“Dune mosse”. Il Jova Beach Party un anno dopo
- 03 Settembre 2020

“Dune mosse”. Il Jova Beach Party un anno dopo

Scritto da Marco Di Giulio e Marianna Farina

6 minuti di lettura

A volte si verificano degli eventi – fenomeni sociali con delle spiccate caratteristiche di novità e unicità – che sono capaci di mettere in luce dei problemi e delle dinamiche rilevanti della nostra società, che sarebbero altrimenti rimaste sottotraccia. Come hanno argomentato Simone Busetti e Bruno Dente nel loro recente volume sull’esperienza di Expo Milano (EXPOst, il Mulino 2018), da questi eventi si può provare a trarre delle lezioni.

Appena un anno fa il tour estivo di Lorenzo Jovanotti ha scaldato l’estate italiana, oltre che con concerti di grande successo, anche con polemiche riguardanti l’impatto ambientale di alcune date. Nel mondo precedente al Covid-19, il Jova Beach Party (JBP) si collocava all’interno di un più generale momento in cui i temi ambientali, ed in particolare la battaglia per un pianeta plastic-free, avevano riacquistato centralità a livello nazionale ed internazionale. In quel contesto, il JBP ha costituito un evento denso, che nei dieci mesi che vanno dal suo annuncio (dicembre 2018) alla sua conclusione (settembre 2019), ha visto l’attivazione di processi politici – reali e mediatici – di un certo interesse per il dibattito pubblico. A distanza di un anno, tre temi ci sembrano degni di nota.

 

La plastica non è tutto

La battaglia mondiale per ridurre drasticamente la produzione, l’uso e il consumo di plastica è un problema di grande rilievo che, dopo anni, è riuscito ad innescare movimenti sociali su temi a carattere ambientale ed a modificare in questo senso l’agenda politica di molti paesi. Tale attenzione è stata metabolizzata dal mercato ed incorporata in vario modo nei modelli di business di molte imprese. Il JBP si inserisce in questa dinamica (il mercato è quello dello spettacolo e dell’intrattenimento), sintonizzandosi sul tema con un tour che ha toccato diverse spiagge della penisola all’insegna della sostenibilità, in particolare con riferimento all’uso di materiali di plastica. Il coinvolgimento attivo di WWF-Italia, partner ufficiale del tour, ha suggellato questo modello di business. Nel corso dei mesi, tuttavia, sono emerse concezioni del problema ambientale diverse, anche radicalmente. Si è scoperto che sensibilizzare migliaia di persone rispetto ai loro comportamenti sull’utilizzo della plastica (questo il principale motivo alla base della partecipazione del WWF) avrebbe potuto generare, in alcuni casi, degli impatti ambientali di altro tipo. Questo è vero in particolare per alcuni dei siti individuati per i concerti, quelli caratterizzati da spiagge libere o nelle vicinanze di habitat naturali.

Infatti, sebbene il principe delle proteste e dei principali tentativi di bloccare o modificare alcuni degli eventi sia stato il Fratino, uccello che nidifica sui litorali del Paese ed è protetto dalla normativa comunitaria, il tema di fondo individuato da pressoché tutti i critici dell’evento – anche se spesso poco enfatizzato – riguarda l’opportunità di tenere grandi eventi in aree costiere. Queste, in particolare nei tratti di spiaggia libera e dove ancora persistono sistemi dunali, costituiscono una delle fragilità più grandi del Paese. Una criticità confermata dall’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) che nel suo Annuario dei dati ambientali 2019 ha mostrato come le aree costiere siano investite da dinamiche di consumo di suolo assai più marcate rispetto alle zone interne (Ispra 2019, p. 83).

In questa prospettiva, non è più il concerto in sé (evento passeggero) ad essere problematico ed a motivare una parte significativa delle critiche, ma la massa di persone ed i lavori necessari per preparare l’area dell’evento e le necessarie facilities costituiscono il nodo essenziale della vicenda: un problema serio, ma difficile da tematizzare.

