Il futuro della cooperazione. Intervista a Paolo Venturi
- 08 Febbraio 2019

Il futuro della cooperazione. Intervista a Paolo Venturi

Scritto da Andrea Baldazzini

11 minuti di lettura

Questa intervista è comparsa nel numero speciale di Pandora dedicato alla cooperazione ed è inclusa nell’anteprima del numero stesso scaricabile iscrivendosi alla newsletter. Paolo Venturi è Direttore di AICCON e The FundRaising School, prima scuola italiana sulla raccolta fondi, è componente del Consiglio Nazionale del Terzo settore e del Comitato Scientifico della Fondazione Symbola, del CNV – Centro nazionale per il Volontariato e della Social Impact Agenda per l’Italia. Membro dell’Advisory Board di Nesta Italia, della Consulta della cooperazione Regione Toscana e della Consulta della cooperazione sociale della Regione Emila- Romagna. Docente di imprenditorialità sociale e innovazione sociale presso Università di Bologna (CAF in Welfare Community Manager – Master in Economia della Cooperazione) e numerose altre università ed istituzioni. L’intervista è a cura di Andrea Baldazzini.


Mai come oggi termini quali ‘condivisione’, ‘collaborazione’ o ‘relazione’ sono stati assunti a cardini di alcune forme di produzione oggi in espansione, basti pensare al grande mondo cosiddetto dell’economia delle piattaforme. Allo stesso tempo questi termini fino a non molto tempo fa evocavano tutt’altri riferimenti. È dunque evidente che il rapporto tra dimensione sociale e dimensione economico-produttiva sia radicalmente cambiato. Può dirci quali sono secondo lei i principali aspetti di questa trasformazione? In che senso si assiste oggi alla riscoperta di ciò che Becattini chiama «produzione come fatto sociale»?

Paolo Venturi: Per rispondere a questa prima domanda partirei dall’approfondire la relazione che unisce il tema della condivisione – e qui il riferimento è da un lato alla produzione di beni relazionali, dall’altro all’economia delle piattaforme – con quello della cooperazione. Condivisione e cooperazione trovano un primo momento d’incontro proprio in quei modelli economici inizialmente nati con l’intento di valorizzare elementi di comunità e di inclusione, di cui le piattaforme ne sono un chiarissimo esempio. All’inizio tali modelli operavano nell’ottica della realizzazione di economie di scopo, dove la tecnologia doveva servire a facilitare la valorizzazione degli elementi sociali o ambientali che non riuscivano a trovare spazio nel mercato tradizionale. L’obiettivo era superare l’appiattimento del valore sul profitto, rivolgendosi a economie caratterizzate da una grande attenzione al sociale, alle modalità di costruzione delle identità e più in generale all’altro, visto come risorsa primaria per definire una propria identità, sviluppando attorno a questa risorse e desideri, il tutto come risposta ad una cultura fortemente individualista.

Questa spinta delle origini è però andata sempre più perdendosi e tali economie sono diventate dei mercati a tutti gli effetti, molto simili a quelli tradizionali, dove elementi quali le relazioni, la collaborazione e la stessa condivisione sono stati riassorbiti e posti al centro di corrispondenti modelli di business. Ciò ha segnato ad esempio il passaggio da piattaforme trust producer a trust consumer, ovvero da piattaforme interessate ad alimentare la fiducia e a condividere il valore prodotto, a piattaforme che seguono logiche estrattive vecchio stampo, facendo dell’attivazione di relazioni tra persone il pretesto per estrarre dati e informazioni su di esse, che oggi costituiscono un enorme fonte di guadagno, di cui beneficiano solo le grandi organizzazioni private,  senza che vi sia alcuna redistribuzione o ritorno sulle comunità. In origine la condivisione rappresentava la principale fonte di alimentazione per la fiducia e la reciprocità, mentre oggi la tecnologia ha stravolto i meccanismi di generazione di fiducia e di conseguenza anche le forme e i significati di ciò che chiamiamo condivisione. Basti pensare che fino a non molto tempo fa la fiducia era ancorata a tre elementi principali: 1) la prossimità, intesa come riferimento alla fisicità degli scambi e degli incontri, 2) i luoghi e gli spazi fisici che ospitavano scambi e incontri, 3) il tempo, la fiducia richiedeva tempo per sorgere e rafforzarsi. Oggi, attraverso la tecnologia, la dimensione degli incontri e dei luoghi è quella virtuale e il tempo è radicalmente accelerato, lasciando il posto alla frenesia e all’incertezza. Questo impatta ovviamente sulle identità delle persone, ma anche sui modelli di costruzione del valore e sulle nuove forme di economie che utilizzano solo strumentalmente il riferimento ai legami sociali. Ma su questo tema torneremo magari più avanti.

