Crescita, coesione e concertazione: il percorso di realizzazione del PNRR. Intervista a Luigi Sbarra
- 02 Dicembre 2021

Crescita, coesione e concertazione: il percorso di realizzazione del PNRR. Intervista a Luigi Sbarra

Scritto da Giacomo Bottos

20 minuti di lettura

In questa intervista al Segretario generale Luigi Sbarra si approfondisce il punto di vista della CISL – Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.


Il PNRR parte dalla consapevolezza che la pandemia ha colpito un Paese che era già segnato da fragilità sul piano economico, nonché da fratture sociali, territoriali, generazionali e di genere. Un elemento centrale è individuato nell’insoddisfacente andamento della produttività, che viene legato alla ridotta innovazione – in particolare digitale – del tessuto produttivo, agli insufficienti investimenti pubblici e privati e alla mancata realizzazione di alcune riforme strutturali. Ritiene condivisibile questa analisi? Ci sono altri elementi che vanno a suo avviso sottolineati nell’evidenziare le cause della stagnazione e della difficoltà del Paese? 

Luigi Sbarra: La crisi pandemica è capitata dopo un periodo di piccolissima ripresa (piccole frazioni decimali in termini di crescita del PIL), mai agganciata fino in fondo dopo il decennio di crisi finanziaria globale. Ci troviamo quindi di fronte ad un allargamento ancora più marcato della forbice sociale tra i cosiddetti ricchi e le persone del ceto medio che, in alcuni casi anche se occupate, si avvicinano pericolosamente alla soglia di povertà. Tra le cause di una bassa crescita negli anni precedenti c’è stato sicuramente un gap tecnologico e digitale, e quindi bassa produttività, nei confronti dei Paesi competitor. Un gap da colmare che troviamo tra gli obiettivi del PNRR insieme al potenziamento tra gli altri, delle filiere produttive, della rete delle PMI, dell’internazionalizzazione. La timida ripresa di oggi fatica a consolidarsi, oltre che per le incertezze legate alla pandemia, anche per le difficoltà a reperire le materie prime e i semilavorati con conseguenze sui costi di produzione industriale, sui prezzi al consumo e quindi anche sull’inflazione. Purtroppo queste sono conseguenze di scelte miopi del passato che ci impongono vere scelte su filiere e asset strategici su cui basare il rilancio del Paese. Servono investimenti, una defiscalizzazione strutturale dei premi di produttività, lo sviluppo di una contrattazione innovativa e adeguata alle trasformazioni del lavoro sia nella qualificazione e formazione delle competenze sia nelle politiche salariali. Serve un vero salto di qualità nel riconoscere il ruolo delle persone e delle loro rappresentanze, una vera Partecipazione come strategia nell’individuazione e condivisione degli obiettivi, siano essi aziendali, settoriali o dell’intero sistema-Paese.

 

Più in generale, qual è la lettura del sindacato della nuova fase che stiamo attraversando? Che impatto ha avuto la pandemia sul mondo del lavoro? Quali sono le principali criticità che si presentano oggi? Quali nuovi strumenti è possibile utilizzare per rappresentare la forza lavoro nel mondo post-pandemia?

Luigi Sbarra: L’impatto sul lavoro dell’emergenza Covid è stato particolarmente drammatico, ha riguardato settori di punta come il turismo e il tessile-moda, che peraltro sono tra i pochi settori a forte presenza femminile, ha fatto terra bruciata intorno ai giovani, si è abbattuto pesantemente anche sui lavoratori autonomi, provocando un aumento della povertà in fasce di ceto medio finora non toccate da questo problema. Ma con pari repentinità la politica dei vaccini e delle riaperture sta consentendo una buona ripresa, anche se mancano ancora oltre 300.000 occupati rispetto al periodo pre-Covid e se le nuove assunzioni sono a termine per le gran parte, riflettendo tutte le incertezze del momento. Detto questo, vorrei attirare l’attenzione su due questioni. Innanzitutto la crisi in cui il Covid ci ha precipitati ha acceso un riflettore sulle zavorre che da tempo ci impediscono di imboccare con decisione la strada della crescita e del progresso sociale e su decenni di riforme mancate, pertanto non c’è affatto un passato in cui tutto andava bene al quale fare semplicemente ritorno. In secondo luogo il Covid ha dato anche il via a una stagione di cambiamenti radicali destinati a segnare la società negli anni a venire: ad esempio nei servizi e nel commercio al dettaglio i cambiamenti sono già divenuti strutturali, basti pensare allo spostamento verso gli acquisti online; altro esempio è quello del lavoro agile, che, se ben utilizzato, non solo può promuovere nuovi modelli organizzativi aziendali, ma anche nuove e migliori forme di convivenza familiari e urbane. Intendo in tal modo evidenziare come in tanti, professionisti, aziende, lavoratori, siano stati in grado di reagire, reinventarsi, modificando e addirittura accrescendo le competenze e i servizi erogati, e che quindi insieme a drammatici problemi si aprono anche grandi opportunità che i governi, le istituzioni, i corpi intermedi a partire dal sindacato, devono saper cogliere. E, soprattutto, devono fare in modo che tutti abbiano gli strumenti per cogliere queste opportunità, delineando a tal fine un nuovo paradigma di sviluppo, che tenga insieme crescita economica e coesione sociale, che sia sostenibile e giusto. Le risorse del PNRR rappresentano una formidabile occasione in tale direzione.

