Recensione a: Giorgio Fazio, Crisi di legittimazione. Attualità di un paradigma di teoria critica, Castelvecchi, Roma 2025, pp. 230, 25 euro (scheda libro)
Scritto da Giulio Pennacchioni
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Crisi di legittimazione. Attualità di un paradigma di teoria critica è l’ultimo libro di Giorgio Fazio, edito da Castelvecchi a inizio 2025. Giorgio Fazio è ricercatore in filosofia politica all’Università di Roma “La Sapienza” e, tra i molti incarichi, membro della Società Italiana di Teoria Critica[1]. È proprio attorno alla teoria critica che verte infatti la sua ricerca, come confermato dal suo precedente Ritorno a Francoforte. Le avventure della teoria critica[2], in cui Fazio mette in luce come la tradizione francofortese – accantonata da una parte della teoria politica per alcuni decenni – possa offrire oggi strumenti preziosi per poter leggere il contesto di “policrisi” in cui viviamo. Proprio per questo motivo, in Ritorno a Francoforte Fazio propone una nuova interpretazione degli autori che hanno animato il pensiero critico, evitando una mera riproposizione didascalica degli stessi.
A giudicare dal titolo, il contenuto del nuovo libro sembrerebbe distante dall’opera precedente; in effetti al centro vi è il recupero particolare del testo di Jürgen Habermas del 1973 Problemi di legittimazione del tardo capitalismo, a partire dal quale il filosofo tedesco avrebbe voluto dare avvio a una nuova teoria critica della società. Tuttavia, è innegabile che lo sforzo di riattualizzazione della teoria critica presente in Crisi di legittimazione è lo stesso rintracciabile lungo tutto Ritorno a Francoforte. Difatti, sarebbe sbagliato voler esaurire l’ultima fatica di Fazio in una “semplice” analisi di una fase specifica della riflessione di Habermas; nel libro questo c’è, ma c’è anche tanto altro. L’ambizione di questa recensione è quella di provare a restituire i tratti essenziali di Crisi di legittimazione, ripercorrendone le tappe principali.
Introduzione
Fazio divide Crisi della legittimazione in tre parti principali. Nella prima parte, viene fatta una restituzione sul dibattito in corso relativo alle differenti crisi globali che hanno investito negli ultimi anni le società contemporanee. Nella seconda, Fazio ricostruisce il programma di ricerca che Habermas sviluppò a Starnberg negli anni Settanta, durante la sua co-direzione del Max-Planck-Institut, con l’obiettivo di analizzare le condizioni di vita nel mondo scientifico-tecnologico e di rilanciare un metodo di lavoro e una pratica di ricerca realmente interdisciplinari sulla società contemporanea. In questo progetto, si rifletteva la volontà di Habermas di riprendere l’impostazione teorica delineata da Max Horkheimer nel 1931, quando, da direttore dell’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte, ne aveva così definito l’orientamento. Un percorso, quello di Habermas, che confluirà poi nel volume del 1973 Problemi di legittimazione del tardo capitalismo attorno al quale si articola tutto questo lavoro di Fazio. Come da lui stesso dichiarato nell’Introduzione, le ragioni che lo hanno spinto a dedicare uno studio monografico a questa fase del pensiero habermasiano – ancora relativamente poco indagata dalla letteratura secondaria – non sono però storiografiche. È stato piuttosto il progressivo ritorno di questo libro del 1973 al centro del dibattito internazionale, soprattutto dopo la crisi finanziaria globale del 2007-2008, ad averne riattivato l’interesse teorico e politico. In particolare, a inaugurare questa nuova stagione interpretativa è stato nel 2012 il sociologo tedesco Wolfgang Streeck, seguito poi da Nancy Fraser.
