Scritto da Clara Latorraca
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Negli ultimi decenni, Internet ha subito una trasformazione radicale: nato come uno spazio partecipativo, si è progressivamente trasformato in un ambiente dominato da pochi grandi attori, che ne controllano infrastrutture, contenuti e dinamiche economiche. Da utopia collettiva a mercato iper-commercializzato, la rete ha visto ridursi sempre di più i suoi spazi di condivisione autentica, mentre modelli di business basati sulla sorveglianza e la monetizzazione dei dati hanno preso il sopravvento. In questo scenario si inserisce l’intelligenza artificiale, una tecnologia capace di innovare profondamente il nostro rapporto con le informazioni e con le piattaforme digitali, ma che rischia di accentuare ulteriormente il controllo delle grandi aziende tecnologiche. Quali sono le conseguenze di questa evoluzione? L’IA può rappresentare un’opportunità per ripensare Internet come un bene comune, o ne accelererà la deriva verso la concentrazione del potere e la perdita di spazi realmente liberi?
Per riflettere su questi temi abbiamo intervistato Valerio Bassan, giornalista ed esperto di media digitali che da anni studia l’evoluzione dell’informazione digitale e il rapporto tra tecnologia e società, e autore di Riavviare il sistema (Chiarelettere 2024). Insieme a lui abbiamo analizzato la crisi dell’attuale ecosistema online ed esplorato le possibili soluzioni per un web più equo e sostenibile.
Nell’introduzione al libro Riavviare il sistema si viene invitati a considerare Internet come un bene comune, sottolineando la necessità di preservare (o recuperare) la sua funzione originale di spazio aperto, democratico e partecipativo. Qual è la storia del tradimento di questa promessa originaria? L’intelligenza artificiale, con il suo potenziale di innovazione ma anche con la sua gestione spesso centralizzata dai grandi monopoli tecnologici, sta avvicinando o allontanando questa prospettiva?
Valerio Bassan: Secondo la mia visione, Internet è un bene comune perché è un’infrastruttura fondamentale per l’umanità, un bene di cui non possiamo più fare a meno e che – per questo motivo – non possiamo lasciar diventare uno spazio inabitabile. Per parlare di questo concetto uso spesso la metafora dell’ecosistema: Internet è una tecnologia che permea il nostro mondo e che ci dà nutrimento intellettuale, relazionale, commerciale, economico, sociale. È quindi inevitabile vedere la rete come una tecnologia da preservare nello stesso modo in cui preserviamo gli ecosistemi naturali. Può sembrare una metafora paradossale perché stiamo parlando di un’infrastruttura artificiale. Tuttavia, si tratta anche di un’infrastruttura poco percepita come tale e che per questo viene data spesso per scontata. Per tale motivo è necessario che Internet venga protetta. E la protezione di cui parlo deve avvenire nell’accezione della rete come tecnologia di comunicazione, che ha permesso alle persone di unirsi, di conoscersi, ma anche di collettivizzarsi e organizzarsi, di costruire identità diverse da quelle che la società imponeva. C’è chi, negli anni Settanta, ha visto in questa idea di rete una potenzialità liberatrice, in grado di creare un “cyberspazio” libero da costrutti sociali, economici, finanziari. Non si tratta però di una visione condivisa da tutti: Internet nasce originariamente come una tecnologia militare, anche se viene sviluppata in ambito accademico. Essendo una tecnologia a caratterizzazione principalmente statunitense, ha assorbito l’approccio capitalista e neoliberista tipico di questo Paese. Anche il modo in cui si sceglie un termine piuttosto che un altro per definire la rete può essere uno spunto di riflessione sulla sua natura e sui suoi presupposti. Da un lato c’è l’idea di “cyberspazio”, dall’altro quella di “superstrada dell’informazione”: si tratta di due visioni con presupposti e aspirazioni diverse. E se da un lato la promessa originaria del cyberspazio è stata tradita – o non è mai stata davvero implementata se non in piccole sotto-nicchie della rete –, dall’altro, invece, l’idea di Internet come macchina turbo-capitalistica e iper-commercializzata si è concretizzata. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, si tratta di una tecnologia nuova dal punto di vista della sua ampia diffusione e dell’approccio generativo, che ha bisogno in questo momento di essere descritta e umanizzata. Spesso la incontriamo sotto forma di chatbot e questo ci dà l’impressione che sia effettivamente una tecnologia utile e utilizzabile, superando in questo modo una delle grandi sfide delle tecnologie complesse: far capire alle persone perché e in cosa sono utili. Credo che l’IA non cambierà la rete, ma piuttosto esaspererà alcuni meccanismi, come appunto l’umanizzazione dell’interfaccia che ci fa dimenticare di stare dialogando sostanzialmente con delle aziende, ovvero le stesse che già avevano preso il possesso di Internet. La tecnologia, in generale, è uno strumento “agnostico”, è l’uso che ne facciamo che fa la differenza. Internet è uno strumento che è stato usato in modo molto naïf e per questo il suo sviluppo è rimasto quasi totalmente in mano a chi aveva interessi commerciali e molto meno nelle mani dei cittadini e delle cittadine, ovvero delle persone che danno alla rete tutto quello che troviamo al suo interno: le relazioni, il contenuto, le informazioni, gli scambi, la co-costruzione e co-progettazione degli spazi. L’impatto di questa tecnologia è stato sottovalutato e, nonostante da quindici anni a questa parte abbiamo sotto gli occhi problemi come il trattamento dei dati, la privacy, l’estrema commercializzazione della rete, sembra che le grandi aziende tecnologiche siano sempre un passo avanti e riescano a perpetuare il loro predominio. Oggi siamo in un momento in cui è probabile che questa situazione acceleri ancora di più.
