternativi ai grandi attori che attualmente si spartiscono il mercato. L’idea di un’alternativa alle piattaforme estrattive, che operi una sintesi tra le tradizionali strutture dell’economia sociale e solidale e i nuovi modelli digitali di impresa, è quella che Venturi considera alla base di una nuova generazione di piattaforme territoriali, che non abbiano come obiettivo la scalabilità ma la sostenibilità. Iniziative imprenditoriali dunque che si facciano carico di generare valore sociale e politico, attraverso lavoro dignitoso, valorizzazione dei sistemi economici locali e, di conseguenza, rigenerazione della coesione sociale e dei legami comunitari[19].

Ritornando dunque alle due dimensioni del tema presentate all’inizio, ovvero la governance dei processi e la proprietà dei mezzi, quest’idea di una nuova generazione di piattaforme territoriali può offrire una risposta plausibile su entrambi i terreni. Innanzitutto, essa può contribuire a quella che appunto Venturi definisce la ‘terza via’ del ‘neo-mutualismo’, uno schema di governance che veda coinvolti sullo stesso piano istituzioni, imprese e organizzazioni dell’economia sociale e solidale, impegnati a sviluppare strategie di welfare comunitario condivise e coordinate. Questa nuova generazione di piattaforme sembra in grado di fornire una risposta molto semplice alla sollecitazione di Harari. Chi possiede i dati, e dunque il futuro? Tutti.


[1] Commissione Mondiale sul Futuro del Lavoro, Lavorare per un futuro migliore, Organizzazione Internazionale del Lavoro, Roma 2019.

[2] Ibid, p.20.

[3] Y. N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano 2018. Si veda in particolare la parte prima La sfida tecnologica, cap. 4 Uguaglianza.

[4] E. Como, F. Battistoni, Economia collaborativa e innovazione nelle imprese cooperative: opportunità emergenti e sfide per il futuro «Rivista Impresa Sociale», (6) 2015, p. 99.

[5] P. Venturi, A. Pirani, Collettivi e digitali nell’era della condivisione, «cheFare», 27 dicembre 2017.

[6] Ibid.

[7] E. Como, F. Battistoni, Economia collaborativa e innovazione nelle imprese cooperative: opportunità emergenti e sfide per il futuro, «Rivista Impresa Sociale», (6) 2015, p. 101.

[8] P. Venturi, Un neo mutualismo che funziona fa bene ai lavoratori e alla comunità, «Il Corriere Buone Notizie», 20 ottobre 2020, p. 16.

[9] E. Como, F. Battistoni, Economia collaborativa e innovazione nelle imprese cooperative: opportunità emergenti e sfide per il futuro, «Rivista Impresa Sociale», (6) 2015, p. 102.

[10] Legacoop Bologna, COTABO: modello per l’economia collaborativa, presentato a NYC.

[11] Legacoop Bologna, Il modello COTABO per l’economia collaborativa.

[12] CO.TA.BO., Storia della cooperativa.

[13] Platform Cooperativism Consortium.

[14] G. Sensi, L’etica delle consegne, «Il Corriere Buone Notizie», 20 ottobre 2020, p. 16.

[15] G. Stinco, Un altro food delivery è possibile: a Bologna nasce “Consegne etiche”, «il Manifesto», 21 luglio 2020.

[16] Digicoop, La piattaforma Gutemberg 5.0.

[17] La Repubblica, Responsabilità sociale, nasce “Welfare ComeTe”, il consorzio nazionale Fiber che rivoluziona il welfare aziendale «La Repubblica», 26 giugno 2020.

[18] CulTurMedia Legacoop, Platform Co-ops: parte il Corso internazionale dedicato alle piattaforme digitali cooperative.

[19] P. Venturi, Un neo mutualismo che funziona fa bene ai lavoratori e alla comunità, «Il Corriere Buone Notizie», 20 ottobre 2020, p. 16.

Scritto da
Daniele Vico

Laureato magistrale in Cooperazione per lo Sviluppo all’Università di Torino con tesi su economia sociale e solidale e sviluppo sostenibile, ha studiato tra Torino, Gorizia/Trieste e Maastricht. Diviso tra attivismo e ricerca, si interessa di disuguaglianze, ambiente ed economia sociale e solidale. Attualmente è Junior project manager presso S-nodi e ricercatore allo Smart Commons Lab dell’Università di Torino.

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