“Dentro la testa di Trump” di Mattia Ferraresi
- 27 Agosto 2026

“Dentro la testa di Trump” di Mattia Ferraresi

Recensione a: Mattia Ferraresi, Dentro la testa di Trump. Storia delle idee che non sa di avere, Mondadori, Milano 2026, pp. 240, 19 euro (scheda libro)

Scritto da Paolo Cappelletto

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L’ultimo libro di Mattia Ferraresi, Dentro la testa di Trump. Storia delle idee che non sa di avere, contiene già nel titolo una tesi importante, ovvero che Donald Trump e la sua presidenza siano il prodotto di una molteplicità di idee e correnti ideologiche di cui il tycoon non è pienamente consapevole. Si tratta del lavoro di un vasto stuolo di intellettuali che, in varie forme, hanno influenzato o posto le basi al movimento ideologico che ha portato Trump alla Casa Bianca nel 2016 e poi, ancora, nel 2024. Queste correnti ideologiche sostengono spesso tesi differenti tra loro e hanno radici molto diverse, ma si interrogano tutte sulla stessa questione, ovvero il liberalismo.

Da questo punto di vista, l’opera di Ferraresi svolge un importante lavoro di riordino e setaccio di tutta la galassia intellettuale e paraintellettuale del mondo conservatore americano e, più in generale, del milieu che ha supportato la candidatura di Trump. Si tratta di un lavoro genealogico sulle basi ideologiche del movimento MAGA, in cui l’autore individua tre principali “scuole di pensiero” definite attorno a quello che è il loro rapporto con il liberalismo: i post-liberali, gli illiberali e gli iper-liberali. Non si tratta tanto di scuole di pensiero dai contorni istituzionalizzati, quanto più di gruppi di pensatori accomunati da approcci simili a quello che considerano il problema del liberalismo.

I post-liberali rappresentano il gruppo che ha l’imprinting più accademico, in quanto le sue figure di punta sono soprattutto due docenti universitari, Patrick Deneen, ordinario di filosofia politica alla University of Notre Dame in Indiana, e Adrian Vermeule, ordinario di diritto costituzionale alla Harvard Law School. Deneen è diventato celebre con il libro Why Liberalism Failed, pubblicato da Yale University Press nel 2018, in cui sostiene che il liberalismo è fallito proprio perché ha avuto successo nel portare a termine i propri obiettivi di liberazione dell’uomo da tutti i legami e dai vincoli non scelti, consegnandolo però a una condizione di isolamento, alienazione e mancanza di senso. Il liberalismo, presentato dai suoi sostenitori come un’impalcatura vuota e neutra in cui chiunque può proporre la propria visione del mondo, implicherebbe al proprio interno, in modo surrettizio, una specifica visione dell’uomo come individuo atomizzato che deve essere liberato dai lacci che lo opprimono, siano essi il potere politico, le convenzioni sociali o le strutture religiose.

Vermeule è, invece, un docente di legge, convertitosi al cattolicesimo nel 2016, che critica aspramente il liberalismo e i suoi tentativi di liberare l’uomo dai limiti impostigli dalla tradizione. Contro il culto della libertà fine a se stessa, Vermeule recupera tutta la tradizione del diritto naturale, sostenendo che la funzione della legge non sia garantire la libertà negativa come predica il liberalismo, bensì guidare le persone verso il bene. La libertà dell’individuo, quindi, non è più l’obiettivo primario che deve perseguire lo Stato, che ha, invece, il compito di mettere nelle condizioni i propri cittadini di perseguire la virtù e concorrere al bene comune: la legge acquisisce allora una funzione pedagogica. Tale posizione si riflette nella filosofia giudiziaria proposta da Vermeule in un articolo del 2020 pubblicato su The Atlantic con il titolo Beyond Originalism, dove propone il concetto di “costituzionalismo del bene comune”, che sfida la filosofia dominante del pensiero giuridico conservatore americano rappresentata dall’originalismo, secondo cui il testo della Costituzione va interpretato non perseguendo istanze politiche, ma solo in base al significato testuale originario del dettato dei Padri Fondatori. Vermeule, dal canto suo, ritiene che l’originalismo abbia fatto il suo corso e che sia ora necessario adottare una filosofia del diritto che metta esplicitamente al centro il bene comune, con riferimento sempre al concetto di legge naturale, riconoscendo che “la promozione della moralità è una funzione centrale e legittima dell’autorità”.

