“Esperti. Come studiarli e perché” di Davide Caselli
- 11 Maggio 2022

“Esperti. Come studiarli e perché” di Davide Caselli

Recensione a: Davide Caselli, Esperti. Come studiarli e perché, il Mulino, Bologna 2020, pp. 200, 20 euro (scheda libro)

Scritto da Laura Giovinazzi

9 minuti di lettura

Se lo studio del New Public Management può aiutare a comprendere, almeno a grandi linee, la radicale trasformazione del welfare e della sua gestione, il libro di Caselli, Esperti. Come studiarli e perché permette di aprire la scatola nera di questo processo, conducendoci nel profondo dei rapporti di potere che lo caratterizzano. L’autore – volontario in un’associazione per le politiche abitative di Milano tra il 2006 e il 2013 – mette a fuoco, alla luce della sua esperienza e della sua ricerca, la graduale de-legittimazione del ruolo di operatori sociali nell’articolazione ed erogazione di servizi di welfare abitativo nel capoluogo lombardo. Caselli si interroga sull’ascesa di nuovi poteri, incarnati e veicolati dalla figura dell’esperto, esplorando le diverse strategie discorsive e materiali che questi mobilitano per ridisegnare il sistema del welfare in un’ottica privatistica.

Perché mobilitare gli esperti, e perché ridefinire il welfare in termini di coesione sociale? Quali sono i saperi messi in campo per tale riarticolazione, e quali le reti e i soggetti che si incontrano e che si scontrano in questo processo? In che modo studiare la figura dell’esperto aiuta a comprendere le implicazioni più profonde di questa trasformazione? Questi i quesiti da cui parte e su cui si interroga il lavoro di Caselli. Sullo sfondo una questione metodologica di fondo: come studiare gli esperti?

Caselli esplora queste domande attraverso un approccio sociologico critico, che fa della complessità dell’argomento il suo punto di forza. Centrale nel libro è l’obiettivo di superare una tensione che caratterizza lo studio dell’expertise e che presenta un limite per la ricerca sociologica, ovvero la tendenza a studiare i gruppi di esperti e i dispositivi da essi mobilitati per praticare l’expertise come oggetti di analisi distinti. L’autore mostra che è possibile costruire un ponte analitico per indagare approfonditamente la relazione tra l’ascesa di gruppi di consulenza nel campo della progettazione e le nuove pratiche di gestione ed erogazione di servizi di welfare. Attento a non generalizzare le osservazioni che emergono dallo studio del campo del welfare ad altri contesti, l’autore ci guida all’interno del contesto del welfare abitativo lombardo in maniera dettagliata, aiutandoci a comprenderne gli aspetti che formano la cornice sociale all’interno della quale agiscono e interagiscono esperti e non. Sebbene alcune dinamiche di consulenza possono avere tratti comuni in diversi contesti del terzo settore, è osservando ed enfatizzando la specificità di relazioni tra diversi gruppi che si può comprendere appieno in quali modi l’ascesa di agenzie di consulenza si basa sulla costruzione di, e interazione in, reti sociali. Questo è un aspetto ancor più rilevante dato che l’expertise della consulenza si sviluppa e si riproduce contemporaneamente su molteplici scale e livelli. Alle rigide categorie accademiche solitamente utilizzate per definire tali gruppi come professioni chiuse, neutrali, o aperte, egli contrappone una lettura che indaga dettagliatamente quelle zone grigie tendenzialmente ignorate o astratte da altri approcci accademici – sociologici e non –, con cui dialoga criticamente. In chiave bourdieusiana, Caselli indaga l’appartenenza dei gruppi a determinati campi come un punto di partenza che permette di contestualizzare il comportamento degli esperti più che a definirlo. Le zone grigie del potere esperto sono infatti costituite da relazioni strutturate attivamente tra membri appartenenti a diversi campi e le loro diverse conoscenze: è quindi nella capacità di connettere reti esistenti e costruirne di nuove che gli esperti definiscono se stessi e la propria expertise. Indagando tali tentativi di manipolare «spazi liminali», l’autore ribalta la concezione del professionista esperto come colui che detiene un monopolio sul campo del welfare e ne controlla facilmente la sua trasformazione, approfondendo così i diversi e mutanti dispositivi, materiali e discorsivi, mobilitati per acquisire un «dominio simbolico». Per costruire la loro expertise, gli esperti devono infatti adattarsi al contesto del welfare abitativo e al contempo porsi come attori innovativi, essenziali e unici al suo interno. Emerge così che la ridefinizione del welfare è un processo segnato dalla coesistenza e lotta tra molteplici interpretazioni, e non da un processo lineare o sistemico nel quale il potere politico legittima quasi automaticamente quei saperi più vicini al modello manageriale-privatistico che vuole implementare. Ne segue che l’appropriazione di una expertise va concettualizzata come un processo, e non come un’azione puntuale, proprio perché gli esperti non ambiscono all’appartenenza ad un campo, ma alla capacità di muoversi tra più campi e posizionarsi quasi come intermediari tra questi. Per questo motivo l’autore, citando Gil Eyal[1], invita a concettualizzare l’expertise «non in una persona o un gruppo di persone e nemmeno in una specifica conoscenza disciplinare ma in «una rete» che connette i cosiddetti «esperti» con i clienti e i loro pubblici non esperti» (p. 25). L’expertise del welfare abitativo lombardo è dunque composta da diversi gruppi che, interagendo e legandosi, formano una rete di consulenti intenti a modificare gli assi del welfare tradizionale con nuove risorse e discorsi: ricercatori universitari, fondazioni, agenzie di consulenza e consorzi.

