La cooperazione nella crisi del coronavirus. Intervista a Rita Ghedini
- 22 Giugno 2020

La cooperazione nella crisi del coronavirus. Intervista a Rita Ghedini

Scritto da Giacomo Bottos

14 minuti di lettura

La cooperazione è un settore importante dell’economia del nostro Paese che occupa oltre 1.200.000 addetti per un fatturato che supera i 150 miliardi di euro e che conta oltre 12 milioni di soci. Al tempo stesso l’impresa cooperativa rappresenta una realtà capace di promuovere l’inclusione socioeconomica e presenta delle specificità legate al suo ruolo sociale e civile e alla capacità di rispondere ai bisogni delle persone, contribuendo a promuovere un modello di sviluppo sostenibile. Per questo, nel contesto della crisi del coronavirus che ha colpito duramente il sistema paese, abbiamo deciso di intervistare Rita Ghedini, un’importante esponente di Legacoop in un territorio di grande rilievo per l’economia cooperativa quale quello di Bologna, per capire l’impatto che la presente crisi sta avendo e potrebbe avere sul mondo cooperativo e per ipotizzare alcuni scenari di evoluzione futura.

Rita Ghedini è Presidente di Legacoop Bologna dal 2014 e Presidente dell’Alleanza delle Cooperative Italiane di Bologna dal 2019. È inoltre Presidente di Cooperare con LiberaTerra. Ha lavorato in Cadiai Cooperativa Sociale come educatrice, passando poi a ruoli di coordinamento e direzione, fino alla Presidenza. Presidente e amministratrice di società per lo sviluppo dei servizi socio-sanitari ed educativi in ambito cooperativo, ha ricoperto ruoli di rilievo negli organi provinciali e nazionali di Legacoop e di Legacoop Sociali. Eletta al Senato nel 2008 e nel 2013, si è dimessa nel novembre 2014 in occasione della sua elezione alla Presidenza di Legacoop Bologna.


In questa conversazione cercheremo di affrontare il tema dell’impatto della crisi economica che stiamo vivendo, innescata dalla diffusione della pandemia del coronavirus, sul mondo della cooperazione. Partendo dall’analisi degli effetti immediati che la fase del lockdown ha avuto su una parte molto rilevante del mondo economico rappresentata dalle imprese cooperative, anche attraverso un confronto con la crisi del 2008, proveremo in seguito ad approfondire i possibili scenari che si aprono per il mondo cooperativo nei prossimi mesi. Prima di entrare nel vivo di tali questioni, proviamo a delineare un quadro della situazione precedente: qual era lo stato di salute e la condizione complessiva della cooperazione nel periodo precedente lo scoppio della crisi?

