Recensione a: Manlio Graziano, Disordine mondiale. Perché viviamo in un’epoca di crescente caos, Mondadori, Milano 2024, pp. 228, 18,50 euro (scheda libro)
Scritto da Maurizio Siri
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L’analisi riportata in Disordine mondiale da Manlio Graziano – Professore di geopolitica e di geopolitica delle religioni alla Paris School of International Affairs di SciencesPo e alla Sorbona, nonché fondatore e Direttore del Nicholas Spykman International Center for Geopolitical Analysis – permette di osservare con sguardo critico, interpretativo e avalutativo i disordini di un mondo che procede inesorabilmente e un passo alla volta verso il caos, attraverso categorie analitiche proprie della filosofia politica, della teoria geopolitica e dell’analisi storica. Il punto centrale dell’autore è che «l’ordine mondiale non è mai esistito: non è mai stato un ordine e non è mai stato mondiale» (p. 53).
Il saggio si compone di un’introduzione nella quale vengono poste le premesse del ragionamento sviluppato lungo l’intero testo: che cos’è un ordine? Che cos’è il disordine? Come si sono evoluti questi concetti nel corso della storia? In quale fase ci troviamo oggi?
Seguono quattro capitoli, affrontati in modo sequenziale. Nel primo capitolo – Ordine, disordine e guerra – i temi della guerra e della natura umana vengono analizzati soprattutto da un punto di vista teorico e filosofico-politico, con continui riferimenti a Hobbes, Rousseau e Kant, nonché con ampie riflessioni sul realismo geopolitico di Hans Morgenthau. Vengono inoltre approfonditi i temi legati al concetto di “sviluppo ineguale”, in relazione alla cosiddetta “Trappola di Tucidide”.
Nel secondo capitolo – L’«ordine mondiale»: storia di un’illusione – viene affrontato il concetto di ordine mondiale da una prospettiva storica, mettendo in luce la parzialità intrinseca dei diversi ordini “imposti” nel tempo: dalla Pace di Westfalia al Congresso di Vienna, dalla nascita degli Stati-nazione fino ai diversi momenti di egemonia tedesca, britannica e americana.
Nel terzo capitolo – L’«ordine di Yalta» – viene analizzato in modo approfondito il funzionamento dell’ordine internazionale – più propriamente europeo – successivo alla Seconda guerra mondiale. In questa sezione si esaminano l’egemonia americana, le modalità attraverso cui essa si è affermata e mantenuta nel tempo mediante le organizzazioni internazionali, il ruolo dell’Unione Sovietica come competitore e al tempo stesso collaboratore, nonché l’emergere delle potenze asiatiche.
L’ultimo capitolo – Il grande disordine mondiale – è dedicato all’analisi della fase di disordine apertasi con la crisi dell’ordine di Yalta – inteso come l’ordine internazionale vigente dalla fine della Seconda guerra mondiale – con particolare attenzione al “declino relativo” degli Stati Uniti, alla loro crescente difficoltà nel mantenere una posizione egemonica stabile e ai nuovi squilibri del sistema internazionale.
La solidità del testo di Graziano risiede nell’approccio metodologico ad ampio spettro e nella contemporanea capacità di trovare connessioni tra elementi appartenenti a rami del pensiero differenti. Questa dualità permette ai vari esperti di settore – storici, politologi e analisti di geopolitica – di riconoscere l’interdipendenza dei propri ambiti di studio con altri ambiti, favorendo nel complesso un ampliamento di vedute capace di rompere le barriere tra discipline differenti. E proprio per questo può risultare come un ottimo punto di partenza per chi ha intenzione di approcciarsi, per studio o per passione, ad analisi di questo tipo, pur non partendo da titoli o anni di esperienza nel settore.
Il saggio tocca, nei quattro capitoli, diversi punti importanti e avanza categorie interpretative inusuali per il modo tradizionalmente “normativista” con cui a volte si leggono le relazioni internazionali. Per ‘’normativismo’’, nel campo della teoria delle relazioni internazionali, si intende una visione degli equilibri globali come il risultato del perseguimento di un dover essere. È tipicamente un approccio prescrittivo orientato ad un senso astratto di giustizia e morale, a differenza dell’approccio realista limitato a un’analisi descrittiva e avalutativa delle relazioni internazionali, intendendo dunque queste come determinate interamente dagli equilibri di forza e dalla continua ricerca del potere da parte degli attori globali.
L’analisi, infatti, si muove a partire da una visione della politica non come terreno di incontro tra le idee, ma come terreno di confronto tra interessi diversi (p. 6), da cui deriva una visione degli ‘’ordini internazionali’’ come mai veramente neutri, autosufficienti e sovranazionali (pp. 7-8, 61). Il tutto è teso a dimostrare come ciò che noi definiamo ‘’ordine’’ non sia altro che il risultato dell’espressione di forza della potenza vincitrice di un dato momento storico; un concetto utile proprio per rendere stabile l’egemonia. In quest’ottica, il conflitto si presenta come l’esito quasi inevitabile dello sviluppo ineguale tra una potenza in declino relativo e la potenza emergente – nel saggio si rimanda più volte alla ‘’Trappola di Tucidide”. Quest’ultima emerge proprio dal diverso ritmo di crescita delle potenze, che rende i rispettivi interessi mutabili e instabili nel tempo. Il tutto a confermare che «l’ordine è destinato a trasformarsi in disordine» (pp. 49-50).