Veniamo così alla cooperazione, la quale a mio avviso rappresenta un antidoto a tutto ciò. In primo luogo perché essa si occupa da sempre di ricombinare non solo i mezzi, ma anche i fini dell’azione. Essa evita cioè di separare questi due aspetti, errore che nel caso delle piattaforme ha rappresentato la premessa per il tradimento delle spinte originarie appena illustrato. La cooperazione marca dunque la sua differenza proprio sui modi di declinare modalità e finalità della produzione rispetto alle relazioni e alla fiducia. Riprendendo Becattini e guardando nello specifico alla cooperazione, la dimensione sociale della produzione passa dall’essere una semplice esternalità, come nel caso della responsabilità sociale, a un vero e proprio input; inoltre la produzione di valore si fa sempre più circolare e il fine dell’impresa risulta sempre più orientato ad un cosiddetto impatto sociale. In estrema sintesi, oggi la partita non si gioca più tanto sul fatto se portare avanti forme di produzione ed economie orientate o meno ad un impatto sociale, ma sul capire che tipo di comunità si intende costruire.

 

Le sfide più urgenti per la cooperazione

In un articolo dell’estate scorsa scritto a quattro mani insieme a Flaviano Zandonai, ha affermato che la cooperazione sociale «è arrivata al suo terzo tempo». Potrebbe spiegarci cosa rappresenta questo terzo tempo? In che modo ciò si lega con quanto detto in precedenza e con le sfide che la cooperazione si troverà ad affrontare nell’immediato futuro?

Paolo Venturi: Il concetto di terzo tempo nasce dalla schematizzazione proposta da Henry Mintzberg relativa alle organizzazioni della società civile che si caratterizzano per la forte componente ideologico-valoriale.  Secondo Mintzberg la vita di queste organizzazioni conoscerebbe tre fasi. La prima è quella della nascita, in cui sono l’entusiasmo e la forte spinta motivazionale i fattori di traino (ed è qui che si realizza l’innovazione di prodotto, basti pensare all’origine del movimento cooperativo). La seconda fase è quella del consolidamento, in cui, nel caso specifico della cooperazione, l’organizzazione si afferma all’interno del contesto societario, legandosi per un verso al pubblico – l’esempio più chiaro qui è quello dell’esternalizzazione dei servizi – e per l’altro al mercato, arrivando a gestire intere economie. Purtroppo però questo l’ha spesso portata ad appiattirsi sul registro di queste due dimensioni rischiando di farla cadere in un isomorfismo con il quale verrebbe meno anche la sua funzione di alterità e terzietà. Il terzo tempo della cooperazione corrisponde dunque alla necessità del movimento cooperativo di riscoprire e rigenerare i suoi principi fondativi, ponendosi come attore capace di operare un’azione trasformativa sull’ambiente ed evitando qualunque subordinazione ad altre realtà o soggetti. Per entrare in questo terzo tempo è poi necessario compiere almeno tre passi:

1) Come già accennato il primo passo è la riscoperta degli elementi innovativi propri dell’origine del movimento cooperativo, per rilanciarli in un contesto totalmente nuovo come quello contemporaneo. Tra di essi i più rilevanti a mio avviso sono: la messa al centro dell’importanza del lavoro quale elemento fondativo della cooperazione, il che implica un impegno nel cambiare le sue logiche, nell’aprire le governance e nel vedere il socio come una persona con la quale non vi è una semplice relazione utilitaristica di scambio, ma la condivisione di una diversa idea di società, un impegno cioè a trasformare questa società unendosi con altri, collaborando e condividendo risorse e responsabilità. Se si parla con chi ha vissuto l’avvio del movimento cooperativo, il primo aspetto che viene alla luce è proprio la presenza di una motivazione originaria da tutti condivisa: quella di voler partecipare in maniera attiva, con il proprio lavoro, al processo di costruzione di una comunità diversa. Poi deve esservi la consapevolezza che l’innovazione non è fatta solo da nuove idee ma anche da nuove persone: la cooperazione necessita di aprirsi ai più giovani, al pensiero divergente, all’eterogeneità dei team, senza però nascondersi che ciò porterà alla luce nuovi conflitti, conflitti positivi e inevitabili se si vuole realmente fare un passo in avanti verso questo terzo tempo.

2) Il secondo aspetto riguarda la ridefinizione dei propri modelli organizzativi, accettando la sfida della cosiddetta open innovation, poiché la cooperazione di fatto è già una piattaforma plurale nella quale l’elemento tecnologico gioca un ruolo decisivo. Se non ci riuscirà faticherà a competere perché c’è bisogno di mettere in campo strategie ecosistemiche e uscire dai meri scambi mutualistici interni.

3) Il terzo aspetto riguarda l’educazione all’imprenditorialità. Occorre cioè riportare alla luce il valore di essere imprenditore e il significato del fare imprenditorialità sociale, aspetti questi oggi soffocati da un eccesso di managerialismo. Il cooperatore è di fatto un imprenditore che genera valore economico e relazionale, ma soprattutto che lo condivide con la comunità.

Una prima risposta dal versante istituzionale alle profonde trasformazioni che interessano i nostri sistemi di welfare nella loro complessità, nonché a quanto discusso in precedenza, e alle nuove esigenze più strettamente legate al mondo della cooperazione, sembra arrivata con la Riforma del Terzo Settore. Potrebbe darci un suo giudizio in merito?

Paolo Venturi: Il mio giudizio sulla riforma, ad oggi, è positivo, perché essa riconosce la terzietà di un mondo che prima aveva un riconoscimento solo di carattere socioculturale o tributario. Oggi invece è stato riconosciuto anche un suo diritto, quindi una sua identità, una sua autonomia e posizione all’interno del più ampio contesto societario. Questa riforma però di per sé non introduce alcuna rivoluzione, piuttosto la sua è una funzione di riconoscimento e accompagnamento di quelle trasformazioni e processi già in atto, che hanno interessato il terzo settore negli ultimi decenni. Per quanto riguarda più nello specifico la parte relativa alla cooperazione e all’imprenditorialità sociale, questa riforma ha costituito un risultato importante, perché in primo luogo dilata lo spettro delle opzioni imprenditoriali a finalità sociale, e tale pluralità sarà un fattore decisivo per l’evoluzione del movimento cooperativo nel prossimo futuro.

Purtroppo devo anche riconoscere che verso altri ambiti il soggetto pubblico dimostra ancora grande incertezza e speriamo non venga meno l’impegno dell’attuale governo a concludere l’attuazione della riforma. Non dobbiamo dimenticarci che il terzo settore eroga circa 22 milioni di prestazioni, coinvolge 7 milioni di utenti nella sola cooperazione sociale più altri 6 milioni di volontari, e bloccare una riforma del genere significherebbe creare un grave danno all’intero Paese. Ad ogni modo il vero passaggio verso un nuovo tempo della cooperazione, e più in generale del terzo settore, come già accennato anche in precedenza, lo faranno solo i comportamenti e le norme sociali messe in atto dalle organizzazioni e da tutti coloro che vi partecipano.

 

Cooperazione e innovazione secondo Paolo Venturi

I temi affrontati fin qui portano a far emergere un’altra questione di grande rilevanza che è strettamente legata sia alle macro trasformazioni del contesto societario contemporaneo, sia alle modalità di riconoscimento messe in campo dalle istituzioni verso le nuove soggettività e dinamiche che popolano il mondo del welfare. Qui sto pensando al tema dell’innovazione. Rispetto alla dimensione della cooperazione, da alcuni anni a questa parte, si è cominciato ad esempio a parlare di minoranze profetiche o di avanguardie riferendosi a forme cooperative sperimentali come le ormai famose cooperative di comunità, ma non solo. Ultimamente sono apparse ricerche anche rispetto a sperimentazioni di workers buyout, fondazioni di comunità e start-up sociali. Come descriverebbe lei la frontiera dell’innovazione nell’ambito della cooperazione? Chi sono i ‘nuovi imprenditori sociali’?