Si delinea così la «microfisica del potere» di foucaultiana memoria (p. 38) di figure tecnico-manageriali che, per farsi spazio in un contesto mutante, hanno dovuto e devono ancora interfacciarsi con obiezioni e ostacoli alla propria legittimità. L’autore, infatti, non si limita a delineare la crescente asimmetria di potere tra consorzi e agenzie di consulenza, da un lato, e operatori sociali, dall’altro, ma si immerge in un’analisi dettagliata dell’ascesa dei primi, studiandone le diverse strategie e l’interazione conflittuale con i secondi.

Caselli articola la sua indagine su due piani. Da un lato, mostra i nuovi spazi che le recenti politiche del welfare hanno aperto alla partecipazione di esperti. La riorganizzazione della gestione del welfare basata su partnership tra pubblico e privato, l’esternalizzazione dei costi e della gestione hanno facilitato processi di decentralizzazione e costruito nuove responsabilità di cui investire i nuovi esperti. Questa specifica forma di disinvestimento pubblico che segue le linee del New Public Management è dunque centrale per comprendere i contorni dell’ascesa di saperi altri nel welfare: è modificando le tradizionali strutture per accedere ai fondi pubblici e riarticolando i processi di gestione del welfare che il legislatore delegittima quei saperi già mobilitati da operatori sociali sul territorio, crea dei vuoti, giustifica come necessario il ricorso agli esperti.

Dall’altro, l’autore mostra che, seppur rilevanti, tali sviluppi politico-economici attivati dall’alto non hanno automaticamente legittimato gli esperti del welfare abitativo. Questi ultimi hanno infatti introdotto strategie innovative per potersi muovere all’interno di un contesto in continua evoluzione, tentando di inserirsi in maniera decisiva e non estemporanea all’interno del welfare abitativo. Porsi come consulenti per l’attivazione di progetti di welfare, infatti, non basta a tale scopo. Se il legislatore aiuta a legittimare il concetto generale di coesione sociale, sono gli esperti ad avanzarne quelle declinazioni che vanno ad influire sul lavoro di associazioni e cooperative. Guidando il lettore attraverso il processo di articolazione degli obiettivi che la coesione sociale, secondo le agenzie di consulenza, le fondazioni, e i consorzi, dovrebbe raggiungere, l’autore svela i diversi passaggi del processo verso il «dominio simbolico».