Alle analisi del pensiero di questi ultimi nel riferimento ad Habermas, Fazio dedica la terza e ultima parte del libro. Seppur non è stato così diviso dall’autore, ai fini della recensione chi scrive ha trovato utile considerare il terzo capitolo un capitolo di transizione; infatti, è dedicato alla ricostruzione del retroterra teorico e del contesto storico che hanno fatto da sfondo al tentativo di Habermas di sviluppare la sua idea di critica, che è appunto poi spiegata, quindi verificata rispetto all’attualità nella seconda e terza parte del libro. Di conseguenza, prima di queste due parti, il lettore troverà un paragrafo di Intermezzo, non presente però nell’opera originale e che fa riferimento soltanto al terzo capitolo.
Le policrisi
Nei primi due capitoli – Le sfide della policrisi, Come definire le crisi sociali – Fazio presenta un’analisi delle molteplici crisi che caratterizzano il nostro tempo. In questo, pensa alla crisi bancaria, finanziaria ed economica del 2007; alla crisi pandemica del 2020; all’esplosione del conflitto geopolitico in Ucraina nel 2022; alla radicalizzazione della guerra nella Striscia di Gaza e alle crescenti tensioni in Cisgiordania dal 2023. A queste si intrecciano la crisi ecologica e climatica, l’indebolimento delle democrazie liberali, le difficoltà legate alla transizione digitale, l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali e l’inasprirsi dei conflitti culturali. Sul piano internazionale, il tutto è accompagnato dall’emergere di un ordine multipolare instabile, segnato dalla competizione fra grandi potenze per la definizione di interessi e sfere d’influenza: un quadro che segnala la fine dell’ordine unipolare e globalista guidato dagli Stati Uniti dopo la Guerra Fredda, entrato in crisi alla fine degli anni Duemila e sostituito dal processo di de-globalizzazione che osserviamo oggi.
In particolare, in Le sfide della policrisi Fazio passa in rassegna le principali interpretazioni delle varie crisi – interdipendenti e reciprocamente amplificanti – che stanno sempre più delineando un possibile scenario di crisi permanente a livello globale. Da qui la discussione sui concetti di “permacrisi”, introdotto dal dizionario Collins, e di “policrisi”, termine coniato da Edgar Morin negli anni Settanta e rilanciato recentemente dallo storico statunitense Adam Tooze, oltre che da Scott Janzwood e Thomas Homer-Dixon. L’approccio di questi tre autori, osserva Fazio, richiama da un lato il lessico della teoria sociologica di Niklas Luhmann e dall’altro la prospettiva di Ulrich Beck, affrontate anche in questo volume. Fazio esamina poi un’ulteriore crisi – forse la premessa di molte delle criticità croniche del presente – vale a dire l’esaurimento delle energie utopiche. Questo gli permette di soffermarsi sul pensiero di Reinhart Koselleck, sui tre modelli semantici fondamentali che strutturano l’uso moderno della parola “crisi”, e quindi sui contributi di Hartmut Rosa e François Hartog su tale argomento.
La seconda parte del primo capitolo è dedicata alla definizione di che cosa significhi elaborare una teoria critica della crisi. In questo contesto, Fazio riprende un filone tornato in primo piano soprattutto dopo la crisi del 2007-2008: lo studio di Karl Marx, oggi nuovamente al centro del dibattito intellettuale. Dati i tempi in cui viviamo, però, tale studio non può più limitarsi a un’unica forma di crisi, come presupposto da Marx, ma deve confrontarsi con una pluralità di crisi e conflitti, con quella “totalità sociale” di cui parla Nancy Fraser. È precisamente a questo livello che si colloca il contributo della Scuola di Francoforte, che si è sempre caratterizzata per un’attenzione costante al metodo necessario per integrare l’eredità marxiana con altri orientamenti del pensiero contemporaneo – dal femminismo all’ecologia politica, dal pensiero post- e neo-coloniale ai movimenti di liberazione nera – nel tentativo di delineare un modello di crisi che non si concentri esclusivamente sulle dimensioni economiche, ma capace di includere anche fenomeni come il riscaldamento globale, la crisi della riproduzione sociale, lo svuotamento delle istituzioni democratiche, la debolezza dei poteri pubblici e la persistenza dei rapporti di dominio e sfruttamento. Come ben sottolineato da Fazio, per realizzare questo programma, evitando premesse deterministiche, teleologiche, funzionalistiche o economicistiche, è necessario assumere la prospettiva degli attori sociali: la crisi, infatti, si manifesta «parimenti nella coscienza di [questi ultimi]» (p. 34). In contrasto con Luhmann, i teorici di Francoforte sostengono infatti che la riproduzione di una società non coincide soltanto con la capacità di garantirne la sopravvivenza materiale, ma anche con la possibilità di assicurare forme di convivenza socialmente desiderabili. Da qui l’idea – espressa da Habermas – che sia proprio a partire dagli attori sociali, e in particolare dalla sfera pubblica democratica, che possa svilupparsi un sapere critico adeguato alla policrisi contemporanea. Stessa impostazione, tra l’altro, ripresa da Didier Fassin e Axel Honneth, come ben sottolineato da Fazio.
