L’insostenibile deregulation del lavoro su piattaforma
- 13 Aprile 2026

L’insostenibile deregulation del lavoro su piattaforma

Scritto da Riccardo Mancuso

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Recenti inchieste hanno nuovamente evidenziato lo sfruttamento nel settore dei ciclofattorini, o rider, riportando con forza al centro del dibattito pubblico la necessità di un intervento deciso e strutturale per superare il lavoro a cottimo e la forma di falsa autonomia che, negli anni, si è consolidata come modello dominante. L’azione del pubblico ministero di Milano Paolo Storari, che parla esplicitamente di intermediazione illecita di manodopera nel settore dei rider e di retribuzioni difformi rispetto all’articolo 36 della Costituzione, con un campione di 30 rider su 40 sotto la soglia di povertà, si inserisce in un contesto che da tempo induce a interrogarsi sullo stato reale di questo segmento del mondo del lavoro. Il funzionamento delle piattaforme si basa infatti su un impianto che, pur presentandosi come innovativo, riproduce dinamiche ben note: da un lato la costruzione giuridica della falsa autonomia trasferisce sui lavoratori il rischio economico; dall’altro l’organizzazione del lavoro resta fortemente eterodiretta, attraverso l’uso combinato di algoritmi, sistemi di incentivo e meccanismi reputazionali. La narrazione proposta dalle multinazionali, secondo cui i rider sarebbero lavoratori autonomi, liberi di scegliere se e quando lavorare, entra così in contraddizione con una realtà in cui la possibilità di accedere al lavoro, la quantità di consegne e quindi il reddito dipendono in larga misura da parametri stabiliti unilateralmente dalla piattaforma.

L’intervento della magistratura si inserisce in un contesto già consolidato, poiché ciò che oggi emerge nelle indagini è evidente da anni e oggetto di denuncia da parte degli stessi lavoratori e delle loro organizzazioni. I rider hanno saputo organizzarsi, dando vita a un ciclo di mobilitazione che ha prodotto risultati rilevanti, ma ancora insufficienti rispetto alla portata dei problemi strutturali del settore. Nonostante lo sforzo prodotto dal basso, che ha combinato conflittualità, capacità di innovazione e costruzione di reti di solidarietà, il settore ha infatti conosciuto negli ultimi anni un progressivo peggioramento delle condizioni materiali di lavoro. Nei momenti di maggiore attivazione si è assistito anche a una decina di scioperi all’anno, per un arco temporale di cinque anni (2018-2022). Un livello di conflittualità molto elevato, che ha permesso di ottenere visibilità e risultati, ma che ha anche comportato un consumo significativo di energie. In questo senso, il riflusso nelle mobilitazioni va letto come l’esito di una fase in cui l’intensità dello scontro non si è tradotta in una strutturazione stabile. Da un lato, l’intensità dello sforzo iniziale ha prodotto una fisiologica stanchezza; dall’altro, si è diffusa una certa insoddisfazione rispetto ai risultati ottenuti. Questo elemento è particolarmente evidente nel caso di Just Eat. L’accordo raggiunto con questa piattaforma ha rappresentato un passaggio storico, in quanto primo riconoscimento su larga scala del lavoro subordinato nel settore. Tuttavia, ha mostrato anche limiti significativi: l’uso estensivo del part-time e alcune deroghe al contratto nazionale della logistica hanno lasciato insoddisfatta una parte dei lavoratori. Inoltre, e forse soprattutto, l’accordo non ha prodotto un effetto di diffusione, ma è rimasto un caso isolato all’interno di un settore che continua a essere dominato dal modello della falsa autonomia. Il risultato è una situazione di forte frammentazione.

