Recensione a: Lorenzo Castellani, Riserva di carica. La ragion di Stato e il fondamento del potere, Liberilibri, Macerata 2026, pp. 256, 18 euro (scheda libro)
Scritto da Luca Picotti
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Nella propria produzione accademica e saggistica Lorenzo Castellani, storico e politologo, professore associato di Storia delle istituzioni politiche all’Università Luiss “Guido Carli” di Roma, ha a lungo indagato sul concetto di potere, da diverse angolature, talune più dirette, come nei saggi Il potere vuoto o L’ingranaggio del potere, oppure indirette attraverso lo studio dei sistemi politici-istituzionali, dalle burocrazie americane de L’incubo di Tocqueville al Principe repubblicano italiano de Il Principe e la Repubblica, scritto a quattro mano con Gaetano Quagliariello. L’ultimo lavoro di Castellani, in libreria con Liberilibri e intitolato Riserva di carica. La ragion di Stato e il fondamento del potere, prosegue e cristallizza questo filone, e la matrice realista che lo informa, portando l’analisi nella dimensione patologica dell’eccezione e della crisi, cifra di questa fase storica, ove risiede il potere di ultima istanza, quella riserva di carica in capo all’esecutivo che emerge veramente solo quando gli altri meccanismi sono sospesi. È un volume che si muove tra politica e diritto, riferimenti a classici del pensiero come Niccolò Machiavelli e Carl Schmitt e ai teorici odierni della Silicon Valley, in un continuo dialogo tra passato e stretta attualità.
L’itinerario concettuale segue l’emergere del concetto di ragione di Stato, nato, lapalissianamente, con la formazione degli Stati-nazione, dapprima nella cornice delle monarchie assolute, passando poi per Rivoluzioni, Stati di polizia, le prime Costituzioni, sino alla vera e propria stratificazione dello Stato costituzionale. Un punto che emerge sin da subito è il seguente: nonostante i profondi mutamenti nelle forme, il nucleo essenziale, ossia la necessità di sicurezza e sopravvivenza dello Stato, alla base della ragione stessa, rimane nel corso della storia. Cambia nei suoi aspetti esteriori, viene ridimensionato, asservito alla Costituzione e non più al sovrano assoluto, ma senza mai veramente scomparire: «La ragion di Stato viene istituzionalizzata, normalizzata e trasformata nella ragione dello Stato costituzionale: non più prerogativa sovrana che sospende il diritto dall’esterno, ma logica interna di un ordine giuridico che pretende di racchiudere in sé anche la propria eccezione. Naturalmente tutto questo processo di giuridificazione della ragion di Stato non elimina completamente la tensione tra decisione e costituzione, al contrario apre la strada ad una potenziale dialettica, e anche a conflitti veri e propri, tra i diversi poteri costituzionali in situazioni di emergenza o grave minaccia alla sicurezza dello Stato» (p. 118).
Questa dialettica si fonda su equilibri tanto fragili quanto necessari. L’invito di Castellani è a cogliere la dimensione sostanziale che si cela dietro alla cornice formale. I termini non vanno contrapposti, bensì ibridati. Lo sguardo realista non intende negare, né tantomeno abbandonare, l’ombrello costituzionale in nome di un diritto del tutto arbitrario e soggetto all’eccezione strutturale invocata dal sovrano di turno. Il diritto politico così come inteso dall’autore, e così come tratteggiato dai classici citati, si inserisce anzitutto nell’«insieme delle condizioni giuridico-materiali – storiche, istituzionali, culturali – grazie alle quali una costituzione può pretendere autorità». Ancora, scrive Castellani, questo significa «comprendere realisticamente che il governo legittimo non si fonda soltanto sul rispetto formale delle procedure, ma sulla capacità di produrre e mantenere l’unità politica attraverso istituzioni che incorporano, disciplinandola, la tensione strutturale tra ordine e potere, tra norma e decisione». La conclusione è coerente: «Se la ragion di Stato esprimeva il primato della sopravvivenza sull’ordine giuridico, e il costituzionalismo la pretesa di ridurre ogni potere alla legge, il diritto politico tenta di tenerli insieme, mostrando che l’ordine politico si regge su un diritto immanente delle sue istituzioni. Si tratta di un diritto che non è né puro fatto né pura norma, ma forma vivente dell’unità collettiva» (pp. 80-81).