A conclusione del primo capitolo, la pandemia da Covid-19 è proposta come banco di prova di questo approccio alle crisi sociali: un evento che ha rappresentato simultaneamente una crisi sociale, economica, psicologica, culturale, relazionale ed ecologica, ma che ha anche offerto agli attori sociali uno spazio d’intervento per lungo tempo delegato a mercati finanziari, multinazionali e interessi privati, oltre a stimolare un rinnovato esercizio del giudizio morale.
Il secondo capitolo, Come definire le crisi sociali?, rappresenta senza dubbio uno dei più importanti del libro, perché è dove Fazio chiarisce che cosa si deve intendere per crisi di legittimazione. Oltre a ciò, in questo capitolo viene spiegato in cosa consista il metodo proposto da Habermas per analizzare le tendenze di crisi del capitalismo a gestione statale all’inizio degli anni Settanta, da Fazio qui riproposto come strumento di analisi delle contraddizioni e delle crisi del capitalismo finanziario e neoliberista contemporaneo.
Per chiarire che cos’è una crisi di legittimazione e il metodo da Habermas proposto per analizzare i problemi della fase del capitalismo che stava vivendo, la premessa da cui parte è che una teoria critica deve sempre partire da problemi di origine sociale, dotati di rilevanza pubblica (da intendere secondo la prospettiva di John Dewey[3]) e percepiti dai soggetti coinvolti. L’obiettivo, quindi, è portare alla luce le contraddizioni che caratterizzano le formazioni sociali; contraddizioni da intendere non in senso dialettico, bensì pratico, cioè legate a una normatività «storicamente e culturalmente determinata, connessa alle strutture di potere e alle esigenze di funzionamento della società, e dotata di un carattere intrinsecamente contraddittorio» (p. 49). Tale analisi va poi collocata in una prospettiva diacronica, per comprendere l’evoluzione delle strutture sociali lungo una sequenza temporale. Questo costituisce il lavoro della critica immanente: un’osservazione partecipante dell’esperienza di crisi vissuta dagli attori sociali, che è al contempo interna – poiché i parametri valutativi dipendono dal riscontro pratico nelle dinamiche sociali – ed esterna, in quanto si fonda su un metodo ermeneutico[4] che ricava i propri criteri normativi dai principi e valori riconosciuti in una società, per poi verificarne l’efficacia sul piano pratico. Questi valori e norme non devono essere necessariamente condivisi da tutti i membri della società, né corrispondere a quelli prevalenti in un dato momento storico, ma comunque ne devono regolare la vita sociale. Infine, l’intero approccio deve essere orientato verso un potenziale trasformativo, che costituisce il punto di partenza per la trasformazione dell’esistente.
Quindi, per crisi di legittimazione si deve intendere il momento in cui le istituzioni non riescono più a giustificare in modo convincente le proprie decisioni, norme e forme di potere, generando una perdita di consenso perché emerge uno scarto tra i valori riconosciuti e le pratiche effettivamente in atto. Essa si manifesta quando la società non percepisce più come legittime le strutture che la governano e mette in discussione la loro pretesa di validità. Il metodo di Habermas consiste allora nell’analizzare tali crisi attraverso una critica immanente che individua le contraddizioni interne alla società a partire dai suoi stessi valori normativi, ricostruendole storicamente e verificando la loro efficacia pratica, con l’obiettivo di far emergere le possibilità di trasformazione insite nelle strutture sociali stesse.
