Scritto da Daniele Molteni
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In un passaggio storico come quello che stiamo vivendo nel nostro presente, segnato da una crescente conflittualità internazionale, da una considerevole concentrazione di potere economico e da una diffusa disaffezione verso la politica, il concetto di “democrazia” sembra aver perso la capacità di indicare un orizzonte desiderabile. Questa parola viene evocata spesso in modo nostalgico o per indicare le minacce a cui è sottoposta, più raramente come progetto per il futuro. Da questa riflessione nasce la rassegna “Democrazia alla prova”, sottolineando come il limitarsi a certificare il “declino” di questa forma di governo non sia solo insufficiente, ma politicamente paralizzante. La tre giorni, in programma dal 23 al 25 gennaio 2026 al Palazzo Ducale di Genova, promossa da Forum Disuguaglianze e Diversità insieme a Fondazione Palazzo Ducale e curata da Fabrizio Barca e Luca Borzani, si presenta fin dall’inizio come un tentativo di cambiare la domanda, ancora prima che la risposta. Più che chiedersi se la democrazia sia in “crisi”, è forse più utile capire perché fatichi a governare il presente e se esistano le condizioni per rimettere in movimento le progettualità che richiede.
L’assunto di fondo è che la democrazia non è un assetto istituzionale dato una volta per tutte, da difendere in modo conservativo contro presunte deviazioni, ma un processo politico incompiuto, che vive di conflitto regolato, di tensioni sociali, di adattamenti continui. Quando questo processo si irrigidisce, quando perde la capacità di includere, redistribuire e orientare, la crisi è dunque un esito strutturale. Oggi questo scarto è reso più evidente dalle trasformazioni che avanzano a una velocità superiore alla capacità di risposta delle istituzioni democratiche: la digitalizzazione catturata da logiche estrattive, la concentrazione di ricchezza e potere, l’indebolimento dei dispositivi di controllo pubblico, la progressiva normalizzazione di pratiche autoritarie all’interno di sistemi formalmente democratici.
Il confronto in programma a Genova prova a tenere insieme questi piani, rifiutando tanto il catastrofismo quanto le letture rassicuranti. Una democrazia messa alla prova dalla propria scarsa capacità di governare una complessità crescente, nella visione proposta dal Forum Disuguaglianze e Diversità, necessita anche di una riflessione sul neoliberismo, inteso come paradigma economico ma soprattutto come progetto politico che ha progressivamente eroso la capacità della democrazia di perseguire i propri fini. Inoltre è cruciale il tema della transizione digitale che, come ha mostrato con lucidità Evgeny Morozov, è stata intercettata e trasformata in un potente dispositivo di concentrazione del potere, più che in uno strumento di emancipazione.
Un documento di assunti costituisce l’architrave teorica dei lavori e chiarisce il terreno della discussione. Per democrazia si intende un sistema costituzionale orientato a garantire a tutte e tutti un peso effettivo sulle decisioni pubbliche, la non dominazione e l’uguaglianza sostanziale. Un sistema che può convivere con il capitalismo e influenzarlo, ma che non ne è condizione necessaria. Quando il neoliberismo ha iniziato a perdere egemonia, accentuando il proprio tratto illiberale, l’assenza di alternative democratiche credibili ha spesso aperto la strada a forme di populismo autoritario, capaci di intercettare il disagio sociale senza metterne in discussione le cause strutturali.
La prima giornata, venerdì 23 gennaio, è dedicata a ricostruire questo nodo nel lungo periodo. Dopo i saluti istituzionali, la sessione inaugurale affronta il rapporto tra democrazia, Stato, neoliberismo e autoritarismo nel passato e nel presente, interrogandosi su quali tratti essenziali della democrazia costituzionale siano stati progressivamente erosi e su quali domande irrisolte abbiano consentito all’autoritarismo di diventare egemone. Dalle 17.30 le lectio introduttive di Gaetano Azzariti, Nadia Urbinati e Massimo Florio incrociano diritto costituzionale, teoria politica e analisi critica del capitalismo contemporaneo. Alle 21.00 la riflessione si allarga alla dimensione geopolitica con la lectio di Lucio Caracciolo, dedicata all’emergere di una “internazionale nazionalista”, che segna il passaggio dal neoliberismo all’autoritarismo come nuovo orizzonte di governo della crisi.
