Dall’ospedale psichiatrico al sovranismo: il paradosso della difesa dalla pandemia
- 26 Ottobre 2020

Dall’ospedale psichiatrico al sovranismo: il paradosso della difesa dalla pandemia

Scritto da Franco Scita e Jacopo Scita

6 minuti di lettura

La pandemia da SARS COV-2 ha determinato, oltre ai noti e drammatici problemi di salute, profondi cambiamenti sociali. Nessun ambito del vivere quotidiano è stato risparmiato dal virus che, diffondendosi “democraticamente” ben oltre i confini dei continenti e degli Stati, ha finito con lo stravolgere, almeno temporaneamente, la quotidianità sociale e politica. La stessa globalizzazione che sembrava aver aperto, pur con le sue storture e contraddizioni, le porte a una apparente dissolvenza dei confini statuali a favore di una supposta e virtuosa “libera circolazione delle merci e delle persone” ha subito una brusca sospensione, lasciando il posto a quei rigurgiti securitari di stampo paranoico-sovranista comunque da sempre annidati nel seno stesso del mondo globalizzato.

C’è infatti un aspetto, tipico di ogni crisi, che si è osservato nell’impatto che la pandemia ha avuto sulla politica internazionale: l’emergere e l’acuirsi di tensioni che, anziché essere totalmente nuove, giacevano nascoste o quasi dalla rapidità della prassi socioeconomica. La necessità e il desiderio di chiusura dei confini, la diffidenza verso l’esterno, la frammentazione delle informazioni, la competizione che si sostituisce alla cooperazione, sono elementi, presenti da sempre nella grammatica della politica locale e globale, che la pandemia ha elevato a discorso e pratica del quotidiano. La risultante è che gli Stati si sono trovati a dover ridefinire rapidamente la propria organizzazione socioeconomica, cercando una sintesi tribolata tra l’eccezionalità dell’emergenza – la quale si è distinta tanto per la sua natura globale quanto per il diverso impatto locale – la tutela della libertà individuale, la salvaguardia della salute pubblica e le caratteristiche distintive delle singole società.

Esattamente come è accaduto per il corpo umano in cui i danni prodotti dal virus si sono estesi ubiquitariamente a tutti gli organi ed apparati (le malattie d’organo sono sempre malattie dell’organismo), allo stesso modo nessuna istituzione, nessun settore, nessun ambito della vita civile è stato risparmiato, trasfigurando talora in modo inusitato ed imprevedibile comportamenti e concezioni consolidate da anni.

Lo stesso Sistema della Salute nella sua declinazione territoriale oltre che ospedaliera, al pari degli Stati, è stato chiamato, in questa temperie, a ripensare ai propri modelli organizzativi e di intervento, ripetutamente incalzato dalle babeliche indicazioni che provenivano dalle varie agenzie sanitarie locali, regionali, nazionali ed internazionali, impegnate nello sforzo di contenere la diffusione del virus a protezione primaria dei pazienti e degli operatori addetti alla cura. Il rincorrersi spesso affannoso e sincopato, a volte contraddittoriamente asfittico, delle normative contenute nelle varie ordinanze, decreti e linee guida quotidianamente e nottetempo emanate ha infatti completamente stravolto non solo la routine di lavoro ma anche i modelli di organizzazione dei Servizi con una ricaduta inevitabile sia sul “pensiero che sulle prassi” degli operatori sanitari e dei pazienti.

 

Le misure di prevenzione nell’ospedale psichiatrico: esempio del nuovo assetto

La necessità di prevenire e di contenere la diffusione della pandemia a livello ospedaliero ha infatti comportato l’adozione di tutta una serie di misure cautelative che, partite dalla costruzione di una serie di barriere atte a respingere ab extrinseco il “nemico” (es.: blocco degli accessi; triage pre ricovero e successivamente in presenza; sospensione dei permessi di uscita e delle viste dei familiari; etc.), ha finito, e muris propugno, per dilagare ed espandersi all’interno della “cittadella” (es. compartimentazione dei reparti; chiusura degli spazi di socializzazione con confinamento del paziente nella propria camera singola; creazione di una zona filtro/selezione; interruzione delle attività terapeutiche di gruppo; autocertificazione degli operatori; utilizzo del dispositivi di protezione individuale; etc.) moltiplicandosi all’infinito, infilandosi in ogni anfratto, corrompendo ogni singolo operatore fino a trasformarlo in un potenziale ancorché ignaro untore, egli stesso sopraffatto dai propri sulfurei fantasmi persecutori e dall’afono, sinistro e magnetico grido della pulsione di morte.