Intermezzo
Come già specificato, il terzo capitolo – La teoria critica e la crisi. L’antefatto della teoria della crisi di legittimazione di Habermas – è in questa recensione considerato un capitolo di transizione, in cui Fazio ricostruisce il retroterra teorico e il contesto storico che hanno fatto da sfondo al tentativo di Habermas di sviluppare la sua idea di critica immanente. In particolare, è nel riferimento di Habermas ad Horkheimer e alla sua idea di marxismo che trova terreno questa possibilità teorica. Vediamo in che senso.
Nel contesto specifico del marxismo, Horkheimer oscillava tra una posizione ortodossa e le posizioni sviluppate insieme a Theodor Adorno in Dialettica dell’Illuminismo. Gli anni Settanta erano un periodo in cui il “capitalismo di Stato”, per citare Friedrich Pollock, appariva capace di resistere alle inevitabili crisi del sistema individuate da Marx, proprio grazie all’interventismo statale nell’economia. Tuttavia, questo non aveva accelerato la transizione al socialismo e molti teorici critici, pur partendo da Marx, si avvicinarono a Max Weber e György Lukács, accorgendosi che il problema non era soltanto di tipo economicistico, ma di “ragione strumentale”, per rifarci proprio a una nozione di Dialettica dell’Illuminismo. Da un lato emergeva dunque il tentativo di Horkheimer di seguire il tracciato del materialismo storico, dall’altro la constatazione che non si generavano nuove crisi economiche, come evidenziato anche in Teoria tradizionale e teoria critica. Che fare, quindi, della teoria critica? Da dove far partire la lotta, non più contro il Capitale, contro la ragione strumentale? In tal senso, come osserva Fazio, alcuni brevi passaggi di Adorno in Osservazioni sul conflitto sociale oggi e in Tardo capitalismo o società industriale? lasciano intendere che l’autore ritenesse possibile una riemersione del conflitto di classe a partire dai movimenti studenteschi del ’68 e dalla New Left. Posizione, quest’ultima, sostenuta anche da Herbert Marcuse, soprattutto dopo la revisione delle sue analisi più pessimistiche de L’uomo a una dimensione ed Eros e civiltà.
La critica immanente di Habermas si colloca in questo contesto. Di conseguenza, le nuove aree conflittuali da lui individuate non riguardano solo la dimensione economica, ma anche le frizioni tra gli apparati istituzionali e burocratico-amministrativi dello Stato e il mondo della vita sociale e culturale. Secondo Habermas, il capitalismo di Stato, pur riuscendo a governare le crisi economiche, genera nuovi bisogni post-materialistici e stimola domande di partecipazione democratica che lo stesso sistema non è in grado di soddisfare.
La crisi della legittimazione
Nella seconda parte del libro si esplora più nel profondo il nuovo paradigma elaborato da Habermas negli anni Settanta. Il primo capitolo – Il paradigma della crisi di legittimazione – è dedicato a mostrare le basi profonde di questa operazione teorica, finalizzata a sviluppare una nuova teorizzazione delle crisi sociali (rispetto a Marx), capace di guidare l’analisi delle tendenze emergenti nel tardo capitalismo e di individuare le potenzialità di trasformazione emancipativa. Infine, Fazio restituisce al lettore il confronto di Habermas con le concezioni empiristiche del potere e della legittimazione di Max Weber e Niklas Luhmann.
Partendo dal primo punto, con aggiornamento della teoria della crisi di Marx, Habermas intende una nuova tematizzazione del concetto di “crisi”. Nella sua idea, «le crisi si producono quando la struttura di un sistema consente minori possibilità per la soluzione dei problemi di quante ne occorrerebbero per assicurare la conservazione del sistema» (p. 77). Per Habermas, questo accade nel capitalismo di Stato, che pur essendo in grado di gestire e attenuare le crisi cicliche, ne genera di nuove. Queste nuove crisi minano la capacità di pianificazione razionale dell’amministrazione pubblica e possono, a loro volta, giungere alla coscienza dei membri della società trasformandosi in vere e proprie crisi di legittimazione.
