Droghe: i numeri e l’interpretazione dei “sogni”
- 05 Luglio 2021

Droghe: i numeri e l’interpretazione dei “sogni”

Scritto da Anna Paola Lacatena

10 minuti di lettura

Lo sconfinato mondo del dettaglio
(che solo il dettaglio riesce a disvelare)
 

È stata presentata lo scorso 9 giugno 2021, a cura dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction – EMCDDA) e sulla base di quanto comunicato dagli Stati membri dell’Unione Europea, dalla Turchia e dalla Norvegia, l’annuale Relazione europea sulla droga 2021: tendenze e sviluppi [1].

Se probabilmente chi faceva uso saltuario di droghe prima del Covid-19 ha ridotto o addirittura cessato il consumo durante la pandemia, i più regolari hanno incrementato l’assunzione diversificando ulteriormente le sostanze assunte rispetto al passato. Per Alexis Goosdeel, Direttore dell’Osservatorio, è necessario porre l’attenzione sulla «iper-disponibilità» di sostanze psicotrope che neppure la pandemia e le sue conseguenti restrizioni, evidentemente, hanno saputo limitare.

Notoriamente rapporti di questo tipo sono un agglomerato di dati e tabelle, pochissimo spazio viene lasciato alla loro stessa interpretazione, in merito alla quale sono invitati a riflettere i tecnici e gli addetti ai lavori. Tra i diversi spunti suggeriti, ve n’è uno che probabilmente più di tanti altri si offre alla possibilità di essere frainteso. Nel Report si legge: «L’aumento delle segnalazioni di cannabis adulterata con cannabinoidi sintetici desta preoccupazione. Non è chiaro quale potrebbe essere il motore di questo fenomeno che potrebbe riflettere la carenza di cannabis legata alla pandemia o l’eventualità che, in alcuni Paesi, i gruppi criminali sfruttano la disponibilità di prodotti a base di cannabis a basso contenuto di THC, difficilmente distinguibili dalla cannabis venduta sul mercato della droga. Qualsiasi scenario di consumo inconsapevole di cannabinoidi sintetici è preoccupante data la tossicità di alcune di queste sostanze, come dimostrato dal focolaio di oltre 20 decessi connessi al cannabinoide sintetico 4F-MDMB-BICA nel 2020» (p. 11).

A tal proposito cannabinoidi sintetici altamente nocivi sono presenti in alcune partite di cannabis light come denunciato nel marzo di quest’anno da Luca Fiorentino, della Cannabidiol distribution Srl (tra le prime aziende in Italia ad aver lanciato la Cannabis in libera vendita) che ha segnalato alle forze dell’ordine i risultati del laboratorio analisi del Progetto Neutravel di Torino dove emerge la presenza nell’erba della sostanza MDMB-4en-PINACA. «Si tratta – racconta Fiorentino – di un cannabinoide sintetico che ha già provocato diversi decessi in tutto il mondo»[2].

Le ragioni di tale scelta da parte della criminalità organizzata potrebbero essere la pleonastica necessità di accentuare i guadagni e l’accentuata problematicità legata al trasporto delle merci durante la pandemia e le sue conseguenti restrizioni. La vera pericolosità del prodotto (cannabis potenziata) è data dalla totale assenza dell’effetto entourage, ossia il risultato mitigante operato da alcune sostanze nei confronti di quelle con effetto psicotropo proprie della cannabis (THC, ossia il delta-9 tetraidrocannabinolo). Il cannabidiolo (CBD), unitamente ad altre, praticamente assenti nella cannabis sintetica proprio perché prive di effetti psicoattivi, non consentirebbero la possibilità di alleviare gli effetti più estremi, esponendo in loro mancanza ad un consumo meno sicuro.