Un elemento strutturale che continua a caratterizzare il settore, inoltre, è la composizione della forza lavoro: le piattaforme attingono in larga misura a un bacino di lavoratori migranti, spesso soggetti ad una condizione gravemente precaria e, in molti casi, privi di una formazione sindacale che consenta loro di orientarsi all’interno del rapporto di lavoro. Questa condizione li rende particolarmente vulnerabili e facilmente esposti a pratiche distorsive. In questo scenario si sviluppano forme che possono essere definite di vero e proprio caporalato digitale. La possibilità di cedere o vendere gli account, la presenza di soggetti intermedi che gestiscono gruppi di lavoratori, le catene di subfornitura opache che si innestano sul funzionamento delle piattaforme: tutti questi elementi contribuiscono a costruire un sottobosco in cui si moltiplicano le forme di sfruttamento. Non si tratta di fenomeni marginali, ma di dinamiche che si inseriscono pienamente nel funzionamento del settore, soprattutto nei casi in cui la piattaforma si avvale di intermediari, ed è proprio in questi spazi che il rischio di intermediazione illecita diventa più evidente. Il settore resta dunque in larga parte privo di una regolazione efficace. Anche tentativi locali, come la Carta dei diritti di Bologna, non sono riusciti a produrre un cambiamento sistemico. Nel frattempo, il quadro si è ulteriormente complicato con l’ingresso di nuovi attori sindacali e con una parziale ricomposizione delle forze in campo.

E tuttavia, in un contesto globale attraversato da crisi sempre più ravvicinate, nello stesso periodo si sono registrate anche punte di avanzamento significative, sostenute da una capacità di agency dei lavoratori e da una maggiore disponibilità, in alcuni contesti, degli attori sociali a intervenire sul modello di regolazione. È proprio all’interno di questa fase di mobilitazione intensa e dei suoi limiti che si sviluppano alcune delle pratiche più innovative di questo ciclo di lotte. In particolare, i lavoratori hanno saputo ribaltare l’utilizzo degli strumenti tecnologici messi a disposizione dalle piattaforme. Le chat e le applicazioni di comunicazione – inizialmente pensate per coordinare e controllare la forza lavoro, soprattutto nei momenti di maggiore criticità – sono state progressivamente riutilizzate come strumenti di organizzazione autonoma. In questi spazi si scambiano informazioni, si condividono strategie, si costruiscono forme di coordinamento che consentono di aggirare almeno in parte l’isolamento imposto dal modello algoritmico. Questo elemento è cruciale anche perché conferma che, nel lavoro su piattaforma, lo sciopero resta uno strumento necessario ma non più sufficiente.

La capacità di incidere sui rapporti di forza passa anche attraverso l’utilizzo creativo e conflittuale degli strumenti messi a disposizione dal datore di lavoro stesso, in una dinamica in cui il terreno dello scontro si sposta dentro l’infrastruttura tecnologica e l’applicazione stessa diventa terreno di conflitto. Durante gli scioperi, ad esempio, non si è trattato soltanto di non lavorare, ma anche di intervenire attivamente sul flusso delle consegne: mantenere ordini in sospeso, rallentare i tempi, generare disservizi che aumentano la pressione sulle piattaforme. Così, il conflitto è entrato dentro il cuore operativo del processo produttivo. Un passaggio ulteriore, particolarmente significativo, è stato poi il coinvolgimento dei consumatori. Le piattaforme basano una parte rilevante del proprio modello di business sulla reputazione e sulla fiducia degli utenti; per questo risultano particolarmente vulnerabili a campagne di pressione pubblica. L’utilizzo dei social ha consentito di trasformare gli utenti in soggetti attivi del conflitto. In diversi momenti, questa leva si è rivelata decisiva: la pressione esercitata attraverso il coinvolgimento dei consumatori ha rappresentato uno dei pochi strumenti realmente in grado di mettere le multinazionali di fronte a un costo immediato, incidendo direttamente sulla loro immagine e quindi sul loro modello di business.

