La correzione del mondo. Intervista a Davide Piacenza
- 20 Gennaio 2026

La correzione del mondo. Intervista a Davide Piacenza

Scritto da Sofia Di Grazia, Sebastiano Folgarait, Irene Lobello, Enrico Miglioli, Costanza Morreale

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Nel presente che abitiamo, il caos sembra costituire la trama stessa dell’esistenza e la cifra distintiva del reale politico contemporaneo. Lo si coglie persino nelle forme del dibattito pubblico, ormai strutturalmente dominato dai social media e da modalità di confronto che somigliano più a performance da cabaret che a esercizi di conoscenza politica.

Per approfondire queste tematiche abbiamo intervistato Davide Piacenza: giornalista, esperto di dinamiche del linguaggio, fondatore della newsletter Cultural Wars e autore di: La cultura che non posso permettermi (Einaudi 2025) e La correzione del mondo. Cancel culture, politicamente corretto e i nuovi fantasmi della società frammentata (Einaudi 2023). L’intervista è stata realizzata nell’ambito del corso 2025 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.


A seguito del suo assassinio il 10 settembre 2025 durante un dibattito pubblico alla Utah Valley University, l’attivista Charlie Kirk, voce di spicco della destra americana, è diventato oggetto di un acceso dibattito. Per alcuni un conservatore dialogante, per altri un abile propagandista dell’evangelismo politico. Quale ruolo assumeva realmente nello scenario statunitense contemporaneo? E, all’interno di una comunità repubblicana attraversata da diverse gradazioni di radicalità, quanto la sua presunta apertura al confronto poteva dirsi autentica?

Davide Piacenza: Mi trovo solo in parte d’accordo con l’etichetta di “ultraconservatore aperto al dialogo” attribuita a Charlie Kirk; ma per comprenderlo occorre fare un passo indietro. Kirk è stato un grande facilitatore dell’ingresso dei giovani nel trumpismo e, più in generale, in una destra fortemente strutturata su simboli e battaglie culturali. Seppur disponibile ad avere scambi con la controparte – basti vedere la sua partecipazione come ospite al podcast del governatore della California Gavin Newsom – la sua cosiddetta “attitudine dialogica” era, in verità, quasi esclusivamente formale; una mera apparenza. Non è possibile definirlo un interlocutore nel senso classico del termine, poiché la sua vera natura era quella del debater – ossia un comunicatore addestrato a prevalere, piuttosto che ad ascoltare e comprendere. Il debate, negli Stati Uniti, è regolato da una grammatica molto precisa. Non nasce come una discussione approfondita, né poggia sulla validità e la verifica argomentativa di un tema; è, piuttosto, un esercizio di antagonismo dialettico. Ciò che conta davvero è l’efficacia retorica: vince chi ha più malizia politica, chi afferma la sua idea con fare più convincente, chi sa imporsi sull’avversario, e chi è più abile nell’utilizzo di quelli che gli americani chiamano i soundbites, ovvero le battute ad effetto, i ridimensionamenti dell’avversario e i non detti. In questo schema in cui si colloca l’idea di “dialogo” promossa da Kirk, la sostanza del contendere è quasi completamente sacrificata, il che rende la sua apertura al dialogo nulla più che una posa. Possiamo dunque ritenere il suo effettivo ruolo quello di un propagandista, così come lo era stato William Buckley Jr. negli anni Sessanta: una figura fortemente mediatica, capace di rendere appetibili ai giovani l’immaginario e le istanze dell’estrema destra. Tuttavia, nel pulviscolo di posizioni e radicalizzazioni esistenti tra i repubblicani, questo personaggio che Kirk si era costruito non godeva di considerazione uniforme, e attorno ad esso si sono moltiplicate le opinioni.

Nei giorni successivi all’assassinio, si è parlato molto di Groypers – una corrente di estremisti di destra, seguaci di Nick Fuentes – e delle Groyper Wars contro alcune figure, incluso Charlie Kirk, considerate “troppo compromesse col mainstream” e “non sufficientemente radicali”. Personalmente, ritengo che queste dinamiche siano in larga misura guidate da logiche di posizionamento tipiche dell’influencing. La tendenza è quella di ritagliarsi uno spazio, posizionandosi rispetto ad una nicchia contendibile e definendo la propria identità in rapporto ad un grado di radicalità più o meno elevato rispetto agli altri. A tal proposito, va notato che Charlie Kirk, prima di diventare un uomo del presidente, era senz’altro più esplicitamente radicale. Sebbene le sue dichiarazioni fossero ormai sugar coated – velate, cioè, da una patina di disponibilità al dialogo – le sue posizioni erano molto estremiste. Ciò rivela come anche all’interno del trumpismo vivano, di fatto, molteplici sottoboschi di radicalizzazioni. Queste orbitano attorno all’alt-right, poiché da essa originate, e condividono un nucleo di valori comune che include una profonda xenofobia, un razzismo appena mascherato e una totale sfiducia nel governo e nelle istituzioni, al di là della figura di Trump.

 

Analizzando più nel dettaglio la fase successiva alla morte di Kirk, negli Stati Uniti si sono registrate reazioni alquanto polarizzate: da un lato, si è assistito alla celebrazione dell’assassinio da parte di alcune frange della sinistra; dall’altro, la destra storicamente promotrice del free speech, inclusa l’amministrazione Trump, ha reagito con misure che si potrebbero definire proprie della cancel culture. Come si può interpretare questo fenomeno in rapporto alla tradizionale retorica conservatrice sulla libertà d’espressione?

Davide Piacenza: Vorrei innanzitutto precisare che trovo la morte di Charlie Kirk totalmente ingiustificabile, così come qualsiasi esultanza per la sua uccisione da sinistra. Se si accetta l’idea che la violenza possa essere normalizzata come strumento legittimo nella lotta politica, lo si deve fare con piena consapevolezza delle sue implicazioni, e avere chiaro che, quando necessario, si dovrà essere pronti a imbracciare i fucili. Tornando alla domanda, piuttosto che ricondurre tutto alla perenne disputa relativa alla presenza o meno della cancel culture, ritengo significativamente più interessante soffermarsi sul completo voltafaccia verificatosi.

Chi denunciava allarmato il rischio di censura delle opinioni indesiderate e dell’imposizione di una museruola all’espressione libera, ora, colpito in prima persona da espressioni risultategli sgradite, finisce per invocare sanzioni e restrizioni, ribaltando le premesse delle proprie stesse argomentazioni. Alcuni attivisti non necessariamente correlati alla comunità MAGA, ma comunque legati al fronte conservatore, si sono addirittura vantati di aver trascorso le giornate immediatamente successive all’assassinio di Kirk a contattare i datori di lavoro di coloro che ne avevano giubilato, così da ottenerne il licenziamento. Simili atteggiamenti hanno sancito la completa caduta della foglia di fico delle vere intenzioni di questi gruppi appartenenti all’America repubblicana, mettendone in luce l’incoerenza. Se la critica alla cancel culture, nelle sue versioni meno radicali e meno strumentali, aveva dei germi di verità, o, quantomeno, degli spunti critici apprezzabili, a seguito di queste vicende ha perso totalmente di credibilità. Nel dimostrare la loro chiarezza di intenti, gli esponenti di destra hanno agito esattamente come coloro che criticavano, facendo crollare l’intero castello sul quale avevano costruito la propria posizione politica. D’altro canto, l’episodio riflette la natura della dialettica della destra trumpiana, basata sostanzialmente sull’alternative truth: narrazioni distorte fondate non sui fatti, quanto sulla loro riformulazione strategica e strumentale, così come richiesto dal contesto dominato dalla post-verità.

 

Il risentimento per le celebrazioni sulla morte di Charlie Kirk, tuttavia, non è rimasto isolato. La narrazione dei repubblicani è stata ripresa con toni simili da vari partiti della destra italiana, talvolta evocando parallelismi con le tensioni degli anni di piombo. Qual è, dunque, la reale distanza tra Italia e Stati Uniti? E in che misura esistono davvero, nel contesto italiano, fenomeni paragonabili al “woke” statunitense?

Davide Piacenza: Eventi come la trasformazione di Kirk in un martire anche della destra italiana, in un Paese dove era a malapena conosciuto, mostrano quanto sia forte la tendenza della politica ad attingere da un serbatoio simbolico comune, spesso indipendentemente dalla pertinenza che simili riferimenti possano avere. Tale serbatoio, in questo caso, coincide con il movimento conservatore più rilevante nel mondo occidentale: la comunità MAGA. In maniera analoga, parlare di woke in Italia rischia di essere altrettanto sproporzionato e privo di riscontri concreti. Qui, per come si manifesta negli Stati Uniti, è un fenomeno praticamente assente. Esiste, piuttosto, come movimento di nicchia, seppur estremamente divisivo: il suo è un potere mediatico fortemente polarizzante, poiché mette in discussione convinzioni e sentimenti identitari. Grazie alla sua sovraesposizione su qualsiasi piattaforma, il woke è stato progressivamente sfruttato, soprattutto negli spazi di attivismo online, come volano di affermazione, dando vita a diverse sottoculture editoriali e mediatiche e a una gamma di prodotti e contenuti che variano dai saggi ai corsi. Tuttavia, questi sono spesso accompagnati da un atteggiamento di superiorità che non cerca tanto di insegnare e di educare, quanto di imporre regole nel dialogo. Ciò fa sì che chi rimane indietro, e viene ripreso come retrogrado dai “maestrini” autoproclamati, innalzi barricate a difesa della propria identità e si chiuda, volente o nolente, in una bolla.

Il problema più incisivo resta, dunque, la coltivazione di propri giardini algoritmici dai quali escludere chi non vuole pensarla alla stessa maniera, spesso con l’obiettivo di rafforzare il proprio posizionamento e ottenere engagement. Lo si vede a destra, nella forma della costruzione di un alibi: lì i riferimenti al wokismo e le denunce agli atteggiamenti illiberali delle sinistre violente servono a legittimare una retorica altamente aggressiva. Eppure, parallelamente, anche la sinistra italiana usa schemi simili sui temi di cui discutiamo, ponendosi come protettrice dei diritti civili per acquisire territorio mediatico.

 

Parlando della produzione di contenuti, si ha spesso l’impressione che, nel tempo, l’uso dei social in politica abbia contribuito ad erodere ogni messaggio, riducendolo a semplice sticker o oggetto memetico: superflue camere d’eco per il proprio elettorato. Su questo punto, la sua lettura delle piattaforme digitali come “macchine per litigare” risulta particolarmente stimolante, e invita a interrogarsi su quanto la scarsa consapevolezza degli utenti riguardo alla reale natura dei social incida sul loro utilizzo.

Davide Piacenza: A livello mondiale, si registra sicuramente un degrado del dialogo pubblico medio, anche a causa dei social. Tuttavia, la tendenza ad usare la simbologia come sintesi della realtà, spesso in maniera strumentale, c’è sempre stata in Italia, sin dai tempi della prima Repubblica. Quel che è cambiato è l’attitudine della politica, in senso lato, allo sfruttamento di queste tecniche comunicative. Oggi c’è uno sdoganamento della stereotipizzazione e dell’ultra-semplificazione dei fenomeni, che comporta la frequente costruzione di idee e opinioni in primis sulla base dei sentimenti, e solo in secondo luogo, più raramente, sui dati. Questo è in gran parte causato dalla natura stessa dei social, luoghi costruiti ad hoc per premiare la quantità più che la qualità: è l’engagement che fa da padrone alle politiche intraprese dalle aziende titolari di questi spazi. Dal punto di vista dei politici, produrre “post” al posto che dichiarazioni pubbliche o convegni di dibattito è di gran lunga più conveniente, sia in termini economici che di efficacia comunicativa. Più il contenuto è semplice e frammentato, più è condiviso; più è diffuso, maggiore è la probabilità di ottenere rilevanza e credibilità.

Quanto alla questione dell’approccio ai social più o meno cosciente, resta un nodo irrisolto. Se, da un lato, manca una consapevolezza di fondo nell’uso dei media, d’altro canto, non sono completamente d’accordo nel vedere l’educazione digitale come l’unica soluzione, sebbene sia necessaria. Mi trovo piuttosto scettico rispetto alle pretese di conoscenza e di padroneggiamento dell’algoritmo: vi è un tale livello di distorsione, di amplificazione degli istinti peggiori e anche di opacità del funzionamento basilare di queste piattaforme, che mi chiedo fin dove è possibile comprenderle. Ignoriamo cosa permetta alle idee di circolare nel modo in cui lo fanno e cosa le renda più o meno presenti nei nostri schermi; la chiave per decodificare questo meccanismo in continua evoluzione ci è inaccessibile. La legge non scritta – ma empiricamente comprovabile – che regola l’affermazione su un social è quella del posizionamento: si scava nella nicchia ancora non presidiata e da lì, inevitabilmente, il messaggio si radicalizza, perché deve generare engagement. La visibilità mediatica non va d’accordo con la moderazione: gli influencer che invitano alla riflessione l’adottano solo come facciata, altrimenti ottengono scarso successo. In ultima istanza, questo porta ad una società dove ogni corpuscolo sociale deve creare ulteriori divisioni e polarizzazioni al suo interno. Pertanto, io sono più per un attivismo volto a rendere trasparente il funzionamento dei media, senza necessariamente arrivare a renderli proprietà pubbliche, anche se non lo disdegnerei. Considerando che, oggi, gran parte della nostra comunicazione e rappresentazione sociale – individuale e/o collettiva – passa per questi spazi, è fondamentale premere sulla normativa del loro uso e, più in generale, sul controllo del monopolio algoritmico in sé. Eppure, gli sforzi fatti finora sono pochi, e circoscritti in Europa. D’altronde, si tratta di un lavoro complesso, che dovrebbe destrutturare quindici anni di totale deregolamentazione, durante i quali le piattaforme hanno operato come volevano, accumulando profitti e, di conseguenza, vantaggi economici per il proprio Paese, il che spiega la perpetuata procrastinazione. A mio parere, ciò che realmente manca è una consapevolezza sociale del fatto che un’alternativa dovrebbe essere possibile.

 

Nel momento in cui, per citare alcuni esempi, Amazon costruisce la sua piattaforma, o Musk acquisisce X, diventa evidente come queste realtà siano a tutti gli effetti degli strumenti di potere. Dunque, quanto è incisivo il monopolio delle piattaforme digitali?

Davide Piacenza: È un potere sterminato. Non va dimenticato che Musk, oltre ad essere ancora l’uomo più ricco del mondo, esercita una forte influenza monopolistica anche sull’industria bellico-spaziale statunitense, uno dei settori più redditizi e influenti a livello globale. Ma il controllo si estende, ed è visibile anche su altre piattaforme: basti pensare alla vendita di TikTok. Trump trovò degli acquirenti filo-israeliani, ed ecco che, per i primi due mesi, su quegli stessi spazi dove tanti attivisti fanno divulgazione, non si poteva più parlare di Palestina, come se qualcuno avesse “toccato un tasto” per spegnere la possibilità di discutere quel tema. Questo regime monopolistico danneggia tutti, e si è instaurato con grande rapidità. Infatti, non occorrerebbe neanche creare nuovi social, ma basterebbe tornare al modello pre-2015, quando i feed erano ancora organizzati in modo relativamente trasparente. Successivamente si è passati ad un caos semantico e sociale dove tutto ruota attorno al collocare chiunque su un piedistallo davanti a milioni di spettatori; questo è lo stato attuale delle cose. Il monopolio resta quindi fortissimo, poiché le logiche che stanno dietro le piattaforme social sono ancora quelle dei sistemi di proprietà privata, per cui la loro organizzazione è essenzialmente modellata sulle priorità e sulle idee dei gestori. Di fronte alle obiezioni dei progressisti, secondo cui questi strumenti hanno permesso a chi prima non aveva voce di emergere, possiamo rispondere che si tratta di una visibilità compromessa, con un asterisco, limitata e appesa ad un interruttore che può sempre essere spento.

 

Poiché sono gli algoritmi a governare la circolazione dell’informazione, quanto vengono favoriti i contenuti politicamente corretti rispetto a quelli più provocatori? E com’è cambiata questa dinamica con la nuova amministrazione Trump?

Davide Piacenza: Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha segnato profondi cambiamenti. Dopo la pubblicazione dei risultati delle elezioni presidenziali, Mark Zuckerberg ammise che Meta aveva esagerato con la censura, dichiarando che la piattaforma sarebbe diventata un’oasi del free speech, naturalmente in risposta a un clima politico che soffiava in un’altra direzione. Allo stesso tempo, l’acquisizione di X da parte di Musk ne ha comportato una totale polarizzazione e una sovraesposizione degli utenti a contenuti pensati per suscitare indignazione. Su TikTok e Instagram questo succede meno, ma è sufficiente incrociare uno o due contenuti più radicali perché l’algoritmo ne raccomandi sempre di più. Negli ultimi anni, sono stati progressivamente riammessi sui social contenuti non direttamente di odio, ma che legittimano discorsi xenofobi, razzisti, transfobici e, più in generale, discriminatori. Tale cambiamento potrebbe invertirsi nel momento in cui virerà anche il vento politico. Tuttavia, è proprio questa la sostanza del problema: non possiamo avere contesti comunicativi dominati e modellati da aziende private e da singoli imprenditori impegnati e unicamente interessati a ingraziarsi il potente di turno. Non esiste libertà di espressione quando le chiavi ce le dà qualcun altro.

Scritto da
Sofia Di Grazia

Studentessa di European Studies (UNA Europa Alliance) tra Bologna, Leuven e Edimburgo. Combina lo studio della politica e delle relazioni internazionali con un profondo interesse perla filosofia politica, le migrazioni, i dilemmi di identità e appartenenza, e una passione costante per la scrittura e il giornalismo. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Sebastiano Folgarait

Neolaureato magistrale in Italianistica presso l’Università di Bologna, dopo un percorso di studi tra Padova e Bologna. Affianca allo studio della letteratura un interesse costante per la scrittura e le pratiche artistiche come forme di interpretazione della contemporaneità. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Irene Lobello

Studentessa di Scienze politiche e relazioni internazionali all’Università “La Sapienza” di Roma e allieva della Scuola Superiore di Studi Avanzati. Si interessa di diritti e di questione di genere. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Enrico Miglioli

Laureato in Scienze politiche, sociali e relazioni internazionali all’Università di Bologna, Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Costanza Morreale

Laureata magistrale in Filosofia del mondo contemporaneo presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, dove ha conseguito anche la laurea triennale. Ha collaborato con riviste culturali e scrive attualmente per una testata giornalistica. È alunna di Scuola di Politiche e ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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