Rita Ghedini: Prima di tracciare un breve panorama del mondo della cooperazione prima della crisi, vorrei dire qualcosa sulle categorie interpretative che usiamo per leggere il cambiamento. L’occasione per riflettere su questo è data dalla ripresa, nelle ultime settimane, di alcuni gruppi di lavoro nazionali a cui avevamo dato avvio formale lo scorso autunno, rielaborando i temi di fondo presenti nella piattaforma dell’ultimo congresso di Legacoop, avvenuto nella primavera scorsa. Il documento congressuale nazionale identificava cinque pilastri principali: lavoro (declinato anche in relazione ai sotto-temi della qualificazione, delle competenze, del reddito ecc.), innovazione e trasformazione digitale, legalità, welfare e infine sostenibilità, concepita come cornice teorica e concreto palinsesto nel quale inserire tutti gli obiettivi riferiti a ciascuno dei temi precedenti. Abbiamo nelle scorse settimane, sottoposto a verifica la validità degli assi di lavoro individuati dal Congresso, ricevendo conferma, da parte delle cooperative della loro attualità anche nel nuovo contesto. Cambia l’urgenza con cui devono essere approcciate alcune scelte e si ridefiniscono i vincoli di fattibilità. In materia di lavoro, l’emergenza più grave che ci troviamo ad affrontare, il tema del reskilling, già presente prima della crisi sanitaria, in ragione delle trasformazioni produttive prodotte nella crisi del 2008 e di quelle in corso, legate alla trasformazione digitale, si pone con ancora più forza e certamente con maggiore urgenza. Di fronte all’obiettivo di tutelare e promuovere il lavoro come unico strumento di vera autonomia e dignità delle persone, dobbiamo essere consapevoli che questa volta un approccio esclusivamente difensivo potrebbe rivelarsi inadeguato. Difesa dell’occupazione e contestuale trasformazione rapida delle competenze, dovranno misurarsi anche con la necessità di cambiare paradigma nella valutazione del valore del lavoro – del valore in generale dei lavori – nell’ambito di una più generale messa in discussione dei parametri storici di riferimento della misurazione dello scambio tra lavoro, produttività e distribuzione del reddito. Dobbiamo trovare una strada per adeguare/trasformare le competenze, mentre proteggiamo il reddito, consapevoli che il sistema vigente di politiche attive si è rivelato, già nella crisi precedente, totalmente inadeguato ad affrontare tale necessità; consapevoli, altresì, che una quota notevole di redditi deriva nel nostro Paese ancora da attività informali, segnate da un’estrema precarietà; consapevoli del fatto che troppo spesso non vi è correlazione tra reddito e qualità – “essenzialità” – della prestazione come hanno fatto emergere in maniera dirompente questi mesi.

Per completare la risposta alla domanda, venendo allo stato dell’arte pre-crisi, eravamo di fronte ad una condizione complessiva delle cooperative che risentiva della situazione economica generale del Paese, che già dalla fine del 2018 era di stagnazione. Permaneva ancora l’onda lunga della crisi precedente in alcuni settori. Penso ad esempio all’ambito delle costruzioni, che vedeva alcuni elementi di ripresa che coesistevano con una persistente difficoltà. Vi erano i primi segnali di ripresa del mercato pubblico, che però coesistevano con una debole dinamica generale dei consumi interni. La tenuta dell’export, invece, interessava la cooperazione in misura minore, perché le cooperative attive nel settore sono in numero ridotto. I settori più dinamici in quest’ambito erano e sono l’agroalimentare e la manifattura di elevata specializzazione, che contano alcuni “campioni” cooperativi per qualità e penetrazione dei mercati esteri. Per il resto vi era una situazione complessivamente stagnante. Si registrava un buon dinamismo in termini di crescita della cooperazione sociale, che però manifestava già significativi problemi di tenuta reddituale, con marginalità progressivamente più basse e inferiori al passato. Questo avveniva principalmente per via di un processo di cambiamento dei bisogni, secondo una dinamica emersa già a partire dalla crisi precedente: vi era una crescita qualitativa dei bisogni di cura, a fronte di una capacità di spesa delle famiglie e di un’allocazione delle risorse pubbliche che non cresceva in misura adeguata. A questo si aggiunge il fatto che, nell’ambito della cooperazione sociale, per una porzione del settore che si occupava di immigrazione e di accoglienza, vi è stata una crisi indotta dalle nuove politiche nazionali in materia di immigrazione. In alcuni contesti locali, come l’Emilia-Romagna, le politiche effettivamente attuate sono state influenzate dall’orientamento politico delle amministrazioni e questo ha fatto sì che l’impatto sia stato minore, in quanto alcune politiche locali sono state parzialmente suppletive nel contesto della crisi generata dalle politiche nazionali. La cooperazione di consumo e fra dettaglianti, infine, vedeva profili poco dinamici, al netto degli effetti aggregativi, sostanzialmente coerenti con l’andamento nazionale dell’economia e dei consumi nel periodo successivo alla crisi del 2008. Stavano invece da tempo crescendo, nell’ambito della filiera food i consumi del circuito Horeca (hotel, ristoranti e bar). Si era anche assistito a una crescita esponenziale del consumo dei cibi pronti consumati a casa o fuori casa (si pensi al settore del food delivery), collegata anche all’esplosione del turismo e al cambiamento degli stili di vita. Questo in linea di massima il quadro della situazione precedente alla crisi. In questo contesto è intervenuta la pandemia, che ha agito come una sorta di “frullatore”, introducendo il concetto di essenzialità e cambiando le gerarchie.