La necessità certamente giustificata di provare a contrastare la diffusione del virus ha dunque determinato l’assunzione di tutta una serie di provvedimenti che pur progressivamente applicati hanno finito per costituire un corpus unico ed omogeneo, seppur temporaneo, sotteso, inevitabilmente, da una precisa postura “paranoicamente difensiva”, da un costante motu ad eligendo e conseguentemente ad escludendum (il numero dei ricoveri e dei trattamenti per patologie non COVID correlate si è drasticamente ridotto) che pur necessariamente e teleologicamente orientato alla protezione ed alla salvaguardia della salute ha comunque impresso il proprio marchio indelebile sull’agire quotidiano. L’emergenza pandemica ha dunque radicalmente cambiato la prassi consolidata del moderno ospedale psichiatrico che si è ritrovato “frastornato e trasformato” da una torsione concettuale che è sembrata ricondurlo su stilemi difensivi dall’ammuffito sapore vetero-manicomiale, in un gioco di specchi atto a riflettere, ricapitolandole, le pratiche cautelative delle società e degli Stati “chiusi”.

Se l’attivazione delle misure sopradescritte ha indubbiamente contribuito a ridurre fortemente il rischio di diffusione della infezione da SARS CoV-2 preservando la maggior parte dei pazienti e dei lavoratori dal virus, la loro attuazione ha comportato una vera e propria metamorfosi dei processi organizzativi, del modus operandi e, soprattutto, seppur in modo non immediatamente evidente, della forma mentis, del mind set dell’ospedale e financo del linguaggio adottato.

Se riguardiamo infatti all’ospedale come ad un corpus unico, come ad un organismo vivente dotato di una propria peculiare struttura di pensiero, la pandemia da SARS COV-2 ha finito per imporsi come elemento di svolta, come piega scabrosa, come torsione inusitata dei precedenti assetti concettuali recuperando un modello ermeneutico applicabile, a ben vedere, anche agli Stati ed alle nazioni orientate verso la chiusura rigidamente difensiva dei confini.

 

Il paradosso della chiusura

Tutte le misure di prevenzione infettivologica assunte si sono mosse infatti nella direzione di garantire la protezione dell’organismo-ospedale (e delle sue membra) rafforzandone in modo inesausto ed apparentemente infinito le difese sia esterne che interne. Come in un gioco perverso e spiraliforme di rimandi, la protezione dall’esterno, inevitabilmente deformato nelle sulfuree sembianze del nemico, si è partogeneticamente riprodotta e parcellizzata in infinite protezioni interne (pazienti dai propri familiari, operatori dai pazienti, pazienti da altri pazienti, operatori da altri operatori, operatori dai loro familiari, etc.) alla ricerca esasperata ed inconclusa di una edenica sterilità, di una purezza purtroppo mai del tutto garantita e raggiunta, nell’illusorio ripristino di una omeostasi originaria esizialmente minacciata da un subdolo, sottile, intangibile ed onnipresente nemico.

Il blocco primario dell’osmotico movimento esterno-interno-esterno, la rigida separazione fra ciò che è fuori da ciò che è dentro, auto-moltiplicandosi, ha riprodotto e ridisegnato sempre nuovi confini e si è estesa come una metastasi colonizzando sempre nuovi territori, ritrovando, come in un vertiginoso gioco di specchi, ogni volta un nuovo esterno ed un nuovo interno da garantire. La chiusura all’altro, il respingimento dell’estraneo, il potenziamento del limen e la sua panica sorveglianza, la coartazione inevitabile dello spazio vitale, la costrizione degli operatori incarcerati ed isolati in asettiche protezioni, il distanziamento timoroso dai pazienti, dai colleghi e dai familiari hanno inferto, come nelle società chiuse ed illusoriamente autarchiche, ferite mortali al tessuto relazionale, all’incontro, allo scambio fecondo con l’altro, sempre sospettosamente intriso ed inquinato da venefiche proiezioni persecutorie.

Il mancato riconoscimento della corretta direzione del movimento dinamico, la sua sostanziale e misconosciuta inversione vettoriale (esterno-interno vs interno-esterno) ha ostacolato la presa di coscienza della manovra difensiva posta in essere per contenere la magmatica, incomprimibile, ingovernabile, irrazionale “istanza” intima, fatalmente estroflessa e trasfigurata in un nemico invisibile capace di insinuarsi, corrompendoli, fin nei più intimi e reconditi anfratti del corpo. La difesa esasperata ed il respingimento dell’estraneo che avrebbero così dovuto garantire l’inviolabilità dell’organismo e la protezione sacrale della sua vita a custodia dalla sua riproducibilità ha invece rischiato di renderlo sterile, di dissecarne la fecondità germinativa, simbolicamente rappresentata dalla contrazione insostenibile nel tempo dei pazienti accettati al ricovero, di comprometterne il potere generativo attraverso un meccanismo quasi autofagico (danni da iperattivazione del sistema immunitario).