Habermas interpreta la società attraverso la distinzione tra sistema e mondo della vita. Il mondo della vita corrisponde all’agire comunicativo, cioè a una modalità di interazione in cui gli individui cercano una comprensione reciproca attraverso argomentazioni condivisibili e la disponibilità a giustificare le proprie affermazioni, piuttosto che perseguire esclusivamente interessi strategici. Al contrario, i linguaggi mediatici orientati da logiche di denaro e potere trasformano la comunicazione in uno strumento strategico volto solo a influenzare o persuadere, anziché a costruire un consenso razionale. Sulla scia di questo tipo di comunicazione, il sistema è da intendere come quell’ambito regolato solo da meccanismi impersonali, come il denaro e il potere amministrativo, che coordinano l’azione sociale senza ricorrere alla comprensione reciproca. Esso funziona secondo logiche strumentali orientate all’efficienza, all’ottimizzazione e al controllo e tende progressivamente a estendersi oltre i propri confini funzionali. Questa espansione produce una infiltrazione di queste logiche sistemiche nelle sfere dell’esperienza quotidiana, dove al contrario dovrebbero prevalere forme di interazione basate sul dialogo, sull’intesa e sulla condivisione di significati.
In Problemi di legittimazione nel tardo capitalismo, Habermas recupera l’acronimo AGIL di Talcott Parsons per spiegare i quattro problemi funzionali che ogni sistema deve poter risolvere per garantire la propria sopravvivenza. Habermas individua così quattro tipi di crisi sociali: crisi economiche, crisi di razionalità amministrativa, crisi di legittimazione e crisi di motivazione. Queste crisi si manifestano quando problemi strutturali, da un lato, e perdita di fiducia degli individui nella capacità del sistema di giustificare le proprie decisioni e il proprio orientamento normativo, dall’altro, minacciano la sopravvivenza del sistema sociale stesso. Su queste basi, Habermas intende rifondare l’idea di materialismo storico, partendo dai paradigmi contraddittori del sistema, che non provengono dall’esterno (ad esempio la crisi climatica) e che scuotono un sistema sociale apparentemente in equilibrio. La soluzione, secondo Habermas, deve fondarsi su una teoria dell’evoluzione sociale, attraverso nuove forme di integrazione sociale e di comunicazione di tipo pratico-morale, piuttosto che su un sapere tecnicamente valorizzabile, che dovrebbe formarsi prima di qualsiasi rivoluzionamento dei rapporti di produzione. In tal senso, chiarisce Fazio, è possibile tracciare una logica di sviluppo, un’evoluzione, della società, fatta di progressi nell’apprendimento morale. Come precisato da Fazio, in questo quadro Habermas si sta ispirando alla psicologia dello sviluppo ontogenetica di Jean Piaget e Lawrence Kohlberg.
Ma qual è l’obiettivo ultimo di questa evoluzione? Nella prospettiva descritta, l’ultimo stadio dovrebbe coincidere con un orientamento verso principi etici universali – «di giustizia, di reciprocità, di eguaglianza dei diritti umani, di rispetto della dignità degli esseri umani come persone individuali» (p. 97) – in cui si può realizzare una giusta e “definitiva” etica della comunicazione. Rimane però da chiarire in cosa consisterebbe tutto ciò dal punto di vista organizzativo. Fazio osserva che Habermas probabilmente immagina un sistema democratico con istituzioni propedeutiche a preparare il terreno per transizioni verso formazioni sociali capaci di garantire eguali e generali possibilità di partecipare ai processi di comunicazione, favorendo questa evoluzione. Finora, tuttavia, è difficile individuarle concretamente.