 

Il Piano Next Generation EU, deciso per elaborare una risposta alla crisi pandemica, è sembrato segnare un cambio di passo rispetto all’orientamento europeo precedente. Ritiene che si tratti di un cambiamento strutturale o di una misura legata a un contesto emergenziale, a cui seguirà un ‘ritorno alla normalità’? 

Luigi Sbarra: Va riconosciuto che l’Europa in questo periodo ha dato segnali senza precedenti con la sospensione del Fiscal compact, la messa a disposizione delle risorse per finanziare sia l’emergenza, sia i programmi di crescita: con l’intervento della BEI del fondo SURE, il Recovery fund, ReactEU. Canali di sostegno importantissimi che confermano la tesi da tempo sostenuta dalla CISL, secondo la quale dinamiche globali sovrastano gli Stati nazionali e richiedono livelli di governance continentale. La BCE in particolare ha fatto una parte importante, adottando un ampio ventaglio di misure monetarie che hanno garantito liquidità, l’accesso al credito di famiglie e imprese e tranquillizzato i mercati finanziari contribuendo a mantenere basso il costo del debito per Paesi molto indebitati come il nostro. Grazie agli strumenti attivati in questi mesi si è finalmente voltato pagina con il rigorismo del passato che aveva divaricato gli obiettivi dei bilanci dai bisogni delle persone, dei lavoratori, delle aziende e delle famiglie. Ad alleggerire il nostro destino, in particolare, c’è adesso il Recovery Plan, la nuova fase di riprogrammazione dei fondi comunitari 21-27, il Fondo Sviluppo e Coesione, oltre ad una flessibilità – tutta da confermare anche nei prossimi anni – sul Patto di stabilità. Per non aggirare la domanda dico chiaramente che proprio perché siamo consapevoli della precarietà che ci accompagnerà ancora per lungo tempo, pensiamo che questo nuovo approccio non possa essere confinato ad una fase breve ed emergenziale. Bisogna, piuttosto, realizzare un paradigma nuovo cominciando a costruirlo già da oggi.

 

Qual è il punto di vista del sindacato sull’iter di elaborazione del Piano e sui meccanismi di governance previsti? 

Luigi Sbarra: Il Piano, come è noto, non ha una architettura semplicissima e interseca investimenti e riforme realizzando la sua azione su aree di intervento verticali incrociate da priorità trasversali e mai come stavolta appare dettagliato un programma di riforme, con riferimento agli obiettivi, agli strumenti e alle tempistiche per la realizzazione. È importante, allora, fare alcune considerazioni sulle modalità operative dell’azione di tutti i soggetti istituzionali e sociali coinvolti nella gestione e nell’attuazione del PNRR stesso e delle riforme ad esso collegate. In questo senso, la concertazione e la governance partecipata sono per la CISL, snodi essenziali da realizzare con approfondimenti strutturati e programmati sulle singole missioni e sulle Azioni trasversali, sia per una puntuale comprensione degli aspetti di dettaglio al fine di valutarne la concretezza e l’impatto economico, occupazionale e sociale ad ogni livello, sia per raccordarle al meglio con le riforme necessarie che ci vedranno impegnati sui temi del lavoro e dell’occupazione, della sanità, della pubblica amministrazione, delle politiche industriali, delle infrastrutture, dell’istruzione, della giustizia, del fisco, delle politiche sociali e, si auspica, delle pensioni. In tal senso evidenziamo con particolare soddisfazione che nella legge di conversione del Decreto legge 77/2021 sulla governance del PNRR, approvata a fine luglio, grazie agli emendamenti presentati dalla CISL, unitariamente con CGIL e UIL, è stato rafforzato il ruolo delle parti sociali, prima limitato soltanto alla funzione consultiva e di segnalazione. In particolare sottolineiamo l’importanza della previsione, nella disposizione relativa al Coordinamento della fase attuativa, del protocollo nazionale che istituzionalizza la modalità di rapporto e di collaborazione tra parti sociali e Governo; l’importanza della previsione di periodici tavoli di settore e territoriali, finalizzati e continui, che consentono di articolare capillarmente l’interlocuzione, sia in termini tematici (tavoli di settore) sia negli ambiti locali (tavoli territoriali), assicurando sistematicità e sviluppo temporale alla stessa; l’importanza del carattere preventivo riconosciuto al confronto sulle ricadute dirette e indirette dei progetti sul lavoro, ambito di nostro prioritario interesse. Queste previsioni rispondano alle istanze della nostra Organizzazione, nella profonda convinzione che la condivisione e la partecipazione degli attori economici e sociali, nazionali e locali, concorre a tutelare l’interesse generale, promuovendo protagonismo sociale e coesione, necessari per gestire una partita così rilevante per il futuro del Paese. In particolare, è importante un forte coinvolgimento delle Organizzazioni sindacali sui temi del lavoro, della resilienza dei sistemi socioeconomici, dell’attuazione dei diritti sociali: la capacità del Piano di avere un impatto positivo in termini occupazionali e sociali è infatti ai primi posti nella valutazione della Commissione europea.

