“Francesco. La peste, la rinascita” di Marco Politi
- 16 Febbraio 2021

“Francesco. La peste, la rinascita” di Marco Politi

Recensione a: Marco Politi, Francesco. La peste, la rinascita, Laterza, Roma-Bari 2020, pp. 128, 13 euro (scheda libro)

Scritto da Ettore Bucci

12 minuti di lettura

«La crisi della pandemia è un’occasione propizia per una breve riflessione sul significato della crisi, che può aiutare ciascuno. La crisi è un fenomeno che investe tutti e tutto. È presente ovunque e in ogni periodo della storia, coinvolge le ideologie, la politica, l’economia, la tecnica, l’ecologia, la religione. Si tratta di una tappa obbligata della storia personale e della storia sociale. Si manifesta come un evento straordinario, che causa sempre un senso di trepidazione, angoscia, squilibrio e incertezza nelle scelte da fare. Come ricorda la radice etimologica del verbo krino: la crisi è quel setacciamento che pulisce il chicco di grano dopo la mietitura[1]».

Crisi come spazio per setacciare, discernere, scegliere. Luogo spirituale e storico-politico in cui tradurre un progetto: si direbbe sia questo l’obiettivo del saggio di Marco Politi pubblicato da Laterza e dedicato al ruolo del Papa nell’epidemia. Il giornalista romano, firma de Il Fatto Quotidiano, si occupa di informazione religiosa dal 1971: vaticanista del Messaggero fino al 1987, corrispondente da Mosca fino 1993 per Repubblica e nuovamente corrispondente dalla Santa Sede. Ha seguito momenti storici per la Chiesa come i conclavi del 1978 e del 2005, quest’ultimo per ABC News Special Events, confrontandosi con personalità ecclesiali di altissimo profilo: basti pensare alla profetica intervista rilasciata dal cardinale Joseph Ratzinger, «Il laicismo nuova ideologia. L’Europa non emargini Dio», il 19 novembre 2004 su Repubblica, manifesto del pontificato di Benedetto XVI. Politi è noto all’editoria per aver scritto a quattro mani col premio Pulitzer Carl Bernstein His Holiness. John Paul II and the hidden History of our Time (Doubleday, 1996), seguito da Joseph Ratzinger. Crisi di un papato (Laterza, 2011), attenta lettura delle contraddizioni che avrebbero messo il pontefice nella condizione traumatica, non abituale per la storia della Chiesa, delle dimissioni dal ministero petrino. Politi ha posto la comunicazione e le declinazioni pubbliche del messaggio di Francesco al centro dei suoi corsi presso la Ludwig-Maximilians-Universität München e segue il pontificato di Bergoglio con un attento occhio critico. Lo dimostrano due saggi editi da Laterza: Francesco tra i lupi. Il segreto di una rivoluzione (2014) e La solitudine di Francesco: un papa profetico, una Chiesa in tempesta (2019). Il testo del 2020 potrebbe pertanto essere considerato una terza tappa nella disamina del pontificato, attraverso il prisma interpretativo dell’epidemia da coronavirus, capace di amplificare, velocizzare e porre all’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica quei limiti che sono anche oggetto della narrazione pubblica del Papa. Il volume dedicato alla peste e alla rinascita non è il primo che prende in carico la prospettiva suggerita da Francesco nell’epidemia. Lo stesso pontefice, attraverso la Libreria Editrice Vaticana, ha condensato in pubblicazioni ed instant book (Forti nella tribolazione; Guarire il mondo; La vita dopo la pandemia) non solo le più significative meditazioni, ma anche un articolato punto di vista politico sul superamento della crisi. Tali testi manifestano, attraverso la capillare diffusione nelle strutture ecclesiali, la strategia comunicativa della Santa Sede per esprimere con immediata fermezza il punto di vista del vertice della cattolicità su una tragedia globale. La «via di discepolato» suggerita dal Papa nel volume di dicembre 2020 per Piemme, Ritorniamo a sognare. La strada verso un futuro migliore, indica, in parallelo con la lettera enciclica Fratelli Tutti, una visione concreta per la costruzione di alternative politiche, focalizzandosi sulle periferie, sui poveri, sull’autenticità di dolorose esperienze trasformative sul piano interiore e pubblico. Questo libro, peraltro, è stato il sorprendente regalo che il Papa ha fatto pervenire a Joe Biden per congratularsi della vittoria. Per delineare in modo significativo la cornice storica in cui agisce un messaggio politico-religioso per offrire una dimensione di senso offerta nei contesti epidemici, è utile segnalare il volume di Roberto Rusconi Dalla peste mi guardi Iddio. Le epidemie da Mosè a Papa Francesco (Morcelliana, 2020). Infine, è utile ricordare come a questi volumi potremo aggiungere, in futuro, nuove edizioni di saggi capaci di proporre matrici interpretative per inquadrare il riordino socio-economico sancito dall’epidemia; tra queste uscite da seguire spicca la ventura edizione italiana del saggio di Massimo Faggioli, The Liminal Papacy of Pope Francis, ben presentato da Antonio Ballarò[2] come «un libro aperto».