Molti altri sono gli esponenti della galassia post-liberale individuati da Ferraresi. Il denominatore comune, molto spesso, è una visione del mondo cattolica – segnatamente di stampo tomistico – che, tramite il suo importante patrimonio teorico e filosofico, ha funzionato come bacino cui attingere per elaborare la critica alla teoria liberale. Come sottolinea l’autore, se la critica ha una solida base, non altrettanto forte è la parte più propositiva su cosa dovrebbe sostituire l’attuale sistema retto dall’ordine liberale. Ferraresi mostra, infatti, che i post-liberali faticano a fornire una proposta concreta sul modo in cui attuare la visione enunciata in astratto.

Il secondo filone ideologico è quello dei cosiddetti “illiberali”, che riunisce aderenti al nazional-conservatorismo, ideologi critici verso la democrazia, personalità nate sul web che propugnano manifesti aspramente critici verso il progressismo e pastori protestanti che auspicano l’instaurazione di una teocrazia. La scuola di pensiero più celebre è quella del nazional-conservatorismo, movimento sorto attorno alla Edmund Burke Foundation. Centrale per i nazional-conservatori è la dimensione dello Stato-nazione, inteso secondo un nazionalismo fondato su sangue, suolo, lingua e tradizioni, in aperta contrapposizione all’universalismo del liberalismo. In questo scenario, l’Ungheria di Viktor Orbán ha rappresentato la culla del movimento nel contesto europeo: proprio qui si è tentato di dare forma a uno “Stato illiberale”, formula coniata dallo stesso ex primo ministro e leader di Fidesz in un discorso del 2014.

Gli altri esponenti rappresentano figure legate a quello che viene chiamato “illuminismo oscuro”, un articolato movimento culturale di estrema destra che rifiuta la democrazia, il progressismo e l’uguaglianza. Per questa corrente di pensiero, la monarchia rappresenta la forma di governo ideale: un sistema assolutista in cui il potere viene esercitato da un “sovrano-CEO” sulla falsariga di leader tecnologici come Steve Jobs o Marc Andreessen. Alla base di questa visione vi è un’antropologia molto diversa da quella di stampo cattolico dei post-liberali: gli “adepti” dell’illuminismo oscuro ritengono che gli esseri umani non siano tutti uguali e che la democrazia faccia un torto all’umanità, cercando di livellare le differenze in nome dell’uguaglianza e del rispetto dei diritti. Una simile prospettiva è quella esposta dal libro Bronze Age Mindset scritto da Bronze Age Pervert, noto anche come BAP, una personalità di Internet di estrema destra e associata alla manosfera. L’opera, un’invettiva contro il politicamente corretto e il concetto di uguaglianza, è un manifesto che celebra la forza fisica e il disprezzo per la democrazia.

Meritano poi un accenno le correnti teocratiche di stampo protestante, che si propongono di instaurare un regime confessionale basato sulla legge biblica all’interno degli Stati Uniti: tra le altre cose, si propone, infatti, di vietare ai non cristiani di ricoprire cariche pubbliche e di riformare il sistema di voto facendolo diventare da individuale a familiare, dove a votare è solo il capofamiglia maschio. L’immaginario di questo tipo di teologia è il “lanciafiamme” che spazza via il secolarismo e tutto ciò che devia dall’ortodossia protestante. L’obiettivo è “ricristianizzare l’America” e Trump è considerato un mezzo per conseguirlo, nonostante l’attuale presidente non sia egli stesso un fervente cristiano e, rispetto ai suoi predecessori repubblicani, abbia posizioni sui temi etici e sociali molto più laiche e spesso in disaccordo con i desiderata del mondo evangelico. In generale, come ben sottolinea Ferraresi, Trump è considerato da questi movimenti e sottoculture come la forza distruttrice che può spazzare via quelli che sono considerati i mali della società occidentale, in primis la cultura woke.

