Recensione a: Disintermediare stanca. Democrazia economica, populismo e crisi del collettivo, FrancoAngeli, Milano 2026, pp. 226, 36 euro (scheda libro)
Scritto da Davide Bisi
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Qualcosa si è incrinato nella trama che teneva insieme lavoro e cittadinanza. Metà dell’elettorato ha smesso di votare, i partiti di tradizione popolare hanno perso presa sulle classi lavoratrici, il lessico della disintermediazione ha soppiantato quello della solidarietà. Ma questi sono esiti, non cause – e le crisi politiche non si spiegano a partire dalle narrazioni che producono su sé stesse, né si risolvono nel perimetro che esse tracciano: una riforma elettorale ben congegnata, una piattaforma digitale per il voto a distanza. La domanda va portata più in profondità, fino al deterioramento di quel tessuto istituzionale che rendeva possibile la mediazione degli interessi, la loro organizzazione collettiva e la loro traduzione politica.
È da questo crinale, insieme storico e teorico, che muove Disintermediare stanca di Francesco Seghezzi – Presidente di ADAPT –, riportando l’attenzione su un nesso oggi poco frequentato nel dibattito pubblico, più rimosso che ignorato: quello tra partecipazione lavorativa e cittadinanza democratica. In altre parole: tra la possibilità di contare nei processi economici e la possibilità di riconoscersi come parte attiva di un ordine politico comune. Seghezzi mostra che la democrazia economica non è un’appendice specialistica della questione democratica, ma una delle sue condizioni materiali. Quando si indeboliscono le forme collettive attraverso cui il lavoro esercita voce, rappresentanza e capacità di intervento, non si restringe soltanto uno spazio sociale particolare: si deteriora la qualità stessa della cittadinanza.
Ne risulta un lavoro che unisce rigore comparativo e densità teorica, senza perdere di vista la domanda di fondo: capire perché difendere le istituzioni della mediazione non significhi indulgere a un riflesso conservatore, ma misurarsi con una delle condizioni elementari di ogni democrazia reale.
Senza voce nel lavoro, si indebolisce anche la cittadinanza
Axel Honneth, richiamato da Seghezzi, pone il problema con la chiarezza propria della filosofia: «uno dei più grandi difetti di tutte le teorie della democrazia è ostinarsi a dimenticare che i soggetti di cui si compone il sovrano da esse invocato a gran voce sono sempre anche, per la maggior parte, persone che lavorano». È un’obiezione strutturale all’idea che il suffragio formale sia sufficiente a produrre cittadinanza sostanziale. Il soggetto che vota lo fa portando con sé le condizioni materiali, psicologiche e relazionali in cui vive e lavora. Se quelle condizioni sono segnate da subordinazione, precarietà e isolamento, la partecipazione democratica non è automaticamente salvaguardata dal fatto che i seggi siano aperti.
La teoria dello spillover, formulata da Carole Pateman negli anni Settanta e aggiornata da una letteratura empirica ormai consolidata, articola questa intuizione in termini verificabili: la partecipazione democratica si apprende nella pratica, non si deduce da principi. I luoghi di lavoro democraticamente strutturati – con rappresentanza sindacale effettiva, contrattazione collettiva, organi partecipativi – funzionano come scuole concrete di cittadinanza attiva. Le ricerche mostrano che l’appartenenza sindacale è correlata con una più alta propensione al voto, con una maggiore fiducia nelle istituzioni, con norme più diffuse di reciprocità. Il meccanismo è insieme materiale – il sindacato aumenta il reddito disponibile, che accresce la partecipazione – e simbolico: chi impara a esercitare voce collettiva nel lavoro è più attrezzato a esercitarla nella società.
Le radici strutturali dell’arretramento
L’analisi di Seghezzi, più sofisticata di quella del semplice declino, distingue tra cause endogene – la perdita di credibilità in alcuni contesti, l’autoreferenzialità percepita – e cause strutturali riconducibili al paradigma neoliberale. Partiamo da queste ultime, perché definiscono il terreno su cui anche le fragilità interne hanno preso forma.