L’immagine che offre Politi nelle prime pagine del suo saggio è quella della peste pandemica affrontata dal vicario di Cristo, solo, sotto la pioggia romana, nella piazza San Pietro vuota: icona ormai storica del «Papa nella tempesta» – espressione che quasi cita quella «bufera» con cui Valeria Fucci aveva tradotto il «Pape écartelé» di Yves Chiron – e di una figura, fragile e allo stesso tempo eroica, a capo di una Chiesa che, in forza delle limitazioni emergenziali disposte dal governo italiano, «sembra aver cessato di esistere». Torna l’intreccio inevitabile tra Chiesa e Italia, primo Paese dell’Occidente ad affrontare la crisi: spazio di debolezze messe ancora più alla luce, realtà geopolitica in declino aggredita, perfino, nelle sue relazioni spirituali. La «preghiera individuale», con tutto il suo complesso carico di potenziale sostitutivo verso le liturgie collettive, si nutre di relazioni telematiche che il Papa affronta con forte capacità egemonica verso l’opinione pubblica: una dimensione che cozza col «silenzio» che congela menti e cuori di credenti e non credenti, che assistono inerti all’ingresso della morte nelle loro esistenze. Il confronto con la morte e con la difficoltà di attestarsi nel solco della dimensione salvifica della Risurrezione: ecco la sfida che unisce Francesco agli agenti politico-religiosi che, prima di lui, provavano ad intestarsi l’offerta di un senso nelle tragedie collettive capaci di mettere in questione la vita. Tale sfida abbraccia, per Politi, episodi di vita del Papa: la polmonite in giovinezza, i rischi nella metropoli argentina, le minacce dell’integralismo islamista. L’autore connette con un profilo quasi poetico tali aspetti biografici con immagini che luoghi densi di storia, come il Camposanto Monumentale di Pisa, hanno consacrato alla pedagogia spirituale cattolica in materia di morte. Gli affreschi di Buffalmacco, Piero di Puccio e Benozzo Gozzoli, nella città della Torre, rappresentano significativamente un contraltare di sapore pre-moderno all’inevitabile persistenza del potere consolatorio dell’istituzione ecclesiale e del suggerimento di affidarsi alla trascendenza durante la crisi: offerta con rilievo di non poco conto, se profiliamo questo aspetto nei decenni segnati dalla revanche de Dieu indicata da Gilles Kepel nel 1991.

«Nella civiltà dell’immagine l’assenza risulta stridente. Svanisce la Religione, la Scienza resta padrona incontrastata. Sul palcoscenico spiccano i camici, non le stole. Profumo di gel disinfettante, non di incenso, colpisce le narici. Eroi e martiri sono medici e infermieri, il verbo è diffuso da chi governa: il premier, i sindaci, i governatori di regione. Unica liturgia è la conferenza stampa serale con l’elenco dei morti, contagiati e guariti e le raccomandazioni da seguire. Che l’ultimo segno di croce sulla fronte dei morenti non sia tracciato dal clero rende cruda la sua estromissione. Eppure è inevitabile. L’unica via per combattere il morbo è quella dettata dalla scienza. Stare insieme provoca contagio. Stare insieme è letale. Presentarsi in ospedale come messaggeri di Dio rischia di propagare il pericolo[3]».

