Dalla Cooperazione al connessionismo: la sfida digitale alla Cooperazione

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Nel suo lucidissimo saggio sul Secolo Breve, Eric Hobsbawm, con quel suo originale approccio storico fatto di fredda analisi e caldissima passione, scrive a proposito dell’eredità del conflitto di classe del Novecento «È un’ironia della storia di questo strano secolo che il risultato più duraturo della rivoluzione d’ottobre, il cui obbiettivo era il rovesciamento del capitalismo su scala planetaria, sia stato quello di salvare i propri nemici, sia nella guerra, con la vittoria sulle armate hitleriane, sia nella pace, procurando al capitalismo, dopo la seconda guerra mondiale, l’incentivo e la paura che lo portarono ad autoriformarsi».

Al netto da ogni discussione ideologica sulle dinamiche e le responsabilità di questo stimolo a riformare il capitale, in questa sede ci pare questa di Hobsbawm forse la migliore definizione di cosa fu il movimento cooperativistico in Italia: uno straordinario stimolo a mutare forma e natura del capitalismo. Ma non sostanza.

Dalle prime gloriose testimonianze di fine Ottocento, con le società di mutuo soccorso operaio, alle case del popolo, fino alle prime associazione di sostegno materiale agli scioperi e infine il formarsi di un organico movimento di sussidiarietà militante nel campo dei consumi alimentari, e, successivamente di servizi e produzioni industriali, il cooperativismo italiano è stato sempre un fenomeno di competizione e mai di antagonismo al capitalismo. Fino a diventare oggi un soggetto pienamente omologato nelle dinamiche e nelle logiche più stressate della competizione mercantilistica.

Non credo che questo annebbiamento di alterità sia dovuto solo ad un calo di tensione complessiva, per il raffreddamento dell’antagonismo politico al sistema, o per responsabilità soggettive dei gruppi dirigenti che si sono succeduti al vertice della Lega delle Cooperative. Un elemento su cui poco si è soffermata la riflessione, soprattutto del mondo della cooperazione, è quell’affievolimento di ogni valore testimoniale e sociale della forma stessa delle cooperative in un contesto, quale è quello ormai del mondo a rete, in cui la pratica di relazione e di sussidiarietà fra individui e comunità è ormai il motore di ogni attività economica e sociale. Diciamo la cooperazione ha perso il primato del cooperare.

Il patrimonio di quella esperienza stava infatti sull’idea, che poi divenne pratica estesa e consolidata, per cui l’istinto solidaristico del movimento del lavoro diventava format economico efficacie proprio nell’accorciare la catena commerciale e produttiva, collegando direttamente in una relazione virtuosa produttore e consumatore. L’intuizione stava nel constatare come, in questa forma di legame sociale fra figure che il mercato contrapponeva, appunto il consumatore e il produttore, si creava valore aggiunto non solo in termini economici, con una più estesa circolazione e fruizione dei beni, ma anche, e soprattutto, in termini di benessere sociale, con un senso di partecipazione e di personalizzazione nella relazione economica che riduceva ogni fredda massificazione della produzione e ogni modello di consumo omologante e intensivo, riducendo drasticamente quella dimensione degenerativa propria del capitale che Marx chiamò alienazione.

Sinteticamente potremmo dire che la cooperazione è stato l’unico modello di controprogrammazione dell’alienazione capitalistica. In questo correggendo e ottimizzando, come sembra lamentare Hobsbawm, lo stesso mercato.

Mi pare questo il senso più profondo della storia del cooperativismo. Come scrive Rahel Jaeggi, in un illuminante saggio, edito da Castelvecchi, intitolato appunto Alienazione, da poche settimane in libreria, questo concetto dell’alienazione è fondante di tutta la dialettica politica e culturale del Novecento, tanto che vede convergere nella sua analisi e critica due figure radicalmente opposte, per percorsi e finalità di pensiero, che hanno determinato la cifra culturale e politica del secolo breve.

Scrive infatti Jaeggi «Pur muovendo da differenti ordini concettuali, sia Marx che Heidegger approdano alla conclusione che il predominio delle relazioni reificate segna il rapporto dell’individuo moderno nei confronti del mondo e di se stessi, e la trasformazione dell’essere umano in una cosa». Mercato è alienazione per i due giganti.

Per Marx, dunque l’alienazione è data dall’impossibilità di appropriarsi del mondo come prodotto della propria attività, del proprio lavoro; l’alienazione da se’ non può ridursi ad un problema soggettivo ridotto alla relazione del soggetto con se stesso, ma è legata alla alienazione dal mondo e viceversa.

Per Heidegger l’alienazione significa sia rendere se stessi una cosa, sia conformarsi agli altri in ciò che si fa. In un caso l’io misconosce il fatto che conduce la propria vita, nell’altro che la conduce in prima persona. Generando una condizione di inautenticità.

In entrambi i due autori comunque alienazione è intimamente connessa all’idea di modernità, meglio ancora, di capitalismo industriale. Soprattutto l’alienazione è la matrice di una conflittualità strategica nel cuore del capitalismo.

Su questo piano si misura l’esperienza del movimento cooperativistico, che riposiziona l’uomo, più precisamente il lavoratore, al centro di un universo, in cui proprio il conflitto sociale genera quei legami e quelle connessioni “autentiche” che danno forma ad un protagonismo dell’individuo nel contesto collettivo, creando zone franche dalla degenerazione capitalistica, e, però, riducendo il tasso di antagonismo nella convivenza sociale.

Motore di questo fenomeno originale del fare mercato è proprio il fatto di valorizzare, sia in termini organizzativi, che di mercificazione, fattori e attività che non erano classificate come prettamente economiche, quali appunto la relazione, il sentimento, la solidarietà, l’eguaglianza.

Nel primo scorcio del Novecento, con le esperienze delle prime comunità dell’Oltrepò e del piacentino, guidate da Camillo Prampolini, si delinea un patto sociale fra classe ed economia, creando vere e proprie casematte a-capitaliste, potremmo dire.

In questo processo, di valorizzazione di funzioni e attività non classificate come economiche, troviamo forse uno dei più potenti stimoli e incentivi che l’esperienza del movimento operaio trasmette al suo avversario sociale. Comincia qui, siamo appena dopo la prima guerra mondiale, un possente lavorio intellettuale dei ceti proprietari e manageriali del capitalismo occidentale.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: La Cooperazione come modello di controprogrammazione dell’alienazione capitalistica

Pagina 2: Capitalismo, connessionismo e Cooperazione

Pagina 3: Il ruolo della Cooperazione nel nuovo capitalismo cognitivo


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Giornalista, è stato inviato del Giornale radio Rai in Urss e in Cina. Nel 1998 ha elaborato il progetto di Rai News 24. Attualmente dirige il centro di ricerca sul mobile PollicinAcademy e cura un blog per l’«Huffington Post». Insegna all’Università Federico II di Napoli. Autore di numerose pubblicazioni tra cui: Algoritmi di libertà. La potenza del calcolo tra dominio e conflitto (2018), Giornalismi nella rete. Per non essere sudditi di Facebook e Google (2015), Avevamo la luna. L’Italia del miracolo sfiorato, vista cinquant’anni dopo (2013) e Sono le news, bellezza! Vincitori e vinti nella guerra della velocità digitale (2011), editi da Donzelli.

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