In sintesi, il rinnovamento della prospettiva habermasiana rispetto alle crisi sociali, come individuate da Marx ne Il Capitale, si fonda sull’attenzione al capitalismo di Stato, sostitutivo della convinzione nel laissez-faire, che, almeno in teoria – poi nei fatti non è andata così – negli anni Settanta sarebbe stato in grado di regolare, dominare ed evitare le crisi economiche. Secondo Habermas, all’interno di questo contesto dovevano comunque essere ricercati spazi di rottura rispetto all’ordine normativo. È noto che stagflazione e crisi energetiche internazionali confermarono l’incapacità del capitalismo di Stato, ma anche qualora fosse riuscito, esso «non [avrebbe risolto] comunque tutte le contraddizioni connesse allo sviluppo capitalistico» (p. 104).
Infine, Habermas confronta il concetto di legittimazione con le posizioni di Max Weber e Niklas Luhmann. In primo luogo, rispetto a Weber, egli riprende l’idea secondo cui il potere può dirsi legittimo solo quando fonda le proprie norme su interessi generalizzabili. Ciò che distingue Habermas da Weber è l’accento sul carattere procedurale della legittimazione: mentre per Weber la generalizzabilità riguarda soprattutto il contenuto delle norme, Habermas sostiene che essa deve emergere da processi comunicativi effettivi, nei quali gli attori partecipano alla formazione razionale del consenso. In secondo luogo, Habermas si discosta dall’approccio sistemico di Luhmann, per il quale la legittimazione non deriva da norme giustificabili né da forme di consenso, ma dalla capacità del sistema politico di garantire la propria stabilità e funzionalità attraverso procedure autoreferenziali. Qui la differenza è radicale: contro la posizione di Luhmann, Habermas rivendica una concezione normativa della legittimità che non può essere ricondotta alla sola autoriproduzione del sistema, poiché richiede condizioni discorsive che coinvolgano i cittadini.
In questo quadro, Habermas osserva, quasi in senso hegeliano, le dinamiche storico-contraddittorie della società tardo-capitalistica: da un lato l’antagonismo latente, dall’altro la convinzione che il capitalismo di Stato avrebbe dovuto mettere in discussione tutte le ineguaglianze e ingiustizie che il capitalismo rende visibili. Nel 1968, nel testo scritto in occasione del settantesimo compleanno di Herbert Marcuse, Habermas individua nei gruppi di protesta studenteschi, medi e universitari i possibili soggetti sociali emergenti in grado di rappresentare una possibile rottura rispetto alla crisi di legittimità del sistema capitalistico. Come sottolineato da Fazio, anche su questo punto, come sulla fiducia riposta nella capacità comunicativa delle società democratiche, Habermas sembra essersi sbagliato, poiché tali lotte non hanno poi avuto un effetto così tanto dirompente sul potere costituito.
Sulla crisi di legittimazione oggi
Nel quinto capitolo – Dalle crisi alle patologie sociali. La rivoluzione del neoliberismo – Fazio mette in luce come Habermas, nella sua analisi sulla crisi di legittimazione, fosse ancora troppo ancorato all’idea di capitalismo di stato, in cui comunque aveva rintracciato delle possibilità di crisi. Tuttavia, è innegabile che non fosse stato in grado di considerare l’eventualità di una trasformazione in senso neoliberista del capitalismo di Stato, né di tenere conto delle molte istanze critiche emerse all’interno di quest’ultimo. Ciò è anche conseguenza di un meccanismo derivante dalla fine delle istanze utopiche, prima di tipo socialista e poi socialdemocratico, emerse nella società post-moderna, come scritto da Habermas stesso nel 1985 in La nuova oscurità. Crisi dello stato sociale e esaurimento delle energie utopiche.
Proprio in ragione di tale mancata previsione, la parte restante del capitolo si sviluppa come un articolato confronto tra autori e autrici che hanno intercettato o attraversato la rivoluzione neoliberista, analizzandola e mettendola in relazione con l’idea di crisi di legittimazione per come pensata da Habermas. Dopo aver delineato il neoliberismo degli anni Ottanta e Novanta attraverso le letture di Karl Polanyi e la ricostruzione neo-marxista di Giovanni Arrighi, Fazio passa in rassegna le interpretazioni di Boltanski e Chiapello, di Honneth e Hartmann, di Rahel Jaeggi sull’ideologia e, tra gli altri – qui ne citiamo solo alcuni – l’approccio neo-kantiano di Rainer Forst.
