Recensione a: Marco Aime e Federico Faloppa, I morti degli altri, Einaudi, Torino 2025, pp. 176, 13 euro (scheda libro)
Scritto da Eirene Campagna
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La disuguaglianza del lutto: un libro per decostruire le gerarchie sociali visibili e invisibili
Non tutte le morti occupano lo stesso spazio nell’immaginario pubblico, né suscitano la stessa intensità di lutto, indignazione o memoria. È da questa constatazione, tanto evidente quanto raramente interrogata fino in fondo, che prende avvio I morti degli altri di Marco Aime e Federico Faloppa, pubblicato da Einaudi nel 2025. Un libro che, mentre mette il lettore di fronte a dati relativi alle varie morti collettive nel corso della storia, esplora le diverse declinazioni in cui si esprimono le disuguaglianze che le attraversano, e più precisamente le gerarchie casuali o motivate da fattori a volte incomprensibili, che stabiliscono quali vite siano destinate ad essere piante e quali a rimanere sullo sfondo. Quella che leggiamo è un’analisi esaustiva che riconsidera, fin dalle prime pagine, il senso di celebri riflessioni sulla morte che renderebbe uguali, al suo sguardo, tutti gli esseri umani. Non a caso, il libro si apre con alcune delle battute più famose de ‘A livella di Totò, cita poi il Dialogo sopra la nobiltà di Giuseppe Parini e I sonetti romaneschi di Giuseppe Gioacchino Belli. Tre riferimenti di autori e di epoche completamente diversi tra di loro ma che sottolineano lo stesso concetto, che sono messi in discussione non appena vengono citati alcuni studi condotti su una serie di eventi luttuosi della storia recente.
Tra gli esempi più significativi troviamo una importante riflessione su come le conseguenze del Covid-19 si siano evolute in maniera differente nei diversi Stati e soprattutto nelle diverse condizioni socio-economiche delle popolazioni che ne sono state colpite, oppure le differenti reazioni suscitate da due tragici episodi terroristici: da un lato quello dell’ISIS alla redazione di Charlie Hebdo, a Parigi, alla fine del 2015, e dall’altro quello del gruppo jihadista Boko Haram perpetrato a Baga in Nigeria, considerato secondo le stime di Human Rights Watch e Amnesty International come il massacro peggiore di sempre da parte di Boko Haram. Proprio a proposito di quest’ultimo attentato gli autori scrivono: «la sensazione è quella che le vittime […] non siano neppure mai esistite, che siano un rumore di fondo, che quei morti non ci sconvolgano perché non appartengono davvero al nostro mondo» (p. 19).
Rimanendo su questo tema, è interessante sottolineare un altro aspetto trattato: non è un caso che, ormai da tempo, i nostri notiziari, nel dare conto di tragedie di qualsiasi natura – attentati terroristici, catastrofi naturali, conflitti armati – si affrettino a precisare quanti cittadini italiani siano rimasti coinvolti. «Come se l’intimità, l’empatia, la vicinanza fossero solo appannaggio dell’appartenere a una (immaginaria) comunità nazionale. Mentre potremmo benissimo sentirci parte della comunità degli offesi al di là di bandiere, inni, frontiere» (p. 45), scrivono Aime e Faloppa. È proprio a partire da questa distorsione dello sguardo che I morti degli altri costruisce la propria riflessione, proponendo un testo denso e dichiaratamente interdisciplinare, capace di tenere insieme due prospettive complementari: quella antropologica di Marco Aime e quella linguistica di Federico Faloppa. Da un lato, l’attenzione alle dinamiche culturali che definiscono l’alterità; dall’altro, l’analisi delle parole, delle narrazioni e delle cornici discorsive attraverso cui la morte viene resa visibile o invisibile. È proprio in questa intersezione che I morti degli altri trova la sua forza: mostrare come i corpi e i linguaggi lavorino insieme nel produrre distanza, indifferenza, assuefazione.
Gli “altri” evocati dal titolo non costituiscono una categoria fissa. Sono piuttosto una posizione mobile, che può includere migranti, civili colpiti da guerre lontane, vittime di violenze strutturali che non trovano spazio nei rituali del lutto occidentale. Morti che non diventano evento, ma statistica; che non generano nomi e storie, ma numeri e grafici. Aime e Faloppa mostrano come questa asimmetria non sia casuale, bensì il risultato di precise scelte politiche, mediatiche e linguistiche. E non solo, l’atteggiamento nei confronti degli altri, sia morti che vivi, deriva anche da come l’identità occidentale si è costruita nel corso dei secoli, attraverso il «costante bisogno di costruire un’immagine positiva e autocompiacente di sé» fino al punto di «auto-esentarsi dalle responsabilità di razzismo, colonialismo, eurocentrismo e intolleranza nei confronti del diverso» (p. 74). Infatti, inoltrandoci nelle pagine del libro, vediamo come questa convinzione si chiarisca ancora meglio attraverso lo stabilire una linea di separazione marcata dalla “storica” «distinzione tra noi e loro, ciò che è noto e ciò che è sconosciuto, ciò che è familiare e ciò che non lo è» (p. 68), identificando le prime categorie con qualcosa di positivo e benefico, contrapposte a ciò che è dannoso, perché percepito come altro, secondo un processo che in antropologia chiameremo di “alterizzazione”, e che consente di derubricare così un continuo susseguirsi di discriminazioni tra ciò che è ritenuto superiore e ciò che è ritenuto inferiore.