Una delle principali armi usata dagli esperti del welfare abitativo studiati è la depoliticizzazione, che spesso si manifesta attraverso l’ubiquità del linguaggio esperto – che caratterizza anche il management, per alcuni un potere «senza teoria»[2]. Ridefinendo in termini generali e ampi gli scopi del welfare abitativo e le modalità per raggiungerli, gli esperti delegittimano pratiche e gruppi già presenti sul territorio, consapevoli che «rappresentare la realtà in un certo modo significa anche determinare in maniera importante il modo in cui su quella realtà si deve andare ad agire» (p. 115). Gli esperti lavorano dunque per costruire nuove definizioni capaci di sostenere il concetto di «coesione sociale»: esempio è il nuovo termine di «impresa di comunità» che sostituisce quello di cooperativa e contribuisce modificarne i progetti e gli obiettivi, orientati ad esempio più verso l’intercettazione di nuovi destinatari della «coesione sociale» che non alla risposta a specifici bisogni degli abitanti dei quartieri. Problematizzando la concezione secondo cui il potere esperto-tecnico esiste e si espande grazie a una capacità di problem-solving, Caselli mostra che gli esperti tentano di legittimarsi andando a ridefinire i problemi stessi. Questo esercizio depoliticizza, di fatto, le basi del welfare e contribuisce a rimuovere questioni e contraddizioni politiche dai processi politici stessi – come la formulazione ed erogazione di servizi per garantire diritti sociali e civili. Caselli avverte che il potere esperto-tecnico non è sinonimo di potere apolitico, e che la depoliticizzazione non è da intendersi esclusivamente come l’erosione di un contesto esistente, ma come la simultanea costruzione di nuovi telai sociopolitici. Così facendo, l’autore avanza delle solide premesse per un dibattito sulle differenze tra potere apolitico, esperto e tecnocratico che merita di essere approfondito in ricerche future. Il libro fornisce importanti spunti per ri-politicizzare lo studio del paradigma del New Public Management, segnato dall’evoluzione di una governance della qualificazione[3] in una società dell’audit[4] nella quale modelli, definizioni e benchmark di gruppi esperti diventano sempre più sinonimi di regolamentazione politica e di nuovi limiti per accedere al welfare, sia come lavoratori che come utenti.

Le interviste ad operatori sociali e l’approfondita analisi dei processi di formulazione di progetti e bandi è un passo verso tale ri-politicizzazione, perché evidenzia il rapporto conflittuale che caratterizza le trasformazioni del terzo settore attraverso una discussione di contraddizioni che emergono man mano che vengono ridefinite le basi del welfare abitativo. Se da un lato gli esperti reclamano un approccio strategico volto all’efficienza del servizio sociale, ad esempio, dall’altro emerge invece che alla ramificazione del loro potere coincide una crescente distanza tra il welfare abitativo e suoi destinatari.

La ridefinizione praticata dagli esperti è tutt’altro che un fenomeno superficiale, poiché dà forma a nuovi scontri e dipendenze tra agenzie di consulenza e cooperative sociali che hanno effetti concreti sull’erogazione dei servizi. Intento a indagare ciò che l’ascesa degli esperti «produce e crea piuttosto che […] quel che distrugge» (p. 136), Caselli esplora le percezioni che operatori sociali già presenti sul territorio hanno delle nuove «frontiere permeabili di progetti di welfare abitativo», presentando un contesto di conflitto dialettico che non viene mai sottovalutato, perché centrale per comprendere la relazione tra processi di depoliticizzazione del welfare e la ramificazione di poteri esperti. Ecco, quindi, che gli operatori sociali definiscono l’ascesa degli esperti come «un modo per abbandonare la gente bisognosa con cui noi invece volevamo potenziare il lavoro» (p. 119). La relazione tra operatori sociali e agenzie di consulenza non è però generalizzabile a un processo di resa dei primi al dominio dei secondi. Si tratta invece di una complessa dialettica che va indagata nella sua articolazione specifica e contestuale. Se gli operatori sociali, da un lato, rigettano le definizioni esperte e rivendicano il proprio ruolo di lavoratori attivi su ciò che viene ora definita «coesione sociale», dall’altro si ritrovano a chiedere assistenza agli stessi gruppi che delegittimano attivamente la loro esperienza con nuovi «approcci strategici». In altri casi, vi sono cooperative che invece rigettano completamente i modelli proposti ed enfatizzano la maggiore utilità di approcci più tradizionali. Il libro ha il merito di immergere il lettore in questo conflitto illuminandone le diverse sfumature e contraddizioni, senza cedere alle lusinghe di facili scorciatoie per provare a risolverle.