Da questo punto di vista il drug checking, pratica diffusa in diversi Paesi europei, in grado di verificare in tempo reale la composizione di una sostanza stupefacente, potrebbe rappresentare un’importante risposta in chiave precauzionale e di riduzione del danno. Denominato anche pill testing. Questa pratica, utilizzata in Olanda a partire dalla metà degli anni Novanta, si è diffusa successivamente in altri Paesi europei come Portogallo, Spagna, Francia, Slovenia, Svizzera, Austria, etc. È stata formalmente utilizzata in Italia per la prima volta con il progetto Be aware on night pleasure safety (B.A.O.N.P.S.), le cui risultanze, rese noto nell’ottobre del 2017, hanno puntualizzato che circa 1 persona su 3, tra quelle che avevano usufruito del servizio, stava per consumare una sostanza diversa rispetto all’atteso, e soprattutto che il 51% di chi ha scoperto di essere in possesso di sostanze non desiderate ha deciso di non consumarle. A livello istituzionale lo stesso EMCDDA, in uno specifico documento ne ha rimarcato l’opportunità in chiave soprattutto di riduzione del danno.

La possibilità da parte della criminalità organizzata di rendere più potente l’effetto della cannabis, potenziandola sino a portare al 90% la percentuale di THC non deve confondere con un altro tipo di fenomeno, ossia il dabbing (fare un BHO, butane hash oil).

 

Il potenziamento della cannabis e il depotenziamento della dibattito pubblico italiano sulle droghe 

Prima di qualsiasi considerazione sarebbe opportuno ricordare che in Italia ad oggi usare cannabis, anche solo per uso personale, rappresenta un illecito con conseguenti possibili sanzioni amministrative.

La marijuana legale anche detta marijuana light, si può coltivare, vendere e acquistare regolarmente, sulla base della legge n. 242 del 2 dicembre 2016 tutt’ora in vigore, cui ha fatto seguito la sentenza della Corte di Cassazione Sez. VI Penale. n. 4920 del 31 gennaio del 2019. Quest’ultima – successiva alla sentenza n. 56737 del 27-12-2018 della Corte di Cassazione Sez. VI Penale – qualifica come lecita la commercializzazione di inflorescenze di “cannabis sativa L.” proveniente da coltivazioni consentite dalla Legge n. 242/2016, a condizione che i prodotti commercializzati presentino un principio attivo di THC non superiore allo 0.6%. Di conseguenza, la detenzione o cessione di inflorescenze provenienti da coltivazioni di cannabis integra il reato di cui all’art. 73, d.P.R. 9 ottobre 1990, n.309, a condizione che risulti non solo il superamento della soglia di 0,6% di THC, ma anche la concreta idoneità del principio attivo a produrre un effetto drogante.

Allo stesso modo, il consumo di prodotti provenienti da tali coltivazioni non integra l’illecito amministrativo previsto dall’art. 75 D.P.R. 30 ottobre 1990, n. 309, a condizione che il principio attivo di THC non superi il limite dello 0,6% e che non risulti l’alterazione del prodotto. In motivazione, la Corte ha precisato che la percentuale dello 0,6% costituisce il limite al di sotto del quale i possibili effetti della cannabis non devono considerarsi psicotropi o stupefacenti ed ha precisato che la L. n. 242 del 2016 si limita a disciplinare la coltivazione della canapa, senza menzionare la successiva commercializzazione dei prodotti ottenuti da tale attività, in quanto trova applicazione il principio generale che consente la commercializzazione di un bene che non presenti intrinseche caratteristiche di illiceità.

La legge, dunque, non fa esplicito riferimento alla marijuana legale per quanto riguarda il suo acquisto e la possibilità di assumerla, ma è importante sottolineare come nella stessa norma non vi sia alcun divieto in tal senso, e non c’è neppure per ciò che riguarda la limitazione sull’uso personale in senso generale: il tutto è rimesso al libero arbitrio del privato cittadino che effettua l’acquisto.