Nel numero della newsletter Ellissi intitolato L’AI generativa farà la fine di Clubhouse? si evidenzia come l’intelligenza artificiale possa essere concepita sia come “prodotto” che come “funzione”. Come cambia il valore che le diamo a seconda di queste diverse concezioni?
Valerio Bassan: Semplificando al massimo possiamo dire che quello che dobbiamo capire ora dell’intelligenza artificiale è la differenza tra qualcosa che usiamo e qualcosa che ci usa. Quanto vogliamo rendere l’IA una parte dei processi sociali e tecnologici quotidiani? In che modo la vogliamo integrarla nelle aziende, nel lavoro delle persone, nelle scuole? L’idea di una IA che assiste davvero gli utenti spesso non è la stessa idea di chi crea e monetizza questa tecnologia, perché le priorità di questi due attori sono diverse. C’è un disallineamento tra chi utilizza la tecnologia e chi la governa. Dunque, servirebbe una maggiore consapevolezza nell’utilizzo di alcuni strumenti digitali, perché nessuno di noi, come singolo, ha il potere di cambiare le cose, ma imparare a usarli e a comprenderne i meccanismi è fondamentale per avere una visione d’insieme di ciò che diamo in cambio di questi servizi. Abbiamo la necessità di continuare ad utilizzare questi strumenti, perché sono veramente utili e possono diventarlo sempre di più. Ma è necessario tornare anche ad esserne proprietari, non solo consumatori. Si tratta di una sfida difficile perché impari sotto tanti punti di vista. Con la diffusione dell’IA mi aspettavo di vedere una presa di coscienza anche da parte di chi queste tecnologie le crea: i dipendenti, gli sviluppatori, i designer, i lavoratori delle Big Tech. Sarebbe necessario che all’interno di queste grandi aziende tecnologiche nascessero movimenti capaci di riflettere sulla direzione che questa tecnologia sta prendendo.
Secondo lei qual è il motivo per cui questo non è avvenuto?
Valerio Bassan: Le Big Tech sono aziende molto abili nel creare l’idea, nei propri lavoratori, di essere “dalla parte giusta”, anche in contrapposizione con altre aziende simili che vengono invece rappresentate come “i cattivi”. Ad esempio, Google ha sempre cercato di raccontarsi come “buono”, a partire dai suoi motti, «Don’t be evil» prima e «Do the right thing» poi. Anche Apple ha messo in atto un grande rebranding incentrato sulla privacy e la protezione dei dati degli utenti. Questo contribuisce a creare un’idea positiva dell’azienda e un senso di lealtà da parte dei dipendenti.
Un passaggio fondamentale nella storia della diffusione di Internet è rappresentato dalla sua trasformazione in tecnologia user friendly, che non richiede quindi particolari competenze tecniche per essere utilizzata. L’IA potrebbe essere considerata come un’ulteriore evoluzione di questa versione di Internet?