 

Il PNRR, per la quantità delle risorse mobilitate e per l’ampiezza dei temi affrontati, rappresenta senza dubbio una sfida importante per il sistema-Paese. Quali ritiene siano le principali condizioni affinché questo sforzo possa avere successo, in relazione ad esempio alle capacità progettuali e attuative delle amministrazioni pubbliche (sulle quali è prevista una riforma e diversi interventi), ma anche al coinvolgimento e alla mobilitazione di altri soggetti intorno agli obiettivi del Piano?

Luigi Sbarra: In termini generali, come abbiamo rappresentato al Presidente del Consiglio e ai Ministri competenti in sede di confronto sul tema dei finanziamenti del PNRR, secondo la CISL, questi dovrebbero essere per quanto possibile collegati a forti condizionalità sociali. Bisognerebbe vincolare, a nostro avviso, l’erogazione delle risorse del Piano ad incrementi occupazionali, specialmente per giovani, donne, al sostegno di aree deboli, a interventi per la sicurezza sul lavoro e sul fronte dell’innovazione in chiave sostenibile, all’applicazione dei contratti collettivi sottoscritti dalle più importanti realtà sindacali del Paese. In particolare, il PNRR individua tra i fattori di scarsa crescita dell’Italia la lentezza nella realizzazione di alcune riforme strutturali come quelle che la stessa UE ha evidenziato nelle sue raccomandazioni ovvero la riforma della PA e della Giustizia. La sfida che dovremo affrontare è quella di rendere la Pubblica amministrazione la migliore alleata di cittadini e imprese, con un’offerta di servizi sempre più efficienti e facilmente accessibili. Per fare questo è necessario agire su più fronti: digitalizzazione e innovazione, da un lato, e rafforzamento e riqualificazione del capitale umano, dall’altro, oltre ad una drastica semplificazione burocratica. In quest’ottica sarà fondamentale mettere in campo un serio piano assunzionale che tenga conto non solo della necessità di favorire il ricambio generazionale, date le ben note carenze di organico presenti in tutte le Amministrazioni, ma anche di prevedere l’ingresso di profili professionali specifici (ICT). Quello che ci preoccupa è l’incertezza di risorse strutturali dopo il 2026, dal momento che oggi la maggior parte delle assunzioni è ancora a tempo determinato e non possiamo creare, dopo tale data, nuovo precariato oltre che dispersione di capitale umano già formato. Analogamente la formazione e la valorizzazione delle competenze del personale già in servizio rappresentano una leva fondamentale per la costruzione di una PA nuova, efficiente, smart, al servizio dei cittadini e delle imprese del nostro Paese.

 

Ad un primo sguardo complessivo, quali ritiene siano i principali elementi positivi e quali le criticità del Piano?

Luigi Sbarra: Importante secondo la CISL anche l’aver messo in gioco secondo una logica di integrazione una molteplicità di fonti di finanziamento, oltre che i progetti, che caratterizzano l’architettura della strategia di politica economica diretta ad indirizzare il più possibile tutte le scelte di investimento dei prossimi anni nelle direzioni di sviluppo in esso tracciate, per cercare di rilanciare il Paese nei prossimi decenni. Inoltre considerato che la crisi innescata dalla pandemia ha evidenziato le contraddizioni del modello di sviluppo in essere, la fragilità dei sistemi sanitari e sociali, falcidiati da anni di tagli agli investimenti pubblici e di contrazione di quelli privati, le criticità del nostro sistema produttivo a più velocità e bassa produttività, derivanti da problemi strutturali e dal progressivo ‘allontanamento’ del Mezzogiorno riteniamo importante l’individuazione delle specifiche Missioni e delle priorità traversali su cui indirizzare gli sforzi del Piano. Ma la scommessa potrà essere vinta solo se si procederà ad un’attuazione del PNRR partecipata e condivisa da parte di tutti i soggetti coinvolti, secondo le modalità già indicate.