Il quadro è noto nelle sue coordinate generali, ma il volume mostra come queste trasformazioni abbiano concretamente eroso la democrazia economica. Il tasso di sindacalizzazione nei Paesi industrializzati, ricorda l’autore con i dati OCSE-AIAS ICTWSS, è crollato dal 36,5% degli anni Ottanta al 20,9% nel 2020. Il dato non riflette una semplice perdita di attrattività del sindacato: registra il fatto che organizzare collettivamente il lavoro è diventato strutturalmente più difficile. La deindustrializzazione, la crescita del terziario avanzato, le forme di lavoro atipico e piattaformizzato hanno eroso le condizioni materiali su cui la rappresentanza sindacale del Novecento si era costruita: concentrazione fisica dei lavoratori, stabilità del rapporto di impiego, omogeneità degli interessi da rappresentare. Un lavoratore disperso in una catena di appalti, formalmente autonomo ma sostanzialmente dipendente, non è solo più precario: è strutturalmente più difficile da organizzare. La frammentazione del lavoro è anche, e forse soprattutto, frammentazione della sua capacità di rappresentanza.
Seghezzi non trascura il piano ideologico che ha abilitato e sostenuto queste trasformazioni: il paradigma neoliberale ha ridefinito il soggetto economico come individuo-impresa, relegando la dimensione collettiva a ostacolo alla competitività. Ma il mercato del lavoro che ne risulta non è il campo livellato che quella teoria prometteva. Chi possiede capitale può attendere, scegliere, sostituire; chi ha solo il proprio lavoro da offrire deve accettare, perché da quel reddito dipende la propria sussistenza. È questa asimmetria – non il prezzo – a determinare come si dividono i frutti della produzione. La contrattazione collettiva, i comitati aziendali, la codecisione non sono dunque correzioni esterne a un mercato altrimenti efficiente. Sono elementi che modificano strutturalmente il rapporto di forza tra chi organizza la produzione e chi vi partecipa con il proprio lavoro.
A queste trasformazioni istituzionali e ideologiche si intreccia un elemento che, ad avviso di chi scrive, merita attenzione autonoma: il ruolo della tecnologia. Quando un’impresa sceglie come organizzare la produzione, non sceglie soltanto come produrre meglio: sceglie anche, consapevolmente o meno, quanto potere trattenere su chi lavora. Le due cose spesso coincidono, ma possono anche confliggere – e in quel caso non c’è nulla che garantisca la prevalenza dell’efficienza sul controllo. La sorveglianza algoritmica, l’automazione selettiva delle mansioni a più alto contenuto di competenza, le piattaforme digitali che atomizzano il rapporto di lavoro non sono soltanto trasformazioni che investono la rappresentanza dall’esterno: possono essere anche scelte organizzative che rendono il lavoro più fungibile, più monitorabile, più difficile da organizzare collettivamente. La tecnologia, in questa cornice, non è necessariamente il contesto neutrale dell’arretramento: può esserne uno degli strumenti.
Le fragilità dall’interno
Ma qui occorre aggiungere qualcosa che il libro suggerisce, e che questa lettura intende portare in primo piano. La disintermediazione populista è, prima di tutto, un sintomo. Un sintomo di sistemi di rappresentanza che non riescono più ad assolvere la funzione per cui esistono, o perché non producono più risultati tangibili per i propri rappresentati, o perché soggetti nuovi con interessi nuovi non vengono intercettati, né ricompresi nel perimetro d’azione di quelle istituzioni. Il populismo si insedia là dove si apre un vuoto di rappresentanza – e del resto i populismi sono emersi, nelle loro diverse varianti, su terreni di disuguaglianza reale, di insicurezza economica concreta, di mobilità sociale bloccata.
L’evidenza comparata restituita dal volume è eloquente: le strutture di rappresentanza che hanno tenuto non lo hanno fatto per caso, ma perché erano radicate, inclusive, capaci di rinnovarsi. E quelle che hanno ceduto lo hanno fatto spesso non solo sotto la pressione di forze esterne, ma anche perché non hanno saputo adattare i propri strumenti alle forme del lavoro che il neoliberismo andava imponendo – finendo per risultare meno credibili agli occhi di chi avrebbero dovuto rappresentare.
Su due vicende italiane vale la pena soffermarsi. Sul salario minimo legale, Seghezzi condivide la preoccupazione di gran parte dei sindacati: l’introduzione di una soglia salariale per legge rischierebbe di svuotare la contrattazione collettiva della sua funzione di regolazione autonoma, offrendo alle imprese la scorciatoia di conformarsi al minimo legale senza più applicare i minimi – solitamente più alti – fissati dai contratti di settore. Il rischio è reale, ma la domanda che resta aperta è se l’esito politico di questa opposizione non sia stato, nei fatti, altrettanto costoso: in un Paese dove la povertà lavorativa cresce e i contratti pirata si moltiplicano, la difesa del primato negoziale ha prodotto un’opacità sempre più difficile da sostenere di fronte a chi da quel primato non riceve protezione.
