Scritto da Luigi Pellecchia
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Il tema del fisco è diventato, per i cittadini e le imprese, un argomento sempre più centrale nella vita quotidiana. Capire come è strutturato il nostro sistema fiscale e su quali basi poggia, ci permette di avvicinarci ad una materia spesso detestata e di difficile cognizione. Lo scopo del presente articolo è appunto quello di descrivere le caratteristiche del nostro sistema fiscale, che inevitabilmente si integra anche con quello dei paesi Europei, per permetterne una più facile comprensione.
Un elemento importate che rappresenta la sovranità di un Paese è senza dubbio la sua fiscalità: grazie alle entrate del gettito fiscale, infatti, un governo può attuare la propria politica e garantire il funzionamento di settori come la sanità, l’istruzione, le pensioni, l’ambiente e, più in generale, tutto quello che viene definito come spesa pubblica.
Una delle caratteristiche che l’imposizione fiscale deve avere è l’equità; infatti, la Costituzione Italiana all’art. 53 cita testualmente «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».
Suddetto articolo espone due principi chiave: la capacità contributiva e la progressività, con il primo, si impone ai cittadini di pagare le imposte in funzione della loro capacità contributiva, ossia sulla base della possibilità economica mentre con il secondo i cittadini sono tenuti a versare le imposte conformandosi al criterio di proporzionalità in relazione alla loro capacità economica. In sostanza, più il reddito è alto, più si paga.
È compito, dunque, del governo fissare le imposte e le tasse. Entrambe sono prestazioni pecuniarie, dovute dai soggetti passivi, caratterizzate da coattività, contributività e dalla necessità di concorrere alle spese dello Stato. Le imposte in genere non prevedono un’eventuale controprestazione, mentre le tasse la prevedono da parte dello Stato o dell’ente a cui sono dovute.
Due sono i tipi di imposizioni che orientano un sistema fiscale: quelle in forma diretta e quelle in forma indiretta. La tassazione diretta assume, come punto di partenza, la capacità contributiva fondata sulla potenzialità di reddito degli individui e delle imprese, agendo, quindi, alla fonte della creazione della ricchezza. Quella indiretta, invece, colpisce i consumi, ovvero l’atto dello scambio dei beni e/o servizi, operando, dunque, sulla funzione del benessere sociale.
Entrambe le tassazioni producono introiti per lo Stato ma, mentre per quella diretta l’effettiva entrata dell’introito è traslata in sede di dichiarazione dei redditi (Irpef), che viene fatta su base annuale, per quella indiretta le entrate sono più immediate, in quanto le imposte che paghiamo (Iva e Accise) vengono versate allo Stato con cadenze mensili, trimestrali e semestrali e non hanno bisogno di essere rettificate. Questo spiega anche perché nelle situazioni in cui si necessiti di un veloce reperimento delle risorse, i governi abbiano fatto spesso ricorso sia ad aumenti dell’Iva, sia delle Accise sui carburanti e tabacchi.
Un’altra modalità di tassazione di cui spesso si sente parlare è la lump sum taxes (imposta in somma fissa), che prevede uno sganciamento da ciò che è oggetto di tassazione e consiste nel pagamento dell’imposta in un importo prefissato. È un tipo di imposizione che si slega dalla capacità di reddito dei soggetti, colpendo allo stesso modo sia coloro che hanno un reddito alto, quanto quelli che hanno un reddito basso.
In relazione alle proprie caratteristiche economiche, politiche e sociali, quindi, ogni Stato sceglie di impostare il proprio sistema di tassazione incentrandolo più su quello diretto oppure più su quello indiretto. Non esiste, evidentemente, un sistema che possa definirsi appropriato e “giusto” in assoluto; solo un mix tra i due sistemi fiscali può dare quel corretto equilibrio che coniughi entrate e carico fiscale in capo ai contribuenti.
In Italia, le maggiori entrate fiscali sono costituite dall’Irpef e dall’Iva. Tra le imposizioni dirette si annoverano l’Ires e una serie di imposte che hanno come base imponibile fondi di investimento, redditi da capitale, rivalutazione di terreni, assicurazioni, etc. Per le imposizioni indirette, invece, vi sono le concessioni governative, i canoni su abbonamenti TV, i diritti catastali e le diverse accise che si applicano a prodotti energetici (gas e petrolio), birra, spiriti etc.
L’Imposta Reddito delle Persone Fisiche abbreviata con l’acronimo IRPEF è un’imposta dovuta sui redditi, il cui sistema prevede uno scaglionamento dei redditi percepiti con le relative aliquote applicate. Istituita nel nostro ordinamento fiscale nel 1974 attraverso il DPR 597/1973, essa in origine prevedeva ben 32 aliquote, mentre oggi ne esistono solo 5 divise per i diversi scaglioni di reddito.
L’Iva (Imposta sul Valore Aggiunto) si applica sulla maggior parte dei beni e servizi sia in ambito nazionale sia europeo. Il nostro sistema fiscale prevede che le imprese che intervengono nella catena di approvvigionamento debbano applicarla al momento della vendita al soggetto successivo e, come tale, l’onere del suo pagamento ricade solo sul consumatore finale. Come per l’Irpef, anche l’Iva dalla sua prima emanazione ha subito modifiche. Prima dell’imposta sul valore aggiunto, infatti, esisteva l’IGE (Imposta Generale sulle Entrate) soppressa dal 1 gennaio 1973 dal DPR 633/72 (cosiddetto Decreto Iva) poiché creava forti effetti distorsivi, determinando un aumento del prezzo ad ogni cessione del bene/servizio.