 

L’ambiente, gli ambientalisti

Sono due cose diverse, il primo è un bene pubblico che in quanto tale appartiene a tutti, anche a chi non se ne occupa o non se ne interessa. I secondi sono attori politici (comitati, associazioni, gruppi di pressione locali o nazionali) che di ambiente si interessano, ma come qualsiasi attore politico sono anche guidati dalla necessità di aumentare la loro sfera d’azione, i loro membri, la loro visibilità: anche in questo caso si tratta di un fenomeno del tutto fisiologico. Tuttavia, il panorama delle associazioni ambientaliste italiane presenta (storicamente) delle caratteristiche di grande frammentazione, che nella vicenda del JBP sono emerse in maniera piuttosto evidente. Nonostante alcuni dei principali documenti ed esposti siano stati firmati da diverse sigle, l’impressione che si è avuta dell’intero processo è di una generale scarsa cooperazione. Questo stona rispetto ad un modo di individuare il problema e una scelta delle modalità di azione (tutto sommato moderate), comuni a tutti. Tanto le associazioni locali quanto quelle nazionali hanno chiaramente individuato nell’opportunità del modello di business del JBP il principale problema. Hanno assunto, altrettanto comunemente, un atteggiamento inizialmente pragmatico, anche consapevoli di portare avanti un’istanza impopolare. Questa strategia, nelle prime settimane dall’annuncio del tour, ha portato dei risultati tangibili, come la cancellazione di una data (Torre Flavia) ed all’individuazione di misure protettive in altri luoghi (Lido di Fermo e Rimini in particolare), evidenziando per alcune associazioni l’opportunità di consolidare la propria influenza a livello locale, mentre per altre il JBP ha rappresentato l’occasione (in alcuni casi mancata) per espandere le proprie attività. Dal canto loro, le amministrazioni hanno potuto gestire il conflitto e al tempo stesso garantire lo svolgimento di un evento percepito come importante per lo sviluppo locale. In altre situazioni tali tentativi di cooperazione fra associazioni e governi locali non sono approdati a soluzioni condivise.

Le polemiche sono invece arrivate in estate, in prossimità dei concerti e dei relativi lavori. La ribalta mediatica di un evento culturale di rilevanza nazionale ha infatti attivato una seconda ondata di mobilitazione, che ha assunto toni più accesi, anche perché le azioni delle associazioni hanno in diversi casi preso vie amministrative. Al di là del merito delle singole vicende, anche questa fase più conflittuale ha visto a livello locale i gruppi agire per lo più in ordine sparso. Questo è avvenuto anche perché la visibilità offerta da un evento nazionale è apparsa a diversi attori sul territorio come un’irripetibile occasione per combattere battaglie locali, non necessariamente attinenti, ma al tempo stesso non necessariamente inutili o sbagliate. Contestualmente, i media nazionali hanno colto l’occasione per fornire un’interpretazione moralistica degli eventi, facendone un simbolo di un Paese bloccato da mille veti. Lo strutturarsi di un’opinione pubblica nazionale “ostile” al mondo ambientalista ha certamente costituito un problema per le associazioni nazionali, maggiormente attente alla loro reputazione, ma non è stato necessariamente controproducente per i gruppi attivi sul territorio. Infatti, la visibilità cercata e ottenuta da questi attori ha avuto effetto sulle testate locali, interessate a porre l’attenzione anche su questioni non attinenti al JBP ed ha costituito un motivo rilevante per la loro attivazione.

Se un effetto boomerang c’è stato, esso riguarda il tema di fondo della mobilitazione: l’opportunità di tenere grandi eventi in aree non adibite e con caratteristiche di naturalità. Probabilmente è cresciuta la consapevolezza dell’esistenza di una specie protetta come il Fratino – nelle settimane scorse ricomparso agli onori della cronaca in relazione all’ammodernamento di una linea ferroviaria – o di alcune criticità locali, ma al tempo stesso queste istanze sono apparse come interessi speciali e ultra-minoritari, mentre il più generale tema della tutela del territorio non è stato probabilmente nemmeno scalfito.