 

L’equità e l’inclusione sono due elementi centrali del piano. I primi dati a disposizione segnalano che la pandemia ha colpito in modo asimmetrico le categorie che si trovavano già in condizione di fragilità. Fra questi, le donne, i giovani, il precariato, il sud e le aree interne. Qual è la lettura del sindacato di questi fenomeni? Quale giudizio date degli strumenti messi a disposizione dal Piano per far fronte a queste criticità? Quale ruolo vedete per la rappresentanza sindacale nel contribuire ad affrontare questi fenomeni?

Luigi Sbarra: Di forte impatto avrebbe dovuto essere la condizionalità relativa all’assunzione di donne e giovani da parte delle imprese che parteciperanno ai progetti, ma la percentuale del 30% prevista nel PNRR è piuttosto bassa. Inadeguati pure i finanziamenti per gli asili nido e per la riforma della non autosufficienza recuperata, in parte sul fronte del finanziamento ordinario dalla manovra per il 2022. L’occupazione femminile non appare, in definitiva, essere al centro del Piano, come annunciato. Soprattutto quello che salta agli occhi è che sono del tutto assenti misure sui tempi e le modalità di lavoro, come è assente il ruolo della contrattazione collettiva. La nostra idea è quella di sostenere con incentivi mirati le aziende che introducano, tramite accordo aziendale, misure di conciliazione vita-lavoro, a condizione che siano utilizzate in maniera equilibrata da lavoratori e lavoratrici, a partire dal lavoro agile. Finché il principio della conciliazione non diverrà la normalità in ogni azienda e per ogni lavoratore, uomo e donna, l’occupazione femminile non farà quel salto che servirebbe per portare il tasso di occupazione e il PIL ai livelli europei. Per quanto riguarda il Mezzogiorno è importante secondo noi, che il PNRR lo consideri ‘Azione trasversale’, che interseca tutte le 6 Missioni e tutte le riforme previste: è la premessa giusta per affrontare in modo organico e completo il deficit di sviluppo di quest’area del Paese. In particolare, per l’attuazione delle misure riguardanti il Mezzogiorno, sarà fondamentale il coinvolgimento delle forze sociali, a partire dal sindacato, tramite tavoli di confronto territoriali. In particolare abbiamo posto al Governo un aspetto dirimente rispetto alla destinazione del 40% dei fondi del PNRR al Mezzogiorno. Urgente per il Sud è, poi, l’esigenza di intervenire sulle maggiori difficoltà di sopravvivenza delle realtà produttive, di ridurre la potenziale caduta in condizioni di povertà dei lavoratori precari (sia dipendenti che autonomi) e ancor di più dei troppi lavoratori in nero. Nell’area andranno incrementate necessariamente le opportunità di occupazione e inclusione, rafforzando i servizi e migliorando la qualità delle infrastrutture sociali e materiali, rendendole omogenee al resto del Paese. Centrale, per il Sud sarà irrobustire il fragile mercato del lavoro offrendo nuove opportunità per donne e giovani, sgravando maggiormente le assunzioni. Mai come oggi per il Paese e, a maggior ragione per il Sud, si pone la necessità di ridisegnare una mappa di tutte le infrastrutture necessarie. Per conseguire gli scopi prefissati, poi, riteniamo sia arrivato il momento di attuare per l’intera area tutta la flessibilità in materia tributaria che potrà essere accordata.

 

La digitalizzazione è uno degli assi più importanti del PNRR, essendo non solo al centro della prima Missione, ma anche uno degli assi trasversali dell’intero Piano. La prima Missione si focalizza sulla digitalizzazione della Pubblica amministrazione (tramite migrazione al cloud, interoperabilità, miglioramento dei servizi digitali per i cittadini, rafforzamento del perimetro di cybersicurezza del Paese e potenzialmente delle competenze digitali) e su quella del sistema produttivo (tramite incentivi fiscali per favorire la Transizione 4.0 che rinnovano e ampliano quelli previsti in passato per Industria 4.0, sostegno agli investimenti per le connessioni ultraveloci, potenziamento dell’economia dello spazio e promozione dell’internazionalizzazione delle imprese), prevedendo anche misure per turismo e cultura. Rispetto a queste misure qual è la prospettiva e quali sono le proposte del sindacato? 

