“La città dei ricchi e la città dei poveri” di Bernardo Secchi
- 23 Maggio 2017

“La città dei ricchi e la città dei poveri” di Bernardo Secchi

Scritto da Andrea Baldazzini

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Città e questione urbana

Chiarite le principali premesse teorico-epistemologiche dalle quali prende le mosse l’autore, ora è il momento di considerare più da vicino il contenuto di La città dei ricchi e la città dei poveri. L’intero libro è infatti costruito a partire dall’affermazione di tre tesi principali: 1) con il variare della struttura economica emerge una nuova questione urbana che porta alla luce diverse conflittualità, soggetti, bisogni, risorse, nonché la necessità di trovare nuove modalità di progettazione degli spazi di vita pubblici e privati, maggiormente condivise e capaci di articolare larghe partnership in grado di coinvolgere una molteplicità di attori sociali. Quella che comunemente viene chiamata città, si trova così ad essere pensata come una struttura vivente che modifica il proprio ambiente e dall’ambiente viene modificata, non più una struttura rigida e statica, ma flessibile e soggetta a costanti modificazioni.

2) La questione urbana contemporanea impone una doppia presa di coscienza: da una parte diviene fondamentale la costruzione di uno sguardo ecologico, cioè una prospettiva progettuale capace di considerare la variegata costellazione di questioni e attori che ruota attorno allo spazio urbano, dall’altra è doveroso rendersi conto che «lo spazio, grande prodotto sociale costruito e modellato nel tempo, non è infinitamente malleabile, né infinitamente disponibile ai cambiamenti dell’economia, delle istituzioni e della politica». Esistono limiti (non confini) che vanno riscoperti proprio in quanto fonti di valore e legittimazione all’agire sociale comune.

3) Nel territorio urbano le ingiustizie sociali sono prima di tutto ingiustizie spaziali (esemplare a questo proposito è il libro di E. W. Soja Seeking Spatial Justice uscito nel 2010). Le distanze, i muri, i confini si trasformano in isolamento, in esclusione, in dis-integrazione, cioè in separazioni: «Nella città occidentale ricchi e poveri si sono da sempre incontrati e continuano a incontrarsi, ma sono anche, e sempre più, resi visibilmente distanti»[5]. Proprio la separazione diventa così il perno dell’intera critica di Secchi: essa permette infatti di articolare il tema della disuguaglianza spaziale instaurando un confronto dialettico fra la città dei ricchi e la città dei poveri, entrambi simboli di opposti modelli di pensare l’urbano. Da una parte quello nord americano centrato sulla separazione degli spazi: si pensi ad esempio alla costruzione delle cosiddette gated community, ovvero zone residenziali altamente controllate dove vivono le persone più ricche e che danno vita a micro-cosmi completamente isolati rispetto al territorio circostante, oppure ai famosi quartieri-ghetto delle metropoli americane. Dall’altra invece vi è il modello europeo centrato sul tema dell’inclusione negli spazi, il quale, nonostante qualche caso di fallimento (si pensi solo alle banlieu parigine o a certi ex-quartieri operai del sud di Londra), costituisce comunque un serio tentativo di costruzione di spazialità collettive dove la separazione lascia il posto all’ibridazione, al mescolamento, sia in termini culturali che lavorativi e abitativi.

Ad ogni modo, il riferimento alle categorie di “ricchi” e “poveri” è solo il pretesto per gettare le basi di una riflessione molto più ampia concernente anche i meccanismi psicologici che intervengono sulla popolazione modificando i modi di abitare e vivere lo spazio pubblico, quegli stessi meccanismi che presiedono alle modificazioni delle forme di solidarietà o intolleranza. La paura come la sicurezza diventano il fondamento emotivo e psicologico che determina la progettazione e implementazione di specifici dispositivi (dalle mura per la difesa ai manicomi, dai ghetti ai semplici ponti) i quali esercitano una forte influenza nella frammentazione o coesione dello spazio sociale abitato.

Tutto ciò fornisce poi lo spunto a Secchi per invitare l’intera comunità scientifica e politica a studiare una diversa grammatica e sintassi per la città: non il tentare di imporre una forma che per forza di cose collasserà su se stessa, e nemmeno di imbrigliare il territorio urbano in rigide griglie fisiche o amministrative solo in nome di una gestione più efficiente e sicura. Al contrario, lo stimolo vuole andare nella direzione di un ripensamento radicale della territorialità immaginata come una realtà altamente porosa, dotata di una capillarità (in termini di spostamenti e possibilità di incontri) più diffusa e generalizzata, dove l’accesso agli spazi diventa un diritto e non una concessione, dove le comunità che nascono in maniera spontanea possono trovare spazi di espressione, nonché occasioni di sviluppo o proliferazione. In questa maniera gli spazi ri-diventano luoghi, ovvero territori dotati di memoria, solidali, accessibili, in una parola: generativi. Per approfondire ulteriormente queste tematiche, Secchi introduce poi un nuovo concetto, quello di isotropia, intendendo con esso il criterio di democrazia opposto alla gerarchia pensata quale simbolo del potere imposto, un criterio che indica l’indipendenza dalla direzione, la volontà di pensare lo spazio urbano superando le idee di perimetro, di organizzazione radio-centrica e guardando al territorio in maniera omogenea, considerandolo in tutte le sue direzioni, fino ad arrivare a una prospettiva urbana compiutamente ecologica[6].

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Scritto da
Andrea Baldazzini

Classe 1992, laureato in filosofia contemporanea presso l'Università di Bologna, mi occupo di trasformazioni dei sistemi di welfare con particolare interesse per il Terzo Settore e il welfare di comunità. Presso la stessa università sono tutor del corso di alta formazione in Welfare Community Manager e collaboro con il Centro Servizi del Volontariato di Modena.

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