Paolo Venturi: Per risponderle vorrei fare alcune osservazioni riprendendo gli esempi da lei citati: workers buyout, fondazioni di comunità, cooperative di comunità e start-up sociali. Ebbene queste forme di imprenditorialità cooperativa agiscono e producono innovazione là dove c’è un fallimento dello stato o del mercato. Il primo esempio rappresenta un caso molto chiaro del fallimento dei meccanismi di fare impresa, al quale si è risposto con una riorganizzazione dei lavoratori, che recuperano il proprio TFR, si uniscono, cambiano le logiche di potere, passando dall’essere dipendenti all’essere imprenditori e grazie alla condivisione di una finalità comune e all’aiuto dell’ecosistema in cui sono inseriti rigenerano l’impresa. Se invece prendiamo il caso delle cooperative di comunità qui il punto d’inizio è il fallimento di un luogo, nel quale i servizi pubblici faticano ad arrivare e in cui anche le piccole imprese non trovano ragioni economiche per l’insediamento; allora si assiste all’autoattivazione delle comunità, che mettono in campo economie incentrate sulla valorizzazione di quegli stessi luoghi apparentemente poco attrattivi, ma che invece nascondono risorse e potenzialità. Dalla rigenerazione di un luogo nascono anche nuove relazioni tra chi li abita, il che innesca una catena virtuosa di produzione di valore, di condivisione, di nuovi investimenti che produce una concreta trasformazione nelle comunità. Le start-up sociali rappresentano poi un risposta a bisogni rimasti insoddisfatti, ai quali tentano di dare risposta i più giovani unendosi e realizzando un progetto imprenditoriale dove la componente tecnologica e digitale svolge un ruolo di primo piano e dove si punta molto sull’innovazione di prodotto. Tutti questi esempi ci dicono chiaramente che il ruolo della cooperazione deve essere anche quello di produrre un’innovazione di metodo che guardi tanto ai mezzi, quanto alle persone e alle forme organizzative, marcando la propria differenza precisamente rispetto alle modalità o ai metodi di trasformazione dei legami sociali in economie. Oggi ci siamo abituati a pensare che le economie nascano o da altre economie, come il sistema finanziario, oppure da logiche che poggiano sul mero interesse per profitto, mentre la cooperazione dimostra che ci possono essere altre motivazioni alla base dei meccanismi che generano valore, in primis economico, ma anche relazionale, culturale, ambientale e così via. È dunque importante avere ben chiaro che questo tipo di innovazione sociale deve essere trasformativo, deve cioè puntare a cambiare le regole del gioco mettendo in discussione i meccanismi e le logiche oggi presentate come le uniche possibili, dimostrando che un’alternativa è possibile.

Il tema dell’innovazione presenta però anche un lato più critico che non può essere omesso, soprattutto quando dietro la maschera dell’innovazione si nascondono vecchie forme di estrazione di valore. Restando ovviamente nell’ambito della cooperazione, vorrei dunque chiederle di affrontare brevemente i caratteri di ambiguità di certi casi che solo in apparenza risultano come innovativi.