Se la fede è prima di tutto relazione e addensamento di narrative comuni, ai monoteismi spetta il carico più duro. Ma è proprio nel dispiegamento di tali difficoltà, secondo Politi, che emerge la figura del pontefice capace di incarnare, in piena epidemia, un lessico e dei gesti di tenore populista. Usando quest’ultimo lemma siamo consapevoli di quanto si tratti, a riguardo dell’attuale successore di Pietro, di una cifra specifica, come sottolineato da Massimo Faggioli in un articolo del 2016 per il Mulino[4] in netta diversità da quanto scritto da Ross Douthat sul New York Times[5]: il richiamo universale ed ecumenico alla preghiera sostenuto dal World Council of Churches, dal patriarca Bartolomeo e dall’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, la visita all’icona Salus Populi Romani in Santa Maria Maggiore, il messaggio Urbi et Orbi del 27 marzo – «Signore, non lasciarci in balia della tempesta!» – a partire dal vangelo di Marco circa la tempesta sul mare di Galilea sono passaggi che centralizzano l’attenzione dell’opinione pubblica, specie nei Paesi sottoposti a rigide norme di emergenza. Sono strumenti capaci di offrire una narrativa sensata e, allo stesso tempo, rinnovare la cifra specifica del pontificato: la condanna delle «false sicurezze» fornite da quello che Politi chiama «mito del darwinismo imperante, l’ossessione dei vincenti in competizione perpetua». «A Francesco – scrive ancora l’autore – interessa un cristianesimo attivo, pensato e vissuto secondo l’amore per il prossimo, fatto di un agire concreto nella situazione storica concreta»: pare rigettata l’ipotesi interpretativa della peste come strumento punitivo del Divino, ma che, pur espunto il concetto di castigo, chiama in causa la responsabilità dei singoli, interpella le istituzioni verso una auto-analisi politico-spirituale. In tal senso, si consideri la riflessione che il biblista Franco Manzi ha offerto su Rivista del Clero Italiano[6] a partire dal concetto di «auto-punizione» dell’uomo, a suo avviso intrinseco alla parabola profetica di Ezechiele, che anticipa il superamento della prospettiva del Dio punitore in quanto responsabile del male «meritato» dal peccatore.

Misericordia, certo, ma solo a condizione di «reimpostare la rotta», affinché non sia stata vana quella confinata «Pasqua del 2020» che perfino un recente brano indie ha consacrato quale manifestazione di una felicità privata del suo senso più profondo, espressione di una solitudine che i brani iniziali del capitolo «Guardiamo quelle fosse comuni» riassumono nella figura di isolati celebranti. A tal proposito, va rammentato l’avvertimento circa la possibile «variabile gnostica», ossia il pericolo di una fede telematica, «disincarnata», evidenziata da uno studio Lumsa riportato da Avvenire[7]: alla creatività ecclesiale, come l’under 30 «webstar per caso» don Alberto Ravagnani capace di spopolare sulle reti più ostiche come TikTok, si affiancano singolari sfide fanatiche alla sicurezza sanitaria, in un quadro complessivo in cui il corpaccione ecclesiale si dibatte tra smarrimento e inventiva. Curiosa l’espressione sulla pre-esistenza di un clero «bergogliano prima che arrivasse il pontefice argentino», non usuale in riferimento alla Chiesa italiana. È proprio a questa che Politi dedica passaggi significativi del secondo capitolo, rammentando il concreto impegno solidale, sostenuto dalla CEI, nella carità e nella ricucitura delle ferite sociali ed economiche. La visuale dell’autore abbraccia esempi ecclesiali in Spagna, tiene in conto i moniti lanciati dal World Food Programme delle Nazioni Unite verso Africa, Medio Oriente, Asia e America Latina: a suo avviso, le omelie mattutine quotidiane dalla cappella di Santa Marta o gli Angelus (come le invocazioni alla Regina Coeli in tempo pasquale) costituiscono un punto connettivo tra le sofferenze di singoli e specifici attori, citati volta per volta (personale medico, socio-assistenziale, lavoratrici e lavoratori delle pulizie, agenti di pubblica sicurezza, giovani, precari/e..) ed un magistero specifico. Menzioni che ritornano nelle meditazioni della Via Crucis del 10 aprile 2020 in San Pietro[8], proposte dalla cappellania della Casa di Reclusione “Due Palazzi” di Padova e raccolte da don Marco Pozza – volto noto della mediaticità ecclesiale – e dalla volontaria Tatiana Mario, ritorno in quel microcosmo carcerario che Bergoglio aveva nobilitato nella Missa in Coena Domini del 18 aprile 2019 nel penitenziario di Velletri e che esprime la frustrazione non solo per l’isolamento, ma anche per un senso indomabile di colpa. Induzione potentissima all’uditorio di porsi la domanda della relazione con Dio e con l’Altra/o.