Se si sposta lo sguardo oltre il contesto italiano, il quadro cambia e assume una scala e un’intensità tali da mettere in discussione l’idea stessa dell’inorganizzabilità di questo lavoro. In Europa, la Spagna detiene il primato nel raggiungimento di un sistema regolatorio avanzato scaturito dall’ormai nota Ley Rider, che ha condotto alla qualificazione dei lavoratori che consegnano beni a domicilio come subordinati e alla loro assunzione. A Taiwan, i rider autorganizzati sono riusciti a incidere in modo significativo sia sull’agenda di governo sia sull’azione delle organizzazioni sindacali tradizionali, contribuendo all’approvazione – il 6 gennaio 2026 – del Food Delivery Workers’ Rights Protection and Food Delivery Platform Management Act, che introduce il salario minimo orario, il diritto alla disconnessione e un sistema articolato di tutele sociali.

Ma è soprattutto guardando all’America Latina che emerge la portata più avanzata di questo ciclo di mobilitazioni. In Argentina, il SiTraRepa ha ottenuto il riconoscimento come soggetto sindacale trattante, costruendo un’organizzazione che conta migliaia di aderenti e che si sviluppa attraverso una presenza diffusa sul territorio. In Brasile, il livello di organizzazione raggiunto è ancora più impressionante e le mobilitazioni degli Entregadores Unidos hanno coinvolto decine di migliaia di lavoratori, arrivando a bloccare infrastrutture strategiche e interi snodi del Paese. Si tratta di un livello di conflittualità e coordinamento che rende evidente come il lavoro su piattaforma possa essere organizzato su scala massiva, superando quell’idea, ancora diffusa, secondo cui questi lavoratori sarebbero per definizione frammentati e non organizzabili. Anche negli Stati Uniti si osservano sviluppi importanti. La Gig Workers Union è confluita nel Service Employees International Union, uno dei principali sindacati statunitensi, contribuendo a rafforzare l’organizzazione del settore, in particolare in California. Qui il livello di mobilitazione è tale da aver reso possibile l’organizzazione di un congresso internazionale dei lavoratori su piattaforma, giunto alla sua seconda edizione, prevista per maggio, che coinvolge ormai più di quindici Paesi. Questo processo non ha soltanto un valore simbolico, ma rappresenta un tentativo concreto di costruire un coordinamento globale delle lotte, capace di mettere in relazione esperienze molto diverse.

Ciò che emerge con chiarezza è che il lavoro su piattaforma non è affatto un ambito marginale, ma un terreno centrale di sperimentazione politica e sindacale. In diversi Paesi, questi lavoratori hanno dimostrato di poter sviluppare una capacità di organizzazione e di mobilitazione tale da incidere sugli equilibri complessivi del mercato del lavoro. Il settore assume così un ruolo anticipatore: le dinamiche che qui si manifestano in forma più evidente tendono a estendersi ad altri segmenti del lavoro.

In un contesto segnato da esperienze avanzate a livello internazionale, dove il diverso livello di avanzamento non dipende soltanto dalla forza delle mobilitazioni, ma anche da un diverso equilibrio tra attori sociali, istituzioni e capacità di intervento regolativo, rende rilevante il recepimento della Direttiva europea 2024/2831, nota come Direttiva Rider, anche per il contesto italiano. Gli Stati membri, inclusa l’Italia, dovranno recepirla entro il 2026, rafforzando le tutele e introducendo maggiore trasparenza, attraverso una presunzione di subordinazione qualora sussistano forme di controllo esercitate tramite algoritmi. Un elemento innovativo, infatti, è l’inversione dell’onere della prova: non saranno più i lavoratori a dover dimostrare la subordinazione, ma le piattaforme a dover provare l’autonomia. Questo aspetto è tutt’altro che secondario, perché significa ridurre drasticamente uno degli ostacoli principali all’accesso alla giustizia, soprattutto per una forza lavoro che, per le sue caratteristiche sociali, è spesso riluttante a intraprendere percorsi giudiziari lunghi e incerti.

Ma il punto più avanzato, e quello che probabilmente segnerà le trasformazioni dei prossimi anni, riguarda l’algoritmo. L’organizzazione del lavoro è ormai interamente incorporata nelle applicazioni: è l’algoritmo a decidere chi lavora, quando lavora, quanto guadagna. Non si tratta quindi soltanto di rendere trasparenti questi meccanismi, ma di riconoscerli come terreno di conflitto e di contrattazione. Se è l’algoritmo a strutturare il lavoro, allora deve essere possibile intervenire sul suo funzionamento. Alcune esperienze dimostrano che questo non è un obiettivo astratto. Nel caso di Just Eat, ad esempio, sono stati negoziati criteri concreti di assegnazione delle consegne, adattandoli alle condizioni reali dei lavoratori. Si apre così uno spazio nuovo, che riguarda la trasparenza ma anche la possibilità stessa di incidere sull’organizzazione del lavoro digitale. Accanto a questo si colloca poi il tema dei dati. Le piattaforme raccolgono continuamente informazioni generate dai lavoratori stessi, sui percorsi, sui tempi, sulle modalità operative, utilizzandole per migliorare il sistema. Si tratta di una componente centrale del modello, in cui i lavoratori contribuiscono direttamente alla produzione del valore anche attraverso i dati che generano, senza alcun riconoscimento né controllo sull’utilizzo di queste informazioni. La governance algoritmica costruisce così una realtà ambivalente. Da un lato, introduce elementi di gamification con missioni, punteggi e incentivi simbolici che trasformano il lavoro in un’esperienza che può apparire simile a un videogioco, contribuendo a rendere meno percepibile la natura del rapporto di lavoro e a interiorizzare logiche di competizione e prestazione continua. Dall’altro lato, però, la dimensione materiale del lavoro resta segnata da condizioni di precarietà, intensità ed esposizione al rischio.

La promessa di autonomia e autorealizzazione, che accompagna la narrazione delle piattaforme, si rivela così una costruzione retorica che non regge alla prova dei fatti. Dietro l’interfaccia apparentemente neutra e persino ludica delle applicazioni, si colloca un lavoro segnato da condizioni spesso estreme, con incidenti sul lavoro – non di rado gravi e talvolta mortali – che restituiscono con chiarezza questa realtà, mostrando come il settore si inserisca pienamente nel contesto più ampio della logistica contemporanea. Si apre dunque la possibilità di un vero e proprio inquadramento del lavoro su piattaforma all’interno del lavoro subordinato – in continuità con il CCNL della logistica – e al riconoscimento della necessità di contrattare l’algoritmo che struttura l’organizzazione del processo produttivo. È in questa tensione tra promessa di innovazione e realtà dello sfruttamento che si gioca oggi una partita decisiva non soltanto per il settore dei rider, ma per l’insieme del mondo del lavoro, sempre più attraversato da processi di digitalizzazione che ridefiniscono e al tempo stesso rendono meno visibili i confini dei rapporti di lavoro.

Scritto da
Riccardo Mancuso

Laureato in Scienze storiche all’Università di Bologna con una tesi in Storia del lavoro. Da lavoratore di Deliveroo è stato rappresentante del collettivo informale Riders Union Bologna, tra i fondatori del coordinamento nazionale RiderXiDiritti. Come rappresentante dei lavoratori ha seguito i tavoli negoziali presso il Ministero del Lavoro per il licenziamento di una legge per una regolamentazione del settore, presenziando in Commissione Lavoro sia alla Camera che al Senato. Da lavoratore assunto da Just Eat è stato eletto delegato sindacale a Bologna con CGIL per la quale ha lavorato due anni come funzionario e ha seguito il settore a livello regionale. Ha partecipato come delegato italiano presso il Parlamento europeo per il licenziamento della Direttiva europea dove ha preso contatto con le compagini transnazionali da cui è stato eletto a Los Angeles delegato europeo presso il primo Congresso internazionale dei lavoratori di piattaforma (Gig Workers Congress).

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