Paolo Venturi: La discriminante che separa un’innovazione reale e positiva dal suo contrario, va ricercata nella distinzione fra dimensione inclusiva ed estrattiva della produzione. Nel caso di logiche realmente inclusive i soggetti partecipanti sono inseriti in processi capacitanti che riconoscono in primo luogo un valore alla persona in quanto portatrice di una propria identità e risorse, quindi non poggiano su una logica di mero scambio dove magari il servizio erogato è funzionale poi all’acquisizione di un qualcosa di ulteriore, come nel caso delle piattaforme sono i dati e le informazioni personali, che servono all’azienda per ottenere ulteriori profitti sfruttando l’utente-cliente e non condividendo con lui alcun vantaggio. È dunque importante prendere consapevolezza del fatto che il solo gesto di inserire principi di carattere cooperativo all’interno di progettualità già costituite non le rende necessariamente innovative. Riprendendo il caso delle piattaforme, dove le ambiguità e criticità sono chiare, il percorso da intraprendere a mio avviso non parte dall’inserire principi cooperativi all’interno di strutture tecnologiche, quanto piuttosto il contrario, ovvero abilitare l’opzione tecnologica a partire dai principi cooperativi. Di conseguenza il platform cooperativism lo vedo come un aumentare i principi cooperativi attraverso il digitale e non il contrario. Soprattutto in Italia dobbiamo prendere atto che la cooperazione è già una piattaforma, un’infrastruttura sociale, che deve trovare la forza per diventare piattaforma digitale, evitando di partire dal prodotto tecnologico ultimato, finendo così per spostare l’interrogativo sulle finalità sociali al termine del processo di creazione, quando invece dovrebbero essere le finalità sociali a orientare e fondare lo sviluppo di una struttura tecnologico-digitale. Per dirla ancora con altri termini, mi sento di affermare che è il principio mutualistico a dover precedere l’opzione digitale, nonostante oggi non possa esservi alcuna progettualità mutualistica efficace e impattante senza una forte componente tecnologico-digitale. Accettare dunque la sfida che il digitale pone, nel nostro caso specifico alla cooperazione, significa anche impegnarsi in una democratizzazione di interi spazi di mercato che altrimenti finirebbero nelle mani di grandi soggetti interessati esclusivamente al profitto. Innovazione dunque di mezzi, di prodotti, di fini, senza mai venire meno all’impegno di adoperarsi per trasformare le logiche di sistema e le macro strutture, pensare infatti al bene comune e disarticolarlo dalle scelte di democrazia economica è una follia.

Un’ultima domanda: tenendo conto di tutto quanto è stato detto fin qui, ritiene ancora valida l’affermazione di Alfred Marshall che nel 1889 scrisse «La finalità ultima della cooperazione è dunque quella di civilizzare il mercato attraverso il cambiamento del carattere dell’uomo»? Ritiene insomma che la cooperazione possa realmente rappresentare un veicolo e un motore per innescare processi di sviluppo economico in grado di incidere concretamente sulle dinamiche produttive di un Paese come il nostro, e allo stesso tempo generare una trasformazione nel «carattere dell’uomo» mostrando una valenza che si potrebbe addirittura definire come ‘politica’ nel senso più generale di responsabilità per l’intera collettività?

Paolo Venturi: In precedenza ho accennato alla centralità del tema del lavoro per la cooperazione, ebbene, vorrei riprendere questo aspetto poiché ritengo che la cooperazione abbia certamente un ruolo politico e che esso si giochi proprio attorno al tema del lavoro. Il compito della politica per me risiede anche nel dare valore sia a ciò che dalla società emerge come domanda, sia a ciò che emerge come offerta, ovvero nel riuscire a combinare quanto è già disponibile e manifesto con quei vuoti che ancora vanno colmati e quelle difficoltà ancora da risolvere. In questo la cooperazione ha grande competenza e responsabilità. Un tale discorso, tuttavia, non può essere compreso appieno se non si parte dalla premessa che il lavoro, prima di essere un diritto, è un bisogno insopprimibile dell’uomo: è ciò attraverso cui l’uomo si realizza, è qualcosa in più della semplice fonte di reddito, è un elemento che, per riprendere Marshall, ne cambia sicuramente il carattere.

Impegnarsi dunque, nel ripensare le forme del lavoro, i suoi modelli organizzativi, nel democratizzare le economie, nel rigenerare le relazioni, i luoghi, condividendo il valore prodotto, significa assumere anche una funzione politica di primaria importanza alla quale il movimento cooperativo non può sottrarsi.

Scritto da
Andrea Baldazzini

Classe 1992, laureato in filosofia contemporanea presso l'Università di Bologna, mi occupo di trasformazioni dei sistemi di welfare con particolare interesse per il Terzo Settore e il welfare di comunità. Presso la stessa università sono tutor del corso di alta formazione in Welfare Community Manager e collaboro con il Centro Servizi del Volontariato di Modena.

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