È dall’intersezione di questi due sguardi che Aime e Faloppa affrontano uno dei nodi più cruciali dell’intera disamina: il modo in cui oggi ci si pone di fronte alle immagini della morte. A partire dalla guerra del Vietnam, primo conflitto ad essere raccontato quasi in diretta, grazie alla presenza capillare di giornalisti sul fronte, la violenza bellica diventa progressivamente un’esperienza mediatica, quasi simultanea, condivisa su scala globale. Ma sarà solo a partire dal 2001, con l’attacco alle Torri Gemelle, che questa trasformazione conosce un punto di svolta radicale: l’attentato al World Trade Center è il primo evento traumatico vissuto in diretta planetaria da milioni di spettatori, un’esperienza collettiva che segna in modo irreversibile il nostro rapporto con l’immagine e con il dolore.
Non a caso, Aime e Faloppa richiamano il pensiero di Susan Sontag, che nel suo celebre libro intitolato Davanti al dolore degli altri osserva come, dopo decenni di spettacolarizzazione della catastrofe nel cinema hollywoodiano, il linguaggio del trauma si sia rovesciato: di fronte a un evento reale di violenza estrema, ciò che un tempo veniva percepito irreale come un sogno finisce per essere assimilato a una finzione cinematografica. L’orrore, anziché apparire inassimilabile, viene riconosciuto attraverso forme visive già note, sedimentate nell’immaginario collettivo. È in questo slittamento che si consuma una delle ambiguità centrali della contemporaneità. In un contesto dominato dalle immagini televisive e, oggi, dagli schermi dei nostri smartphone, diventa sempre più difficile distinguere emotivamente ciò che accade e ciò che viene visto, l’esperienza diretta e la sua rappresentazione. La morte, moltiplicata e riprodotta senza tregua, rischia così di perdere spessore, trasformandosi in un flusso continuo che anestetizza più di quanto interroghi, più di quanto chiami in causa una responsabilità etica.
In questo quadro si colloca anche il richiamo alle immagini che, più di altre, sono rimaste impresse nella memoria recente, come le fotografie del corpo di Ālān Kurdî, il bambino siriano ritrovato senza vita nel 2015 sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, e quella che ritrae Mehmet Çıplak, il poliziotto turco che ne raccoglie il corpo dalla battigia. Gli scatti realizzati dalla fotografa Nilüfer Demir hanno fatto il giro del mondo e hanno prodotto, forse per la prima volta in modo così evidente, una reazione diffusa di commozione, vergogna e inquietudine di fronte alla sorte dei rifugiati costretti ad attraversare il Mediterraneo in condizioni estreme. Per quell’episodio è sembrato che la morte dell’altro abbia immediatamente infranto il muro dell’indifferenza, trasformandosi in un lutto condiviso, in un evento capace di interpellare una responsabilità collettiva. Gli autori si interrogano tuttavia sulle ragioni di questa eccezione. Perché proprio quella immagine è riuscita a produrre un simile cortocircuito emotivo? La risposta risiede anche nel fatto che si trattava del corpo di un bambino. I bambini, scrivono, sembrano sottrarsi alle appartenenze rigide: «è quasi come se non avessero una patria, ma fossero portatori di una certa neutralità che li renderebbe patrimonio di tutti, di una certa universalità, di un’umanità senza confini e senza riserve» (pp. 87-88). In questa prospettiva, la morte infantile appare meno “altra”, più facilmente assimilabile a un dolore che riguarda tutti.
Eppure, avvertono Aime e Faloppa, nemmeno l’infanzia costituisce una garanzia assoluta contro l’indifferenza. Esistono contesti in cui anche i corpi dei bambini vengono risucchiati nella logica della strumentalizzazione e della propaganda. Durante la guerra nei Balcani, ad esempio, le fotografie di bambini uccisi nei bombardamenti di villaggi venivano esibite tanto nelle conferenze stampa serbe quanto in quelle croate, piegate a narrazioni contrapposte e funzionali alla legittimazione della violenza. Le stesse immagini, anziché suscitare un lutto condiviso, diventavano strumenti di divisione. È in questa ambivalenza che si misura la fragilità del nostro rapporto con le immagini della morte: capaci, in rari momenti, di aprire uno spazio di empatia universale, ma più spesso destinate ad essere assorbite, neutralizzate o riutilizzate entro cornici che ne svuotano la forza etica. I morti degli altri mostra così come il problema non risieda soltanto in ciò che vediamo, ma nel modo in cui scegliamo, o impariamo, a guardare.
Senza indulgere in toni moralistici o consolatori, Marco Aime e Federico Faloppa costruiscono un dispositivo critico che costringe il lettore a interrogarsi sulle proprie soglie di attenzione e responsabilità. I morti degli altri non offre risposte semplici né soluzioni immediate. È un libro scomodo, che chiede di sostare nell’inquietudine e di riconoscere che il modo in cui piangiamo – o non piangiamo affatto – i morti dice molto del nostro modo di abitare il mondo. Interrogare “i morti degli altri”, suggeriscono gli autori, significa in ultima analisi interrogare noi stessi e i confini, sempre instabili, della nostra umanità.