Luigi Sbarra: Come CISL siamo da sempre convinti che la digitalizzazione rappresenti un punto fondamentale non solo per la ripresa post pandemia ma anche per garantire e allineare la crescita economica del nostro Paese a quella degli altri Paesi della UE. Le risorse riservate nel PNRR alla ‘Digitalizzazione, Innovazione e Sicurezza nella PA’ sono notevoli, parliamo di 11,75 miliardi (9,75 del PNRR + 1,40 del Fondo complementare) e sono risorse che dovranno contribuire ad innescare un processo di modernizzazione del Paese agendo su alcune leve come la semplificazione amministrativa e normativa. Una PA più digitale è, quindi, una necessità non più procrastinabile ma molti sono ancora gli ostacoli che si frappongono alla piena realizzazione del progetto, quali: il basso livello di interoperabilità tra le Amministrazioni che dispongono almeno di un database, una informatizzazione delle varie PA a macchia di leopardo, la mancanza di un vero progetto di innovazione organizzativa, una perdurante scarsa attenzione alla formazione avanzata dei dipendenti e per ultimo, ma non meno importante, la cronica difficoltà di dotare il Paese di una adeguata copertura di banda larga. Se con il PNRR disponiamo di risorse fresche non possiamo non evidenziare che la digitalizzazione e l’innovazione della PA passano, a nostro avviso, attraverso un complesso percorso di cambiamento che oltre ad investimenti per l’ammodernamento delle strumentazioni tecnologiche necessita di una revisione dei modelli organizzativi e dei processi interni in chiave digitale e soprattutto dell’acquisizione delle competenze necessarie, sia attraverso investimenti formativi sia attraverso l’adeguamento degli organici. Temi che abbiamo inserito nel Patto per l’innovazione della PA e per la Coesione nel Paese sottoscritto con il Premier. Un aspetto che voglio evidenziare, però, è che sul fronte del rilancio del sistema produttivo, le risorse previste per ‘Transizione 4.0’ si sono ridotte in modo significativo nel corso delle varie revisioni del Piano, contenendo a nostro avviso l’efficacia della misura stessa. Le risorse stanziate sui processi di digitalizzazione in particolare sulle PMI sono comunque uno strumento di sostegno reale per lo sviluppo delle filiere industriali anche se continuano a mancare stimoli verso processi aggregativi della stessa PMI, driver per un aumento della competitività complessiva.

 

La transizione ecologica è un altro fondamentale pilastro del Piano. L’impostazione europea recepisce infatti il lavoro fatto per lo European Green Deal e pone precisi vincoli relativi alla quota minima dei fondi da destinare a questo capitolo, dettando anche alcuni principi generali sugli altri investimenti, come il principio del non arrecare danno ambientale (do not significant harm). La seconda Missione, esplicitamente dedicata a rivoluzione verde e transizione ecologica, prevede molti interventi in 4 Componenti: economia circolare e agricoltura sostenibile, energia rinnovabile e idrogeno, rete e mobilità sostenibile, efficienza energetica e riqualificazione degli edifici, tutela del territorio e della risorsa idrica. Senza entrare necessariamente nel dettaglio, che tipo di impostazione emerge nell’affrontare la transizione energetica? Quale impatto e quali sfide vede per il sistema produttivo e il mondo del lavoro? 

Luigi Sbarra: Mi sembra si possa dire che l’impostazione chiesta dal PNRR è di tipo sistemico. In sostanza è il sistema Italia che deve riuscire ad organizzarsi e rispondere agli impegni e agli obiettivi definiti nel PNRR. Le 4 componenti non possono raggiungere i propri obiettivi se non si riesce ad avviare un circolo virtuoso di piena collaborazione tra i numerosi soggetti che devono essere chiamati in causa in termini operativi. Dalle istituzioni politiche ai vari livelli, al mondo dell’imprenditoria privata e pubblica che devono rinnovare il loro modo di essere e i rapporti tra loro, alla pubblica amministrazione con la necessità di rivedere, accelerare e rendere più trasparenti i processi organizzativi/produttivi, al mondo del lavoro che deve essere pienamente coinvolto e cosciente della direzione che si intraprende. Possiamo sintetizzare le sfide nel dover scoprire o riscoprire che lavorare insieme in modo collaborativo, trasparente e coinvolgente tra i vari soggetti, nel rispetto dei ruoli ma anche con il pieno riconoscimento tra di essi è fondamentale per rispondere alle richieste della UE e garantire l’indispensabile coesione sociale. Non possiamo scindere crisi ambientale da crisi sociale, per questo la risposta deve essere unica e corale.

 

Nella Missione 3, relativa alle infrastrutture, è presente un’opzione forte per gli investimenti sulla rete ferroviaria, con interventi come l’alta velocità Salerno-Reggio Calabria, i collegamenti internazionali del Nord Italia, le connessioni trasversali, il potenziamento delle linee ferroviarie del Sud, dei nodi urbani e delle stazioni ferroviarie. Condivide questa impostazione? Quale ruolo giocano le infrastrutture nella transizione che stiamo attraversando? 