Non è superflua la puntualizzazione soprattutto alla luce del frequente incorrere in letture improprie quando non paradossali della questione cannabis light e cannabis potenziata di derivazione varia. A tal proposito va precisato che il dabbing è il processo attraverso il quale si fuma l’olio di hashish butano (BHO), ossia il derivato dal processo di estrazione dei tricomi (ghiandole di resina), separati da altra materia vegetale, generalmente ricorrendo a speciali pipe ad acqua o a vaporizzatori. Riuscire a portare, anche attraverso una lavorazione domestica, il THC sino al 90% rappresenta un’esperienza particolarmente desiderabile per i consumatori esponendoli, però, a rischi importanti legati al procedimento e ai materiali utilizzati per l’estrazione dello stesso BHO.

Due sono le modalità più conosciute per arrivare a disporre di un BHO: open e closed. Il primo è il metodo più usato e anche quello più economico: si inserisce in un contenitore di vetro, o in un tubo di acciaio inossidabile, un quantitativo di marijuana a cui viene aggiunto il butano (solvente d’estrazione). Immediatamente dopo si comincerà a vedere una sorta di olio giallo-arancione che prenderà a concentrarsi sul fondo del contenitore utilizzato. Il closed osserva una metodica decisamente più sicura ma non è facile poter disporre di un macchinario, solitamente adoperato per l’estrazione di oli industriali (vedi olio di lavanda).

È indubbio, come al di là della prassi utilizzata, il prodotto lavorato – con una concentrazione di THC molto più alta della comune cannabis di strada – presenti una serie di impurità naturali o chimiche (vedi pesticidi, solventi) che nel caso degli estratti (dabs) finiscono per accentuarne la pericolosità. Per ovviare all’inconveniente e ottenere un hashish più puro – bubble hash così detto per via della formazione di bolle superficiali al momento del riscaldamento del prodotto –, l’utilizzo di borse con micron dai 73 ai 120 e con pressatura finale con filtro a rete da 25, è considerato il metodo migliore in circolazione, non prevedendo l’utilizzo di solventi per l’estrazione ma utilizzando l’osmosi inversa o l’acqua distillata, proprio per l’eliminazione di buona parte delle impurità[3].

Fare dabbing significa utilizzare nel migliore dei casi una penna vaporizzatore, simile alla sigaretta elettronica. In alternativa sono necessari un tubo di vetro (rig), un chiodo (nail) e un accendino a fiamma ossidrica per la vaporizzazione della sostanza. L’estratto migliore per tale pratica si presenta sotto forma di sostanza cerosa morbida, chiamata generalmente budder o cera o miele.

Nell’ottobre del 2018, l’ex Capo del Dipartimento italiano per le politiche antidroga, Giovanni Serpelloni presentò presso la Comunità di San Patrignano le risultanze di uno studio condotto in collaborazione con gli Istituti di Medicina legale delle Università di Verona, Parma e Ferrara. Voleva dimostrare come fosse facile produrre “cannabis” con altissima concentrazione di THC, in realtà fortificò soltanto l’idea di una questione governata dalla confusione disorientante e dall’allarmismo dernier cri. Secondo le conclusioni dell’ex Capo del Dipartimento dal 2008 al 2014, sarebbe bastato acquistare foglie e infiorescenze nei negozi che vendono cannabis (20-30 grammi) e con una semplice procedura chiunque poteva fabbricare in casa una resina con una concentrazione di THC addirittura in grado di arrivare al 98%. «Chi ti vende la cannabis definendola legale perché ha valori di THC inferiori allo 0,6%, dice che ne servirebbero quantità incredibili per ottenere valori di THC oltre quelli di legge, in realtà ne basta molto poca»[4].

Per alcune associazioni per poter giungere a questo risultato occorrerebbero dai 250 ai 400 euro a fronte di una produzione, con la metodologia dell’estrazione fatta con gas butano (BHO) di circa un grammo di olio con una concentrazione di THC in grado di produrre effetti psicoattivi. A confusione è andata sommandosi nuova confusione.

In estrema sintesi, infatti, utilizzando varietà particolarmente ricche di Delta9-tetraidrocannabinolo si può arrivare a percentuali altissime ma tutto ciò non è possibile, spendendo anche ben oltre i 400 euro suggeriti da Serpelloni, con un contenuto di base di Cannabidiolo (CBD) del 15% e dello 0,5% di THC (rapporto di 30:1 che comunque resterebbe invariato nell’estrazione), ossia quello reperibile presso la commercializzazione consentita.

Salirebbe oltre lo 0,6% il THC, e conseguentemente anche il CBD conterebbe un’impennata al di sopra della soglia legale (circa il 2,8% a fronte di un quasi 80% di CBD), senza produrre effetti particolari e comunque certamente restando ben al di sotto dei valori riscontrati dalle analisi post sequestro della cannabis di strada, dove il THC è spesso oltre il 20%. È il rapporto THC/CBD – quest’ultimo è un antagonista del THC, bloccandone i recettori – e non la concentrazione a determinare l’effetto. Assumere più cannabis light nel tentativo di procurarsi lo sballo è, dunque, del tutto velleitario. Dunque, quanto rimarcato dall’Osservatorio Europeo non ha nulla a che vedere con l’HBO, così come questo è lontano dalla linea seguita dal crimine organizzato per ciò che riguarda il potenziamento della cannabis di strada e, opportunità sperimentata nei mesi della pandemia da Covid-19 a causa delle difficoltà legate a spostamenti e trasporti, di quella light acquistabile. Ciò che suggerisce l’EMCCDA, infatti, è la pratica del potenziamento di quella disponibile legalmente con catinoni sintetici, fentanili, fenetillamine, ketamine, ecc.

I catinoni sintetici sono sostanze strutturalmente analoghe al catinone, una molecola psicoattiva presente in natura nella pianta del Khat. Tra i derivati vi sono gli analoghi del beta-keto, molto simili alle fenetilammine. Questo gruppo comprende diverse sostanze utilizzate come principio attivo nella preparazione di medicinali. Dagli anni Duemila in poi tali sostanze sono apparse sul mercato clandestino europeo per uso a scopo ricreativo. Commercializzati generalmente come “sali da bagno” o “fertilizzanti per piante”, sono spesso presenti in più di uno e frequentemente associati ad altre sostanze psicoattive. In relazione alla disponibilità di diverse forme e formulazioni, i catinoni possono essere ingeriti, sniffati/fumati o assunti per via iniettiva o rettale.

«I catinoni sintetici maggiormente utilizzati a tale scopo sono il mefedrone ed il metilone, fino al 2010, fra i più diffusi sul mercato. Per eludere i controlli i fornitori di catinoni sintetici li immettono sul mercato sotto altri nomi (ad. esempio Explosion, Blow, Recharge) o come fertilizzanti per le piante o sali da bagno, spesso accompagnati dalla dicitura “non adatti al consumo umano”. Il catinone e il metcatinone sono elencati nell’Allegato I della Convenzione delle Nazioni Unite sulle sostanze psicotrope del 1971. L’amfepramone e pirogenerone sono nella Tabella IV di tale Convenzione, ma altri derivati non sono sotto controllo internazionale. Con decisione del Consiglio del 2 dicembre 2010, il 4-metilmetcatinone (mefedrone) è stato sottoposto a misure di controllo negli Stati membri dell’UE (2010/759 / UE). In Italia i catinoni sintetici sono annotati nella Tabella I delle sostanze stupefacenti, di cui al D.P.R. n. 309/90»[5].

Individuati in Europa e in Italia nel 2008 in diverse miscele vegetali – “herbal mixture” o “herbal blend” – e commercializzati come incensi o profumatori ambientali, i cannabinoidi sintetici, funzionalmente simili al THC, sono prodotti denominati “Spice” e venduti soprattutto online con l’etichetta “non per uso umano”. Nonostante quanto dichiarato sulle confezioni, però, tali prodotti contengono cannabinoidi e vengono generalmente assunti per via respiratoria attraverso il consumo di sigarette contenenti sostanza vegetale (damiana, melissa, menta, timo) a cui vengono aggiunte le molecole di sintesi. L’aspetto finale è simile all’erba.