Infine, l’idea dietro l’ultimo capitolo – Riformulare la teoria della crisi di legittimazione – è quella di mostrare come il concetto di crisi di legittimazione sia stato utilizzato e interpretato nei lavori di due importanti teorici critici contemporanei: Wolfgang Streeck e Nancy Fraser.
Per Wolfgang Streeck il punto decisivo della crisi della legittimazione contemporanea riguarda il progressivo disancoramento del capitalismo democratico dalle istituzioni sociali e politiche che ne avevano garantito la stabilità nel secondo dopoguerra. Riprendendo e aggiornando l’intuizione di Polanyi sul “doppio movimento”[5], Streeck descrive come, dagli anni Ottanta in poi, la logica di mercato abbia progressivamente eroso i meccanismi di contenimento sociale che avevano limitato l’espansione del capitalismo, producendo un equilibrio fragile ma duraturo tra crescita economica, welfare e rappresentanza democratica. Nella sua ricostruzione, lo Stato – un tempo soggetto in grado di imporre vincoli redistributivi all’economia di mercato – è così diventato sempre più dipendente dai mercati finanziari e dalla loro disciplina, trasformandosi da garante dell’interesse collettivo a creditore di ultima istanza dei propri cittadini. A conferma di ciò, Fazio propone l’esempio della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e FMI), che ha imposto dall’alto scelte radicali ai governi nazionali senza alcuna legittimazione democratica, «come quella del vincolo di bilancio nella costituzione, che non [ha] fatto che aggravare e protrarre, piuttosto che risolvere, la crisi in corso» (p. 181). Questa dinamica, che Streeck riassume nell’immagine di uno Stato “da tassatore a debitore”, alimenta un processo di delegittimazione strutturale: i governi risultano sempre meno capaci di rispondere alle domande sociali, mentre i cittadini percepiscono la politica come impotente o, peggio, complice degli interessi economici.
Per Nancy Fraser, invece, l’obiettivo è quello di far rivivere la teoria della crisi di legittimazione degli anni Settanta come chiave di lettura per comprendere il clima politico del presente – il neoliberalismo progressista di Clinton e Obama (dunque non più quello di Reagan e Thatcher) – e l’ascesa dei movimenti e dei partiti populisti e sovranisti. Per Fraser, infatti, il fenomeno populista (da lei non interpretato univocamente in modo negativo, ma come una realtà piena di ambiguità e di contraddizioni interne) esprime la crisi di legittimazione generale del modello contemporaneo di capitalismo, finanziarizzato e neoliberale. Nei diversi movimenti populisti si possono pertanto individuare, sostiene Fraser, sia istanze genuinamente democratiche e anticapitaliste, sia elementi regressivi e anti-emancipativi.
La sua idea è che, stante le contraddizioni della Terza via di Anthony Giddens, un’uscita dalla crisi politica ed economica del neoliberismo progressista non può derivare da alcun ripiegamento sovranista, come proposto da Wolfgang Streeck. Neoliberismo progressista che, infatti, è riuscito ad assorbire anche quelle lotte di emancipazione che negli anni Settanta Habermas vedeva come possibili lotte contro il sistema normativo del capitalismo di stato del dopoguerra. Pur tuttavia, richiamandosi a Gramsci, Fraser sostiene che «qualsiasi immaginario egemonico contiene in sé un potenziale di contestazione, che scaturisce dalla possibilità di poter essere dialogizzato» (p. 192). Va dunque costruita una contro-egemonia, che rifletta un’ampia coalizione di interessi d’identità e di classe. Rimane da comprendere perché, finora, non sia emersa.