Sabato 24 gennaio i lavori cominceranno alle 9.45 guardando invece al futuro e alle possibilità di reazione. Un dialogo sull’indirizzo attuale e potenziale della tecnologia digitale vede confrontarsi Evgeny Morozov, Ugo Pagano e Juan Carlos De Martin, coordinati da Gea Scancarello, attorno alla questione cruciale se e come big data, piattaforme e intelligenza artificiale possano essere reindirizzati a sostegno della democrazia anziché della concentrazione di potere. Seguono la lectio di Vincent Bevins, che torna sulle rivolte degli anni Dieci e sulle loro mancate traduzioni politiche a partire dal suo libro Se noi bruciamo. Dieci anni di rivolte senza rivoluzione e l’intervento di Filippo Barbera sullo “sperimentalismo democratico” come possibile risposta istituzionale alla complessità e all’incertezza. Chiude la mattinata la lectio di Elena Granaglia, che riporta al centro il tema dell’uguaglianza sostanziale e dei dispositivi redistributivi come condizioni materiali della democrazia.
La terza sessione, nella sua prima parte, mette a tema culture, linguaggi, pratiche e forme organizzative emergenti, con un dialogo tra Medea Ferrigno, Ismahan Hassen, Alba Lala e Carmelo Troina, coordinato da Eugenio Damasio. Ne emerge una frattura sempre più evidente: da un lato una forte consapevolezza delle disuguaglianze sociali, ambientali e di genere; dall’altro una sfiducia profonda verso le forme organizzate della politica, partiti in testa. Non disimpegno, ma ricerca di altri canali, di altri dispositivi, di altri modi di contare. Nel pomeriggio, dalle 15.30, lo sguardo si allarga al contesto globale con la sessione dedicata a Stati Uniti, India e Cina. Jayati Gosh, in collegamento da New Delhi, analizza la tensione tra crescita economica, nazionalismo e svuotamento democratico nella “più grande democrazia del mondo”. Federico Masini affronta il caso cinese, interrogandosi sui processi decisionali strategici e sulla coesistenza tra capitalismo e autoritarismo. Susan Stokes, dagli Stati Uniti, ricostruisce invece le dinamiche che stanno erodendo dall’interno il modello democratico occidentale. Le reazioni di Lucio Caracciolo e Fulvio Lorefice aiutano a tenere insieme i tre casi, mostrando come l’autoritarismo contemporaneo assuma forme diverse ma risponda a problemi comuni. La seconda parte della sessione sulle nuove generazioni torna in primo piano nel tardo pomeriggio, alle 17.30, con il dialogo tra Melissa Aglietti, Lorenzo Cirino e Raffaele Giuliani, dedicato agli ostacoli che impediscono alle avanguardie giovanili di incidere sulle istituzioni e al ruolo dell’arte e della comunicazione nel mettere in crisi il senso comune dominante. La giornata si chiude con la proiezione del documentario Noi e la grande ambizione di Andrea Segre, seguita da un confronto con il regista e i partecipanti, che trasforma il racconto in spazio di discussione collettiva.
La domenica è interamente dedicata all’Italia, caso tutt’altro che periferico nel quadro europeo. La quinta sessione intreccia l’aumento dell’astensionismo elettorale, la crisi della rappresentanza, il ruolo del lavoro organizzato e la trasformazione del senso comune. La lectio di Piero Ignazi apre la riflessione alle 9.45, seguita da un dialogo sulla contesa per l’egemonia culturale che coinvolge Serena Mazzini, Chiara Volpato e Alessia Zabatino. Un secondo confronto mette al centro il contributo delle organizzazioni del lavoro, della cittadinanza attiva e dei movimenti di base, con gli interventi di Andrea Morniroli e Serena Sorrentino. La chiusura è affidata a un dialogo in cui Angela Condello, Guido Formigoni, Alfio Mastropaolo e Lorenzo Zamponi interpretano e rilanciano i principali messaggi emersi nei tre giorni, coordinati da Gloria Riva.
Accompagnata dai commenti quotidiani di Mattia Diletti e Franco Monaco, Democrazia alla prova si configura così come un laboratorio politico-intellettuale. Un luogo in cui la democrazia è sottoposta a una verifica severa delle proprie capacità di governo del presente. La domanda che attraversa i tre giorni di analisi e dialoghi organizzati da Forum Disuguaglianze e Diversità e da Fondazione Palazzo Ducale, in filigrana, è se esistano oggi le condizioni per una reazione democratica radicale, capace di contendere l’egemonia culturale e politica dominante. Una domanda che segna il futuro stesso delle società democratiche.