Luigi Sbarra: Il nostro Paese sconta da anni un’inadeguatezza endemica del proprio sistema infrastrutturale e una profonda disuguaglianza nella disponibilità di infrastrutture nelle diverse aree del Paese, tra le grandi aree urbane e le aree interne, situazione che determina da un lato una grave iniquità sociale e dall’altro un ostacolo continuo alla crescita economica. Nonostante ciò il sistema dei trasporti e della logistica ha evidenziato nella grave crisi pandemica una grande capacità di reazione, assicurando, grazie ad uno straordinario sforzo dei lavoratori e delle imprese, il diritto alla mobilità e la fornitura dei beni indispensabili per i cittadini. Da alcuni anni il nostro Paese ha avviato una nuova stagione rispetto alla pianificazione dei trasporti e della logistica, che a partire dai programmi ‘Connettere l’Italia’ e ‘ItaliaVeloce’ si è prefissata l’obiettivo di favorire lo sviluppo e il consolidamento di un sistema infrastrutturale moderno e integrato tutelando il diritto alla mobilità di persone e merci. L’uscita dalla crisi non potrà prescindere dalla riqualificazione della spesa pubblica e dal rafforzamento della sua azione di traino dell’investimento privato, approfittando del fatto che tassi di interesse bassi possono generare un rendimento superiore ai costi per la finanza pubblica. Quindi il combinato disposto delle risorse del Next Generation UE, della programmazione Europea 2021-2027, del Fondo di Sviluppo e Coesione e della finanza pubblica ordinaria rappresentano una occasione straordinaria per la costruzione di una nuova fase di sviluppo sostenibile, che veda nelle infrastrutture materiali e immateriali lo strumento (e non il fine) di una crescita duratura ed equa, con l’obiettivo di superare le disuguaglianze territoriali e di genere e assicuri ai giovani maggiori opportunità di occupazione e di mobilità sociale. È necessario quindi cogliere tempestivamente questa opportunità, unitamente alla sfida dell’innovazione, per governare efficacemente la indispensabile transizione ecologica e digitale. Gli investimenti pubblici, che hanno un ruolo centrale per favorire la transizione dell’economia italiana verso un modello di crescita sostenibile, inclusiva ed equa, sono basati sulla protezione dell’ambiente e della biodiversità, sul crescente ricorso alle fonti energetiche rinnovabili, sul contrasto ai cambiamenti climatici, sullo sviluppo tecnologico. In particolare, dovrà essere lanciato un piano straordinario di investimenti infrastrutturali per incentivare la crescita e il lavoro al Sud, promuovendo l’adozione e il coordinamento di vari strumenti di intervento, quali Contratti istituzionali di sviluppo, Zone economiche speciali, Contratti di rete, con l’obiettivo fondamentale di accelerare la realizzazione di progetti strategici, tra loro funzionalmente connessi e di valorizzare i territori, rafforzando il capitale fisico, umano, sociale e naturale, con un rinnovato coinvolgimento delle Regioni e degli Enti locali. Dovrà essere inoltre attribuita massima priorità alle manutenzioni ordinarie e straordinarie continuative, rafforzando il sistema della vigilanza attraverso opportune azioni di monitoraggio, per garantire la sicurezza e la resilienza del sistema infrastrutturale esistente.

 

La missione 4, dedicata a istruzione e ricerca, prevede un insieme articolato di interventi (investimenti e riforme) che interessano sia il sistema dell’istruzione nelle sue diverse parti (dagli asili nido all’università), sia il mondo della ricerca nella sua relazione con il sistema economico, nel percorso che va dalla ricerca pura al trasferimento tecnologico. In che modo questo insieme di misure incide sui problemi del mondo della scuola, dell’università e della ricerca, nonché su alcuni dei ritardi del sistema-Paese? 

Luigi Sbarra: Ricerca e sviluppo tecnologico sono elementi imprescindibili per le imprese in particolare in questa fase di transizione ecologica in cui la competizione vera avviene nella capacità di adeguare i propri processi di trasformazione industriale alle nuove sfide fondate su sostenibilità, innovazione e competenze. Le ingenti risorse previste dal PNRR sulla Ricerca e sulla filiera dell’istruzione e della formazione professionale (politiche attive) sono opportunità vera per costruire un percorso efficace e sussidiario, di partnership pubblico e privata per rispondere alla nuova sfida competitiva che affianca tecnologia e lavoro in cui mettere al centro le persone e la loro formazione. Le azioni di riforma e gli investimenti previsti per il sistema scolastico, universitario e per la ricerca sono diretti a ridurre i ritardi del nostro Paese su molti aspetti determinanti per la garanzia del diritto di istruzione, per elevare le competenze della popolazione e per contribuire alla crescita e all’innovazione del nostro tessuto imprenditoriale: pochi posti disponibili di asilo nido, alto tasso di dispersione scolastica, divari territoriali ormai inaccettabili tra Nord e Sud, numero altissimo di NEET, bassa percentuale di giovani in possesso di un titolo di studio terziario, scarsa attrattività dei percorsi di studi tecnico – professionale sia secondari che terziari, rapporto ancora troppo debole tra scuola e lavoro che si ripercuote sul divario tra domanda e offerta di competenze. Per non parlare della scarsa valorizzazione del personale scolastico, di chi lavora nelle università e negli enti di ricerca, sia in termini retributivi che di progressione di carriera. Abbiamo un’occasione storica come evidenziato sia dal Presidente Mattarella che dal presidente del Consiglio Draghi per porre l’istruzione, a partire dai primi anni di scuola, al centro delle priorità della politica, per innovare sia in termini di competenze che di ambienti di apprendimento, con investimenti importanti nell’edilizia scolastica i nostri asili, le nostre scuole, i laboratori e fare di questi luoghi delle vere comunità educanti strettamente legate al territorio, ai vari soggetti che operano in collaborazione e sinergia tra loro per garantire il diritto all’istruzione e all’inclusione, al tessuto produttivo. Perché queste misure e gli investimenti previsti possano andare a buon fine e avere davvero un impatto positivo di riduzione dei divari prima esposti è necessario che ci sia confronto, condivisione con i Ministeri competenti e un’interlocuzione continua sul monitoraggio e la valutazione. Dobbiamo vigilare affinché non si concretizzi il rischio di aggravare anziché ridurre i divari territoriali. È un’occasione imperdibile anche per riconoscere al sistema della Ricerca del nostro Paese, al quale tanto dobbiamo in termini di sforzi per combattere la pandemia, la giusta valorizzazione sia in termini di crescita degli investimenti in percentuale al PIL, che ci vedono da anni in fondo alle classifiche europee, sia nell’aumento del numero di ricercatori, soprattutto giovani, per scongiurare la fuga verso altri paesi, con grave impatto sull’innovazione e lo sviluppo competitivo delle nostre imprese.