Il saggio si mostra utile per decriptare la fase specifica dei primi restringimenti nell’Europa occidentale e nelle Americhe, subito dopo l’exploit cinese, ma che sarebbe utile raffrontare con una più introiettata, duratura – e, perché no, “paranoica” – consapevolezza di far fronte ad una condizione semi-permanente di distanziamento, isolamento, accortezze, timori per le fisicità. La recentissima indicazione CEI per un «segno della pace» tracciato con gli occhi risponde, ad esempio, con un discutibile annetto di ritardo alla domanda di frazioni consistenti del clero e dei fedeli circa le modalità possibili di non abbandonare uno dei gesti liturgici relazionali più interessanti, con una storia antica e suggestiva che interseca il «Santo Bacio», per quanto formalizzato solo nel 1970.

Politi interseca con saggezza in questi passaggi la capacità del pontefice e della macchina diplomatica guidata dal cardinale Pietro Parolin di rafforzare, oltre ai rapporti con le altre fedi – si fa menzione dell’Islam, grazie al documento di Abu Dhabi del 2019 – anche il rapporto con le principali e più carismatiche leadership occidentali, a partire dalla cancelliera Angela Merkel. Qui si coglie la visione dell’Europa: non spazio di affermazione solipsistica delle radici giudaico-cristiane – ambizione di altri tempi – ma realtà in trasformazione cui il cattolicesimo può offrire una più informale e non meno sostanziosa guida morale. Una guida che, per l’autore, da maggio 2020, momento di riapertura controllata del culto al pubblico in Italia, prova a permanere attraverso una pratica religiosa individualizzata ma rinforzata. Politi cita a tal proposito il teologo Giuseppe Lorizio e il sociologo Franco Garelli: la riscoperta di radici spirituali e fonti trascendenti si confronta con il crescente ateismo dei giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni e con un belonging without believing che definisce un cattolicesimo identitario. Ecco perché assume fascino la domanda, ripresa da Sandro Veronesi, sull’ubi consistam della grande assente: la cultura laica.