Il terzo gruppo, infine, è quello degli iperliberali, che vede in Peter Thiel ed Elon Musk i suoi principali esponenti. Peter Thiel, fondatore di PayPal e Palantir, è una figura poliedrica: seguace della scrittrice libertaria Ayn Rand e poi dell’antropologo e filosofo cattolico René Girard; evangelico eterodosso che ha aiutato a riportare nel dibattito culturale della Silicon Valley la fede cristiana, appassionato del tema della fine dei tempi e studioso del concetto teologico paolino del katechon. Vicino al vicepresidente J.D. Vance e tra i primi finanziatori della campagna presidenziale di Trump nel 2016, Thiel ha fondato PayPal insieme a Elon Musk, altra figura chiave nel mondo degli iperliberali. Musk, inizialmente considerato più vicino alla galassia progressista, si sposterà sempre più verso il mondo conservatore a seguito della pandemia da Covid-19 e dello scontro con la cultura woke, arrivando, in occasione delle elezioni presidenziali 2024, a dare il proprio endorsement a Donald Trump. Culto della tecnologia, tentativi di superare i limiti dell’umano, sfiducia nella democrazia e progetti tecnocratici sono ciò che unisce gli iperliberali. Come è noto, Musk stesso è entrato nell’amministrazione Trump, ma il suo tentativo di incidere a livello di policy tramite il Department of Government Efficiency (DOGE) non è riuscito. Si è infatti presto scontrato con il presidente: Musk ha criticato come troppo restrittiva la politica migratoria dell’amministrazione repubblicana, che andava a limitare il numero di visti per lavoratori stranieri qualificati. Come si può evincere, Musk si contrappone ai filoni ideologici più nazionalistici citati poc’anzi, mostrando come la galassia che ha supportato Trump assuma molto spesso posizioni profondamente diverse e a volte incompatibili l’una con l’altra.

Analizzando i caratteri dei tre gruppi, Ferraresi mostra in modo efficace il retropensiero da cui prende le mosse l’amministrazione Trump. Retropensiero di cui Donald Trump, figura chiaramente anti-intellettuale, non sembra pienamente conscio, ma che esprime tramite le proprie parole, i propri slogan e il proprio modus gubernandi. La figura chiave, il trait d’union rispetto a questi tre filoni di pensiero, secondo l’autore, sarebbe invece un’altra: il vicepresidente J.D. Vance.

Personaggio complesso, J.D. Vance emerge come uno dei “Never Trumper” nel 2016, ovvero come uno dei conservatori che si oppongono alla candidatura di Trump, arrivando a paragonarlo a Adolf Hitler. Con il tempo, però, le cose cambiano: Vance comincia a mostrare posizioni più morbide verso Trump, nel 2022 si candida alle primarie repubblicane per eleggere il nuovo senatore dell’Ohio e, proprio grazie all’endorsement di Trump, arriverà primo e sarà poi eletto al Senato alle elezioni di medio termine. Due anni dopo verrà scelto da Trump come proprio candidato vicepresidente. Insieme al segretario di Stato Marco Rubio, è attualmente indicato tra i più probabili candidati repubblicani alla presidenza nel 2028.