È qui che il discorso si intreccia profondamente con l’attualità. L’intuizione nasce infatti anche dagli strappi occorsi negli ultimi anni, caratterizzati da un accumularsi di crisi: la pandemia, emblema della riserva di carica, le guerre, la crisi energetica, le nuove frontiere del clima e dell’intelligenza artificiale. Si tratta di un contesto che pone sotto costante pressione gli ordinamenti costituzionali, sia nazionali che, pensiamo all’Unione Europea, sovra-nazionali. Il costrutto europeo rappresenta in questo senso un evidente esempio di cornice giuridica formale percorsa da debolezze sostanziali, costretta a dovere gestire non solo le crisi esterne, sempre più marcate, bensì anche l’anarchia interna, ossia le singole sovranità degli Stati membri e le relative iniziative unilaterali. Da qui, la regola e la sua eccezione. Oppure, la regola e la sua infrazione, senza conseguenze di fatto: si pensi ad alcune normative green calate dall’alto in modo del tutto irrealistico e autoreferenziale, che trovano oggi 27 Stati su 27 inadempienti nella loro ricezione. In generale, dal 2020, è possibile registrare una costante eccezione rispetto all’infrastruttura giuridica europea: dalla sospensione, durata per quasi cinque anni, del patto di stabilità all’allentamento delle regole sugli aiuti di Stato. La sospensione o la deroga appaiono contemplate, in parte, dallo stesso ordinamento unionale, all’insegna del tentativo di procedimentalizzare l’eccezione tipico degli ordinamenti maturi, ma pure questa cornice formale non riesce realmente ad intercettare la base sostanziale, ossia la sovranità di ultima istanza degli Stati che emerge nei momenti patologici.
Se la dimensione multilivello comunitaria già ci ritorna alcuni esempi della riserva di carica e del fondamento del potere, ancora più interessante è la posizione stessa dello Stato, sia verso l’esterno che verso l’interno. Il volume intende proprio evidenziare questo duplice angolo visuale. La ragion di Stato, infatti, non opera solo nella forma più nota e immediata, ad esempio la difesa della comunità politica da minacce esterne. Ha anche una prospettiva interna, che nasce dalle sempre più profonde tensioni in seno alla comunità politiche stesse, percorse da fratture, divisioni, conflittualità latenti. Viene in mente, ovviamente, la società statunitense. Ma non solo. Anche in Europa il tema si fa sempre più rilevante, basti pensare alla Francia – e al costante dispiegamento dell’esercito per gestire rivolte, scontri, episodi di protesta strutturale sia verso lo Stato che tra gruppi sociali ed etnici uno contro l’altro. «Di fronte a questo scenario, la ragion di Stato si trova davanti a un compito inedito: non soltanto reprimere o contenere gli scoppi episodici di violenza, ma prevenire la formazione di spazi interni sottratti al controllo, in cui la distinzione tra criminalità, radicalismo politico e conflitto etnico-religioso tende a confondersi. In termini schmittiani, il problema non è più tanto distinguere amico e nemico su scala statuale, quanto evitare che tale distinzione si radichi in modo irreversibile all’interno del corpo politico, trasformando interi segmenti della popolazione – spesso definiti anche in base all’origine nazionale o allo status migratorio – in “campi” nemici”» (p. 207).
Qui si arriva ad uno dei temi centrale del volume. La ragion di Stato, che si palesa come momento di unità politica anche al di là delle prerogative giuridiche, necessita di legittimazione. Il potere di ultima istanza, affinché sia vero potere, deve essere accettato dalla relativa comunità politica. Le tensioni che invece covano all’interno, si pensi appunto alle società occidentali, rischiano di tradursi in una spirale di de-legittimazione dello Stato, e del sottostante potere costituito, in grado proprio di rompere questo meccanismo di accettazione. «La ragion di Stato non si attiva efficacemente perché una clausola la autorizza; si attiva perché esiste una riserva di legittimazione che consente a chi decide di essere seguito. Senza legittimazione, la decisione estrema è mera forza; senza autorità, il comando è pura coercizione; senza fiducia, lo Stato è solo un apparato» (p. 225). I termini del discorso si intrecciano così in un delicato gioco di bilanciamenti: la necessità di difendersi da minacce esterne richiede una dose minima di unità all’interno, anche per consentire strappi, eccezioni rispetto all’ordine giuridico dato; qualora questa unità sia compromessa, e gli strappi avvengano già all’interno per affrontare le fratture tramite azioni securitarie, risulta ancora più difficile poi richiedere la legittimazione per ulteriori strappi verso l’esterno. L’equilibrio è fragile. Ed evidenzia appieno quanto sia grande la sfida di oggi, in particolare per quanto riguarda la tenuta dei fronti interni, nell’ottica di ricomporre società divise e percorse da fratture.
Quanto è certo, ci dice Lorenzo Castellani, è che la riserva di carica continuerà ad esistere finché esisteranno gli Stati, senza che nessun dispositivo giuridico possa eliminarla o assorbirne del tutto la portata. Bisogna muovere da questa consapevolezza per ragionare anche – non solo – con un diritto che, come abbiamo visto, non è né puro fatto né pura norma, ma forma vivente dell’unità collettiva.