Nel capitolo terzo, «O la Borsa o la vita», attraverso l’episodio della riunione dei vescovi dell’area mediterranea a Bari il 23 febbraio, a ridosso dei primi e più gravi segnali circa la diffusione dell’epidemia in Italia e in Europa occidentale, Politi fa alcuni passi indietro, per decriptare la valenza politica del pontificato, rievocando analisi che aveva compiuto nei precedenti saggi. Il punto centrale qui è il confronto con le nuove forme di conservatorismo, da quelle con tendenze illiberali conclamate (Viktor Orbán) a quelle che passano attraverso canali più tradizionali senza perdere un profilo demagogico (Boris Johnson, che affronta il trauma del ricovero) a quelle che, fuori dall’Europa, chiamano in causa un patriottismo esclusivista (Narendra Modi). Innanzi a tali agenti politici, il pontefice torna a proporsi come alfiere delle dignità sociali dei popoli, allarmato avvocato delle nuove povertà e del debito dei Paesi più poveri. I bersagli del Papa e dei suoi media, a partire dall’Osservatore Romano, sono i portavoce del negazionismo, da Trump a Bolsonaro. «Non è buonismo – ricorda Politi – ma realismo geopolitico», consapevole della filiazione speciale tra la Santa Sede e gli indios dell’Amazzonia, bersaglio di una scellerata strategia di potere della destra conservatrice brasiliana e dei suoi relativi poteri economici, ma anche oggetto di uno specifico sinodo che tanto dibattito ha portato nel clero per le questioni connesse all’ecologia politica e ai possibili esiti in materia di ministerialità ordinata. Bolsonaro e Trump, nella corposa e documentata lettura di Politi, sono proposti dalla Santa Sede, in consonanza coi media ufficiali del cattolicesimo italiano[9], come gli esemplari populismi sovranisti la cui ricetta – economica, politico-sanitaria – è bocciata senza appello. L’autore affianca a tale lettura una difesa, da parte della Chiesa, del modello di convivenza delle democrazie: fatto di non poco conto, se pensiamo al ruolo che riveste la religione nello strutturare il suprematismo bianco negli Stati Uniti o nel conferire patenti di legittimità alla Alt Right. Nel testo mancano curiosamente espliciti riferimenti ai referenti italiani di tali narrative politiche: scelta dell’autore per “volare alto” rispetto alle miserie del nostro dibattito o silente indicazione consequenziale? Inoltre, pur citato alle pagine 138-140 come interlocutore inevitabile verso il quale esercitare cautela, manca un’analisi del rapporto con Pechino in termini di dimensione geopolitica e di offerta al mondo di un’alternativa politica-economica e culturale rispetto ai modelli di taglio più occidentale: interesse non da poco, per i mesi in cui si discute del rinnovo dell’accordo ad experimentum tra Santa Sede e Repubblica Popolare a proposito della nomina dei presuli.

«Risorgere e cambiare», pertanto, come suggerisce il titolo del quarto ed ultimo capitolo: conferire gli strumenti per combattere il pur fondato pessimismo che, in particolare nell’Occidente euro-atlantico, oggi è dato incontestabile dell’opinione pubblica, tanto da spingere Politi a ricordare come il lemma «fragilità» ricorra spesso negli interventi del Papa. Una narrativa che non deve farci dimenticare come la Santa Sede agisca da attore politico-istituzionale per proporre ricette concrete. Il volume, a tal proposito, non dimentica che, nelle stanze del Palazzo Apostolico, il vicario di Cristo si sofferma da diversi mesi sulle conseguenze della crisi: la nomina (marzo 2020) di una commissione speciale[10] per studiare le «sfide socio-economiche e culturali» della nuova stagione di globalizzazione di (ulteriori) incertezze ci lascia intendere che dalla Santa Sede perverranno suggestioni per la costruzione di parole d’ordine, messaggi e gesti che definiranno ulteriormente il solco segnato dalla Chiesa di Francesco, pur con tutte le sue sfumature e le sue contraddizioni, verso le tendenze a carattere demagogico della destra conservatrice mondiale. Una tendenza che potrebbe trovare sintesi in un estratto da una delle citazioni non propriamente evangeliche che spesso costellano gli interventi di Francesco, qui dall’intervista ad Austen Ivereigh:

«Mi viene in mente un altro verso di Virgilio, quando Enea, sconfitto a Troia, aveva perduto tutto e gli restavano due vie d’uscita: o rimanere là a piangere e porre fine alla sua vita, o fare quello che aveva in cuore, andare oltre, andare verso i monti per allontanarsi dalla guerra. È un verso magnifico: Cessi, et sublato montem genitore petivi. “Mi rassegnai e sollevato il padre mi diressi sui monti”. È questo che tutti noi dobbiamo fare oggi: prendere le radici delle nostre tradizioni e salire sui monti[11]».

