Il Mezzogiorno e i “fiori del deserto”. Intervento di Enrica Morlicchio
- 17 Gennaio 2021

Il Mezzogiorno e i “fiori del deserto”. Intervento di Enrica Morlicchio

Scritto da Enrica Morlicchio

4 minuti di lettura

Pubblichiamo questo testo tratto dall’intervento, riveduto dall’autrice, di Enrica Morlicchio al seminario svoltosi il 28 dicembre nell’ambito del ciclo “Ripensare la cultura politica della sinistra” promosso da Salvatore Biasco, Alfio Mastropaolo e Walter Tocci e dedicato alle politiche di governo nella società post Covid-19.


Tempo addietro avevo deciso di non partecipare più a discussioni del tipo “consigli al principe sull’arte di governare” perché più volte mi sono trovata nella spiacevole situazione di avvertire uno scarso interesse da parte di chi, a vari livelli, ha delle responsabilità politiche. Ma a Salvatore Biasco non ho potuto dire di no, se non altro per la sua inattaccabile passione politica che non l’ha fatto arretrare neanche di fronte alle difficoltà di coinvolgere in una discussione su una piattaforma digitale, su temi di grande importanza, così tante persone, nel corso di una intera giornata. Nel mio intervento vorrei toccare tre punti:

  • L’idea di disegnare un nuovo modello di welfare capitalism, sollevata da chi mi ha preceduto, è sicuramente un’esigenza importante di medio-lungo periodo, però in questo momento sarebbe più opportuno provare a ragionare più su obiettivi concreti di breve periodo che riguardano questioni essenziali quali sanità pubblica, scuola e università, contrasto alla povertà e misure di sostegno ai disoccupati, occupazione femminile, coesione territoriale, sistema delle infrastrutture sociali e fisiche, digital divide (sia in termini di competenze che di dotazioni di device e reti di connessione), innovazione sociale e tecnologica, accoglienza degli immigrati. Questo punto mi sembra importante perché l’impressione che ho avuto quando è stato presentato il piano Colao, e il rischio è presente anche con il piano di impiego dei fondi del Next Generation EU, è l’ansia di disegnare uno scenario globale nel quale poi si perdono gli obiettivi più alla nostra portata che devono disegnare un percorso a tappe rispetto alle quali si può anche valutare l’azione di governo.
  • Non possiamo rivendicare solo l’importanza di politiche redistributive perché c’è il rischio che, passata la fase in cui queste politiche sono possibili, non si sarà stati capaci di agire sul piano di una più equa distribuzione dei redditi con politiche come la patrimoniale e politiche di impresa di ogni dimensione: le piccole imprese, sia nei comparti tradizionali che innovativi, le grandi imprese e soprattutto le imprese pubbliche. Vivendo a pochi chilometri da Castellammare di Stabia e Torre Annunziata ho potuto toccare con mano il disastro dello smantellamento dell’impresa pubblica, avvenuto a volte anche senza un vero e proprio fondamento di tipo economico. Oggi gli scheletri di queste imprese stanno per essere trasformati uno alla volta in grossi centri commerciali, sui quali ha già messo le mani la criminalità organizzata, con l’effetto di aver distrutto una secolare cultura operaia, stimolato un consumismo pauperistico che non crea alcuno sviluppo e aver creato poca e dequalificata occupazione gestita in modo clientelare. Anche in questo modo si crea la desertificazione economica e lo tsunami demografico denunciati dai rapporti Svimez, con rischi di implosione della struttura socio-demografica che non riguardano solo le aree interne ma anche le aree urbane industriali dismesse del Mezzogiorno per le quali non sono stati previsti investimenti in settori strategici avanzati.
  • Infine, da sociologa economica, osservo che dobbiamo guardare anche agli aspetti culturali dei processi che ho richiamato. Mi ha molto colpito quanto ha dichiarato recentemente il Rettore della Scuola Normale Superiore di Pisa denunciando che, nonostante le facilitazioni previste per studenti a basso reddito (esenzione dal pagamento delle tasse, alloggio e borse di studio) negli ultimi anni vi è stato un calo fortissimo di richieste. Questo significa che si è fortemente indebolita all’interno delle classi sociali medio-basse quella che l’antropologo americano Arjun Appadurai chiama “capacità di aspirare”. Non c’è più la capacità di disegnare degli orizzonti e di individuare gli strumenti per poter realizzare i propri obiettivi per potersi sottrarre a destini sociali che appaiono senza appello. Questo è veramente un problema enorme che per fortuna non si è ancora presentato nel Mezzogiorno, nonostante la desertificazione demografica ed economica di cui abbiamo parlato. Il Mezzogiorno ha infatti dimostrato di avere delle risorse straordinarie di resistenza che io chiamo i “fiori del deserto”. Però, proprio come i fiori del deserto che nello sforzo di fiorire in un ambiente ostile rischiano di far morire la pianta, queste iniziative da sole non bastano: quando finirà l’attenzione tutta concentrata sulla pandemia ci si ritroverà di fronte ad una forte polarizzazione sociale, per cui anche se si creerà la più grande impresa pubblica innovativa, ci saranno dei settori della popolazione del Mezzogiorno che non saranno in grado di cogliere le occasioni che si presentano perché mancano delle credenziali educative e delle aspirazioni necessarie. La mia intenzione ovviamente non è cadere in un’interpretazione culturalista, però credo che sia importante cercare di integrare nei nostri modelli teorici e di intervento anche questi aspetti che hanno a che fare più con la percezione, con i “morsi dell’anima” secondo l’efficace metafora di Giovanni Laino che opera da decenni nei Quartieri Spagnoli di Napoli. Come evitare che ciò accada? Sono necessari grossi investimenti per contrastare la povertà educativa fin dalla prima infanzia; programmi specifici di formazione professionale per le donne con bassi titoli di studio che rischiano di essere emarginate per sempre dal mercato del lavoro; presa in carico, senza allontanamento, dei minori che appartengono a nuclei familiari nei quali uno o più adulto è in carcere; potenziamento di esperienze pilota che si sono mostrate efficaci nel tempo come i maestri di strada, la educazione alla lettura negli ambulatori pediatrici e via discorrendo. L’idea che nel Mezzogiorno vi sia un potenziale economico e sociale inespresso da liberare e sostenere con politiche pubbliche del quale potrà avvalersi l’intero Paese mi trova del tutto concorde tenendo presente anche del ruolo strategico delle città portuali del Mezzogiorno negli scambi internazionali.
Scritto da
Enrica Morlicchio

Professore ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università di Napoli Federico II. È co-direttore della rivista «Sociologia del lavoro», fa parte della direzione della rivista «il Mulino» e ha fatto parte del Comitato scientifico dell’Osservatorio sulle disuguaglianze sociali della Fondazione Ermanno Gorrieri. Tra le sue pubblicazioni: “Meno della metà del cielo. Una lettura di genere dello sviluppo e della povertà” (Ledizioni 2010) e “Sociologia della povertà” (il Mulino 2012 – nuova edizione 2020).

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]