Keynes e la battaglia delle idee
- 30 Maggio 2020

Keynes e la battaglia delle idee

Scritto da Riccardo Evangelista

10 minuti di lettura

Accade di frequente che tra il pensiero di un autore ingombrante e l’interpretazione dei posteri si insinuino corrosivi tentativi di depotenziamento teorico, soprattutto quando la fedeltà all’impostazione originaria implica un attacco per nulla tiepido al sapere costituito.

John Maynard Keynes è forse l’emblema di questa tendenza riduzionistica, tanto che nel 1965, come riportato dalla rivista Time, un economista liberista e conservatore come Milton Friedman poteva affermare con una certa serenità: «Siamo tutti keynesiani, adesso!». Erano i trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale, la cosiddetta golden age del capitalismo, in cui per definirsi keynesiani bastava accettare il ruolo positivo dell’intervento pubblico a sostegno della domanda aggregata e quindi dell’occupazione. Vi si ritrovavano piuttosto agevolmente i liberisti come i socialisti, comunque pronti ad accusarsi vicendevolmente di utilizzare le politiche espansive per salvare il capitalismo dalla crisi o per aprire la strada al socialismo.

Una certa ambivalenza, va riconosciuto, è conforme alla natura più profonda di Keynes: il prodotto del miglior liberalismo inglese, di cui ha saputo elevare teoricamente gli atteggiamenti pragmatici, ma al contempo uno dei suoi più acuti e influenti critici. A partire da una tensione irrisolta, tutta la sua opera si sviluppa lungo un percorso di severa autoriflessione, nel corso del quale l’avanzamento della conoscenza coincide con la messa in discussione della propria eredità intellettuale, fino a definirla del tutto incapace di «risolvere i problemi economici del mondo reale»[1].

Nel suo lavoro maggiore e tra i più importanti del Novecento, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicato nel 1936, Keynes sottopone la teoria economica a una decostruzione dal di dentro: non tanto, cioè, attraverso la sollevazione di «crepe logiche nella sua analisi», ma mostrando che «i suoi presupposti taciti non sono mai o quasi mai soddisfatti»[2]. Così procedendo, l’analisi viene sorretta da una grandiosa battaglia delle idee contro i principi fallaci dei comuni modi di pensare l’economia «in uno di quei momenti della vicenda umana nei quali si può essere salvati solo dalla soluzione di un problema intellettuale»[3].

Attraverso una disamina di alcuni punti salienti della Teoria generale, il contributo cercherà di mettere in evidenza come il pensiero di Keynes sia, nonostante i tentativi di addomesticamento, un colossale invito a riflettere sui fini della nostra società, la natura ultima dei problemi economici e i giudizi di valore che a questi siamo chiamati a dare nel tentativo di risolverli.

 

Obiettivi e problemi della Teoria generale

Scrive Keynes nella celebre prefazione all’edizione inglese della Teoria generale:

La composizione di questo libro è stata per l’autore una lunga lotta d’evasione […] da modi abituali di pensiero e di espressione. Le idee che qui sono espresse tanto laboriosamente sono estremamente semplici e dovrebbero essere ovvie. La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell’evadere dalle vecchie, le quali, per coloro che sono stati educati come lo è stata la maggioranza di noi, si ramificano in tutti gli angoli della mente[4].

Le idee da cui risulta tanto difficile evadere in campo economico sono i postulati della cosiddetta legge di Say[5] o degli sbocchi, derivati dalla teoria classica ma sopravvissuti fino ad oggi, secondo cui l’offerta di beni e servizi in un’economia capitalistica crea sempre la propria domanda, garantendo un equilibrio di piena occupazione. Ne consegue che la disoccupazione involontaria non può darsi nel lungo periodo, in quanto viene riassorbita tramite una riduzione proporzionale dei salari monetari che stimola l’investimento mancante e riporta il sistema al suo funzionamento ottimale. I corollari della legge di Say hanno rappresentato, sin dalla sua formulazione, l’argomento economico e politico decisivo in difesa del laissez faire: se il sistema tende al suo equilibrio di pieno utilizzo delle risorse produttive, allora ogni intervento esogeno diventa facilmente, oltre che inutile, perfino dannoso.

Nella Teoria generale, Keynes dimostra che «una teoria su questa base è evidentemente inadatta ad affrontare i problemi della disoccupazione e del ciclo economico»[6]. Non esiste nessuna garanzia a priori, questa la tesi centrale e tremendamente eretica del testo, che un’economia capitalistica raggiunga in maniera stabile e duratura la piena occupazione, ossia che tutte le risorse vengano pienamente utilizzate. Al contrario, la tendenza è verso equilibri da sottoccupazione, in cui il sistema economico si mantiene «intorno a una posizione intermedia, sensibilmente al di sotto dell’occupazione piena e sensibilmente al di sopra di quel livello minimo d’occupazione, al di sotto del quale se ne metterebbe in pericolo l’esistenza»[7].

La ragione sta nella propensione, tipica di un’economia monetaria decentralizzata, dei risparmi privati a non tramutarsi completamente in investimenti, in quanto le due decisioni sono logicamente e temporalmente separate: «Un atto di risparmio individuale […] non è una sostituzione di una domanda futura a una domanda presente di consumo, ma è una diminuzione netta di tale domanda»[8]. Per di più, la riduzione del consumo corrente può indurre le imprese a ritenere plausibile anche una sua ulteriore discesa futura, generando un clima di sfiducia che si autoalimenta.

È questo uno dei passaggi chiave della Teoria generale: le decisioni d’investimento in beni capitali, quindi di lungo periodo, risultano decisive per determinare il livello del reddito, tuttavia sono sottoposte a violente fluttuazioni perché governate da un’incertezza strutturale, non di tipo probabilistico, ma cognitivo, che riguarda il rendimento futuro dei beni capitali stessi, sul quale semplicemente non si hanno elementi conoscitivi. La razionalità che guida il mercato e da cui dipendono le sue virtù, spiega Keynes, non trova fondamento reale. Ben più rilevanti nelle decisioni economiche fondamentali risultano, al contrario, atteggiamenti dalle basi fragili e mutevoli, quali il livello di fiducia nel futuro e le aspettative che le proprie previsioni si realizzino: «lo stato di fiducia è importante perché è uno dei principali fattori determinanti la scheda marginale del capitale, che è la stessa cosa della domanda d’investimento»[9]. In un’economia monetaria, in altri termini, le opinioni riguardanti il futuro sono decisive perché influenzano la situazione presente.

Le aspettative di lungo termine dei rendimenti di beni capitali, non potendosi dunque fondare su criteri oggettivi o quantomeno probabilistici, vengono generate per una comune attitudine psicologica dalle condizioni presenti, che quindi «entrano piuttosto sproporzionalmente nella formazione delle aspettative a lungo termine; la prassi comune consiste infatti nel prendere la situazione attuale e di proiettarla nel futuro, modificandola soltanto in quanto vi siano ragioni più o meno definite di attendersi un mutamento»[10].

L’attestazione dell’investimento a un livello tale da garantire l’equilibrio di piena occupazione è ulteriormente ostacolata dalla logica di funzionamento dei mercati finanziari, che nelle economie capitalistiche hanno un ruolo preponderante e ne rappresentano la principale cornice istituzionale. Per il singolo, l’acquisto di titoli borsistici ha il vantaggio di rendere l’investimento meno rischioso e più liquido, dal momento che può sempre dirigersi verso opportunità di guadagno migliori. Per la società nel complesso, invece, questo «feticcio della liquidità», come lo definisce Keynes, abile psicologo del mercato, diviene una fonte permanente di destabilizzazione: il corso delle azioni non è determinato da aspettative di profitto verificabili sul lungo periodo, ma dall’opinione volubile di altri innumerevoli investitori che agiscono allo scopo di intercettare o anticipare le decisioni altrui. L’incertezza si radicalizza: le conseguenze non possono che essere furiose ondate di ottimismo e pessimismo, immotivate o comunque esasperate, che generano bolle speculative destinate ad esplodere nei crolli repentini di fiducia.

 

Misure d’inquietudine: moneta e tasso d’interesse

Nella Teoria generale, il ruolo della moneta è cruciale per la decostruzione della legge di Say: l’ipotesi che risparmi e investimenti si equivalgano e che l’equilibrio di piena occupazione venga sempre raggiunto può ritenersi verificata solo in un’economia di baratto. In un sistema quale quello capitalistico ogni rapporto economico è fondato sulla moneta, non a caso definita da Keynes «il legame tra il presente e il futuro», ad indicare un ruolo attivo per l’avveramento delle aspettative.

La critica alla concezione ortodossa della moneta riguarda, con livelli di consapevolezza crescenti, le tre maggiori opere di Keynes, a dimostrazione della centralità nello sviluppo del suo pensiero: Il trattato sulla riforma monetaria del 1923, il Trattato sulla moneta del 1930 e, come detto, la Teoria generale. In sostanza, per sostenere la legge degli sbocchi, la teoria neoclassica deve ritenere la moneta un fenomeno neutrale, ossia un “velo” con la funzione di agevolare le transazioni: poiché è irrazionale lasciarla in forma liquida, gli operatori la impiegano sempre nella maniera più redditizia possibile, acquistando beni e servizi o titoli. In questo modo il tasso d’interesse diviene la ricompensa per l’astensione dal consumo corrente, quindi del risparmio, e assume un significato reale.

Secondo Keynes, essendo la moneta domandata anche per fini speculativi e quindi mantenuta in forma liquida nell’attesa di maggiori guadagni futuri o semplicemente per evitare perdite presenti, il tasso d’interesse non rappresenta affatto la retribuzione del risparmio, ma è un fenomeno essenzialmente monetario, per di più altamente vischioso. Misura, in sostanza, la riluttanza di coloro che detengono la moneta ad abbandonare il controllo su di essa, come spiega lo stesso Keynes in un articolo di rivisitazione e chiarimento della Teoria generale, pubblicato nel 1937:

Per motivi in parte ragionevoli, in parte istintivi, il nostro desiderio di tenere moneta come riserva di ricchezza è un barometro del nostro grado di sfiducia nelle nostre capacità di calcolo e nelle nostre convenzioni sul futuro.[11]

Il tasso d’interesse, «fenomeno altamente convenzionale, piuttosto che altamente psicologico»[12], è però decisivo nel determinare il livello dell’investimento e definire quindi le possibilità del sistema economico di raggiungere la piena occupazione. Ogni progetto d’investimento, infatti, si realizzerà solo se il suo rendimento è superiore, o almeno uguale, al tasso d’interesse corrente.

Quello che Keynes delinea è un pericoloso paradosso: un elemento cruciale per la formazione del reddito aggregato «può fluttuare per decine di anni attorno a un livello che è cronicamente troppo alto per una occupazione piena, specialmente se l’opinione prevalente è che il tasso si aggiusti automaticamente»[13]. La combinazione che si determina sul mercato è perversa:

Il lettore dovrebbe ora rendersi conto delle difficoltà che si incontrano nel mantenere la domanda effettiva a un livello sufficientemente alto da realizzare la piena occupazione, le quali derivano da un saggio d’interesse a lungo termine convenzionale e abbastanza stabile, unita a un’efficienza del capitale incostante e altamente instabile[14].

In definitiva, il modus operandi del sistema capitalistico rende l’equilibrio di piena occupazione prospettato dalla teoria ortodossa un caso o un accidente, dunque una situazione limite altamente improbabile. Ugualmente irrealistico è l’automatismo che agirebbe per ricomporre gli squilibri occasionali. Presumendo che in caso di domanda (investimenti) insufficiente l’offerta tende efficacemente ad adeguarsi, ad esempio riducendo i salari monetari per contenere i costi, incorre in un tipico errore da composizione: una decisione razionale dal punto di vista individuale, contribuisce al peggioramento della situazione generale. In tal caso, infatti, le aspettative di profitto verrebbero ulteriormente depresse da una riduzione della domanda effettiva, inviluppando il sistema in una spirale deflazionistica dagli esiti imprevedibilmente disastrosi.

La conclusione di Keynes segue dalle premesse: la complessità tipica del sistema economico, ma a dire il vero della società come organizzazione umana, richiede l’azione dello Stato in quanto promotore di una razionalità generale che al mercato, per la sua fondazione individualistica, evidentemente manca. Fissando il tasso d’interesse a un livello sufficientemente basso e l’investimento pubblico a un ammontare tale che eguagli la domanda mancante, l’intervento pubblico può realizzare le premesse per condurre il sistema verso la piena occupazione e generare processi moltiplicativi, attivando risorse (lavoratori e beni capitali) prima inutilizzate. La stessa funzione assolve la redistribuzione del reddito a favore dei salari, ad esempio attraverso la fiscalità progressiva. Essendo la spesa in consumi (che, insieme all’investimento, compone la domanda) proporzionalmente maggiore nei redditi più bassi, una concentrazione troppo iniqua della ricchezza, oltre che moralmente deprecabile, deprimerebbe il sistema economico:

Il nostro ragionamento porta dunque alla conclusione che nelle condizioni contemporanee la crescita della ricchezza, lungi dal dipendere dall’astinenza dei ricchi […] ne è probabilmente ostacolata. Viene dunque a cadere una delle principali giustificazioni sociali delle forti disuguaglianze di ricchezza[15].

Keynes, in un passaggio spesso omesso ma cruciale per valutare la portata della sua rivoluzione metodologica, sostiene infine che la «socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per farci avvicinare alla piena occupazione»[16]. Aprendo alla pianificazione economica, suggerisce che i soli vincoli della politica economica sono determinati dai suoi obiettivi.

 

Prospettive keynesiane

Con l’analisi macroeconomica condotta nella Teoria generale, Keynes nega alla radice la validità epistemologica e pratica di un ordine spontaneo verso cui il sistema tende per realizzare il maggiore benessere possibile, dimostrando, al contrario, che «senza un’azione deliberata è incapace di portarci dalla nostra attuale povertà alla nostra potenziale abbondanza»[17].

Già nel 1926 scriveva in un luminoso saggio intitolato La fine del laissez faire, che in alcuni passaggi anticipa e paradossalmente chiarisce gli insegnamenti cruciali della stessa Teoria generale:

Liberiamoci dai principi metafisici o generali sui quali, di tempo in tempo, si è basato il laissez faire […]. Il mondo non è governato dall’alto in modo che gli interessi privati e quelli sociali coincidano sempre; né è condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidono. Non è una deduzione corretta dai principi di economia che l’interesse egoistico illuminato operi sempre nell’interesse pubblico. Né è vero che l’interesse egoistico sia generalmente illuminato[18].

Se non esiste un equilibrio naturale che possa legittimare il laissez faire e l’interesse individuale non si tramuta da sé in interesse generale, anzi spesso l’ostacola, allora si apre un grande e indeterminato spazio democratico, che riguarda la scelta sul modello di società possibile e l’adeguamento degli strumenti economici per perseguirne i fini. Uscendo dal determinismo economico, è allora finalmente possibile analizzare i grandi mali economici del nostro tempo, che Keynes riteneva essere «l’incapacità a provvedere la piena occupazione e la distribuzione iniqua delle ricchezze e dei redditi»[19], come contingenti, non necessari, il risultato di «un terribile pasticcio»[20]. L’intera opera keynesiana, allora, va ben oltre le prescrizioni di politiche anticicliche a sostegno della domanda: insegna che gli ostacoli al miglioramento della condizione umana sono impedimenti artificiali e storicamente costruiti, riflessi nei difetti dell’organizzazione economica «ossessionata da false analogie tratte da un’astratta mentalità contabile»[21].

Non a caso, Keynes termina la Teoria generale sostenendo come il mondo sia in fondo governato da poche cose all’infuori delle idee, giuste o sbagliate, di economisti e filosofi. Gli interessi costituiti, se pure importanti come garanzia di conservazione dell’ordine dato, non possono avere l’ultima parola: prima o poi decadono di fronte all’evidenza dei fatti, al progresso della conoscenza, alle prese di coscienza collettive. Di tanto in tanto, tuttavia, l’ottimismo della volontà viene temperato da alcune note di pessimismo della ragione, come nel giudizio espresso in un saggio del 1933 intitolato Autosufficienza nazionale:

Il decadente […] capitalismo non è intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso, né si comporta come dovrebbe. In breve, non ci piace e anzi stiamo cominciando a detestarlo. Ma quando ci domandiamo cosa mettere al suo posto, siamo estremamente perplessi[22].

Eppure, nella misura in cui la battaglia delle idee di Keynes rimane attuale, gli strumenti validi e la posta in gioco chiara, la sfida odierna sta proprio nella capacità di pensare collettivamente a cosa mettere al posto di questo capitalismo decadente, del quale la svolta neoliberista non ha fatto che acuire i difetti, senza rimanere troppo perplessi e non cedendo nemmeno a illusioni palingenetiche. Solo in questo senso, rinnovato e ambizioso, potremmo dirci, adesso, tutti keynesiani.


[1] J. M. Keynes, La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Utet, Torino, 2013, p. 572.

[2] Ibidem.

[3] Cit. in J. M. Keynes, La fine del laissez faire e altri scritti, a cura di G. Lunghini, Bollati Boringhieri, Torino, 1991, p. 7.

[4] J. M. Keynes, Teoria generale, Prefazione all’edizione originale, p. 173.

[5] Jean-Baptiste Say (1767-1832) era un economista classico francese, amico di Ricardo e Malthus, noto per le sue posizioni liberiste in ambito commerciale. La legge che porta il suo nome viene esposta nell’opera Traité d’économie politique (1803): «Un prodotto terminato offre da quell’istante uno sbocco ad altri prodotti per tutta la somma del suo valore […]. Si vede dunque che il fatto solo della formazione di un prodotto apre all’istante stesso uno sbocco ad altri prodotti».

[6] J. M. Keynes, Teoria generale, Prefazione all’edizione francese, p. 183.

[7] J. M. Keynes, Teoria generale, p. 444.

[8] Ivi, p. 400.

[9] Ivi, p. 335.

[10] Ivi, p. 334.

[11] J.M. Keynes, La teoria generale dell’occupazione, in B. Ingrao, F. Ranchetti, Il mercato nel pensiero economico, Hoepli, Milano, 1996, p. 662-663

[12] J. M. Keynes, Teoria generale, p. 393.

[13] Ibidem.

[14] Ivi, p. 394.

[15] Ivi, p. 577.

[16] Ivi, p. 572.

[17] J. M. Keynes, Povertà nell’abbondanza, in J. M. Keynes, La fine del laissez faire e altri scritti, p. 107.

[18] J. M. Keynes, La fine del laissez faire, Utet, Torino, 2013, p. 126.

[19] J. M. Keynes, Teoria generale, p. 556.

[20] J. M. Keynes, Prospettiva economiche per i nostri nipoti, in J. M. Keynes, Esortazioni e profezie, Il Saggiatore, Milano, 1983, p. 12.

[21] J. M. Keynes, Autosufficienza nazionale, in J. M. Keynes, Come uscire dalla crisi, a cura di P. Sabbatini, Laterza, Roma-Bari, 2009, p. 101.

[22] Ivi, p. 99.


Bibliografia

Keynes, John Maynard, Autosufficienza nazionale, in Keynes J. M., Come uscire dalla crisi, a cura di Sabbatini P., Laterza, Roma-Bari, 2009.

Keynes, John Maynard, La fine del laissez faire e altri scritti, a cura di Lunghini G., Bollati Boringhieri, Torino, 1991.

Keynes, John Maynard, La fine del laissez faire, Utet, Torino, 2013.

Keynes, John Maynard, La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Utet, Torino, 2013.

Keynes, John Maynard, La teoria generale dell’occupazione, in B. Ingrao, F. Ranchetti, Il mercato nel pensiero economico, Hoepli, Milano, 1996.

Keynes, John Maynard, Prospettive economiche per i nostri nipoti, Keynes J. M., Esortazioni e profezie, il Saggiatore, Milano, 1983.

Scritto da
Riccardo Evangelista

Dottore di ricerca in Sviluppo economico: analisi, politiche e teorie presso l’Università di Macerata. Si occupa di storia del pensiero economico, con particolare attenzione agli autori eterodossi, e delle forme di regolazione pubblica dell’economia in una prospettiva comparata.

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