Valerio Bassan: Sì, nel senso che assistiamo sempre di più al tentativo di umanizzare la tecnologia. Le aziende hanno capito che la spinta umana reale si sta esaurendo: non ci sono più i primi blog e forum, le prime piattaforme social, come MySpace, in cui navigavi per conoscere altre persone e per condividere qualcosa con loro. Allo stesso tempo, le Big Tech non possono dare l’impressione di una completa de-umanizzazione di Internet, quindi stanno trovando modi sempre diversi di umanizzare le “mura” delle piattaforme per fare in modo che continuiamo ad “appenderci” le nostre foto. A questo punto il termine “user friendly” è riduttivo e si può parlare di vera e propria umanizzazione artefatta. Negli ultimi anni, inoltre, abbiamo visto anche dei tentativi di rendere fisicamente appagante l’interfaccia, ad esempio con gli avatar e le emoji animate, con la possibilità di personalizzare alcune interazioni, oppure con l’uso della voce. Anche i chatbot, ad esempio, vengono umanizzati tramite la possibilità di intrattenere vere e proprie conversazioni, di interagire tramite la voce. Il fatto che sia stata scelta la modalità conversazionale per l’interazione con l’IA generativa non è scontato: si sarebbe potuta costruire in tutt’altro modo, ad esempio con una finestra in cui inserire la richiesta e la risposta completa inviata per e-mail. Invece, la modalità botta e risposta permette di dialogare, divertirsi o arrabbiarsi, e la sensazione è quella essere parte di un gioco. C’è quindi anche un fattore di gamification dell’IA, così come delle piattaforme.
Nel libro descrive come Internet sia passata da uno spazio libero e partecipativo a una rete dominata da monopoli tecnologici che spingono verso la cosiddetta “enshittification”, la degradazione delle piattaforme. L’intelligenza artificiale generativa sta accelerando questo processo?
Valerio Bassan: Il termine enshittification è stato coniato da Cory Doctorow, teorico canadese, scrittore di fantascienza e docente universitario. Nel 2024 enshittification è stata definita la parola dell’anno dal Macquarie Dictionary. Doctorow utilizza questo termine per descrivere come una piattaforma muore: prima fa credere agli utenti che troveranno tanto valore su quella piattaforma; poi, quando ha un numero di utenti abbastanza elevato, inzia a offrire sempre meno valore; successivamente trasferisce questo valore agli inserzionisti e la pubblicità inizia ad essere la maggior parte del ricavo della piattaforma; nella fase finale, questa “merdificazione” va a togliere tutto il valore che ha dato anche agli inserzionisti. Il risultato dell’enshittification è che la piattaforma non ha più valore per nessuno, né per gli utenti, né per gli inserzionisti, perché ha smesso di funzionare sulla base dei suoi presupposti iniziali. Per fare un esempio, è la situazione di Facebook in questo momento. Per quanto riguarda l’IA, questa tecnologia si trova ancora in una fase embrionale; quindi, il suo processo di enshittification non è ancora progredito. Ma sicuramente succederà, perché succede a tutte le piattaforme: tanto più l’IA diventerà uno strumento integrato in sistemi e piattaforme già esistenti, tanto più si contaminerà con l’enshittification delle piattaforme stesse.
La capacità dell’intelligenza artificiale di correggersi e anche, in un certo senso, di imparare dai propri errori può essere una caratteristica in grado di rallentare questa sua enshittification?
Valerio Bassan: Per ora l’IA non ha ancora l’effettiva facoltà di apprendere dai suoi errori, ma potrebbe averla un giorno. In questo momento apprende basandosi sul fatto che deve rispondere velocemente: c’è una prima risposta, ma se stimoli la macchina, questa si mette fintamente in discussione. Abbiamo anche la possibilità di “dialogare con l’algoritmo”, ovvero di chiedere perché l’IA ci ha risposto in un certo modo e anche di dare un feedback sul perché una determinata risposta per noi non sia adeguata. Il fatto che si possa mettere in discussione potrebbe sicuramente rallentare il peggioramento del sistema, perché permette di fruire di un “addestramento” che viene fatto da tantissimi esseri umani che ogni giorno “conversano” con i chatbot di intelligenza artificiale. Se non fosse in mano a un numero così ristretto di aziende, l’IA generativa potrebbe davvero plasmare un Internet più vicino ai nostri desideri, basato su conversazioni più umane e bisogni più chiari, che possiamo comunicare direttamente.
L’intelligenza artificiale, come la stragrande maggioranza delle tecnologie digitali, viene sviluppata in gran parte all’interno di ecosistemi dominati da uomini ed ha per questo un “design male-centered”. Questo cosa comporta nell’esperienza degli utenti? È ancora possibile che si trasformi in una tecnologia che metta al centro l’utente e l’umano?