 

Il tema delle politiche per il lavoro è affrontato nella quinta Missione, insieme a quello delle infrastrutture sociali, delle famiglie, delle comunità e del terzo settore, nonché a quello della coesione territoriale. Nello specifico la componente relativa alle politiche per il lavoro prevede interventi sulle politiche attive del lavoro, sui centri per l’impiego, sulla lotta al lavoro sommerso, sugli incentivi alla creazione di imprese femminili, sul potenziamento del sistema duale e del servizio civile universale. Qual è la vostra prospettiva e le vostre idee su questo insieme di iniziative?

Luigi Sbarra: Finalmente ci sono risorse adeguate per avviare un percorso virtuoso tra politiche passive e attive del lavoro, per offrire strumenti di inserimento ai giovani, con un sistema efficiente e garantito sul territorio perlomeno nei livelli essenziali. Ma serve uno scatto che possa recuperare velocemente il gravissimo ritardo italiano, anche perché, alla luce dello sblocco dei licenziamenti che a breve sarà totale, sarebbe necessario disporre da subito di strumenti ad utilizzo automatico, così da profilare le politiche attive come un vero e proprio diritto-dovere. Nel contempo va ripreso immediatamente il percorso di potenziamento dei Centri per l’impiego avviando le 11.600 assunzioni previste dalla legge di bilancio di due anni fa. Se i centri pubblici per l’impiego devono restare il motore del sistema, essi devono però potersi avvantaggiare di una spinta sinergica rappresentata dalla collaborazione con le agenzie private. Infine ricordiamo che il Titolo V della Costituzione attribuisce le politiche attive alla potestà legislativa concorrente di Stato e Regioni, con effetti da sempre problematici. Auspichiamo che tali criticità siano superate con un nuovo assetto in cui lo Stato non solo fissi i livelli essenziali delle prestazioni, ma vigili sull’operato delle Regioni e al contempo le sostenga. L’emergenza Covid ha portato in drammatica evidenza l’annosa questione dei lavoratori in nero, che non solo hanno perso il lavoro ma, essendo invisibili, non hanno avuto diritto alle tutele. Ben venga, pertanto, il Piano nazionale per la lotta al sommerso con le misure di deterrenza e un rafforzamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro. Ma la parte più difficile è immaginare incentivi reali all’emersione. Noi crediamo che per i settori più esposti vadano messi in piedi strumenti specifici. Ad esempio per il lavoro domestico, paradossalmente uno dei settori dove il nero è più diffuso e in prospettiva uno di quelli destinati a crescere di più, va fatto tesoro della pluriennale esperienza francese che nel 2005 ha introdotto l’Agenzia nazionale dei servizi alla persona con ruoli di coordinamento e un sistema grazie al quale la famiglia può scegliere fra diversi fornitori accreditati e godere di considerevoli agevolazioni fiscali. Rilevante che nel PNRR ci sia un focus sul sistema duale, ma manca una proposta maggiormente circostanziata, che per la CISL dovrebbe concretizzarsi in un forte investimento sui percorsi formativi e su figure di facilitatori del rapporto tra scuole/università e imprese, in un potenziamento degli incentivi ai datori di lavoro che lo utilizzino, nella semplificazione procedurale. Molto importante per i giovani anche il potenziamento del Servizio civile universale, una scommessa sul piano dell’educazione civica praticata ma anche su forme di apprendimento non formale ma comunque orientate a future scelte professionali. Altro tema centrale è quello dell’occupazione femminile, sul quale il PNRR appare carente. Poche e non risolutive le misure specifiche, tra le quali i progetti per l’imprenditoria femminile, sui quali il Piano ripone aspettative eccessive, non potendosi certo considerare una azione determinante a fronte del tasso di occupazione femminile italiano che è il penultimo in Europa.