 

Veniamo dunque all’analisi dell’impatto economico dello shock della pandemia. In linea generale possiamo dire di essere di fronte una crisi che, pur in un contesto di forte difficoltà per tutti, colpisce settori diversi in maniera asimmetrica?

Rita Ghedini: Assolutamente sì. Per quel che riguarda l’aggregato cooperativo, con le sue peculiarità, questa è una crisi che investe prioritariamente i servizi rispetto alla produzione e alla distribuzione. Questo quantomeno se consideriamo la questione dal punto di vista dei volumi di produzione. Se pensiamo al settore del food la crisi ha portato a uno stravolgimento della graduatoria: incremento delle vendite nei supermercati, dove abbiamo visto persino scaffali vuoti, mentre vi sono state cooperative attive nella ristorazione che hanno dovuto far fronte ad abbattimenti del fatturato superiori al 80%. Questo è vero per tutto il mondo dei servizi. Stiamo ora assistendo ad una lenta ripartenza del mondo della ristorazione, che in una fase iniziale si era orientato soprattutto al servizio del consumo domiciliare o di un consumo nei luoghi di lavoro, che hanno riaperto con forme di produzione totalmente modificate, si pensi all’altissima diffusione dello smart working e alle modifiche organizzative imposte dalle regole sul distanziamento fisico.

 

Qual è stato invece l’impatto nel settore della cooperazione sociale?

Rita Ghedini: in relazione alla cooperazione sociale si è avuto un impatto duale: l’ambito della residenzialità ha registrato un’attività molto intensa e di estrema complessità, vicariando in parte il servizio sanitario pubblico; si è avuto invece un blocco pressoché totale negli ambiti legati a scuola ed educazione e a tutti i servizi territoriali, salvo quelli essenziali. Il mondo dei servizi intermedi – i servizi all’impresa e al territorio – ha registrato impatti diversi a seconda del segmento di filiera in cui erano inserite le imprese. Per fare un esempio i trasportatori che lavoravano per la Grande Distribuzione Organizzata hanno aumentato i propri volumi, mentre quelli che erano in filiera con la ristorazione scolastica hanno dovuto fermarsi. Il trasporto pubblico locale e la mobilità pubblica individuale si sono bloccati (pullman, taxi, NCC, ecc.). Tutto ciò che è legato alla mobilità individuale delle persone per turismo e business (trasfertisti e fiere) ha registrato un blocco prolungato, e le caratteristiche produttive di questa filiere, che hanno cicli lunghi, fa presagire una ripresa molto lenta, certamente oltre l’anno.

 

Un altro settore che è stato duramente colpito da questo shock è verosimilmente quello della cultura…

Rita Ghedini: Sì, sia la cultura legata al turismo, che quella legata allo spettacolo dal vivo e agli eventi. O, ancora, quella legata a quel segmento che sta tra l’educazione e la cultura, dove la cooperazione è molto presente. In quest’ambito si rischia una vera desertificazione, con perdita di un patrimonio professionale e creativo di straordinaria rilevanza, che connota in maniera positiva la qualità della vita civile dei nostri territori.

 

Al di là dell’analisi dell’impatto settoriale che abbiamo svolto, possiamo individuare problematiche trasversali che riguardano specificamente la forma cooperativa, rispetto alle altre tipologie d’impresa, e che comportando una specificità in relazione all’impatto della crisi?

Rita Ghedini: Una considerazione generale che può essere fatta riguarda la presenza della cooperazione prevalentemente in settori a bassa intensità di capitale e ad alta intensità di lavoro. Nel complesso le imprese ad alta intensità di lavoro sono state estremamente colpite dalla crisi. Anche le misure che si stanno adottando non favoriscono adeguatamente la specificità dell’impresa cooperativa. Questo non tanto in relazione al contenimento degli effetti sociali della crisi nell’immediato, ma piuttosto riguardo alle misure adottate in vista della ripresa. Sono misure che si attagliano poco alla forma cooperativa, perché hanno l’obiettivo principale di sostenere la finanza, che rappresenta ovviamente il primo elemento di sofferenza in assenza di incassi. Agire solo sulla leva finanziaria determina, però, un aumento dell’indebitamento delle cooperative, che hanno tendenzialmente una struttura patrimoniale che non consente loro di indebitarsi molto. Le altre misure prese sono efficaci soprattutto laddove si sia in presenza di immobilizzazioni importanti. Su una parte significativa della cooperazione, come le cooperative di servizi di cui parlavamo prima, l’abbattimento dell’IRAP ha benefici limitati. Mancano misure che guardino in prospettiva, favorendo la solidità necessaria a sostenere i tempi di una ripresa che potrebbe essere molto lenta. E manca, per alcuni aspetti, anche una riflessione sulla crisi precedente del 2007-2008.

 

Su questo punto forse è interessante soffermarsi e approfondire. Volendo fare un confronto organico tra la crisi del 2007-2008 e quella attuale, quali elementi si possono evidenziare? E che lezioni si possono trarre, anche in relazione alle risposte che sono state date allora e a quelle che si stanno dando e che sarebbe auspicabile vengano date ora?

Rita Ghedini: La prima riflessione riguarda la tutela del lavoro, che è stato uno degli elementi caratterizzanti della risposta che il mondo cooperativo ha dato alla crisi del 2008. L’analisi differenziale delle due crisi ci mostra che, al di là delle differenze strutturali, quella attuale è più estesa e diffusa e impatta maggiormente il lavoro. In questa circostanza al modo cooperativo è richiesto un impegno ulteriore per il lavoro, che vada oltre l’approccio di tipo difensivo, il rischio altrimenti è di creare danni permanenti che potranno avere effetti per decenni. C’è, certo, una necessità di tutela del lavoro strettamente connesso alla salvaguardia delle attività produttive per non impoverire il patrimonio produttivo del Paese. Ma è ancora più forte l’esigenza di trasformare l’organizzazione del lavoro e la sua diretta capacità di contribuire alla salvaguardia del patrimonio produttivo. Il valore del mutualismo, sia come strumento di salvaguardia e promozione di nuove attività, ma anche come mezzo per l’inclusione lavorativa, la riduzione della precarietà e la promozione di diritti deve essere rimesso al centro dell’azione cooperativa.

 

Volendo individuare una differenza fondamentale, un elemento significativo potrebbe forse essere individuato nel carattere endogeno crisi del 2008, generata dalle dinamiche intrinseche del sistema economico e finanziario, mentre nel caso attuale ci troviamo di fronte ad uno shock causato da un fattore esogeno e imprevisto…

Rita Ghedini: Certamente, questa è una crisi esogena, che determina delle dinamiche che possono colpire anche, in certi casi, gli stessi settori della crisi precedente, ma con un innesco diverso. La diversità dell’innesco potrebbe condizionare anche lo sviluppo della crisi stessa. Faccio un esempio. Oggi i patrimoni immobiliari che registrano il maggiore impatto sono quelli ad uso collettivo o commerciale. La situazione potrebbe però peggiorare per tali patrimoni se a seguito della chiusura imposta dal lockdown si assisterà ad una chiusura definitiva di esercizi commerciali che non riusciranno a salvare la propria attività. Potrebbe esservi anche una crisi degli immobili legati al turismo, alla mobilità, alle fiere. Sono in crisi anche le autostrade e gli aeroporti: tutta questa filiera. Al momento non vi è un impatto drammatico sull’immobiliare residenziale destinato al privato. L’immobiliare direzionale registra una crisi nella misura in cui vi è un impatto sulle aziende che occupano quegli spazi. Cosa succederà più avanti? Potremmo assistere ad uno scenario disastroso se la caduta del reddito delle famiglie dovesse colpire anche il mercato della casa. Sull’immobiliare destinato agli usi collettivi potrebbe invece esserci una ripresa collegata alla tenuta complessiva dei redditi delle aziende. Assistiamo in questo momento ad una crisi che potrebbe essere transitoria e trasformare il suo profilo a seconda dell’andamento della ripresa nei diversi settori e dell’andamento dei redditi complessivamente intesi. Questo ci porta al primo elemento di differenza rispetto alla crisi precedente: in questo caso la crisi dell’immobiliare segue la crisi produttiva, non ne è la causa. Nonostante la comprensibile enfasi sul rischio di amplificazione dell’impatto sull’export, mi pare che si possa semplicisticamente dire che il lockdown non ci ha fatto superare la globalizzazione. Certo, la riflessione sulla localizzazione di alcune filiere può avere una certa rilevanza, sia per la ripresa di filiere produttive sia per l’ampliamento di una tendenza al cosiddetto reshoring, che si era però già manifestata. Si può pensare di incrementare le filiere locali dell’agroalimentare, il ragionamento è più difficile per quanto riguarda la manifattura. Per chi, come la cooperazione, ha una forte presenza nell’ambito dei servizi, sarà cruciale la capacità di riqualificare i servizi alle persone, alle imprese e ai territori a seconda del cambiamento dei bisogni. Qui riemerge il tema delle competenze. Sia per quanto riguarda la filiera del food che quella dei servizi alla persona e all’impresa, sarà necessario mettere in campo una grande capacità di trasformazione per adattarsi alla situazione che verrà, dal punto di vista delle competenze, dell’organizzazione, dell’impatto digitale. Sarà poi molto importante inserirsi rapidamente nei nuovi settori aperti dai bisogni emergenti.

 

Queste ultime considerazioni si ricollegano al tema delle trasformazioni del welfare, che il profondo sconvolgimento sociale che stiamo vivendo e vivremo nei prossimi mesi chiama in causa. In relazione a questo sarà importante capire se e come si ridefinirà il rapporto tra Stato e società. Nella fase emergenziale si è inevitabilmente assistito ad un forte protagonismo del decisore pubblico. Quale potrebbe essere auspicabilmente l’evoluzione nel medio termine in relazione a questo? E quale ruolo può giocare in questo contesto il mondo cooperativo?

Rita Ghedini: La nostra idea è che la via d’uscita passa attraverso una nuova valorizzazione di un tratto caro alla cooperazione sociale, su cui insistiamo da tempo. Si tratta di un metodo che in quell’ambito viene chiamato co-progettazione, ma, se volessimo declinarlo in tutti gli ambiti della vita economica e sociale del Paese si potrebbe indicare come valorizzazione della partecipazione. Uso il termine partecipazione – e non sussidiarietà – perché non si tratta, in prospettiva, solamente di un processo di devoluzione di competenze dalle istituzioni territoriali alla società civile, in una logica che, anche a livello costituzionale, è di tipo verticale. L’idea di partecipazione suggerisce invece una dinamica orizzontale, forse più complessa da declinare nel rapporto tra pubblico e privato, ma che implica un’idea di allargamento del concetto di istituzione. Si tratta di includere all’interno del concetto di istituzione la partecipazione civica, che è una forma di collaborazione strutturale dei diversi livelli della struttura sociale nell’ambito di un rapporto dialettico che porta all’ideazione di un modo nuovo di definire paradigmi di sviluppo. Se c’è una cosa che questa crisi ha evidenziato è che vi è una funzione sostanziale, necessaria dei cosiddetti corpi intermedi. Senza il loro coinvolgimento non si sarebbe riusciti in questi mesi a mantenere la coesione indispensabile a gestire la crisi.

Abbiamo di fronte, come sempre, un rischio e un’opportunità. Il rischio è quello di un’esplosione della burocrazia. L’opportunità è quella di una sfida economica e democratica: unirsi per provare a ri-progettare il paradigma di sviluppo. Durante l’emergenza il rapporto tra istituzioni e corpi intermedi è stato anche di tipo gestionale e ha saputo, in diversi casi, esprimere molta creatività. Occorre trovare forme di partecipazione potenziata per reinventare il paradigma e le forme di sviluppo.

Questo ci riporta a uno dei temi che abbiamo trattato all’inizio: le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile restano il punto di riferimento. Dobbiamo purtroppo registrare molte contraddizioni relative al tema ambientale. In relazione ad esso abbiamo fatto, purtroppo un regresso enorme in poco tempo, in relazione all’uso di plastica e prodotti chimici per la sanificazione, accompagnato, contestualmente, dalla constatazione “fisica” dell’impronta delle attività produttive sull’ambiente. Dobbiamo allora affrontare una sfida intellettuale e produttiva forte, che ci consenta di progettare, tenendo conto delle fragilità messe in evidenza dall’emergenza, condizioni che definirei non di “sicurezza”, ma di “cura” delle persone e dell’ambiente compatibili e sostenibili nel tempo. Per quanto riguarda invece la trasformazione digitale, tutti abbiamo visto quale ne sia l’impatto sulle vite di ciascuno. Si tratta di non tornare indietro. C’è, soprattutto nelle piccole strutture, un riflesso condizionato a cercare di tornare allo status quo ante molto forte. Questo non va meramente contrastato, ma deve essere tenuto presente come rischio. Il ritorno alla situazione precedente è un rischio molto grave. Occorre analizzare la situazione nelle sue potenzialità trasformative vere. Il processo di smaterializzazione della produzione porta inevitabilmente con sé una tendenza alla riduzione del lavoro materiale. Se però avessimo affrontato l’emergenza potendo contare su un maggiore livello di competenze digitali diffuse, avremmo potuto farlo con meno fatica e più produttività.

 

Andando verso la conclusione di questa conversazione, proviamo a guardare le cose in un’ottica di medio termine. Ci troviamo ancora, per molti versi, in una fase di relativa sospensione: sono stati attivati ammortizzatori sociali, un provvedimento di blocco dei licenziamenti, mentre permane una grande incertezza sugli scenari futuri. Cerchiamo di fare un esercizio di immaginazione sul futuro, sugli scenari possibili, tenendo sullo sfondo le cose dette, dal tema della sostenibilità alla trasformazione digitale, dal cambiamento delle forme di lavoro alle micro-trasformazioni organizzative dei processi produttivi. Dovendo immaginare la situazione da qui a sei mesi o un anno, quali potranno essere le linee di tendenza principali che si potrebbero affermare?

Rita Ghedini: Le linee di tendenza dipendono molto dalle capacità di riorganizzazione dei processi produttivi e dalle politiche. Possiamo immaginare due scenari di massima. In uno scenario negativo dopo l’estate cominceranno i fallimenti e possiamo immaginare le conseguenze. Vi è però un altro scenario, che può realizzarsi se si compiono determinate azioni. In questo caso vi sarà ancora almeno un anno di incertezza, nel quale però potranno essere poste alcune condizioni di base per superare questa situazione. Penso alle misure che vanno messe in campo per evitare l’asfissia finanziaria per le imprese, all’affiancamento agli ammortizzatori protettivi di ammortizzatori che consentano di avviare dei processi di formazione, riconversione, reskilling, riprogettazione, sia delle nuove competenze necessarie per svolgere gli stessi lavori, sia delle vere e proprie conversioni professionali. Se il sostegno agli investimenti sarà orientato non solo in base agli ambiti di traino precedenti dell’economia nazionale, ma proverà a definire nuovi ambiti di traino per l’economia nazionale, che connotino chiaramente una “direzione Paese” legata alle produzioni e ai comportamenti sostenibili, forse si potrà intravedere tra un anno una direzione diversa. Finora si è tamponato. Occorrono altre misure tampone, poi misure di accompagnamento e infine un orientamento di investimento. Se le misure adottate dall’Europa diventeranno effettive, se il “green new deal” non sarà solo un titolo accattivante ma una strategia condivisa per finanziare e valutare i processi, è lì che si potranno trovare le vere risorse per investimenti trasformativi. Nella dotazione economica dello Stato, purtroppo, queste risorse non possono essere reperite. Le direzioni di investimento dei fondi della nuova programmazione europea saranno quelle che disegneranno il nuovo modello produttivo del nostro Paese – e quindi anche il modello sociale. Se la scelta che si farà sarà di distribuirle secondo il modello precedente, seguendo un approccio totalmente conservativo, rischiamo di passare dall’essere un paese di sub-fornitura – che vede la compresenza di un’economia sana, polarizzata sull’export e di un’economia di sussistenza nel mercato interno – alla condizione di paese sussidiario di qualche altra economia. Se invece si scelgono direttrici di investimento che esaltino il valore della cura, che eleggano questo concetto come paradigma, sarà possibile per il Paese un’evoluzione positiva basata sulle proprie caratteristiche e peculiarità. Questo vale anche per la cooperazione. Se saremo capaci di identificare bene quali sono gli elementi della specificità cooperativa, e quindi di restituire un valore al mutualismo, individuando le filiere produttive in cui la specificità cooperativa riesce a fare sistema, rideclinando il tema della cooperazione tra cooperative, non solo in termini di solidarismo, ma anche di innovazione produttiva, credo che potrà nascerne qualcosa di utile. In questo momento non ho una propensione ottimistica ma, al tempo stesso, mi sembra che ci siano delle potenzialità. Questo cambio di paradigma dalla competitività soggettiva alla cura e alla partecipazione, mi sembra una strada che meriti di essere percorsa. Cura significa cura dell’ambiente, delle persone – abbiamo dato per scontato che la salute collettiva fosse un dato acquisito! –. Questo apre molte prospettive, tenendo insieme due concetti antichi: salute e sicurezza, che costituiscono il vecchio concetto di sicurezza sociale. Una volta le politiche sociali si chiamavano politiche di sicurezza sociale, una declinazione che può essere intesa in termini custodialistici (e per questo è stata cambiata), ma che ha a che fare anche con gli aspetti di tutela e di sviluppo, ne è di fatto un presupposto. Sicurezza non è solo concetto difensivo, ha una valenza politica e culturale enorme. Sicurezza e cura dovrebbero diventare dei nuovi presupposti evolutivi, con grandi potenzialità di sviluppo di nuovi settori. C’è da capire come evolveranno nelle propensioni al consumo, e impostare di conseguenza anche distribuzione e commercio in termini completamente nuovi. In primis, però, bisogna investire in competenze. Da un punto di vista di pragmatismo economico capisco le ragioni per cui si è iniziato ad aprire i settori che avevano a che fare con l’export. Mi rimane, però, l’idea che se avessimo avuto un po’ più di coraggio e forza, un Paese un po’ meno dipendente e indebitato, avremmo dovuto ripartire progettando la riapertura delle scuole. Non parlo solo di una riprogettazione organizzativa per riaprire in sicurezza, ma anche di riprogettazione della didattica, dei modi di fruizione e produzione del sapere e dell’apprendimento. La mia preoccupazione è che rimanga un approccio necessitato dai limiti strutturali del nostro sistema economico. Penso che anche come mondo cooperativo dobbiamo insistere sul mettere al centro la riprogettazione di questo elemento, che è strutturalmente orientato al futuro, e ripartire dalla filiera dell’educazione.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di Pandora Rivista. Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Collabora con diverse riviste cartacee e online.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]