Anche il Reddito di Cittadinanza agiva, seppure indirettamente, sullo stesso terreno: quello della soglia sotto la quale il lavoro può essere rifiutato. Non fissava per legge una paga minima, ma innalzava il salario di riserva e dunque la capacità di sottrarsi alle offerte più deteriori. Liquidare questo meccanismo come un’anomalia della stagione populista, senza riconoscerne la funzione redistributiva implicita e senza offrire un’alternativa altrettanto efficace sul piano del potere contrattuale, ha contribuito ad alimentare la narrazione di un abbandono del lavoro meno tutelato da parte di chi avrebbe dovuto difenderlo.
Queste osservazioni non indeboliscono la tesi centrale del libro, ma la complicano nell’unico modo in cui vale la pena farlo: ricordando che le istituzioni esistono per i soggetti che rappresentano, non per sé stesse – e che quando smettono di essere percepite come utili, il vuoto che lasciano non resta tale a lungo.
È in quel vuoto – prodotto insieme dalle trasformazioni strutturali del paradigma neoliberale e dalle risposte non sempre adeguate di chi avrebbe dovuto contrastarle – che le spinte disintermediatrici hanno trovato terreno fertile. Ma ad un prezzo che la stessa analisi comparata di Seghezzi permette di misurare con precisione.
I casi nazionali: istituzioni, percorsi, resistenze
La parte empirica analizza cinque Paesi attraverso interviste qualitative alle parti sociali. L’approccio comparato serve a mostrare che gli assetti istituzionali non sono naturali, non sono inevitabili, e non conducono tutti allo stesso esito.
Il caso austriaco è il più istruttivo in senso positivo. Il sistema di partenariato sociale istituzionalizzato, con le Camere del lavoro e di commercio a copertura obbligatoria e una contrattazione collettiva che raggiunge il 98% dei lavoratori, ha dimostrato una capacità di resistenza alle spinte disintermediatrici superiore a quella degli altri Paesi.
Il caso polacco ne è il rovescio speculare. Solidarność, pur vantando una storia eroica, non era riuscita a edificare una tradizione solida di democrazia economica. Quando il PiS ha offerto politiche redistributive concrete, il sindacato ha accettato la partnership, chiudendo un occhio sulle riforme della magistratura e sui restringimenti degli spazi democratici. La cooperazione si fondava su vantaggi istituzionali, non su una condivisione di valori democratici: venuti meno i primi, non restava nulla da presidiare.
La Spagna ospita due forme di populismo che si sono rapportate alle parti sociali in modi opposti. Podemos, dopo una fase di critica alla burocratizzazione sindacale, ha ricostruito la fiducia con CCOO e UGT una volta al governo. VOX, sul versante opposto, ha fondato Solidaridad – un sindacato che non contratta e non firma accordi, interamente dedito alla propaganda nazionalista – mentre il suo ministro dell’Industria sospendeva unilateralmente nove accordi di dialogo sociale già in vigore.
Il caso italiano mostra un sistema storicamente robusto – copertura contrattuale nominalmente totale, grazie all’interpretazione giurisprudenziale dell’art. 36 come equivalente funzionale dell’erga omnes – esposto però a erosioni strutturali. Il proliferare dei contratti pirata, la moltiplicazione delle sigle che firmano contratti al ribasso, l’impossibilità di dare attuazione all’art. 39: l’esito è un sistema dove lo stesso lavoro può essere regolato da contratti molto diversi a seconda della convenienza dell’impresa – che, spesso, sceglie il contratto e non viceversa.
Il caso francese è forse il più paradossale. Una densità sindacale intorno al 10% convive con una copertura contrattuale del 98%, garantita dall’estensione per decreto ministeriale: un sistema che regge finché il governo ne sostiene il meccanismo. Le ordonnances Macron del 2017 hanno indebolito la contrattazione collettiva senza rafforzare la rappresentanza; la riforma delle pensioni del 2023, gestita senza vera negoziazione, ne ha mostrato le conseguenze: mobilitazioni di massa, crisi di legittimità, spazio crescente per il populismo di destra.
La disintermediazione non è un’invenzione contemporanea, e storici sono i suoi limiti
Vale la pena ricordare che la disintermediazione – la pretesa di un rapporto diretto tra leadership e «popolo», senza la mediazione di corpi intermedi – non è un’invenzione del nostro tempo. La storia ne conosce episodi istruttivi, e uno in particolare merita attenzione. La loi Le Chapelier del 1791 è uno dei primi grandi gesti della legislazione rivoluzionaria francese in materia economica: vietò le corporazioni e qualsiasi forma di associazione di mestiere in nome della libertà individuale e dell’interesse generale. Il suo teorico poteva citare Rousseau: non devono esistere «interessi intermedi» tra il cittadino e la cosa pubblica. In nome di questo principio si proibì ai lavoratori di associarsi per difendere i propri salari, dichiarando «assembramenti sediziosi» le riunioni operaie con finalità di tutela collettiva. Non una legge reazionaria, formalmente: una legge rivoluzionaria. Ma capace, come Marx notò con amarezza, di produrre quello che definì un autentico «colpo di stato borghese», nel momento preciso in cui si trattava di determinare chi avrebbe esercitato il potere nel nuovo ordine economico.
Nei fatti, la disintermediazione incontra, invariabilmente, i propri limiti strutturali. Nessun conflitto di interessi si gestisce in ordine sparso, né con strutture tanto effimere da non reggere l’urto della prima crisi reale. E dopo aver demolito le architetture istituzionali della mediazione occorre pur sempre costruire qualcosa in grado di assolverne le funzioni. Altrimenti si è destinati ad arretrare. Seghezzi, citando Bauman e Rosanvallon, distingue tra la retorica del «noi» che i movimenti populisti mobilitano e l’infrastruttura reale su cui si appoggiano: una collettività di individui accomunati da emozioni condivise, ma priva di strutture capaci di tradurre quelle energie in rappresentanza stabile. I populismi intercettano domande sociali reali – sulla precarietà, sulla compressione salariale, sullo svuotamento del welfare – ma tendono a organizzarle in forma anti-pluralista, svalutando proprio le sedi intermedie attraverso cui potrebbero trasformarsi in potere negoziale durevole.
Conclusioni
Il libro di Seghezzi ricorda che non partiamo da zero. L’esperienza comparata è ricca, i modelli funzionanti esistono, le teorie economiche favorevoli alla rappresentanza collettiva sono consolidate. Il primo passo è smontare le narrazioni che dipingono la democrazia nell’impresa come un ostacolo alla competitività, e riconoscere in esse quello che sono: interessi travestiti da verità tecniche. Il secondo è costruire, su basi consapevoli: con norme che – e qui mi spingo oltre la lettera del volume – obblighino e non solo permettano la partecipazione nei luoghi di lavoro, con contratti collettivi che presidino gli spazi aperti dalla legge, con soggetti collettivi abbastanza robusti da esercitare i diritti conquistati senza lasciarseli svuotare.
A chi scrive sembra necessario aggiungerne un terzo: il contropotere organizzato è tanto più efficace quanto meno chi lo esercita dipende, per la propria sopravvivenza materiale, dalla buona volontà di chi sta dall’altra parte del tavolo. Ogni programma serio di democrazia economica non può prescindere da forme di parziale de-mercificazione dell’accesso ai beni fondamentali – sanità, abitazione, istruzione, cura – che riducano la dipendenza dal mercato per la sussistenza e restituiscano ai lavoratori un minimo di potere di rifiuto. Il sindacato come scuola di cittadinanza democratica – l’intuizione dello spillover – ha ancora una validità potente. Ma la scuola deve continuare a rinnovarsi se vuole continuare a insegnare.
Quando queste istituzioni si indeboliscono, per incapacità di rinnovamento o perché le forze avverse intensificano la pressione, si apre lo spazio che i movimenti della disintermediazione occupano con la promessa di un collegamento diretto, senza mediazioni, tra leader e popolo. È una promessa che la storia ha già udito – e la cui versione moderna non è meno riconducibile alla grammatica di Le Chapelier di quanto non si voglia ammettere. La libertà individuale evocata per sciogliere i legami collettivi diventa sempre, alla fine, libertà per i più forti di imporre le proprie condizioni ai più deboli. Ma nel denunciare la crisi della mediazione, il populismo ne rivela – involontariamente – la necessità. È in questa tensione produttiva che il libro di Seghezzi trova la sua forza: non nel lutto per un modello che non c’è più, ma nell’apertura verso le forme che una democrazia economica rinnovata potrebbe prendere.