Gli effetti che essi producono sono superiori, a quelli determinati dal consumo di cannabis e possono creare dipendenza. La loro assunzione può generare congiuntivite, tachicardia, xerostomia (secchezza delle fauci) con importante alterazione della percezione e dell’umore fino a innescare sudorazione, panico, stati d’ansia, paranoia, difficoltà respiratorie, dolore toracico, allucinazioni ecc.

Nonostante alcuni tentativi sperimentali, la diagnosi di uso e, nei casi più gravi, di vere e proprie intossicazioni, a causa delle tecnologie a disposizione sia in ambito clinico che di tossicologia forense, è ad oggi piuttosto complessa. Tutto ciò rende difficile per le Smart Drugs, rientrare nel più ampio quadro delle NPS (Nuove sostanze psicoattive) sia in chiave epidemiologica sia per ciò che attiene alla clinica e al contesto giudiziario. Il narcotraffico gioca sull’obsolescenza dei kit immunochimici, attraverso i quali diventa impossibile eseguire screening di ampia portata, sulla difficoltà di individuare i metaboliti giusti nelle analisi delle urine del consumatore – a tal proposito sarebbero più attendibili analisi del capello o del sangue –, sulla complessità e sul continuo aggiornamento della struttura molecolare delle NPS nonché sulla loro rapida biotrasformazione.

Ci sarebbe da chiedersi se i decisori politici siano informati circa la complessità del fenomeno e le sue tante sfumature. Nel caso non lo fossero sarebbe opportuno lo facessero, onde evitare di indurci a credere che l’asfittico dibattito sulle droghe in Italia – riconducibile al trito legalizzare/non legalizzare – non sia altro che il paravento dietro il quale nascondere la volontà di non decidere ma anche, e soprattutto, l’incapacità di farlo occorrendo alla comprensione attenzione e sensibilità. Non dovrebbe meravigliare considerato che i dati relativi all’indagine PIAAC – OCSE (2019) ci dicono che in Italia, il 28% della popolazione tra i 16 e i 65 anni è affetta da analfabetismo funzionale, ossia come da definizione dell’UNESCO del 1984, «la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità». L’analfabeta funzionale, quindi, è una persona che sa leggere, scrivere (altrimenti sarebbe definibile analfabeta) ed esprimersi in modo sostanzialmente corretto. Un allarmante 28% non sarebbe, però, in grado di raggiungere un adeguato livello di comprensione e analisi di un discorso complesso. C’è da chiedersi se non sarà questo il vero motivo della fossilizzazione del dibattito pubblico e dell’immobilismo della politica italiana a proposito della questione droghe in Italia e se non resterà tale, e ancora per molto, il sogno di assistere a una discussione proficua e in grado di coinvolgere tutte le parti in causa.


[1] Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (2021), Relazione europea sulla droga 2021: tendenze e sviluppi, Ufficio delle pubblicazioni dell’Unione europea, Lussemburgo.

[2] Sostanze nocive nella cannabis light. “E’ opera delle organizzazioni criminali”, Nuova Società, 20 marzo 2021.

[3] DAB!, Soft Secrets, 2 marzo 2021

[4] Andrea Oliva, Il trucco della cannabis leggera. “Basta un mix ed è vera droga”. San Patrignano, la ricerca: così si ottiene l’effetto alterante con il Thc, Quotidiano Nazionale, 11 ottobre 2018.

[5] Ministero dell’Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Direzione Centrale per i Servizi Antidroga, Schede – catinoni sintetici.

Scritto da
Anna Paola Lacatena

Dirigente Sociologa presso il Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto e Coordinatrice del Gruppo “Questioni di genere e legalità” per la Società Italiana delle Tossicodipendenze. È autrice di “La polvere sotto al tappeto. Il dibattito pubblico sulle droghe tra evidenze scientifiche e ipocrisie” (Carocci 2021)

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