Vance rappresenta una sorta di figura di sintesi tra le tre galassie ideologiche vicine alla presidenza Trump. Legato a Patrick Deneen, si è autodefinito un “post-liberale” e condivide le critiche verso il liberalismo avanzate da tale gruppo. Il suo ingresso in politica ha rappresentato una sorta di rottura per l’ortodossia del Grand Old Party, fino ad allora fortemente liberista: Vance, come i post-liberali, non condivide la cieca fiducia del Partito Repubblicano verso il mercato, figlia di più di quarant’anni di ortodossia liberista, e ritiene, invece, sulla scia della dottrina sociale della Chiesa – Vance si converte al cattolicesimo nel 2019 – che anche il mercato debba essere orientato verso il bene comune. Condivide, inoltre, molte delle istanze dei cosiddetti illiberali: vicino ad autori come Rod Dreher, firmatario del manifesto del National Conservatism, ha ribadito, nel corso del suo discorso della convention repubblicana del 2024 che «l’America non è solo un’idea, ma un gruppo di persone con una storia condivisa e un futuro comune. È, in sintesi, una nazione». Infine, Vance deve molto agli “iperliberali” della Silicon Valley, in primis a Peter Thiel, suo mentore e finanziatore della sua campagna elettorale per il Senato del 2022.

Ferraresi osserva che «non si vedono in circolazione altre figure che possano provare a dimostrare che il trumpismo non è soltanto un fanatico culto del capo carismatico che si esaurirà con il tramonto della sua personalità, ma è la manifestazione grezza di un miscuglio di tradizioni intellettuali in cerca di una nuova sintesi». Il vicepresidente in carica sembra l’unico che possa assolvere a questo compito. Infatti, l’altro possibile candidato per il 2028, il segretario di Stato Marco Rubio, è ideologicamente figlio di un Partito Repubblicano ancora pre-Trump e per tale ragione non sarebbe probabilmente in grado di portare avanti in modo pieno l’eredità trumpiana.

Vance può essere considerato la figura che sta traghettando il partito dalla sua versione pre-Trump a quella post-Trump, andando a completare l’opera iniziata dal tycoon con la sua candidatura nel 2015. Emblematico è il passaggio, nel ruolo di vicepresidente di Trump tra i due mandati, da Mike Pence, repubblicano classico pro-libero mercato e interventista in politica estera, a J.D. Vance, fautore del disimpegno militare in nome di “America First” e populista in politica economica. Già da senatore dello stato dell’Ohio, infatti, rappresentava un conservatorismo nuovo per il mainstream del Partito Repubblicano, abituato a cinquant’anni di fusionismo, la formula ideologica che univa liberismo, conservatorismo sociale e interventismo in politica estera.

Resta da vedere, tuttavia, se, assente la figura di Trump, capace di fare sintesi tramite la propria personalità istrionica delle varie anime di questo nuovo mondo conservatore, Vance sarà in grado, da un lato, di avere il carisma necessario per colmare il vuoto lasciato da Trump, dall’altro di condensare in una piattaforma e in una visione comune sensibilità spesso lontane l’una dall’altra. Come mostra “l’atlante” di Ferraresi, le posizioni e, talvolta, le basi antropologiche e filosofiche sono molto diverse tra i vari attori in gioco. Tra le principali incognite vi è anche la possibilità che una di queste correnti ideologiche prevalga sulle altre e, nel caso, quale sia destinata a farlo. Dieci anni fa, Ross Douthat, editorialista di lungo corso del New York Times, scriveva in modo presciente su X: «if you dislike the religious right, wait till you meet the post-religious right», con riferimento all’emergere di una destra post-cristiana di stampo nietzschiano, con rigurgiti di nazionalismo bianco e disprezzo della democrazia. Elementi che, come abbiamo visto, costellano parte del retroterra culturale del trumpismo. Già allora, infatti, si avvertiva il possibile cambiamento ideologico in corso nel partito.

Nell’attesa di vedere come si evolverà lo scenario politico, Dentro la testa di Trump di Mattia Ferraresi riesce a restituire la complessità e la varietà che caratterizzano l’impalcatura ideologica del trumpismo, lasciando giustamente aperta la domanda sul futuro del partito, anche e soprattutto alla luce dell’imprevedibilità del suo attuale leader.

Scritto da
Paolo Cappelletto

Si occupa di public affairs e relazioni istituzionali. Ha conseguito la laurea magistrale in Scienze filosofiche all’Università degli Studi di Padova, con soggiorni di studio presso l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e la Boston University. Scrive di politica e cultura americana.

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