Valerio Bassan: Quello che questa situazione comporta lo vediamo tutti i giorni: le piattaforme non sono in grado di proteggere le minoranze, perché sono create a uso e consumo di una ipotetica maggioranza. Sicuramente la componente machista è molto forte anche nel modo in cui queste aziende vengono governate e non si può negare che questo abbia una forte ripercussione sul modo in cui le piattaforme e gli algoritmi vengono creati. È un problema che riguarda il genere, così come l’etnia, ma anche la disabilità. Molte persone razzializzate hanno un’esperienza della rete molto diversa e molto meno piacevole di quella degli utenti bianchi. Questo avviene perché i bias di genere e razziali sono radicati sin dal codice, che è creato da sviluppatori uomini, al 90% bianchi, che lavorano per CEO uomini e bianchi. Esistono comunque delle alternative decentralizzate, spazi in cui è possibile essere quello che si vuole, ma il problema è che non sono facilmente raggiungibili e che le loro interfacce non sono particolarmente funzionali e user friendly. Finché non cambierà la classe dirigente del settore tecnologico la situazione rimarrà invariata. A questo poi si aggiunge oggi un altro problema: il paradosso per cui chi fa parte di questa cultura machista, abilista e razzista, la vive come una cultura marginalizzata e minacciata che deve essere difesa.
L’intelligenza artificiale sta trasformando anche il mondo del giornalismo, con applicazioni che spaziano dalla produzione automatica di contenuti alla personalizzazione delle notizie per gli utenti. Come può il settore sfruttare l’intelligenza artificiale senza cadere nella trappola della standardizzazione dei contenuti e della riduzione del pluralismo? Quali sono invece gli usi più virtuosi che se ne possono fare?
Valerio Bassan: Uno degli usi virtuosi è fare dell’IA uno strumento di ricerca che permetta di interrogare la conoscenza in modo rapido e diretto. Si tratta di usare i chatbot come dei motori di ricerca, ma conversazionali, che possono essere stimolati. Anche in fase di scrittura, l’IA può diventare un’alleata, agevolando alcune attività ripetitive o semplici, come la creazione di titoli SEO, le traduzioni, le verifiche grammaticali oppure i copy per i contenuti social. Inoltre, con la possibilità da parte del pubblico di interrogare i chatbot rispetto alle notizie del giorno o alle breaking news, il giornalismo può tornare a concentrarsi sulla parte più umana del lavoro, dedicandosi maggiormente ad approfondimenti, reportage, inchieste. Potrebbe anche avere un ruolo nella gestione e rivalutazione degli archivi dei giornali, che rappresentano delle immense biblioteche di informazione, ma che al momento sono quasi impossibili da sfruttare. L’IA può fornire, in questo ambito, nuovi modelli di ricerca delle informazioni e ridare valore alla grandissima mole di materiale raccolto e archiviato dalle testate nel corso degli anni. Per quanto riguarda i lati negativi della diffusione dell’IA, sicuramente vedremo delle ripercussioni ulteriori sui modelli commerciali attraverso cui i giornali si sostengono. Questo avverrà per due ragioni: in primo luogo perché molte IA sono a pagamento nelle loro versioni premium e prevedo che molte persone si abboneranno ai servizi di intelligenza artificiale, e questo toglierà una parte degli abbonamenti alle testate giornalistiche; in secondo luogo, perché le IA avranno un impatto sul modo in cui il pubblico cerca le notizie, che potranno essere chieste direttamente ai chatbot senza la mediazione del giornale. E se già sui social network il ruolo delle testate è ridotto, ma almeno queste possono avere un proprio profilo e i post possono rimandare, anche direttamente tramite link, al sito originale, sui canali dei chatbot tutto questo sparisce completamente.
Chiudendo il libro, propone cinque principi per “riavviare il sistema” di Internet. Se dovesse aggiungerne uno specificamente legato all’intelligenza artificiale, quale sarebbe?
Valerio Bassan: Il principio potrebbe essere quello di sfidare l’IA, ovvero sfidarla nella conversazione a migliorarsi e a rendersi più utile ai nostri bisogni. L’intelligenza artificiale è uno strumento e, in quanto tale, possiamo fare in modo di non subirlo, ma di renderlo utile ai nostri scopi, facendone un uso attivo. Un’altra cosa che mi auguro è che nascano nuovi modelli di intelligenza artificiale generativa decentralizzati e open source, alleati dell’umano. Una IA che possa essere bene comune.