I dati del MEF (Ministero dell’Economia e Finanze) relativi agli introiti fiscali nel 2017 riportano un totale delle entrate pari a 455.717 mld €, di cui 245.887 mld € relativi alle imposte dirette e 209.830 mld € alle indirette. Di queste, poi, l’Irpef è pari a 182.661 mld di € (40%) al lordo degli acconti, mentre l’Iva, come dato cumulato da scambi interni ed importazioni, è 129.595 mld € (28%). Tra le altre imposte vi sono l’IRES pari a 35.246 mld € (7,7%), le accise e le imposte erariali in generale per un valore complessivo di 42.278 mld € (9,2%). Un altro dato interessante che si rileva è rappresentato dalle entrate derivanti dal gioco, sia come provento diretto, sia come provento legato agli apparecchi, che ammontano ad un totale di 13.209 mld € (2,89%).
La corposa normativa, associata ad una elevata pressione fiscale (Tax Rate), rende potenzialmente più facile utilizzare i mezzi giuridici per pagare meno tasse o addirittura non pagarle affatto, generando fenomeni di elusione ed evasione fiscale. Di per sé l’elusione non è condannabile, in quanto rispettosa della normativa, ma ciò che la rende un reato è l’utilizzo di questo strumento per pagare volutamente meno tasse, mettendo in atto forzati comportamenti e azioni tese allo scopo elusivo. L’evasione è, molto più semplicemente, la totale o parziale mancanza di pagamento, attraverso la produzione di fatture e documenti falsi al fine di raggirare il fisco.
In Italia, il valore stimato dell’evasione nel 2017 è stato di circa 260 mld €, pari al 18% del PIL, senza considerare quella legata all’economia sommersa che si aggira intorno ai 540 mld €. L’indice che viene utilizzato per misurare l’evasione fiscale è il cosiddetto tax gap complessivo (divario della tassazione) e rappresenta la differenza tra gettito teorico e gettito effettivo. Nella letteratura economica si fa distinzione anche tra tax gap al netto dei mancati versamenti (assessment gap), ovvero la differenza tra quanto il contribuente avrebbe teoricamente dovuto versare e quanto ha effettivamente dichiarato, e tax gap dovuto a omessi versamenti (collection gap), ovvero la differenza tra quanto dichiarato e quanto effettivamente versato. In Italia, mediamente, la propensione al gap complessivo, relativa alle entrate tributarie è pari al 23,5%, ma se si considerano esclusivamente l’IRPEF per il lavoro autonomo e per l’impresa, l’IRES, l’IVA e l’IRAP, la propensione media al gap complessivo risulta più elevata, con un valore pari al 34,3%.
I governi sono liberi di impostare i regimi fiscali in funzione delle priorità della nazione. In Italia, la pressione fiscale stimata (Tax Rate) è del 64%, valore completamente disallineato con la media europea che si aggira intorno ad un valore del 42,9%. Inoltre, molti paesi europei applicano regimi fiscali di vantaggio caratterizzati da una bassa tassazione al fine di attirare cittadini e imprese (si pensi a Irlanda, Cipro, Lussemburgo ed altri). L’aumento del numero sia di imprese sia di cittadini che svolgono attività anche fuori dai confini nazionali rende più facile sfruttare ciò che la giurisprudenza offre per pagare meno tasse. Tuttavia nel 2016, secondo il rapporto Paying Taxes 2018 di Pwc e Banca mondiale, si è registrato un calo reale del TTCR (il Total Tax & Contribution Rate), che misura il carico fiscale e contributivo per le imprese (non la sola pressione fiscale) di 14 punti percentuali rispetto al 2015.
La coesistenza di diversi regimi fiscali dei vari Paesi rende la gestione delle imposte ancora più difficile, creando addirittura delle discriminazioni nei confronti dei contribuenti e dei redditi esteri. Può anche accadere che privati e imprese siano soggetti a tassazione e a oneri in ciascuno dei Paesi in cui essi operano (doppia tassazione). La Commissione Europea ha presentato nel 2012 un piano di attività consistente in 30 interventi, al fine di affrontare questa situazione. Le iniziative attuate ed in fase di elaborazione riguardano:
Oltre ai paesi aderenti alla UE, gli accordi di cooperazione sono stati sottoscritti anche con Andorra, Liechtenstein, Monaco, San Marino e Svizzera. Il nocciolo delle intese internazionali tra i paesi della UE e quelli non europei è caratterizzato dallo scambio di informazioni in materia di fiscalità e dall’eliminazione di misure fiscali dannose per gli stessi Paesi. Grazie al programma Fiscalis 2020, la Commissione Europea dà aiuto e sostegno ai Paesi europei nella gestione dei loro sistemi fiscali, attraverso la creazione di piattaforme web su cui scambiarsi i dati in diversi settori quali redditi finanziari, lavoro, capitale, oltre che Iva e accise.