Note conclusive
Come si è tentato di mostrare in questa recensione, il grande merito dell’ultimo libro di Fazio, oltre a predisporre con accuratezza il contesto teorico del pensiero di Habermas, è quello di riuscire a rappresentare un contributo fondamentale allo studio di una fase specifica del pensiero habermasiano oggi sorprendentemente attuale. Non è tra gli obiettivi dichiarati di Fazio quello di definire in modo operativo come realizzare una contro-egemonia al neoliberismo: un compito che, del resto, non può essere affidato a un singolo volume. Tale processo, tra l’altro, non va semplicemente progettato ma messo in atto, confidando che ne esista ancora la volontà collettiva e che lo spazio normativo plasmato dal neoliberismo non abbia definitivamente eroso la capacità di immaginare una società più giusta e istituzioni più eque. In questo senso, il libro apre varchi concettuali che rendono nuovamente pensabile tale trasformazione, mostrando come la crisi di legittimazione non sia un fenomeno chiuso nel passato, ma un prisma interpretativo ancora efficace per leggere il presente e, dunque, per cambiarlo.
La critica più immediata, e forse più scontata, è che dagli anni Settanta il contesto storico è radicalmente mutato e che, di conseguenza, questa fase del pensiero habermasiano può risultare superata, o utile solo come repertorio di suggestioni. È precisamente questa obiezione a rappresentare la minaccia principale al progetto di Fazio. Il grande merito di Crisi della legittimazione consiste però nel mostrare come il programma habermasiano continui a offrire un modello di analisi sociale di straordinaria rilevanza, capace di illuminare – ancora oggi – le fragilità dei meccanismi di legittimazione nelle democrazie tardo-capitalistiche.
Rimane tuttavia un punto delicato: dove individuare oggi le forme di conflitto sociale che, secondo Habermas, avrebbero dovuto mettere in tensione l’ordine istituzionale? Finora è difficile rintracciarle in modo chiaro. Forse si manifestano nei partiti, siano essi istituzionali o movimenti organizzati ai margini delle strutture tradizionali, ma la loro capacità di produrre un effettivo scarto normativo appare limitata. Su questo versante, come sulla fiducia che Habermas riponeva nella forza comunicativa delle società democratiche, i fatti sembrano averlo smentito. Oggi, al contrario, è la democrazia ad essere messa in discussione. E le stesse lotte operaie, quelle studentesche, così come quelle femministe, neomarxiste, i movimenti sociali e politici di varia appartenenza, le esperienze attiviste, le lotte anticoloniali e decoloniali, e le più recenti mobilitazioni ambientali, climatiche e sociali, non sembrano esercitare quasi alcun impatto realmente dirompente sul potere costituito. Forse solo a livello comunicativo. Si pensi, ad esempio, al contrasto fra le tante e in larga parte condivisibili rivendicazioni dei tanti movimenti ecologisti di tutto il mondo e alle effettive decisioni in materia climatica e di sostenibilità prese durante l’ultima COP 30. E di esempi come questo, se ne potrebbero fare fin troppi.
La domanda che si apre, e con cui il libro di Giorgio Fazio ci lascia, è dunque se esistano ancora le condizioni per un nuovo processo di legittimazione capace di contrastare l’egemonia neoliberista (che Habermas non aveva previsto), o se il compito teorico consista oggi nell’immaginare forme inedite di critica e di trasformazione sociale che vadano oltre gli strumenti elaborati dal pensiero degli anni Settanta.
[1] Cfr: https://teoriacritica.org/.
[2] Giorgio Fazio, Ritorno a Francoforte. Le avventure della nuova teoria critica, Castelvecchi, Roma 2020.
[3] John Dewey, Comunità e potere, La Nuova Italia 1999.
[4] Per metodo ermeneutico si intende l’idea secondo cui la comprensione non consista nella semplice registrazione di fatti, ma in un processo interpretativo che mette in relazione il testo (o il fenomeno) e l’orizzonte del soggetto che lo interpreta.
[5] Il “doppio movimento” di Polanyi indica la dinamica storica per cui l’espansione del mercato tende a disancorare l’economia dalle istituzioni sociali, mentre la società reagisce tentando di riassorbire e limitare gli effetti destabilizzanti di tale sradicamento. Questo processo oscillatorio tra il disancoramento economico e i contro-movimenti sociali costituisce, per Polanyi, la chiave interpretativa delle trasformazioni del capitalismo moderno.