 

L’ultima Missione è dedicata al tema della salute, la cui centralità è stata messa in evidenza dalla pandemia. Gli investimenti sono focalizzati da un lato su reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale e dall’altro su innovazione e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale. In che modo queste misure incidono sul sistema sanitario e sulle sue priorità? 

Luigi Sbarra: È noto che la pandemia ha evidenziato le notevoli debolezze del nostro sistema sanitario e sociosanitario, depotenziato da anni di riduzione dei finanziamenti e dei servizi, da continue riorganizzazioni, riduzioni del personale, piani di rientro, accorpamenti e tagli di presidi che ne hanno ridotto la capacità di risposta ai bisogni di salute. Mai come oggi la società italiana ha acquisito la consapevolezza dell’importanza di un Servizio sanitario nazionale, pubblico, efficace ed efficiente sia sul versante ospedaliero che su quello territoriale, capace di garantire i fondamentali principi di universalità, uguaglianza ed equità. Un obiettivo che non sarà facile conseguire con le sole risorse del PNRR e non è un caso che in sede di confronto sulla legge di bilancio abbiamo fortemente insistito sul rafforzamento delle risorse ordinarie. Si apre, quindi, una nuova fase, durante la quale sarà necessario tenere presente alcuni aspetti che il Covid ha fatto tornare di grande attualità, ovvero che nessun sistema economico può sopravvivere senza un welfare forte e adeguato e che il sistema sanitario è un volano per lo sviluppo dell’economia, che oltre a fornire un notevole apporto al benessere delle persone, restituisce alla crescita del Paese un notevole contributo sul PIL. Innovare il sistema sanitario con le risorse europee significherà, quindi, non solo dare una prospettiva nuova alle misure di salute pubblica, ma contribuire a generare una dinamica positiva per l’intera economia nazionale utilizzando come acceleratori strategici fondamentali per risalire la china l’investimento sulle competenze, sulla ricerca, sull’innovazione, sulla trasformazione digitale. Un impegno che deve passare attraverso una ‘rivoluzione’ dell’attuale modello focalizzato sulla patologia, a favore di un sistema centrato sulla salute, in un contesto di promozione della prevenzione da sviluppare nell’ambito della rete dei servizi territoriali e ospedalieri. In particolare l’emergenza Covid ha confermato una convinzione, anche nostra, ovvero che l’eccellenza ospedaliera è tale solo se affiancata da un’eccellente assistenza territoriale, che deve intervenire prima che sia necessario il ricovero in ospedale. Tale quadro viene certificato anche dall’ISTAT, che ci colloca al 5° posto in Europa per la spesa ospedaliera, mentre sprofondiamo in una non lusinghiera 15° posizione rispetto a quella territoriale. In questo senso i Progetti contenuti nel nella missione 6 del PNRR debbono rappresentare una opportunità importante per una reale riforma del Sistema-salute con radici ben salde sul territorio, che per noi rappresenta un pilastro fondamentale del SSN. Si tratta di un aspetto sul quale ci stiamo confrontando con il Ministero competente per la definizione di standard strutturali, tecnologici e organizzativi omogenei per l’assistenza territoriale. Si tratta di una questione che ci sta particolarmente a cuore perché è da tempo che invochiamo tale provvedimento.

 

In relazione al complesso insieme di questioni che abbiamo affrontato, che ruolo vede, in prospettiva, per il sindacato? 

Luigi Sbarra: Come abbiamo avuto modo di evidenziare rispondendo alla precedente quarta domanda, riteniamo che il ruolo delle parti sociali e segnatamente del sindacato sia di vero e proprio ‘attore e promotore’ nel confronto con il Governo, i Ministeri e sui territori per la complessa fase di attuazione del PNRR, per la realizzazione e il completamento delle riforme previste, a partire da quelle che incidono sulle politiche per il lavoro, volte innanzitutto ad incrementare l’occupazione, soprattutto per donne e giovani; alla semplificazione e digitalizzazione della PA; al fisco; alla transizione ecologica; alla infrastrutturazione materiale, immateriale e sociale del Paese. Particolare attenzione, anche sulla scorta dell’esperienza maturata in questi anni sui Fondi europei destinati al Mezzogiorno, andrà dedicata alla cosiddetta ‘messa a terra’ dei singoli progetti in cui si articolano le riforme: efficienza, efficacia e tempistica della spendita delle ingenti risorse previste andranno costantemente e puntualmente monitorate, passaggio dopo passaggio, con verifiche intermedie per controllarne l’andamento. In tal senso, ribadisco in conclusione l’importanza del protocollo in via di sottoscrizione tra Governo e parti sociali per la governance del PNRR.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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