Sarebbe un errore tuttavia pensare che la frammentazione e non-cooperazione fra questi due tipi di attori – le associazioni nazionali, da un lato, e i gruppi locali, dall’altro – sia una caratteristica del solo contesto italiano. Negli ultimi decenni la sociologia e la scienza politica hanno messo in luce come il movimento ambientalista, analogamente ad altri fenomeni di azione collettiva, abbia da tempo imboccato un percorso di istituzionalizzazione (resta di grande attualità il volume di Mario Diani: Isole nell’arcipelago, il Mulino 1988) in virtù del quale, se da un lato alcuni attori tendono ad assumere col tempo un atteggiamento più moderato e perseguire finalità politico-istituzionali (nella vicenda JBP il WWF-Italia rappresenta un caso paradigmatico di questa dinamica), dall’altra emergono gruppi – spesso formati da attivisti delusi in uscita dalle grandi organizzazioni – che provano a rimettere al centro dell’azione questioni di contenuto e temi identitari. Si tratta tuttavia di una dinamica pericolosa. Infatti, se gli attori tradizionali possono da una parte perdere efficacia, non è detto che i tentativi dal basso siano sufficienti a controbilanciare l’assenza o il disinteresse di attori con un raggio d’azione più ampio. La mancanza di risorse economiche, ma anche organizzative e di esperienza li rende soggetti fragili e con limitata capacità propositiva.

 

Ambiente e istituzioni

Se si vuole trovare dei tratti peculiari del caso italiano con riferimento all’estrema frammentazione dell’azione delle associazioni ecologiste, questi vanno ricercati nella cornice istituzionale che caratterizza la tutela dell’ambiente. In questo senso, negli ultimi decenni si è assistito ad un progressivo svuotamento delle competenze dello Stato. Al contrario, hanno acquistato grande rilevanza il livello comunitario – sono direttive europee le principali cornici normative di riferimento – e, nel caso italiano, le amministrazioni regionali e locali che a seguito del processo di regionalizzazione hanno acquisito rilevanza in materia di governo del territorio. Proprio su questo tema, ancora l’Ispra ha potuto affermare come “non essendoci una normativa sui suoli a livello nazionale, non esistono specifici obiettivi sul tema” (Ispra 2019: p. 83).

Questa struttura delle opportunità incentiva i gruppi con maggiori risorse a concentrarsi “a monte”, sulla definizione delle norme e degli standard a livello comunitario, mentre le associazioni locali possono agire solo in fase di implementazione e sulle decisioni puntuali delle amministrazioni territoriali. Queste ultime – e qui sta un punto centrale della vicenda – privilegiano le opportunità di sviluppo economico rispetto alle istanze di protezione e tutela. Anche in questo caso le istituzioni locali rispondono, probabilmente in maniera miope, a degli interessi legittimi, o comunque comprensibili dal punto di vista politico. La battaglia sul rinnovo delle concessioni balneari, che ciclicamente riporta alla luce la forza di interessi particolari a scapito di un uso moderato del territorio è forse la spia più evidente di questa struttura istituzionale localistica, che rende la classe politica locale facilmente catturabile da interessi economici consolidati. La mancanza di un referente partitico nazionale che faccia da focal point su questi problemi (al di là di alcune bandierine, il M5S ha rimosso questo tema) non può che rafforzare queste dinamiche.

È abbastanza logico che le associazioni ambientaliste siano incentivate ad agire localmente, spesso entrando in conflitto fra loro per l’accesso a risorse – reali o simboliche – scarse e perdano di vista le possibilità di cooperare su di un’agenda comune fatta di temi di ampio respiro che metta al centro il territorio, il suo utilizzo equilibrato e l’emergere di modelli di business compatibili con esso. Si tratta tuttavia di un percorso obbligato se si vuole evitare la completa marginalizzazione e delegittimazione di un tema vitale.

Scritto da
Marco Di Giulio e Marianna Farina

Marco Di Giulio è Ricercatore in Scienza Politica presso l’Università di Genova, dove insegna Scienza dell’amministrazione e Valutazione delle politiche pubbliche. Marianna Farina è biologa, laureanda magistrale in Ecologia dei cambiamenti globali e obiettivi per lo sviluppo sostenibile all’Università di Bologna.

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