Il singolo operatore sanitario, novella e virginale vestale, impaludato nei suoi orpelli protettivi si è come introflesso e ripiegato sul suo ultimo baluardo, impantanato nella propria interiore trincea, comunque travolto dall’angoscia di un corpo che inesorabilmente braccato rischiava di essere in ogni momento ghermito dal male.

In una sorta di legge del contrappasso, la difesa furente dal virus mortifero che “toglie il respiro” ha allora rischiato di produrre, essa stessa, la morte asfittica e dispnoica dell’organismo che intendeva salvaguardare, come accade al corpo fisico distrutto e tradito dalle proprie eccessive difese immunitarie, privandolo del nutrimento fecondo dell’incontro, della relazione, dell’accoglienza, del confronto, della feconda commistione. Il confine, persa la propria doppia valenza di limite e di contatto e la propria virtuosa e creativa porosità, si è ridotto a mero vallo difensivo diffondendo al suo interno la piaga paranoica del controllo: ciascuno diventa il nemico dell’altro; ciascuno controlla e sospetta dell’altro in una sorta di panopticon berthaniano che moltiplica le spie e le delazioni (si guardi, come esempio, il film Le vite degli Altri di F. Henckel von Donnersmarck) fin verso l’inevitabile disfacimento e la stolida autodistruzione.

Il paradigma di ogni vero operare psichiatrico è stato sospeso. La tensione esasperata della difesa dei confini, esterni ed interni, ha totalmente soppiantato la ricerca della relazione. Il corpo-ospedale (con i suoi pazienti ed operatori) è stato preservato a spese di una sospensione immota e soporifera della vita che, come accadde dopo che il fuso punse il dito della Bella Addormentata, si è congelata ed ibernata nell’attesa apneica di un nuovo, caldo, soffio vitale, di uno smascheramento, di una ricontaminazione osmotica e germinativa con il mondo.

 

Dall’ospedale psichiatrico alla società allo Stato

La sospensione, seppur emergenziale, della fondamentale relazionalità propria dell’ospedale psichiatrico moderno, sostituita da una forzata chiusura verso l’esterno, a sua volta tradotta in una altrettanto asettica compartimentazione interna, si rispecchia nella reazione sociale e politica alla pandemia di SARS COV-2. Il paradosso che si ravvisa nell’ospedale psichiatrico, costretto a chiudersi per il bene del paziente e dell’operatore sanitario pur nella consapevolezza che la chiusura contrasta duramente con la prassi terapeutica fino a oggi applicata con successo, è lo stesso che osserviamo nella crescente reazione sociale, e per riflesso degli Stati, alla pandemia.

La chiusura dei confini, che risulta difficilmente ermetica e dunque realmente proteggente, la crescente diffidenza verso gli organismi internazionali preposti a gestire la pandemia, per altro non privi di responsabilità, così come la rivendicazione di una sovranità autarchica che va dal rifiuto talvolta paranoico di politiche comuni europee alla corsa tra nazioni alla sperimentazione e approvvigionamento di vaccini e farmaci, cozzano duramente con la natura stessa della pandemia di SARS COV-2, la quale, per sua stessa definizione, è ubiqua. Nell’evidente bisogno di soluzioni globali e della virtuosità della cooperazione scientifica, sociale ed economica, la pulsione prevalente pare essere quella contraria: la chiusura, l’atomizzazione che diviene (falso) sinonimo di sicurezza e preservazione.

Lo stato di emergenza, dunque, ha portato alla luce la fragilità di un sistema, quello del mondo mondo aperto e interconnesso a ogni livello, la cui esistenza poggia su un percorso storico tanto formidabile quanto ancora non del tutto risolto.

Scritto da
Franco Scita e Jacopo Scita

Franco Scita, classe 1956. È medico psichiatra, responsabile del reparto per la diagnosi e il trattamento dei disturbi dell’alimentazione presso l’Ospedale Maria Luigia di Monticelli Terme (Parma). Jacopo Scita, classe 1994. PhD candidate in Government and International Affairs alla Durham University. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulla politica estera iraniana, il Golfo Persico e la questione nucleare in Medio Oriente.

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