“Danni collaterali. Diseguaglianze sociali nell’età globale” di Zygmunt Bauman
- 24 Novembre 2018

“Danni collaterali. Diseguaglianze sociali nell’età globale” di Zygmunt Bauman

Recensione a: Zygmunt Bauman, Danni collaterali. Diseguaglianze sociali nell’età globale, Laterza, Roma-Bari 2011, pp. 216, 16 euro (scheda libro)

Scritto da Fulvio Rambaldini

6 minuti di lettura

 

Nel 2011 viene pubblicato per la prima volta il libro dell’ormai celebre sociologo polacco Zygmunt Bauman intitolato Danni collaterali. Diseguaglianze sociali nell’età globale. Quest’opera raccoglie e rielabora alcune lezioni accademiche ed articoli nei quali l’autore presta particolare attenzione a due fenomeni che scopre farsi sempre più ampi ed essere tra loro interconnessi: la diseguaglianza sociale ed i danni collaterali.

Il fulcro dell’opera è proprio il concetto di danno collaterale, che viene analizzato nell’introduzione e fa da chiave di lettura agli undici capitoli che seguono. Il danno (o perdita) collaterale è un’espressione che nasce in ambito militare ed indica le “conseguenze indesiderate delle operazioni belliche”, considerate erroneamente da alcuni come non previste. In questo modo di pensare si mostra una “disparità già in atto”, considerando irrilevante quello che viene subito da alcune persone. Bauman applica il concetto di “danni collaterali” agli effetti deleteri del capitalismo che si abbattono sui poveri “per sempre segnati dal duplice marchio dell’irrilevanza e dell’indegnità”. Risultare o meno vittima di qualche catastrofe, umana o naturale è strettamente legato alla disuguaglianza sociale, allo stesso modo in cui i poli opposti delle calamite “tendono a gravitare l’uno verso l’altro”.

L’opera si colloca perfettamente all’interno del filone degli studi dedicato da Bauman alla modernità. Il contesto in cui ci troviamo ed al quale dobbiamo pensare quando leggiamo queste pagine è quello della postmodernità come società liquida[1]. Per Bauman la società contemporanea è divenuta tanto frenetica, schiava del consumo e vittima dell’industria della paura da aver perso ogni punto fisso. L’unica soluzione che sembra possibile è l’apparire, apparire per sentirsi parte di qualcosa spinti dal consumismo non come desiderio di possesso ma come utilizzo temporaneo, “fare shopping diventa quindi una sorta di atto morale” (p. 84).

La lettura di Bauman si muove dall’analisi dell’agorà e del mercato, alla caduta del comunismo, passando per una discussione della privacy e chiudendo con una riflessione sul ruolo della sociologia al giorno d’oggi. Il compito di ricomporre questi ed altri temi attorno all’unione della disuguaglianza sociale in continuo aumento con la sofferenza umana, che viene etichettata come danno collaterale, è lasciato al lettore.

Bauman: l’insicurezza nell’era della modernità liquida

L’autore osserva molto lucidamente che tutto questo accade nello scomparire dello Stato, la cui introduzione è stata “al di là della destra e della sinistra”, così come lo è il suo smantellamento. Con il venire meno dello Stato scompare “un’assicurazione collettiva e sottoscritta dalla comunità contro le disgrazie individuali e le loro conseguenze” (p. 11): il singolo e svantaggiato è costretto ad affrontare da solo qualcosa che non potrà sopportare. Per Bauman questo è molto importante perché porta ad una condizione di continua paura e di incertezza costante. Conseguentemente a questa paura siamo disposti a ridurre la nostra privacy, o addirittura a sospenderla, in nome di un controllo che ci assicuri contro i nostri timori. L’incertezza viene manipolata, perché mantenere un altro gruppo di persone nell’incertezza significa poter avere il controllo su di esse. Per mantenere queste persone nell’incertezza bisogna far sì che la loro posizione sia rigida e strutturata mentre si mantiene la propria flessibile e pronta ad adattarsi ad i cambiamenti continui ed imprevisti che ci colpiscono ogni giorno nella società in cui ci muoviamo.

Questa insicurezza viene magistralmente affrontata nel capitolo 4 Gli sconosciuti sono pericolosi… Ne siamo proprio sicuri?, dove, partendo dalla constatazione del venir meno delle protezioni statali, viene analizzata la risposta del tutto individuale (o biografica, come diceva Ulrich Beck) alla paura dello sconosciuto. La paura per il diverso ci viene instillata dallo Stato, che perso il proprio potere, a causa del terrore esistenziale generato costantemente in noi dai mercati, cerca in questo modo di riacquistarlo; con l’unico risultato di farci dimenticare le nostre insicurezze di origine economica, contro le quali non può nulla. L’insicurezza alternativa, prodotta dallo Stato, per riaffermare il suo potere “ha bisogno di essere alimentata artificialmente” (p. 141). Per analizzare questa situazione Bauman chiama in causa, nel capitolo 8 Nella moderna Atene in cerca di una risposta alla domanda dell’antica Gerusalemme, il concetto di stato di emergenza come teorizzato da Schmitt[2], ma facendo sua l’idea di Benjamin[3], poi ripresa da Agamben[4], secondo cui lo stato d’eccezione è la norma ed il modello dominante del potere. Lo Stato oggi continua a chiamare in causa uno stato d’emergenza per alimentare la paura e poterla controllare affermando il proprio potere.

L’incertezza generata da un costante stato d’emergenza è ansia della precarietà, che viene indirizzata verso l’ansia per la propria incolumità, in modo da non doversi scontrare con ciò che ne è la vera fonte. Bauman evidenzia come gli effetti di questa ansia dell’altro si possano vedere nelle città, luogo dove gli estranei sono a contatto tra di loro. Cresce la distinzione tra dentro e fuori che permette di esorcizzare la paura dell’altro. In questa distinzione si crea nel “dentro” una comunità d’appartenenza volta ad isolarsi escludendo chi è considerato socialmente inferiore.  Nascono, in città come San Paolo, dei ghetti fortificati e “volontari”, complessi residenziali all’interno della città, ma completamenti isolati da essa con mura e sistemi di sicurezza. In questi luoghi si rinchiude chi può permetterselo, in modo da non dover vedere l’estraneo, “un individuo mosso da intenzioni che nel migliore dei casi possiamo solo ipotizzare, ma delle quali non possiamo mai essere sicuri” (p. 65). La mixofobia tende a creare delle comunità di somiglianza che non desiderano compiere lo sforzo di conoscere il diverso, per non dover conoscere nemmeno sé stessi. “Il più pernicioso, seminale e duraturo effetto dell’ossessione per la sicurezza […] sta forse nell’esaurire la fiducia negli altri e nell’instillare e promuovere il sospetto reciproco” (p. 77). L’indebolimento ed il decadimento della fiducia alla base dei legami tra gli esseri umani genera poi un altro danno collaterale, riassumibile in quella che potremmo definire l’odierna “crisi della privacy”. Il fatto che tutto sia costantemente sotto gli occhi di tutti evita che si creino delle zone di segretezza e di intimità che sono necessarie per intrecciare dei legami. Bauman nel capitolo 6 Privacy, riservatezza, intimità, legami umani e altre vittime collaterali della modernità liquida ci mostra che anche la sfera sessuale è, almeno dagli anni Ottanta, già oggetto di consumo, andando oltre l’ipotesi repressiva di cui parlava Foucault[5]. Anche la moralità, in una società di questo genere finisce per essere oggetto di consumo: volendo comportarsi come “persone morali occorre acquistare dei beni; per acquistare dei beni occorre denaro; per procurarsi del denaro, occorre vendersi – a buon prezzo, e con ragionevole profitto. Non si può essere un buon compratore a meno di non diventare a propria volta una merce allettante” (p. 87).