Nel «salire sui monti» la voce del pontefice è intrecciata da Politi con quella di Fabrizio Barca, Vincenzo Paglia, Gael Giraud, Alessandra Smerilli, Rino Fisichella, Mariana Mazzucato, Joseph Stiglitz, Tedros Ghebreyesus, Joachim von Braun, Stefano Zamagni, i Fridays for Future. Voci che chiamano in causa il sedimentarsi delle disuguaglianze per evidenziare il bisogno nuovi progetti politici – e, implicitamente, di altrettanti nuovi esponenti per rappresentarli come «costruttori»? Francesco, in conclusione, indica tre sfide possibili per definire progetti politici e sociali di fattura diversa dal liberismo e rispondere alla crisi della nuova peste: «l’inequità delle diseguaglianze»; «le nuove schiavitù», in particolare minorili e sessuali; «la rovina della natura» che fa innalzare il «grido della terra e dei poveri». Punti che sottolineano il bisogno non solo spirituale, ma materiale e carnale della fratellanza che ha segnato Fratelli Tutti. La nuova peste è tempo di rigenerazione e ridefinizione, invito globale ma con marcati interlocutori sociali nonché istituzionali e geopolitici – questi ultimi, in verità, più concentrati nel Vecchio Continente e nelle Americhe – affinché si tenga salda la fedeltà alla democrazia nel quadro di dialettiche conclamate già nel grembo della Chiesa, come dimostra l’appello conservatore Veritas liberabit vos. L’immagine conclusiva di un «intuito di popolo» che accompagna il pontificato torna a ribadire la vocazione universale, aperta a credenti e non, di un pungolo che fa leva sulla materialità delle contraddizioni, specie in epidemia, per «sentirci di nuovo architetti e protagonisti di una storia comune».


[1] Papa Francesco, Discorso ai membri del collegio cardinalizio e della curia romana per la presentazione degli auguri natalizi, 21 dicembre 2020, n.5.

[2] Antonio Ballarò, Recensione a “The Liminal Papacy of Pope Francis” di Massimo Faggioli, «Pandora Rivista», 27 dicembre 2020.

[3] Marco Politi, Francesco. La peste, la rinascita, Laterza, Roma-Bari,2020, p. 20.

[4] Massimo Faggioli, Populismo o elitismo nella Chiesa, «La Rivista il Mulino», 30 marzo 2016.

[5] Ross Douthat, Clash of the Populists, «The New York Times», 21 febbraio 2016.

[6] Franco Manzi, ‘Castigo di Dio’ o ‘auto-castigo’ dell’uomo? Le intuizioni del profeta Ezechiele nella ‘notte’ dell’esilio, «Rivista del Clero Italiano», 2020, 9, 101, pp. 617-629.

[7] Paolo Santori, Messe online e variabile gnostica, «L’Avvenire», 25 aprile 2020.

[8] Via Crucis presieduta dal Santo Padre Francesco, Venerdì Santo 10 aprile 2020, www.vatican.va/news_services.

[9] Le fondamenta politico-spirituali della netta distanza verso il trumpismo prima dell’epidemia si possono trovare in Antonio Spadaro, Marcelo Figueroa, Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo, «La Civiltà Cattolica», III, 15 luglio 2017, 4010, pp. 105-113.

[10] La Commissione Vaticana Covid 19 «Preparare il futuro», composta da cinque gruppi di lavoro, si avvale del supporto scientifico di quattro task force (sicurezza, economia, ecologia, salute) e del sostegno organizzativo dei dicasteri della Curia.

[11]Austen Ivereigh, Il Papa confinato, in «La Civiltà Cattolica», 8 aprile 2020.

Scritto da
Ettore Bucci

Perfezionando in storia contemporanea presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, è cultore della materia in storia del pensiero e delle istituzioni politiche presso l’Università di Pisa e membro del Centro Universitario Cattolico della Conferenza Episcopale Italiana. Co-presidente dell’associazione democratica e personalista Rosa Bianca di Pisa, si occupa del pensiero politico dei cattolici italiani e francesi nel secondo Novecento e dell'ispirazione transnazionale dell’autogestione nel quadro degli années ‘68.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici