“L’energia nel mondo” di Simone Tagliapietra
- 20 Ottobre 2020

“L’energia nel mondo” di Simone Tagliapietra

Recensione a: Simone Tagliapietra, L’energia nel mondo. Geopolitica, sostenibilità e Green New Deal, il Mulino, Bologna 2020, pp. 160, 12 euro (scheda libro)

Scritto da Chiara Petrone

6 minuti di lettura

L’energia nel mondo. Geopolitica, sostenibilità e Green New Deal è il nuovo libro di Simone Tagliapietra, professore di Energia, risorse e ambiente all’Università Cattolica di Milano e alla Johns Hopkins University di Bologna. Nel volume questo tema, vasto e complesso, viene trattato con l’attitudine all’approfondimento tipica di un esperto, ma anche con la chiarezza e la capacità di sintesi di un divulgatore.

Tagliapietra segue un approccio multidisciplinare: discute di geopolitica, presenta l’origine geologica o le difficoltà tecniche legate a varie fonti energetiche, usa concetti economici per spiegare i meccanismi di mercato e gli interventi pubblici nel mondo dell’energia, e aggiunge aneddoti e curiosità storiche sull’aspetto trattato. Inoltre, l’autore ha visibilmente a cuore l’aspetto sociale e distributivo di ogni questione, e questa empatia nei confronti dei gruppi più vulnerabili riesce a trasmettere al lettore le implicazioni umane di temi talvolta anche tecnici.

Il libro è strutturato in cinque parti, complementari tra loro, che espongono un quadro d’insieme della tematica dell’energia nel mondo. Nel primo capitolo, l’autore offre una panoramica dei grandi trend energetici mondiali, come prima impalcatura necessaria per affrontare l’ampio tema. Viene presentato l’attuale panorama energetico mondiale: la domanda di energia spostata dai paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo come la Cina, il primato saldo dei combustibili fossili nel mix energetico globale (80% dell’approvvigionamento energetico globale) nonostante lo sviluppo di politiche ambientali, e l’industria come settore economico più “energivoro” di tutti.

In seguito, il testo discute separatamente di ogni principale fonte energetica (il petrolio, il gas naturale, il carbone, il nucleare, le rinnovabili), raccontandone la storia, l’importanza e il ruolo geopolitico. Ad esempio, l’autore spiega come l’attuale crisi dovuta al coronavirus abbia rappresentato il più feroce shock della storia petrolifera: il calo della domanda mondiale di petrolio dovuto alle misure di lockdown ha abbassato così drasticamente il prezzo del petrolio da far rischiare il fallimento alle compagnie petrolifere statunitensi; portando gli Stati Uniti a richiedere agli altri paesi produttori il più grande taglio della produzione globale di petrolio mai avvenuto. Un altro dato interessante riguarda le rinnovabili: queste si sono diffuse fino a rappresentare il 25% del consumo globale di elettricità grazie a ingenti investimenti pubblici ma, dato che il settore elettrico rappresenta solo una parte del consumo mondiale di energia, e visto il limitato sostegno alle rinnovabili in altri settori come il riscaldamento e i trasporti, la quota di energia rinnovabile sul consumo complessivo a livello mondiale rimane solo al 10%. Infine, Tagliapietra approfondisce anche il tema dell’efficienza energetica, definita come il potenziale «primo combustibile al mondo» per la possibilità che alcune tecnologie offrono di consumare meno energia per svolgere la stessa funzione.

Il secondo capitolo si appoggia sulla scienza del clima per indagare i dati fondamentali del cambiamento climatico e le due principali strategie per affrontarlo: la mitigazione e l’adattamento. La mitigazione è volta a diminuire le emissioni di gas serra, sia riducendo l’impiego di combustili fossili sia potenziando l’assorbimento di carbonio in diversi modi, per esempio attraverso la riforestazione o i sistemi di Carbon Capture Utilization and Storage (CCUS), che prevedono la cattura dell’anidride carbonica emessa dagli impianti industriali, il suo stoccaggio, e potenzialmente il suo utilizzo proficuo, visto che la CO₂ può essere usata ad esempio per facilitare il rilascio di petrolio o gas naturale da giacimenti in esaurimento. La seconda strategia è l’adattamento, approccio complementare alla mitigazione e necessario per minimizzare i danni causati da conseguenze ormai inevitabili come la riduzione delle risorse idriche e gli eventi metereologici estremi sempre più frequenti.