Chi non risulta essere una merce allettante sul mercato del lavoro diviene un reietto, una persona svantaggiata perché non in grado di conformarsi a ciò che la società si aspetta da lui. Le persone svantaggiate risultano, inoltre, essere sole, perché, come dimostrato nel capitolo 10 Wir arme Leut’, la loro miseria piuttosto che unirli li divide, sono impossibilitati a creare una comunità. Sono una Unterklasse (una sottoclasse), una categoria segnata dal “marchio infamante dell’alienazione” (p. 175). Questo marchio è infamante perché colpisce singolarmente: laddove gli altri sono sopravvissuti al disastro il reietto è affondato. La disgrazia è sempre individuale e, nel mondo di oggi, ne viviamo costantemente all’ombra. Viviamo una costante incertezza che ci appare “più terrificante e minacciosa che mai” a causa della grande impotenza che sentiamo nei suoi confronti. Questa incertezza porta prima all’insicurezza, poi al disgusto ed all’odio di sé, culminando in una ricerca di un capro espiatorio fuori nel mondo, su cui scaricare l’odio e, non riuscendo ad affermare l’origine dell’odio diciamo che “il nostro odio nasce dal desiderio di liberare il mondo dall’odio” (p. 183).

Potere globale e politica locale

Il quadro che viene tratteggiato è di un mondo in cui la spinta globalizzante si è affermata e ha strappato dalle mani della politica ogni potere ed il singolo si trova completamente solo. “Le istituzioni dello Stato sociale vengono progressivamente smantellate e ridotte, mentre le limitazioni un tempo imposte alle attività imprenditoriali e al libero gioco della concorrenza del mercato e alle sue disastrose conseguenze vengono eliminate una ad una” (p. 140). In questo modo la forbice tra i vinti e l’élite dell’un per cento che possiede la ricchezza si allarga sempre di più lasciando i vinti con sempre meno risorse per rispondere all’emergenze e sempre più vittime di danni collaterali. “Al momento il potere è svincolato dalla politica, e la politica è priva di potere. Il potere è già globale, mentre la politica rimane pateticamente locale” (p. 19).

Bauman non si limita qui ad una lucida analisi delle condizioni in cui viviamo e dei tempi che attraversiamo, ma propone una risposta di tipo politico e su scala globale, auspica una ricerca di senso come comunità globale. Per fare ciò è fondamentale il riconoscimento della “collateralità” come “potenzialmente, il più disastroso dei tanti problemi che l’umanità potrebbe vedersi costretta ad affrontare e a risolvere in questo secolo” (p. XVI). Perciò, laddove lo Stato sociale non è più in grado di regolare il mondo, l’impegno per la costruzione di un più ampio orizzonte comune si fa sempre più urgente. Il compito della sociologia è quello mantenere viva l’arte del dialogo per aprirsi all’altro e “familiarizzare ciò che non lo è” (p. 197) in modo da rendere possibile la vita di una comunità che non ci lasci soli ad affrontare pericoli troppo più grandi. “Adesso, come in passato e nel futuro, la cura di sé e del bene dell’altro vanno nella medesima direzione e suggeriscono un’unica filosofia e strategia di vita” (p. 104).


[1] Concetto teorizzato da Zygmunt Bauman in Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2002.

[2] Carl Schmitt, Le categorie del “politico”. Saggi di teoria politica, Bologna, il Mulino, 1972.

[3] Walter Benjamin, Sul concetto di storia, Torino, Einaudi, 1997.

[4] Giorgio Agamben, Stato di eccezione, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.

[5] Michel Foucault, La volontà di sapere, Milano, Feltrinelli, 1978.

Scritto da
Fulvio Rambaldini

Nato nel 1994 a Manerbio (BS). Diplomato al Liceo classico Arnaldo di Brescia. Studia filosofia presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza”. Si interessa di filosofia teoretica e politica occupandosi in special modo del pensiero di Walter Benjamin.

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