Una problematica conseguenza – presente anche altri contesti del terzo settore – di questo conflitto è il calo di partecipazione cittadina nei progetti di welfare abitativo. Se infatti il ruolo dei consulenti è in qualche modo limitato alle fasi di progettazione e definizione dei problemi, ciò non si traduce in una libertà d’azione delle cooperative nell’attivazione e nello svolgimento di progetti. La ricerca di legittimità di gruppi di esperti sta dunque trasformando la capacità di rispondere a bisogni di una platea di abitanti – nel gergo esperto ridefiniti come individui «bisognosi» – che viene man mano marginalizzata per poter lasciare campo libero a progetti «innovativi», tali in quanto capaci di astrarre i bisogni specifici, spesso senza riuscire a soddisfarli. Caselli fornisce alcune risposte al perché studiare le figure degli esperti, mostrando quanto lo studio del protagonismo e del ruolo degli esperti possa svelare le dinamiche di macro-processi che caratterizzano la crisi del terzo settore. Trasformazioni quali la gentrificazione vengono dunque concepite non in termini astratti o economistici, ma anche come il risultato di una graduale depoliticizzazione di cittadini sempre più disillusi e sfiduciati dai servizi di welfare gestiti «strategicamente». Dunque subentra una dinamica nella quale i cittadini iniziano a prendere le distanze da quelle stesse associazioni che prima venivano considerate più capaci di rispondere ai loro bisogni. Di fatto, vi sono proposte esperte di sviluppo locale, ad esempio, che propongono di riqualificare i quartieri secondo logiche simili a quelle della gentrificazione; organizzando eventi e attività che possano attrarre «normalità» e «agio» mettendo in secondo piano l’elaborazione di pratiche volte alla risposta ai numerosi disagi dei cittadini. La ramificazione quasi capillare di esperti nel welfare abitativo arriva così a «rimuovere o neutralizzare il nesso tra la condizione individuale di disagio […] e il funzionamento della struttura sociale, proiettando sui “bisognosi” la responsabilità del disagio» (p. 133), marginalizzando necessari dibattiti su potenziali alternative a questo sistema di welfare. Si palesa così il ruolo attivo che gli esperti giocano nel rallentare e ostacolare lo sviluppo della politica dal basso.

Infine, questo libro riesce a stimolare una discussione necessaria e utile per affrontare le contraddizioni e le complessità del New Public Management, il paradigma che più di altri sostiene di avvicinarsi ai cittadini e ai loro bisogni attraverso la riorganizzazione dell’erogazione del servizio pubblico e l’efficienza di nuove strategie. Caselli permette di politicizzare un fenomeno spesso considerato un’inevitabile conseguenza del neoliberalismo, e permette di chiedersi se non è forse proprio attraverso la sua astrazione teorica che altri studi sul tema contribuiscono inconsapevolmente a rafforzare i poteri di gruppi di tecnici ed esperti. Come ricorda lo studioso Peter Dahler-Larsen rispetto agli esperti della valutazione, esistono diversi «modelli mentali», alcuni più critici di altri, che facilitano la ristrutturazione della società attraverso il ruolo di esperti, ognuno con diverse posizioni politico-morali. La ricerca critica deve dunque riuscire a smascherare gli aspetti normativi dei diversi gruppi che interagiscono tra di loro, onde evitare di riprodurre gli assiomi discorsivi sui quali poggia la legittimità di gruppi esperti. Caselli intraprende questo difficile esercizio attraverso attente osservazioni, che ricordano quanto sostenuto dal filosofo Yves Charles Zarka, ovvero che «l’interesse del potere per il sapere non […] è la ricerca di verità in quanto tale […] ma il processo di accreditamento […] la verità come norma[5]». Il libro restituisce l’importanza della specificità nella ricerca accademica, e offre una chiave di lettura che aiuta a decostruire l’istituzionalizzazione di saperi e di strumenti esperti. Rifiutandosi di assecondare il linguaggio tecnico e manageriale che permette di riprodurre nuove normatività «esperte», Caselli ci insegna che è possibile sverlarne le dinamiche, le contraddizioni – più vulnerabili di quanto si possa pensare – e gli effetti dannosi; e, dunque, mostra che la ricerca può essere uno strumento che pratica la costruzione di alternative politiche e sociali.


[1] Gil Eyal, For a sociology of expertise. The social origins of the autism epidemic, «American Journal of Sociology», (2013) 118(4), 863-907.

[2] Grégoire Chamayou, La société ingouvernable. Une généalogie du libéralisme autoritaire, La fabrique éditions, Parigi 2018.

[3] Peter Dahler-Larsen, Quality. From Plato to performance, Springer, Berlino 2019.

[4] Michael Power, The audit society. Rituals of verification, Oxford University Press, Oxford 1997.

[5] Yves Charles Zarka, La valutazione. Un potere spacciato per sapere / Evaluation. A power disguised as knowledge, «Cartografie sociali – Rivista di sociologia e scienze umane», (2020) 2(8), pp. 43-44.

Scritto da
Laura Giovinazzi

Dottoranda presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Ha conseguito un master in Global Political Economy presso l’Università del Sussex. La sua ricerca indaga l’evoluzione della governance manageriale nei settori universitari inglese e italiano in chiave storica.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici