Tra polvere e ricatti: lavorare alla Eternit di Casale Monferrato

Eternit

Continua la serie di articoli sul cruciale tema dell’amianto in Italia, dopo un primo contributo che ha ripercorso l’origine dell’industria dell’amianto e analizzato la diffusione della consapevolezza dei suoi rischi e le parallele strategie messe in atto dai consorzi dei produttori per difendere i grandi profitti che il settore garantiva. Questo articolo si prefigge di ricostruire il caso dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato, evidenziando le condizioni di lavoro al suo interno ed il ruolo avuto dalla vicenda nel processo che ha portato alla messa al bando dell’amianto in Italia. 

Le informazioni relative alle modalità di produzione e alle condizioni di lavoro all’interno dello stabilimento sono derivate dalla raccolta di testimonianze di ex lavoratori, ex lavoratrici e familiari di lavoratori e lavoratrici della Eternit di Casale. Fanno riferimento alle modalità di produzione di materiali in cemento-amianto messe in atto dallo stabilimento dagli anni del secondo dopoguerra fino alla sua chiusura.


Casale Monferrato è una cittadina in provincia di Alessandria. A partire dal 1907 viene scelta per la sua posizione al centro del triangolo commerciale Genova-Torino-Milano per ospitare lo stabilimento Eternit, costola della Eternit SPA dell’Europa continentale e di proprietà dell’ingegnere Mazza, che nel 1911, con la sua invenzione di impianti per tubi per condotte a pressione, eleverà la fama internazionale della fabbrica. La società verrà quotata in borsa e lo stabilimento sarà talmente produttivo da non cessare la propria attività nemmeno durante gli anni delle due guerre, a seguito delle quali troverà nella necessità di ricostruzione a basso costo la propria fortuna[1]. L’industriale italiano muore nel 1956, la società diviene di proprietà belga, per poi essere presa in gestione dal gruppo svizzero della famiglia Shmidaney.

La fabbrica occupava 94.000 metri quadrati dell’area industriale del Ronzone, di 200.000 metri quadrati complessivi. Lo stabilimento rappresenta “l’America senza emigrare”: benessere, stabilità, un lavoro ben retribuito e orari flessibili.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Tra polvere e ricatti

Pagina 2: Lavorare all’Eternit di Casale Monferrato

Pagina 3: Ricatti e monetizzazione del rischio

Pagina 4: La lotta allo stabilimento


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Dottoranda in Sociologia e Ricerca Sociale presso l'Università di Bologna. Studia le irregolarità lavorative utilizzando la prospettiva della street level bureaucracy, si occupa principalmente di lavoro e azione pubblica.

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