L’intelligenza collettiva per affrontare il cambiamento. Intervista a Stefano Bonaccini
- 20 Dicembre 2021

L’intelligenza collettiva per affrontare il cambiamento. Intervista a Stefano Bonaccini

Scritto da Giacomo Bottos

10 minuti di lettura

Stefano Bonaccini è Presidente della Regione Emilia-Romagna, eletto nel gennaio 2020 per il secondo mandato, e Presidente del CEMR – Consiglio delle città e delle regioni d’Europa, primo italiano a ricoprire tale carica. In precedenza è stato Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome. Il suo ultimo libro è Il Paese che vogliamo (Piemme 2021).


Presidente Bonaccini, per capire meglio il Patto per il Lavoro e per il Clima vorrei partire dal momento in cui è stato elaborato, nei mesi della pandemia che si è trovato a dover affrontare all’inizio del suo mandato. Come la crisi ha trasformato l’economia e la società della Regione? Cos’è cambiato e quali sono invece le principali linee di continuità rispetto al “prima”?

Stefano Bonaccini: La pandemia da Covid-19 ci ha colpito dopo un quinquennio di crescita ininterrotta. Nel 2020 il PIL reale dell’Emilia-Romagna si è ridotto del 9% rispetto all’anno precedente e il tasso di disoccupazione, che era ai minimi fisiologici, è tornato a crescere: dal 5,5% al 5,7%, un prezzo pagato in gran parte da donne e i giovani. La salute delle persone ha avuto la precedenza su tutto. La salvaguardia dei posti di lavoro e la creazione di nuovo lavoro di qualità hanno di nuovo assunto il carattere dell’urgenza, anche in Emilia-Romagna, dove eravamo convinti, confortati dai dati, di iniziare la nuova legislatura procedendo verso la piena occupazione. Oggi, invece, viviamo un momento di ripartenza mai così positivo. Le previsioni più recenti dicono che l’Emilia-Romagna alle fine del 2022 dovrebbe tornare a livelli di PIL superiori a quelli della fine del 2019. Perché ciò si realizzi, nel cogliere tutte le opportunità rese disponibili dai fondi europei ordinari e straordinari, è essenziale fare i conti da una parte con le contraddizioni e le fragilità sociali che il virus ha reso più evidenti, dall’altra con gli elementi di forza del sistema territoriale che ha messo in luce. Tra questi, il valore inestimabile di una buona sanità, pubblica e per tutti, radicata nel territorio, la rilevanza assoluta dei saperi e delle competenze, la centralità della scuola nella vita della comunità, l’esigenza improrogabile di una digitalizzazione diffusa, la capacità di tante nostre imprese di riconvertire processi produttivi e servizi a favore della comunità, l’importanza di un settore agricolo e agroindustriale forte e strutturato e infine l’amara conferma della maggiore fragilità delle condizioni occupazionali di donne e giovani e di tanti lavoratori e lavoratrici poco o per nulla tutelati che hanno avuto un ruolo essenziale per la società in lockdown. Queste e altre fondamentali lezioni apprese dall’emergenza sono alle base del nuovo Patto.

 

Il Patto per il Lavoro e per il Clima faceva seguito al precedente Patto per il Lavoro, elaborato nel 2015. Quali sono stati i principali elementi di novità introdotti nel nuovo Patto?

Stefano Bonaccini: Il nuovo Patto contiene almeno due elementi di novità. Anzitutto è focalizzato anche sul clima e vuole tenere insieme lo sviluppo del nostro territorio, a partire dalla qualità del lavoro, e la transizione ecologica. Superare il potenziale conflitto tra sviluppo e ambiente generando nuovo lavoro è la grande sfida del nostro tempo. La seconda novità è che abbiamo voluto condividere un progetto che guardi al 2030, dunque ben oltre questa legislatura. Scelta fondamentale per allineare il nostro percorso a quello dall’Agenda 2030, all’Accordo di Parigi, alle decisioni assunta dall’Unione Europea in merito alla riduzione delle emissioni climalteranti, nonché alla programmazione dei fondi europei 2021-2027 e al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

 

Qual è stato il percorso che ha portato all’approvazione del Patto? Quale coinvolgimento vi è stato per i cofirmatari?

Stefano Bonaccini: L’elaborazione del Patto è durata circa 5 mesi. La prima riunione è stata il 5 agosto 2020, la sottoscrizione è avvenuta il 14 dicembre dello stesso anno. In questo lasso di tempo abbiamo elaborato una prima versione del documento, l’abbiamo condivisa, abbiamo raccolto contributi da parte di ognuno dei firmatari, abbiamo convocato incontri bilaterali e riunioni plenarie, coinvolgendo anche l’Assemblea legislativa regionale, fino ad arrivare al testo sottoscritto, risultato di una mediazione, nel senso più alto del termine, tra istanze diverse e della volontà comune di condividere impegni e responsabilità per garantire alla società regionale, e in particolare alle nuove generazioni, un futuro di benessere.

 

Quali sono a suo avviso le principali ragioni per cui, in momenti di profonda trasformazione, è importante adottare un metodo di questo genere, che veda la partecipazione di una pluralità di attori? Quali sono i compiti dei diversi soggetti nel costruire il cambiamento?

Stefano Bonaccini: Per affrontare grandi cambiamenti serve intelligenza collettiva. Il Patto delinea un progetto di rilancio e sviluppo del territorio regionale a partire da punti di vista e competenze messe in campo da diverse realtà: da chi rappresenta la società regionale a diversi livelli, mi riferisco agli enti locali, alle organizzazioni sindacali e datoriali, alle associazioni ambientaliste, e da chi svolge ruoli determinanti nella costruzione di futuro, mi riferisco in particolare ad istituzioni educative e di ricerca. «Se volete andare in fretta, andate soli; se volete andare lontano, andate insieme». Sono parole che cito spesso. Il Patto cerca di fare entrambe le cose, andare in fretta e lontano.

 

Questo Patto, forse ancora più del precedente, assegna alla programmazione delle risorse europee un ruolo strategico. Si coglie un’evoluzione nell’orientamento delle istituzioni europee? Quali nuove opportunità vede per la Regione e per il sistema-Paese?

Stefano Bonaccini: È vero per due motivi. Anzitutto questo Patto è stato sottoscritto prima che la Regione iniziasse a programmare le risorse europee 2021-2027, dunque “a monte” dell’approvazione di ulteriori documenti decisivi per il futuro di questo territorio. Il Documento strategico regionale per la programmazione unitaria delle politiche europee di sviluppo (DSR 2021-2027), la Strategia di specializzazione intelligente (S3 2021-2027) e i Programmi operativi regionali FESR (Fondo europeo sviluppo regionale) e FSE+ (Fondo sociale europeo) sono stati elaborati nel confronto e nella condivisione con i firmatari avendo a riferimento le scelte già assunte sottoscrivendo il Patto. Grazie poi alle misure eccezionali messe in campo dall’Unione Europea, senz’altro strategica è anche la quantità di risorse ordinarie e straordinarie di cui beneficerà questo territorio. Si pensi che la sola dotazione di FESR e FSE+ è pari a oltre 2 miliardi di euro, quasi 800 milioni in più rispetto al precedente settennato.

 

I prossimi anni vedranno la necessità di attuare quanto previsto dal Piano di Ripresa e Resilienza presentato dal Governo. Il Patto per il Lavoro e per il Clima è stato firmato prima che fosse presentata la versione definitiva del PNRR ma su molti ambiti vi sono ampie convergenze. Quale rapporto vede tra PNRR e Patto? Più in generale, quali sono i rispettivi compiti dei diversi livelli istituzionali – e delle Regioni in particolare – nel cambiamento che stiamo affrontando? 

Stefano Bonaccini: Le convergenze tra Patto e PNRR, decisamente ampie, dimostrano che l’Emilia-Romagna delineando il proprio progetto di sviluppo territoriale ha saputo cogliere le grandi sfide globali da fronteggiare. È trascorso circa un anno dalla sottoscrizione del documento e nel frattempo sono state stanziate anche le prime risorse del PNRR a favore dell’Emilia- Romagna, penso all’edilizia scolastica, al Porto di Ravenna o al progetto di naturalizzazione del Delta del Po. Ne arriveranno altre. La condivisione delle priorità sancita dal Patto, così come la piena coerenza tra quest’ultimo e i documenti di programmazione approvati nel corso del 2021, che intendono agire in piena sinergia e complementarità con il PNRR, mettono il sistema territoriale nelle condizioni di essere pronto a cogliere velocemente tutte le opportunità.

 

Il Patto individua nel nodo della conoscenza e dei saperi uno dei cardini di una strategia per una “quadratura del cerchio” che tenga insieme trasformazione economica digitale ed ecologica, da un lato, e creazione di lavoro buono e riduzione dei divari, dall’altro. Quali sono gli elementi fondamentali di questa strategia? Quali sono a suo avviso le condizioni affinché questa scommessa possa funzionare?

Stefano Bonaccini: In Emilia-Romagna storicamente il compito di migliorare la società è affidato all’educazione. Emilia-Romagna, Regione della conoscenza e dei saperi è il primo degli obiettivi strategici delineati, tanto del Programma di Mandato quanto dal Patto, per non subire il cambiamento, ma determinarlo, generare lavoro di qualità e contrastare la precarietà, ridurre le disuguaglianze e favorire la mobilità sociale, innovare la manifattura e i servizi, accelerare la transizione ecologica e digitale. Il 70% dei ragazzi e delle ragazze di tutto il mondo da grande farà lavori diversi da quelli che oggi conosciamo. Nella stragrande maggioranza, saranno l’esito di processi, anche repentini, di innovazione tecnologica e, ne sono convinto, sociale. L’educazione deve pertanto garantire alle persone, di ogni età, gli strumenti per stare nella complessità, interpretarla e “piegarla” al benessere della società e a un nuovo rispetto del pianeta e delle sue risorse.

 

In particolare, sul tema della trasformazione digitale c’è un focus importante, a partire dal grande progetto del Tecnopolo di Bologna. Quali sono gli elementi principali della visione
che supporta questa e le altre progettualità previste in questo ambito?

Stefano Bonaccini: Il Tecnopolo di Bologna è un progetto che rivendichiamo con orgoglio e mettiamo a disposizione di tutto il sistema-Paese. Ospiterà non solo il Data Center del Centro meteo europeo, ma anche il supercomputer europeo Leonardo. A Bologna avremo più dell’80% della capacità di calcolo italiana e più del 20% di quella europea, diventando la vera Data Valley europea, in grado di competere con Stati Uniti e Cina. Ciò significa orientare la rivoluzione digitale verso un nuovo umanesimo, perché il futuro e l’evoluzione della tecnologia non siano determinati ma determinabili e dunque un diritto di tutte e tutti, un bene al servizio dei bisogni delle persone, della coesione e della competitività dei territori.

 

La transizione ecologica appare una necessità sempre più urgente, ma al tempo stesso il percorso di riconversione delle nostre società e delle nostre economie appare complesso e non privo di problematiche. Quali opportunità e quali rischi sono presenti da questo punto di vista per l’economia emiliano-romagnola? Cosa prevede il Patto?

Stefano Bonaccini: L’Emilia-Romagna deve uscire da questo periodo drammatico con un progetto di sviluppo nuovo. Il Patto fissa obiettivi precisi: la neutralità carbonica prima del 2050 e il passaggio alle energie pulite e rinnovabili entro il 2035. Come? Con investimenti in mobilità sostenibile, col progetto Mettiamo radici al futuro che si pone l’obiettivo di piantumare 4 milioni e mezzo di alberi in 5 anni, con l’incremento della produzione e dell’utilizzo delle energie rinnovabili anche attraverso una Legge regionale sulle comunità energetiche, col rafforzamento della strategia di consumo di suolo a saldo zero e di rigenerazione urbana. La transizione per essere giusta esige sostegno agli investimenti delle principali filiere produttive, creazione di nuove imprese e nuovi lavori e azioni per l’aggiornamento o la riconversione delle competenze di lavoratrici e lavoratori a rischio di disoccupazione. Intendiamo procedere in questa direzione per non mettere a rischio il capitale produttivo e quello naturale, l’occupazione delle persone e il benessere della società e fare della transizione un motore di nuovo e diverso sviluppo.

 

In che modo gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU sono stati tenuti presente nella costruzione del Patto? 

Stefano Bonaccini: Il 18 novembre 2021 abbiamo approvato la Strategia Regionale Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Emilia- Romagna che declina e “localizza” il piano d’azione globale ONU, definendo i primi 100 target da raggiungere entro il 2025 e il 2030. E abbiamo introdotto un sistema di misurazione per monitorare il posizionamento dell’Emilia-Romagna rispetto a queste sfide globali, convinti che sapremo governare il cambiamento rafforzando i nostri valori, primo fra tutti, come si legge anche nel Prologo dell’Agenda ONU, l’intraprendere questo grande viaggio collettivo senza lasciare indietro nessuno.

 

Per quanto il contesto emiliano-romagnolo sia caratterizzato da un maggiore livello di inclusività rispetto alla situazione nazionale, le tendenze economiche degli ultimi anni sono spesso andate nella direzione di un aumento della polarizzazione, delle disuguaglianze, di fragilità ed esclusione. Quali linee di azione prevede il Patto per evitare che le nuove trasformazioni accrescano i divari sociali? Quale può essere il contributo specifico del mondo del terzo settore, dell’economia sociale e della cooperazione?

Stefano Bonaccini: Le linee di azione indicate dal Patto in tal senso sono numerose. La prima tra le priorità condivise è rafforzare il nostro sistema sanitario a guida pubblica, implementando la rete delle strutture ospedaliere, rafforzando i presidi sanitari territoriali, investendo sull’assistenza domiciliare e perseguendo l’integrazione delle politiche sanitarie e sociali. Altrettanto fondamentali nel Patto sono il diritto alla casa, con una nuova stagione di interventi di edilizia residenziale pubblica e sociale, e le linee di intervento per ricucire le disuguaglianze territoriali, soprattutto della montagna e delle aree più periferiche. In tutto il mondo assistiamo ad un divaricamento tra aree urbane e aree rurali, interne e montane, tra centri e periferie delle città. Vogliamo contrastare questa tendenza, garantendo ovunque opportunità e servizi di prossimità, integrando le periferie a città più aperte e diffuse, valorizzando identità e potenzialità dei singoli territori e dei singoli luoghi per attivare nuovi processi di sviluppo. E riteniamo fondamentale sviluppare ulteriori sinergie col terzo settore: qualificando il lavoro sociale e valorizzandone progettualità e capacità di iniziativa è una delle priorità assunte dal Patto.

 

Cosa prevede il Patto per la semplificazione?

Stefano Bonaccini: L’abbiamo predisposto e condiviso con i sottoscrittori del Patto per il Lavoro e per il Clima. Prevede 11 linee d’azione e 78 misure concrete per rendere più semplice e rapido il rapporto tra pubblico e privato, senza abbassare la guardia su legalità e rispetto delle regole. Un passaggio imprescindibile che mi auguro avvenga anche a livello nazionale, perché ne abbiamo bisogno per realizzare quanto previsto dal PNRR.

 

Al di là del documento firmato dagli aderenti, il Patto per il Lavoro e per il Clima si propone anche e soprattutto come un metodo di lavoro e un processo continuo, che si svilupperà nel tempo. Quali sono stati gli sviluppi ulteriori in questi mesi e quali le prossime tappe?

Stefano Bonaccini: In questi mesi abbiamo riunito il tavolo ben più delle due volte all’anno indicate nel documento. Le riunioni sono state 8 e sono servite a condividere l’elaborazione del DSR, della S3 e dei PO FESR e FSE+ per il periodo 2021-2027, a confrontarci su singoli provvedimenti, penso ad esempio all’istituzione della Zona Logistica Semplificata dell’Emilia-Romagna e al nuovo Piano regionale Gestione Rifiuti, o ad affrontare singole criticità. Il 3 dicembre una riunione è stata dedicata al tema più importante tra tutti: la salute e la sicurezza sul lavoro. Dunque, al di là del documento sottoscritto che, delineando la cornice strategica rimane un punto di riferimento ineludibile, il tavolo dei firmatari è stato fino ad ora, e continuerà ad essere, la sede in cui condividere ogni scelta strategica, anche quelle che in fase di stesura non erano state previste né prevedibili. Un esempio estremo, augurandomi che nei prossimi anni ci confronteremo solo su grandi opportunità inattese. Nei primi 6 mesi di questa legislatura ho riunito sistematicamente il tavolo dei firmatari del Patto 2015 per condividere le decisioni più rilevanti da adottare per affrontare l’emergenza. Dunque, sì, il Patto ha rafforzato il dialogo sociale che è sempre stato un punto di forza di questa Regione, rendendolo un metodo di lavoro consolidato e, insieme, un processo continuo a rafforzamento della democrazia.

 

In conclusione, quale primo bilancio pensa si possa trarre da questa esperienza? Pensa che l’esperienza del Patto possa essere utile anche come modello per altri contesti nazionali?

Stefano Bonaccini: Da sempre nutro diffidenza per i tentativi di ricondurre a modelli la complessità delle dinamiche sociali ed economiche di un territorio. Tuttavia, se c’è un modello emiliano-romagnolo credo che il Patto ne sia la rappresentazione più veritiera. Esso ci impegna ad adottare una visione lunga e strategica delle politiche capace di accompagnare l’intera società regionale nelle grandi trasformazioni in atto. E lo fa, come scrissi qualche tempo fa in una lettera aperta indirizzata al Monsignor Zuppi, rinunciando agli individualismi per fare squadra e ancorarci una volta di più a quella solida identità sociale che permette all’Emilia-Romagna di reagire al cambiamento che le svolte epocali globali pretendono, rafforzando i propri valori. In una recente missione a Bruxelles ho presentato il Patto ai Commissari Paolo Gentiloni (Affari economici), Helena Dalli, (Uguaglianza) e Nicolas Schmit (Occupazione, Affari sociali e integrazione). Ne sono rimasti colpiti perché perfettamente coerente con il principio del partenariato europeo in base al quale le decisioni dovrebbero essere assunte al livello più adeguato a eseguirle, nel contesto di una ampia rete collaborativa in grado di mettere in comune risorse ed esperienze. Qualche mese fa, il 7 giugno, abbiamo invitato ad una riunione del Patto il Ministro Orlando. Affido alle sue parole le mie conclusioni: «Sono qui perché credo che il modello scelto in Emilia-Romagna sia utile per l’Italia. Qui abbiamo una intensità di dialogo sociale che è buona per l’oggi e fondamentale per il domani».


Crediti foto: Regione Emilia-Romagna / Fotoreporter – archivio fotografico regionale.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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