Questo capitolo include anche un approfondimento sul carbon pricing, cioè l’attribuzione di un costo alle emissioni di anidride carbonica per incentivare la loro riduzione, attraverso la carbon tax o i sistemi di cap-and-trade[1]. L’autore non si limita a riassumere il funzionamento di questi meccanismi, ma svolge un’affascinante e cruciale riflessione sulle conseguenze distributive della carbon tax: in un paese ricco come quelli europei, dove coloro che abitano al di fuori dalla rete dei trasporti pubblici hanno bisogno di una macchina per spostarsi, una tassa aggiuntiva sul carburante, come quella a cui si opponevano i “gilets-jaunes”[2], è regressiva e potrebbe aumentare le disuguaglianze. Per rimediare, Tagliapietra propone soluzioni semplici quanto audaci: usare le entrate della carbon tax per compensare le famiglie a basso reddito; oppure adottare politiche attivamente progressive dal punto di vista redistributivo, come un investimento volto ad incentivare l’efficienza energetica delle case popolari, una misura con il doppio vantaggio di ridurre sia le emissioni che la bolletta energetica delle famiglie più vulnerabili.

Nel terzo capitolo, l’autore si concentra sulla situazione dei paesi in via sviluppo, dove la disponibilità di accesso all’energia, e in particolare all’elettricità, è una sfida enorme. L’accesso a sistemi energetici è un prerequisito chiave per combattere la povertà e ridurre le disuguaglianze in queste zone del mondo. L’autore si sofferma su una sfida che sembra stargli particolarmente a cuore: il clean cooking. Infatti, per cucinare molte famiglie a basso reddito in questi paesi usano stufe a legna o carbone che rilasciano fumi tossici per la salute di chi li respira. Il carattere sociale di questo problema è evidente: non solo sono le donne e i bambini a raccogliere la legna da ardere, occupando una notevole quantità di tempo che potrebbe essere dedicata alla scuola o all’emancipazione professionale femminile, ma donne e bambini sono anche le prime vittime di morte prematura per malattie attribuibili a sistemi di cottura inquinanti perché trascorrono più tempo in casa. Ci si sofferma poi sul caso emblematico dell’Africa, in particolare quella subsahariana, dove una persona consuma in un anno mediamente dieci volte meno elettricità del nostro frigorifero di casa. È particolarmente interessante la proposta di migliorare l’accesso all’elettricità in questa zona del continente attraverso soluzioni sia on-grid (cioè impianti collegati alla rete elettrica nazionale) che off-grid (sistemi autonomi). Infatti, l’infrastruttura subsahariana di generazione, trasmissione e distribuzione di elettricità on-grid deve essere estesa e potenziata, ma, parallelamente, servono nuovi sistemi off-grid basati sul solare, sul mini-idroelettrico e sul mini-eolico, tutte soluzioni utili soprattutto per alimentare le famiglie nelle zone rurali.

Il quarto capitolo: La geopolitica dell’energia analizza la storia geopolitica dell’energia dalla prima guerra mondiale ad oggi e ne traccia le sfide future. L’autore ci propone un viaggio nella storia della geopolitica energetica che comincia quando l’allora primo lord dell’ammiragliato inglese, un certo Winston Churchill, decise di sostituire il petrolio al carbone per rendere la flotta inglese più veloce di quella tedesca: questa decisione inaugurò il ruolo centrale del Medio Oriente, ricco di petrolio, nella geopolitica globale. Il viaggio continua fino alla guerra fredda, quando la determinazione europea di costruire dei gasdotti per collegarsi ai giacimenti di gas naturale russi porta Reagan a sanzionare le società francesi e tedesche impegnate nella costruzione del gasdotto chiamato, colmo dell’ironia, “Brotherhood” (cioè “Fratellanza”).

La transizione attualmente in corso verso l’energia rinnovabile limiterà i rischi geopolitici per i paesi importatori in quanto ridurrà la loro dipendenza strategica dai paesi fornitori, ma sarà una grande sfida per questi ultimi, soprattutto per quelli con un’economia poco diversificata e fortemente dipendente dall’export di idrocarburi. Proiettandoci verso un futuro pericolosamente prossimo, l’autore si sofferma poi sulla questione dei minerali e metalli essenziali per produrre le tecnologie rinnovabili: purtroppo, i giacimenti strategici di questi minerali si trovano spesso in paesi instabili, alimentando così violenza e violazioni dei diritti umani. Per esempio, la Repubblica Democratica del Congo possiede il 50% delle riserve mondiali di cobalto (necessario per la costruzione di batterie e veicoli elettrici): durante e dopo la seconda guerra del Congo, milizie armate hanno ottenuto il controllo delle miniere, sfruttando i minatori e utilizzando i proventi dei minerali per finanziare il loro gruppo armato. Un problema simile si riscontra nei riguardi delle “terre rare”, materiali essenziali per le tecnologie verdi spesso provenienti dalla Cina, dove la loro estrazione ha già posto problemi legati all’ambiente, alla salute della popolazione, al crimine organizzato e allo sfruttamento del lavoro anche minorile.

Infine, l’ultimo capitolo esamina una tematica diversa, e offre una nota di speranza: il Green New Deal. L’autore spiega come, per perseguire la neutralità climatica, non bastino le politiche ambientali ed energetiche, ma serva una vera e propria rivoluzione socioeconomica, un approccio di ampio respiro che tenga anche conto degli aspetti industriali, fiscali, del lavoro e di politica sociale. Infatti, l’autore commenta: «Non c’è quindi alcun compromesso tra clima ed equità. La questione è come concepiamo le politiche climatiche per ridurre al minimo gli effetti distributivi negativi» (p.147) Definisce il Green New Deal come un meccanismo di riallocazione volto a «reindirizzare gli investimenti e a sostituire il lavoro nei settori economici chiave, e contemporaneamente a sostenere i segmenti più vulnerabili della società durante tutto il processo» (p.139). Esempi di questo meccanismo possono essere: rimpiazzare il lavoro legato all’industria delle auto diesel in lavoro legato alle auto elettriche, proteggere le famiglie a basso reddito dall’aumento dei prezzi della benzina, e aiutare i lavoratori del settore del carbone a riqualificarsi per ottenere un nuovo impiego. L’autore offre poi degli spunti su come promuovere una politica industriale verde “a tutto tondo” nell’Unione Europea.

Tagliapietra suona un campanello d’allarme: ci ricorda che, anche rispettando tutti gli impegni assunti durante gli Accordi di Parigi, è comunque probabile che supereremo la soglia indicata dagli scienziati per evitare gli impatti climatici peggiori, cioè l’1,5°C d’aumento della temperatura globale entro il 2030. Non illudiamoci, inoltre, che il recente calo delle emissioni di CO₂, dovuto alla crisi del coronavirus, abbia impatti sostanziali: questa riduzione è solo temporanea e di per sé non avrà alcun effetto complessivo sul cambiamento climatico[3]. Ma l’autore offre anche una speranza sotto forma di obiettivi concreti da perseguire e di possibili soluzioni al problema climatico, nonché alle questioni economiche e di giustizia sociale che ne derivano.

In sintesi, l’autore riesce pienamente a raggiungere il compito che si prefigge nel libro, cioè di offrire «una “cassetta degli attrezzi” di nozioni e idee utili per leggere le future evoluzioni di questo mondo in rapido e continuo cambiamento» (p.9). Per questo la nostra generazione, che della minaccia esistenziale del cambiamento climatico è ben consapevole, ma che deve ancora acquisire la “cassetta degli attrezzi” necessaria per affrontarlo, lo ringrazia.


[1] Nei sistemi di cap-and-trade, di cui l’Emission Trading System (ETS) dell’Unione Europea è il più grande esempio a livello mondiale, viene stabilito un tetto massimo di emissioni; e poi in base a questo vengono distribuite delle quote di emissione alle imprese.

[2] Il movimento dei “gilet gialli” è nato nel novembre del 2018 in Francia come protesta contro l’aumento delle accise sulla benzina (pensato per finanziare la transizione ecologica), sostenendo che l’onere delle riforme fiscali del governo pesasse in modo sproporzionato sulle fasce di reddito più basso.

[3] OECD, COVID-19 and the low-carbon transition: Impacts and possible policy responses, 26 giugno 2020.

Scritto da
Chiara Petrone

Romana, classe 1997. Si è laureata in Economia Politica presso il King’s College di Londra, e in seguito ha svolto un Master in Economics all’Università di Warwick, con una tesi sul rapporto tra l’austerity e il numero di senzatetto. Attualmente lavora come analista presso Frontier Economics, una società di consulenza economica che si occupa di regolamentazione della concorrenza e dell’energia, oltre che di politiche pubbliche. Appassionata di attualità e di politica, è un alumna della Scuola di Politiche.

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