Particolare attenzione, nel quarto capitolo, viene posta poi su come l’ordine di Yalta sia ormai al termine del suo percorso, per via del declino relativo del suo principale stabilizzatore egemonico, gli Stati Uniti, e dell’emergere di nuove potenze, prime su tutte la Cina. L’obiettivo dichiarato dall’analisi è quello di svelare le criticità di quelle letture che sottolineano come l’ordine internazionale di Yalta si esprimesse nella duale capacità di essere un ordine neutro e di essere un ordine determinato dal reciproco riconoscimento tra Stati Uniti e Unione Sovietica. In merito alla presunta neutralità, l’autore sottolinea come l’ordine dettato dalla Carta atlantica del 1941 avesse l’obiettivo di – riprendendo le parole di Kissinger – disegnare un mondo totalmente nuovo «marchiato dal sigillo americano» (p. 96) dove gli Stati Uniti avrebbero sconfitto la Germania e il Giappone, così da evitare che le potenze rivali dominassero l’Europa e l’Asia, e indebolito la Gran Bretagna smantellando la sua antica supremazia finanziaria e il suo impero coloniale.
Quanto al secondo punto, comunemente viene indicata la Guerra fredda come un momento storico in cui l’intero assetto mondiale bipolare era determinato dal riconoscimento reciproco di due superpotenze di pari livello. Graziano, in questo senso, ci fa notare come sia possibile mettere in dubbio tanto il modo di indicare la Guerra fredda come un assetto globale, dal momento in cui la forte contrapposizione politico-ideologica era presente solo in Europa, quanto il modo di vedere questo assetto come fondato su un riconoscimento reciproco e di parità tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Infatti, seppure potesse vantare una certa forza in termini militari, quest’ultima non è mai stata quel grande polo alternativo agli Stati Uniti, quanto più un suo collaboratore/competitore (p. 4) nell’arduo compito di gestire gli equilibri globali.
È interessante marcare proprio quest’ultimo punto per comprendere come un ordine venga costruito. Infatti, non sono solo le potenze vincitrici dopo ogni guerra a imporre il loro ordine (p. 61), né possono mai farlo da sole: esse necessitano del concorso di forze alleate, che tuttavia devono rimanere subordinate alla potenza egemone. Ciò avviene sia perché l’egemone non dispone da solo di risorse sufficienti, sia perché un’imposizione unilaterale finirebbe prima o poi per provocare la nascita di una coalizione ostile delle altre potenze (p. 9).
Il saggio giunge infine a una conclusione che riprende e sintetizza i risultati emersi dalle analisi condotte, sostenendo come, allo stato attuale e nel prossimo futuro, non appaiano sussistere le condizioni per la nascita di un nuovo ordine internazionale, poiché nessuna potenza sembrerebbe in grado di scrivere le nuove regole del gioco. L’autore dimostra il tutto attraverso un interessante attenzione alla storia delle relazioni internazionali tra le principali potenze, come il risultato di continui shift of power, proiezioni di potere e sviluppi ineguali incastonati in un ciclo di ricorsività, interpretando queste sulla base delle riflessioni portate avanti dai giganti del pensiero geopolitico classico e realista, tutto con il supporto di dati statistici.
Volendo trarre un insegnamento dal testo in questione, il quale evita qualsiasi postura prescrittiva, si può affermare che le relazioni internazionali attraversino oggi una fase di transizione, caratterizzata da una diffusa acefalia politica e da un’accentuata condizione di anarchia internazionale, alla quale l’Europa sarà chiamata a rispondere in modo sempre più deciso. E quanto al ruolo dell’Europa, sottolinea Graziano, possiamo notare come il nostro continente abbia smesso di essere ‘’creatore’’ di ordini – che comunque riflettevano gli interessi delle singole nazioni vincitrici, come nel caso francese dopo la Guerra dei trent’anni con i trattati di Westfalia (pp. 59-60), o con il caso britannico con il congresso di Vienna dopo le guerre napoleoniche (p. 63) – già dalla fine della Seconda guerra mondiale. Da quel momento, l’Europa è stata soprattutto terreno di ripartizione tra le due superpotenze della Guerra fredda, entrambe intimorite da una sua possibile unificazione politica e militare. Questo è anche il motivo per cui le varie iniziative di indipendenza militare in Europa occidentale – come il Patto di Bruxelles – si siano concluse con la stipulazione di un’alleanza come la NATO (pp. 122-123), o non concluse per niente, se si prende il caso della Comunità di Difesa Europea (CED).
Con questa consapevolezza, che ruolo può svolgere oggi l’Europa? Come sottolineato nel saggio, ormai il cosiddetto ordine di Yalta è giunto al capolinea e il declino relativo degli Stati Uniti sembra smontarne le fondamenta. Difatti, le politiche di investimento in Germania e in Giappone hanno reso queste due nazioni dei colossi economici (pp. 156-157) e la globalizzazione ha promosso il forte sviluppo cinese che rende temibile, agli occhi degli Stati Uniti, lo shift of power (pp. 158-163). Questo contesto, dunque, renderebbe possibile una presa di coscienza degli europei, che parta proprio dalla riflessione sui motivi della frammentazione del continente degli ultimi due secoli e dalla necessità di riempire i vuoti di potere di un mondo in fase di transizione, che negli anni della seconda amministrazione Trump sembrano ancora più evidenti.
Richiamando la celebre riflessione di Antonio Gramsci secondo cui «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati», questo libro fornisce gli strumenti analitici necessari per riconoscere questo interregno, orientarsi nella sua zona d’ombra e interpretare quei fenomeni morbosi che alcuni hanno efficacemente parafrasato come veri e propri “mostri” della contemporaneità.